Sessanta e non più Sessanta

Intervista ad Alberto Arbasino di Fausto Curi *

Tu hai fatto parte del Gruppo 63, ma ne sei stato sempre un po’ distaccato. Questo probabilmente ti consente oggi di esprimere sul Gruppo un giudizio più obbiettivo di quello che possono esprimere gli altri; tanto più che, oltre che un narratore e un cronista d’eccezione, tu sei un critico.

Va detto, in primo luogo, che il Gruppo 63 era costituito da una piattaforma generazionale anagraficamente piuttosto uniforme, dato che avevamo tutti la stessa età. Voglio dire che i diversi esponenti del gruppo – da Manganelli, a Sanguineti, a Balestrini, a Giuliani, a Guglielmi, Barilli... – erano giovani coetanei che a un certo punto si erano messi in testa – e a mio parere giustamente – di approfittare del boom economico (iniziato nel ’56 e destinato ben presto a estinguersi, ma ancora in corso in quei primi anni Sessanta) per rialzare il livello medio della letteratura. Questa era, secondo me, l’intento di fondo del Gruppo: sollevare il livello medio della letteratura...

Per capire quanto fosse necessario il Gruppo 63, basterebbe rileggere la tua intervista a Pasolini del 1963, nella quale tu e lui fate a gara nel denunciare lo squallore di quel momento letterario. Ma mentre tu hai saputo trarne delle conseguenze, Pasolini, a mio parere, non l’ha fatto...

Io ritengo invece che occorrerebbe modificare un po’ il giudizio su Pasolini. Pasolini, per lo più, è rimasto universalmente famoso per le opere cinematografiche, piuttosto che per le opere letterarie. Non penso tanto a quelle in prosa (come Ragazzi di vita e Una vita violenta..., libri che non sono un gran che, del resto): penso soprattutto alle opere poetiche – molto belle, a mio giudizio (in particolare Le ceneri di Gramsci, bellissime, ma intraducibili). Insomma: la sua fama, ormai universale, si deve quasi esclusivamente ai film – oltre che a quel fattore decisivo costituito dalla morte tragica, dal mito del «poeta assassinato». Pasolini andrebbe allora riconsiderato all’interno di un giudizio meno restrittivo, maggiormente sensibile ai diversi aspetti dell’attività artistica e intellettuale. Circa la situazione letteraria italiana dell’epoca, per esempio, io e Pasolini eravamo perfettamente d’accordo nel denunciarne lo squallore. E figuriamoci se dovessimo incontrarci nuovamente oggi, per dialogare sul livello più o meno squallido dell’attuale cultura italiana... Non se ne parlerebbe nemmeno...

Che cosa ti ha portato verso il Gruppo 63: semplice curiosità o un interesse più forte?

Di certo un interesse più forte: esisteva realmente, alla base del Gruppo 63, una notevolissima comunità di intenti, diretti al tentativo di rialzare i livelli squallidi della letteratura di allora. Ogni componente del Gruppo possedeva, per di più, una posizione economica sufficientemente stabile all’interno della cosiddetta «industria culturale»: non essendo, dunque, arpionati dal bisogno, non si era nemmeno disponibili allo scendere a compromessi con il mercato. Tradizionalmente, a ben vedere, la cultura italiana è una storia di compromessi e di necessità: basti pensare quanti compromessi l’artista italiano fosse indotto a compiere dalla ristrettezza economica, nell’epoca del fascismo; senza contare, poi, che fino alle soglie del XX secolo, la buona letteratura era rimasta appannaggio di una classe aristocratica colta, istruita (si pensi al contino Leopardi e al conte Manzoni...), anche se non abbiente come quella francese, comunque provvista di belle biblioteche, formata su letture scelte e circondata da una società che sapeva e poteva sostenerla.

Considerando il Gruppo come una collettività, e non come un insieme di individui, ci sono tuoi interessi e aspetti del tuo lavoro che puoi considerare affini o analoghi a quelli del Gruppo?

