Una poesia 27 / Julian Zhara

Canto di K.

La luce accelera il passo, si sbriciola, scioglie ed espande,
insegna agli occhi stupiti a cedere allo stupore,
la luce là versa nell’aria, abbevera tutto il paese,
adesso la luce si sperpera in sabbia, si stacca dai muri, si mischia alla polvere.

L’odore di cibo rimbomba per tutta la strada, il quartiere,
la voce di mamma richiama e sembra cantare una marcia,
ora il cibo ha scadenze, ora non servono orari,
se non la voce che narra notizie e detta l’inizio del pasto.

Per strada risolvo teorie, al buio maneggio i sogni,
i volti si chiudono presto in gusci, ritornano vuoti,
i passanti passano e basta, camminano verso qualcosa,
i vicoli pare che vivano solo di carne guasta.

Quando sul letto è esilio, quando è estranea la casa,
quando calpesti la terra, quando la terra non dice,
quando raddrizzi i sentieri verso il cartello d’uscita,
i vetri in casa specchiano lo stesso ghigno di ieri.

La donna del bar mi sorride, racconta di cose del posto,
è l’unica donna a cui parlo, mi versa da bere ogni giorno.
Le mani callose l’amore, lo imparano presto a rubare,
tra campi di sole e zanzare, come diversivo del gioco.

Se avanza del tempo lo impiego, rimbalzo da ufficio a ufficio,
conosco l’attesa a memoria, i termosifoni scrostati,
le facce intorno che sbuffano, riscaldano l’aria a parole,
nessun impiegato che sappia dirmi la mia condizione (civile).

Lo stato umano è palese, nei saluti non ricambiati,
nei gesti nervosi se passo, discorsi interrotti in mezzo,
nei supermercati controllo scadenze e prodotti scontati,
la cosa che sento più prossima è il pollo in offerta quel giorno.

Qualsiasi cosa io faccia mi sento gravare sul mondo,
la febbre che indica il male, il neo che macchia la faccia,
e sembra la colpa del niente, che gli altri si portano addosso
sia la mia parlata, gli accenti nei posti sbagliati.

Vorrei raccontarti ste cose,
è che non parlo la tua lingua-
intanto le dico allo schermo.

Testo e voce: Julian Zhara
Musiche: Ilich Molin

Julian Zhara, poeta, performer, organizzatore di eventi culturali, è nato a Durazzo (Albania) nel 1986. Si trasferisce in Italia nel 1999. Ha all’attivo una pubblicazione, In apnea (Granviale, 2009). Presente tra i finalisti del Premio Dubito in L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2013). Dal 2012 lavora col compositore Ilich Molin. Nel 2014 partecipa con un progetto di spoken music a Generation Y, evento sulla poesia ultima, a cura di Ivan Schiavone, al MAXXI. Sempre con lo stesso progetto, è presente all’omonimo documentario andato in onda su Rai 5. Cura assieme aBlare Out, il Festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno. Nel 2016 gli viene assegnata una menzione speciale al Premio Internazionale di Poesia Alfonso Gatto. Sue poesie sono presenti in blog e riviste specializzate. Vive lavora e scrive a Venezia.

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Una poesia 26 / Gabriela Fantato

Dieci passi nell’acqua

La città è crollata senza rumore.
Nel centro di tutto si staglia
l’acqua imprigionata, una geometria
esatta – ombre e fondali.
Resta una piscina che non dice ,
non sa il viaggio dell’acqua sin qui.
Non sa, non ha prove di verità.
Aspetta.

Gabriela Fantato, insegna lettere al Liceo Manzoni di Milano. La sua poesia è stata tradotta in.inglese, francese, arabo e spagnolo. Ultimi libri pubblicati: Codice terrestre, prefaz. Milo De Angelis, (La vita felice 2008, Milano); L'estinzione del lupo, prefaz. Elio Pecora (Empiria 2012, Roma). Con una silloge è presente nell'annuario di poesia mondadori (Mondadori 2012, Milano) e nell'antologia Nuovi poeti italiani 6 ( Einaudi, 2012)

 

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone.

Una poesia 25 / Marco Palladini

MILLENOVECENTOSETTANTASETTE ?

La messa a fuoco del dettaglio
non è perfetta in questa muta estate
dove tutto è andato perso
pure nel cafarnao dei ricordi
Novecentosettantasette e mille:
sogni e bisogni volavano alti
nel cielo dell’ideologia e ideolatria
poi una skiantosa generazione
che allora stava in acido
si è dissolta in una spirale
di menti confuse e di membra contuse
Lo sterminio delle illusioni è come
l’autunnale ciclone che frulla via tutto
I colori della vita appassirono e rifluirono
nei ritratti fatti con l’inchiostro di china
sulla carta bianca di spessa grammatura
Gli iconici soggetti sognanti e desideranti
non più qui residenti e neppure resilienti
hanno subito la medesima sorte
degli alberi dopo la deforestazione:
inceneriti nei camini della historia.
Oggi la demoncrazia fa il diavolo a quattro
- “post-verità, post-verità, ma tu
sei vera oppure un fake?” -
e il suo bramato iperreale averno
è un tranquillo weekend trascorso per intero
dentro un outlet del multikapitale:
camminare consumare, sorridere acquistare
respirare non pensare, disvivere dimenticare
(2017)

Marco Palladini è nato e vive a Roma, è scrittore e poeta, nonché drammaturgo, regista, performer e critico nell’ambito del teatro d’autore e di ricerca. Ha scritto e allestito una quarantina di testi, spettacoli e performance teatrali e poetico-musicali.