Certamente. La stessa possibilità di leggere. in quel breve giro d’anni, scrittori e intellettuali come Sanguineti, Manganelli, Balestrini, Eco e critici come Guglielmi, Giuliani, Curi..., era proprio offerta dal lavoro che ognuno di noi andava svolgendo ispirandosi al senso di appartenenza alla comunità di intenti di cui parlavo prima. Si trattava di momenti di vera e propria collettività. Stretti attorno a Luciano Anceschi e al «verri», ognuno, con la propria capacità e con i propri mezzi, si sforzava di migliorare qualità e livelli della cultura letteraria italiana dell’epoca.

Quali opere di autori del Gruppo 63, a parte le tue opere, ti sembrano essere state più efficaci nell’azione di rinnovamento?

Ritengo determinante, in primo luogo, il lavoro di critici come Guglielmi, Giuliani, Anceschi, Curi, da cui io stesso ho imparato moltissimo. Per quanto riguarda i lavori «creativi», scrittori come Manganelli, Sanguineti, Balestrini rivestono certamente un ruolo imprescindibile, all’interno di quell’azione di rinnovamento culturale. Ma decisivo considero il lavoro dei critici.

Nel 1963 esce la prima edizione di Fratelli d’Italia, in cui – tenendo anche conto dei radicali rifacimenti successivi – molti hanno riconosciuto il tuo capolavoro. Il 1963 è anche l’anno di fondazione del Gruppo 63: si tratta di una mera coincidenza, di una felice congiunzione astrale, o di qualcosa d’altro?

Di una felice congiunzione astrale, direi, oltre che di una coincidenza, dato che, per la verità, a scrivere un libro di tale mole avevo iniziato molti anni prima. L’idea era sempre stata quella di riprodurre in contemporanea il parlato che si usava allora. Si trattava del parlato di una conversazione colta, di un certo livello, come non credo che ne esistano più, oggi. In un certo senso, Fratelli d’Italia costituisce una testimonianza dell’epoca, in quanto in quegli anni le conversazioni colte erano caratterizzate nei modi rappresentati in quel libro. Ho sempre consigliato, del resto, di aprirne una pagina a caso: ci si trova – o, meglio: ci si trovava, una volta – nel vivo di una conversazione colta: di una di quelle conversazioni che si verificavano quotidianamente tra amici quando ancora non era diffusa la televisione, cui un nuovo interlocutore riusciva a partecipare senza eccessive difficoltà anche senza aver ascoltato le ore di dialogo che l’avevano, eventualmente preceduta.

Tu hai avuto la capacità di far parte del Gruppo 63 e al tempo stesso di mantenere contatti con scrittori che del Gruppo non facevano parte, come – poniamo – Pasolini, Parise e Testori. A che cosa attribuisci questo equilibrio?

Raggiungere, in una certa misura, quell’equilibrio era stato semplicissimo. Basterebbe recuperare quel mio saggio uscito sul «verri» nel ’60 in cui, riferendomi a coetanei quali Parise, Testori, Pasolini – e si potrebbe aggiungere anche Ottieri, in fondo –, purtroppo oggi scomparsi, sostenevo che fossero tutti quanti da considerarsi come «nipotini dell’ingegnere». Insieme infatti avevamo «inventato», in un certo senso, il culto di Carlo Emilio Gadda: non compreso dai suoi contemporanei, dopo una o addirittura due generazioni egli veniva finalmente capito, riuscendo a raggiungere il pubblico di entusiasti che noi giovani eravamo nel momento in cui si sentiva ormai stanco e sfiduciato, cioè poco fiducioso in merito ai risultati del proprio lavoro, in particolare circa quei destinatari che non era riuscito ad avere fino ad allora. Tra amici «gaddiani» (cosa che parecchi nel Gruppo 63 non erano affatto), dunque tra «nipotini dell’ingegnere», si poteva allora supporre che quando saremmo stati vecchi, accanto a un focolare, con castagne e vino, allora, sì, avremmo potuto finire per litigare; per il momento no, si rimandava la questione relativa alla diversa posizione di ognuno ad altro momento.

Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, che sono gli anni del Gruppo 63, c’è stata una ricchezza di proposte culturali che poi in gran parte è venuta meno; basti pensare al Formalismo e allo Strutturalismo, e ad autori Šklovskij, Jakobson, Bachtin, Adorno, Benjamin, Lévi-Strauss, Barthes, Lacan, Foucault, Gadda, Contini, Longhi. Quali sono gli aspetti di quella cultura che ti sembra abbiano meglio sollecitato il tuo lavoro di narratore e di critico?

Li abbiamo nominati praticamente tutti... Il titolo dell’ultimo libro da me pubblicato, Pensieri selvaggi a Buenos Aires, deriva per esempio proprio da quello di La Pensée sauvage di Lévi-Strauss. Relativamente a Longhi, egli si divertiva moltissimo a parlare in quel suo modo, nelle situazioni più comuni, a colazione o nei momenti di relax... Io l’ho frequentato molto, collaborando a «Paragone» con Anna Banti; e frequentandolo, assimilavo da lui una tale quantità di informazioni e di novità che da altri imparavo, invece, attraverso la lettura. Ho incontrato solo una volta Šklovskij; una volta soltanto anche Adorno, con cui ricordo di aver parlato a lungo. Si trattava, nella maggioranza dei miei incontri con questi grandi, di interviste, di dialoghi su argomenti di interesse comune. Ero invece abbastanza amico di Barthes, tanto è vero che l’ho invitato nel 1967, ospite del Comunale di Bologna, quando preparavo la famosa, famigerata Carmen: le scene erano di Vittorio Gregotti e i costumi di Giosetta Fioroni, sì che Barthes si trovò in una compagnia d’eccezione – di certo la migliore in Italia dell’epoca...

Tu giustamente, secondo me, sembri pensare che mettere a confronto il buon lavoro fatto in quegli anni con la miseria successiva e attuale non sia indizio di nostalgia...

In verità, l’osservare il culto di una certa tradizione non mi sembra aver mai comportato un «indizio di nostalgia». Il culto della tradizione «migliore» c’è sempre stato; certo si prova molta nostalgia se si paragonano le diverse epoche culturali. La dimensione culturale e umana dei personaggi che ricordavi tu poco fa, era «normale», in quella data epoca storica. Eppure, quegli stessi intellettuali paiono oggi dei giganti. Si pensi, per esempio, all’odierna situazione editoriale, basata semplicemente su direttori e consulenti che suggeriscono addirittura agli autori come modificare e sistemare i testi per renderli più vendibili! Io non ho mai avuto, nemmeno nei miei primi anni di attività, in cui editor erano Calvino e Bassani, qualcuno che mi chiedesse di modificare qualcosa di un mio testo, scegliendo, magari, il sinonimo di un dato termine. Se si fanno paragoni tra quegli anni e questi che stiamo vivendo, per forza nascono delle nostalgie. Se si fanno paragoni, per forza scatta una... «nostalgia da paragone»!

Bologna, 1 luglio 2013

Intervista pubblicata su alfa63, lo speciale in edicola e in libreria nei prossimi giorni insieme al numero 33 di alfabeta2

*da Fausto Curi, L’Isola del Nuovo. Cinquant’anni da Palermo e dal Gruppo 63. Interviste, riflessioni, giudizi, di prossima pubblicazione presso Mucchi

Sul rischio manicheo di certe Ztl

Ornella Tajani

«Si tramanda a Bersabea questa credenza: che sospesa in cielo esista un’altra Bersabea, dove si librano le virtù e i sentimenti più elevati della città. L’immagine che la tradizione ne divulga è quella d’una città d’oro massiccio, tutta intarsi e incastonature.

Si crede pure che un’altra Bersabea esista sottoterra, ricettacolo di tutto ciò che c’è di spregevole e d’indegno; una città infera di pattumiere rovesciate da cui franano croste di formaggio, carte unte, vecchie bende». La citazione, rimaneggiata da Le città invisibili di Italo Calvino, si presta a efficace immagine della marcata polarizzazione che si verifica oggi nelle grandi città: laddove il centro aspira a un modello sempre più ideale, in cui vige un preciso codice di bellezza da rispettare, il resto della città sembra destinato a raccogliere tutto ciò che non soddisfa determinati standard estetici.