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Una poesia 24 / Franca Mancinelli

Quando tornerai a vedere troverai ogni cosa sorretta dai rami. Non è accaduto niente. Siamo qui, su questa intelaiatura di foglie. A tratti un grido spalanca la gola. Perdiamo tepore. Allora si scuote, ci culla nel vento leggero.

*

Fanno un rumore secco le cose
che sono state vive.

Non è stato intagliato
non è ancora dentro un viso.
Quando prende parola
la sua presenza trema

*

freccia di nessuna caccia
di nessuna guerra
lingua muta battuta dal vento
torcia scura, segna confine
di nostra vita in dura
scorza odorosa
tatuata di stellari tracciati.

Questi testi sono nati dalla collaborazione con l’artista Sebastiano Guerrera, per un progetto di disegni e parole dedicate agli Alberi maestri.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013, con una nota di Milo De Angelis). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). È compresa nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Sta lavorando a un libro di brevi prose, Tasche finte.

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Una poesia 23 / Lorenzo Mari

Querencia II

Un break nella predica, la pallina del tennista in alto, silenzio sugli spalti. Tace come per dire oh non fosse così, e nel mentre. Poi: desidera tutto, o una parte, forse niente, niente desidera, in effetti, ciò che desidera sempre, desidera senza sentire nel petto nell’aria o in qualche altro buco d’immagine, una forma, una canzone, non le campane, e desidera vita (ma: in teoria, sempre in teoria, poi la prassi è ineludibile; come sconcerto). Desidera silenzio, o l’ultima parola, che nel desiderio si sente inevitabile. Vista – perduta. Toglie pronome, avverbio, aggettivo, qualità ch’è duro rifuggire, se infine è attribuita. Toglie verbo e si ferma al predicato. Rifiuta rifiuta rifiuta. Parte, da una parte di concerto. Ed è vestito di luci:

che lei, soltanto lei, infine, disdica.

 

Lorenzo Mari

Vive e lavora in provincia di Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra cui Nel debito di affiliazione (L’Arcolaio, 2013) e Ornitorinco in cinque passi (Prufrock Spa, 2016). Traduce dallo spagnolo (Pablo López Carballo, La precisione dell’indifferenza, Carteggi Letterari, 2016) e dall’inglese (Afric McGlinchey, La buona stella delle cose nascoste, L’Arcolaio, 2015). È direttore della collana “L’Altra Lingua” (dedicata alla poesia in dialetto e in traduzione) per la casa editrice L’Arcolaio. Insieme a Luigi Bosco, Michele Ortore e Davide Castiglione ha fondato la rivista di critica online (www.inrealtalapoesia.com). 

 

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Una poesia 22 / Roberta Durante

l’ospedale in fondo ha un certo stile
se fosse casa mia starebbe bene con le porte:
colori pastello e abiti monocromi
lenzuola bianche senza scritte e qualche numero
per mettere a letto ordinatamente le notti

Roberta Durante (Treviso, 1989) è giornalista. Ha scritto Girini con cui ha vinto il premio Mazzacurati-Russo (d'if, 2012), Club dei visionari(Di Felice, 2014), Balena (Prufrock spa, 2014), La susina (d'if, 2015) e l'audiolibro Nella notte cosmica (Luca Sossella, 2016)‎.

 

Il ciclo Una poesia è a cura di Ivan Schiavone

Una poesia 21 / Vittoriano Masciullo

da Dicembre dall’alto

stesse dritto spiegherei
il tradimento al sé ma devo
dimenticarmi dei giorni litio
dei visi che avevano l’aura del sempre
non posso farci nulla non ha
mai visto morire nessuno

(a zupanja per esempio presso il
fiume al confine – quale confine - mentre
sull'altra sponda stava il corridoio di posavina
un’alba spettacolare i colpi
vicinissimi dimenticato assieme a tutti gli
solo giorni dopo arrivò la soluzione
dell’incomprensione alla fine un dispaccio
portatemi via portatemi anche per errore
che divisa è mai questa)

se la foresta muove all’improvviso
verso e scolora e dimentico
il significato del molim molim te gridato
dalle vecchie se quell’aereo non è
atterrato e tutti questi specchi
sono qui ad ammutolire in una (terza)
lingua che non capisco più
e muore assieme a quelle
lettere ingenue da zagabria anni prima
stella mirko dragan
ovunque voi siate ora

Vittoriano Masciullo è nato a Roma nel 1968, vive a Bologna. Sue poesie sono state pubblicate su Private, L’Alfabeto di Atlantide, Versante Ripido, Poetarum Silva e Versodove . E’ presente in “Poesie del Navile” (ed. Moby Dick, 1997) e nella plaquette “E’ così l’addio di ogni giorno” (ed. Corraini, 2015). E’ tra i vincitori segnalati alla “Biennale Giovani Artisti - Iceberg” di Bologna, nel 1996. Ha vinto il premio “Poesia del Navile - Città di Bologna", nel 1997. Ha partecipato a "RicercaBo" nel 2014 e collabora alla redazione della rivista Versodove.

Il ciclo "Una poesia" è a cura di Ivan Schiavone