Così, in un’area urbana che somiglia a una scatola di legno grezzo, si racchiude quel che somiglia a un gioiello da sfoggiare nelle grandi occasioni: dove si godono i panorami più belli e si visitano gli edifici storici; dove non v’è traccia di pompe funebri o posti di pronto soccorso; dove non ci si ammala e non si è infelici, non si muore e spesso neanche si vive, se si pensa ad alcuni casi di esodo verso i sobborghi; dove vanno i turisti, e i cittadini solo quando non hanno niente da fare.

Se la periferia finisce, come rilevava Pierandrea Amato nel suo lavoro La rivolta del 2010, «col delimitare uno spazio frequentabile, quello della città normale, di contro a uno infrequentabile», l’area urbana al di fuori del centro pare invece destinata a quella porzione di vita cittadina non particolarmente interessante da un punto di vista decorativo.

Di questa operazione manichea un aspetto non trascurabile mi sembra essere la pedonalizzazione. Ormai, davanti a una foto di piazza Navona o di piazza del Duomo a Milano piene di automobili, il nostro occhio classifica istantaneamente l’oggetto come reperto d’epoca. Questo perché oggi il centro storico delle città italiane è sempre, o quasi, una zona a traffico limitato: è un modo per preservare le bellezze storico-artistiche e consentirne una migliore fruizione. Ma – verrebbe da chiedersi con le parole che pare avesse usato l’architetto Kenzo Tange, quando l’allora sindaco di Napoli Bassolino gli mostrò per la prima volta piazza del Plebiscito chiusa al traffico – «e adesso le auto dove sono?».

Le auto – altro elemento antiestetico – sono espulse dallo scrigno. È naturale, si dirà: le auto inquinano l’aria e la bellezza del luogo. Il centro è fatto per la promenade. Eppure, azzardando ma non troppo, la sensazione è che il messaggio subliminale non sia tanto «se vuoi, puoi passeggiarci», ma piuttosto «se vuoi passeggiare, devi farlo qui (e là invece no)». Non è difficile prevedere – sta già accadendo – che, seguendo questo modello di pascolo forzato, qualsiasi amministrazione comunale investirà sempre più fondi nella cura del centro, nell’obiettivo di renderne il suolo gradevolmente calpestabile, mentre si occuperà sempre meno di consentire in altre aree urbane la presenza di pedoni.

Lungi da qualsiasi velleità apocalittica, basta rifletterci un istante e non sarà difficile ricordarci di quando, in un punto o un altro della città, ci siamo ritrovati a pensare che, vuoi per l’assenza di marciapiedi, vuoi per la presenza di incroci ardui da attraversare, camminare era impossibile. Il sospetto è che sia la pedonalizzazione stessa a legittimare la rigida separazione: se è stata prevista una zona apposita, perché pretendere di passeggiare altrove?

È chiaro che avere un intero lungomare pedonalizzato per farci jogging è un lusso considerevole. Correre al centro della strada è una sensazione quasi irreale, come se il resto del mondo fosse altrove, dove succede qualcosa di molto importante che tu, mentre ti dedichi ai tuoi quaranta minuti di sport, ignori. Ma proprio per antitesi scaturisce il pensiero che nel resto della città, la presunta parte infera dove si svolge la vita quotidiana, si stia pagando il prezzo di quel lusso non comune: nel satellite che per Calvino consisteva nella vera Bersabea, «un pianeta sventolante di scorze di patata» dove, sotto un cielo di comete dalla lunga coda, risplende tutto il bene della città.

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Calvino e la realtà filtrata

Angelo Guglielmi

Leggendo il volumone delle interviste di Italo Calvino mi viene in mente il furioso (ma anche ingenuo) dibattito sul ritorno della realtà che infuria da qualche tempo sulle pagine culturali dei giornali. L’ingenuità sta nel parlare di ritorno alla realtà come se da sempre il tutto dello scrittore (da Dante ad Aldo Nove – non sto facendo un paragone ma indicando un arco di tempo di quasi mille anni) non fosse il rapporto con la realtà. Ma la realtà non è un dato di fatto che ti viene servito bell’e pronto, è una ricerca e lo scrittore (ancora da sempre) la insegue (e disvela) con il linguaggio. Se il linguaggio ha energia e forza di penetrazione (come in Joyce) la sua presa della realtà sarà piena e vigorosa, se il linguaggio è antiprospettico e conclusivo (come in Moravia) la sua presa della realtà sarà pigra e esigua. È solo il linguaggio che sa cogliere con le sue proposte l’aspetto etico della realtà e le sue inflessioni intime e segrete.

Scriveva Calvino negli antichi anni Cinquanta del secolo scorso che «chi crede nelle cose del mondo e tiene ad esse, chi si ostina a spiegare la vita, chi ha una sua guerra da combattere – sia essa una grande battaglia per una ragione appunto realistica, cioè non astratta, non vacuamente ottimistica, come Swift e Voltaire, oppure per avvertirci di qualcosa che minaccia di schiacciare la nostra ragione, come Gogol’ o Kafka o Picasso – ecco che costoro sono sempre ricorsi a mezzi di invenzione fantastica, a semplificazioni e organizzazioni violente e paradossali dei dati della realtà». E Calvino non ha aspettato l’arrivo del prontuario postmoderno per sapere che la realtà è una modalità complessa che può essere conquistata (scoperta) solo con la furbizia dell’artificio.

Sempre Calvino nel giustificare il titolo (davvero strampalato) delle sue Cosmicomiche scrive: «combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere assieme molte cose che mi stanno a cuore. Nell’elemento cosmico non entra tanto il richiamo all’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico. Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grosse abbiamo bisogno di uno schermo, d’un filtro, e questa è la funzione del comico». E allora il comico, l’ironia non è il modo di sbeffeggiare la realtà (e contrastare la sua arroganza) come affermano i nuovi realisti ma al contrario un modo per avvicinarla, per non lasciarla troppo lontana.

In questo quadro di argomentazioni si situa la controversia che oppone Pasolini a Calvino. Pasolini scriveva quel che sapeva – prendendo atto dei fatti che via via accadevano opportunamente drammatizzandoli (la famosa mutazione antropologica) per renderli spettacolari; Calvino scriveva quello che è difficile leggere. La realtà è nel rovescio della moneta che nella sua parte dritta mostra immagini già logore e consumate.

Calvino leggeva con passione i romanzi di Stevenson, del quale scriveva: «è sempre uno scrittore di secondo grado, scrive romanzi di avventura già filtrati. Ha coscienza ironica ed estetica. Non è Alexandre Dumas che ci dà dentro: ed è poi il lettore che magari legge l’ironia nelle sue pagine. Nello scrivere il romanzo storico o d’’avventure, Stevenson è un esteta che gioca con i suoi materiali con grande precisione e finezza. I suoi sono appunto romanzi di secondo grado» (il corsivo è mio). Allora, pensosi nuovi realisti, anche Stevenson (come Calvino che lo ammirava e ne ricavava buoni insegnamenti) è un postmoderno ante litteram che nega la realtà e fa strame della sua complessità (esistenziale, etica e sociale)?

O con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde o anche con L’isola del tesoro dobbiamo prendere atto che ne ha (della realtà) spremuto una immagine assolutamente oggettiva tanto lieve quanto densa, tanto brillante quanto acuta? Gli rimprovereremo (trattandolo da scrittore evasivo) di essere un autore che fa il romanzo d’avventura già di secondo grado, strizzando l’occhio, usando certi moduli della letteratura popolare come poteva usarli uno scrittore raffinato e con grande sense of humour?

Pasolini certo leggeva Dante ma davanti a Erza Pound (nella nota intervista televisiva) non riusciva a opporgli che uno smarrimento aggressivo. Certo leggeva Omero e il Vangelo ma da questi capolavori si può ricavare qualcosa di utile, oggi, senza aver letto Joyce o Musil? Senza avere scoperto che la scrittura e prima ancora la lettura non è riconoscimento ma avventura? Ma non è di Pasolini che intendevamo parlare e forse nemmeno di Calvino, bensì piuttosto porci delle domande che chiedono risposte finalmente conclusive, da chi mostra di avere certezze inemendabili.

Italo Calvino
Sono nato in America… Interviste 1951-1985

a cura di Luca Baranelli
Mondadori, pp. XXXIV-688 (2012)
€ 25

Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente. Leggi tutto "Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo"