L’orrore

Christian Caliandro

Noi siamo gente di cuore”. “Non li avevano visti”. "Siamo brava gente". Certo. Hanno dovuto incendiare una coperta – la scintilla che ha appiccato il fuoco a tutta la nave – perché sembrava loro impossibile che i pescherecci non li avessero visto. E volevano farsi vedere. Non sapevano forse che le nostre leggi impongono l’arresto di chi soccorre i migranti. I “clandestini”. La stessa clandestinità è un reato, in base alle nostre leggi attuali: come se la disperazione fosse un reato, la povertà fosse un reato, la disgrazia e il dolore fossero altrettanti reati.

Ora, tutti dicono che “è una vergogna” - e lo è, effettivamente. Questa visione orrorifica è abbacinante nella sua capacità istantanea e irremissibile di cancellare, azzerare ogni teatrino e ogni tentazione di spettacolarizzazione “all’italiana”.

Eppure, la finzione l’apparenza l’illusione l’indifferenza sono sempre lì, in agguato dietro l’angolo. Dopo. Dopo il trauma. Dopo il pianto e lo sconcerto e lo sbigottimento dei soccorritori; dopo l’indignazione esemplare e la condanna senza scampo del sindaco di Lampedusa: “adesso devono venire tutti qui, a vedere l’orrore con i loro occhi”.

I cadaveri allineati a centinaia in un hangar; il mare coperto di braccia alzate, descritte dai pescatori sotto shock; le urla che da lontano sembrano di gabbiani, e solo in seguito si rivelano umane; la ripresa “tecnologica” della telecamera che inquadra dall’alto lo specchio blu cobalto, e quella formina bianchiccia al centro ripiegata è un uomo; quello stesso specchio trasformato da anni in un cimitero immenso.

Se ci pensiamo bene, la questione del “guardare con i propri occhi” è centrale nell’Italia contemporanea, e nella sua comprensione. Lampedusa, insieme a tutti i numerosissimi CIE, a L’Aquila, a Taranto, alla Val di Susa, è una delle “zone distopiche” che costellano l’Italia. Zone e spazi e aree e territori, cioè, in cui la natura distopica del presente italiano si rivela in tutta la sua potenza inumana – e perciò stesso caratterizzate da un’interdizione, dalla proibizione. Dalla rimozione. Dall’esclusione sostanziale dallo sguardo collettivo.

Zone Rosse. Zone, dunque, contraddistinte da un’impossibilità di esperienza diretta, ma anche di percezione. L’unica possibilità di fruizione è quella iper-mediata, predisposta e offerta dal dispositivo informativo nazionale secondo le sue condizioni, i suoi limiti, i suoi strumenti e il suo linguaggio – non altri. Per noi è quasi impossibile “guardare con i nostri occhi”, attingere i luoghi in cui lo spazio-tempo oscuro e feroce che è divenuto il “Belpaese” si condensa e si libera di ogni orpello, di qualunque artificio, di tutte le finzioni e gli abbellimenti.

I luoghi più disagevoli, più marginali, più difficili, più aspri e più ingiusti del Paese sono anche quelli dove si dispiega la realtà, dove la realtà inabitabile che ci appartiene è presente al grado più estremo e nudo. Occorre dunque rivolgere a noi stessi l’appello del sindaco, andare a Lampedusa e ovunque a “guardare con i nostri occhi”, anche e soprattutto se questa visione è dolorosa, traumatica, insostenibile: “se chiudi gli occhi davanti a qualcosa di spaventoso, finirai per avere sempre paura” (David Peace). Occorre innanzitutto riappropriarci del nostro sguardo sulla realtà – del quale siamo stati espropriati, naturalmente con la nostra attiva e fattiva collaborazione – e riappropriarci così della nostra umanità.

La mediazione non ci salverà, né ci preserverà: perché è proprio la mediazione (con tutto ciò che ne consegue e ne discende) la principale responsabile di questa devastazione.

La nostra distopia culturale/3

Christian Caliandro

Il sistema di valori che orienta le scelte di un’intera società è una struttura. Immateriale. Questa struttura immateriale sostiene la distopia realizzata che è l’Italia presente.

La distopia perfetta è quella in cui quasi tutti negano di abitare una distopia (nella distopia non è pensabile nessun “fuori”; essa si rende trasparente e irriconoscibile in quanto tale, scompare del tutto perché pervade tutto; e il momento in cui emerge chiaramente l’idea del “fuori” coincide con la fine vera e propria della distopia), negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria, o di esserci scivolati a un certo punto (in questo caso non ricordano com’era prima, e se lo ricordano rimuovono il dolore della perdita, il disagio della sconfitta): negano questa qualità, e negano anche la loro vita.

Così, l’ideologia perfetta, l’ideologia più potente è quella che dichiara da un certo punto in poi la morte di tutte le ideologie, e che non esistono più ideologie. Quel “punto” coincide con la sua, completa, affermazione: non esistono più le altre ideologie; tutte le altre ideologie sono morte. (Insepolte).

Un uomo corpulento alla guida di una grossa auto è impaziente, perché tre passanti stanno attraversando la strada; l’uomo ha una sessantina d’anni e un’auto grossa, abbastanza potente, e non deve andare da nessuna parte – ma è aggressivo, impaziente, insolente e volgare. Noi tre abbiamo tra i trenta e i trentasette anni. Dentro e dietro quella faccia, l’ideologia più potente, l’unica esistente negli ultimi trenta (o trecento?) anni, è pienamente in azione: l’egoismo; il distacco dalla realtà; l’esclusione dell’altro e dei suoi bisogni dalla propria percezione; la pavidità; la meschinità; la disponibilità ad ogni turpitudine e infamia pur di salvare il proprio; l’incapacità totale di assumersi le proprie responsabilità, e il vizio connesso di attribuire la colpa a qualcun altro; la faciloneria e il pressapochismo, anche e persino nelle situazioni che richiederebbero il massimo self-control e la più grande disciplina - e poi, quando succede qualcosa di brutto che poteva benissimo essere evitato, addirittura previsto, è sempre e comunque una disgrazia.

È l’egoismo di chi si pensa costantemente su un palcoscenico, o dentro un reality: gli altri sono semplicemente comprimari dello spettacolo: e quindi i pedoni devono aspettare, anche se sono sulle strisce. È l’egoismo di chi ha rimosso la nozione stessa di comunità, o non l’ha mai conosciuta e valutata in quanto tale: gli altri sono indistinti come fantasmi, fattori intercambiabili della scena o accessori di una location.

“Si osserva da alcuni con compiacimento, da altri con sfiducia e pessimismo, che il popolo italiano è ‘individualista’ (…) Ma questo ‘individualismo’ è proprio tale? Non partecipare attivamente alla vita collettiva, cioè alla vita statale (e ciò significa solo non partecipare a questa vita attraverso l’adesione ai partiti politici ‘regolari’) significa forse non essere ‘partigiani’, non appartenere a nessun gruppo costituito? Significa lo ‘splendido isolamento’ del singolo individuo, che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? Niente affatto. Significa che al partito politico e al sindacato economico ‘moderni’, come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si ‘preferiscono’ forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo ‘malavita’, quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari, sia legate alle classi alte” (Antonio Gramsci, Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, in Quaderni del carcere, 1929-‘35).

E dentro di noi? In noi tre, tra i trenta e i trentasette anni, quale ideologia sta emergendo, sta prendendo corpo, si sta formando elaborando strutturando? Un’ideologia opposta, che sconfigge questa potenza morente, già morta, in via di esaurimento? Oppure semplicemente il suo triste prolungamento, la sua fase terminale, la sua essicazione? Per ora, c’è solo il disprezzo inarticolato nei confronti di quest’uomo nell’auto grigia. Qualcosa vorrà pur dire.

Leggi anche:
La nostra distopia culturale/1
La nostra distopia culturale/2

In-decidere

Augusto Illuminati

Decidere (in veneziano: de-cidere) – era la parola d’ordine di tutti i politici, editorialisti e metafisici con gli attributi. Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione. Faremo la rivoluzione liberale! Smacchieremo il giaguaro! Infliggeremo una punizione esemplare al cattivo Assad figlio... fra 15 giorni e previo un voto favorevole del Congresso. Se mi fate decadere dal Senato, è la fine del mondo.

E via intimando e catecontizzando. Dopo due decenni di litanie decisioniste e un crescendo di proposte presidenzialiste e semi-presidenzialiste che intendevano costituzionalizzare la prassi personalizzata di direzione politica – invenzione non modernissima (uno solo è il re e non è bene che i molti comandino, Iliade II, 198 sgg.) ma tornata d’attualità – la ruota sembra girare all’incontrario.

Distogliamo gli occhi dalle miserie italiane, dai fallimenti operativi dei vari Bersani, Berlusconi, Monti e Bossi che hanno fatto toccare con mano la vacuità degli appelli al “salvare” e al “fare” sotto l’impulso di un uomo solo al comando, e appuntiamoli sulle grandi potenze, che hanno i mezzi e le strutture istituzionali per decidere sovranamente negli stati d’eccezione, secondo la vulgata schmittiana (o almeno di un limitato periodo del suo pensiero). Ahimè, gli stati d’eccezione, moltiplicandosi fastidiosi, hanno mestamente seguito, nella scomparsa, le mezze stagioni e anche il decisionismo non se la passa troppo bene.

Sul piano comico, la sequela di penultimatum berlusconiani e di facce finte feroci del Pd in materia di applicazione della legge Severino sulla decadenza dei parlamentari condannati in via definitiva, sul piano tragico le benvenute esitazioni e dilazioni dell’interventismo occidentale contro la Siria testimoniano il grottesco collasso dei decisori monocratici.

La sconfitta parlamentare di Cameron, conseguente peraltro alla rinuncia dell’istituzionalmente eminente premier inglese a esercitare il potere di guerra (come fece perfino Chamberlain nel settembre 1939), e l’imprevista remissione dei medesimi poteri al Congresso da parte del Commander in Chief Obama (cui seguiranno analoghi svolgimenti francesi) non segnano affatto un ritorno alla preminenza del legislativo sull’esecutivo ma solo l’impossibilità di scelte esecutive credibili.

In presenza di sondaggi negativi e in assenza di obbiettivi definiti e razionalmente perseguibili, governi impotenti utilizzano le assemblee parlamentari, prima disdegnate, come un super-campione statistico e insieme cercano di coinvolgerle in decisioni incerte. L’unica presa di posizione performativa (e rispettabile) è la giornata di digiuno proclamata da papa Bergoglio. In sostanza, l’improvvisa paralisi istituzionale (che pur la dice lunga sulla frettolosa liquidazione delle sovranità nazionali e la sopravalutata compattezza dei poteri forti finanziari) segnala l’esistenza di nuovi equilibri (o squilibri) strategici e geopolitici, l’indebolimento Usa e lo sfacelo dell’Europa, dove Francia e Germania hanno assunto posizioni opposte e l’Inghilterra ha optato per una separazione tanto dall’Europa quanto dal tradizionale asse atlantico.

Il subentrare dell’indecisionismo al decisionismo riflette dunque un riassetto tumultuoso dei rapporti di forza su scala mondiale – si tratti dei nuovi poli imperiali o dello sconvolto universo islamico – ma pone fine anche ai miti filosofico-politici sul taglio del nodo gordiano, il costituirsi del sovrano nella spaccatura emergenziale amico-nemico, ecc. Con molti dubbi retrospettivi anche sulla validità di quel modello. Nell’ordine mondiale neoliberista ci sono nemici provvisori e infidi amici, tutto è gestito quale emergenza, choc ricorsivo e dunque non c’è più un vero stato d’eccezione, la crisi è la regola, la guerra è permanente e indistinguibile dalla pace, è caduto il confine fra conflitto esterno e interno.

In queste condizioni la negoziazione interminabile e cruenta riflette la corrente impossibilità di separare tempo di lavoro e tempo di vita, è insomma il corrispettivo della fine del fordismo e del sistema imperiale di un tempo, mono- o bi-polare. Facciamocene una ragione e costruiamo nuovi spazi di resistenza. Presago di talebani assortiti, Kafka evocava scolari senza Legge e l’avvocato Bucefalo, alfine sbarazzatosi di Alessandro Magno – di chi, appunto, aveva re-ciso, de-ciso il nodo di Gordio...

Manifesto del governo italiano in esilio

Franco La Cecla

La situazione del nostro paese è assai grave. Alla contingenza economica si aggiunge l’attitudine dimissoria del governo attuale e della classe politica nel suo insieme. L’Italia vive una situazione di stallo, di mummificazione dei propri problemi, un girare a vuoto autoreferenziale di quella che dovrebbe essere la classe dirigente.

Se ci si volge intorno al mondo imprenditoriale, come al mondo della stampa, la visione non è molto più consolante. Un’incapacità di salto in avanti, un’impossibilità di analisi e di proposizione di scenari nuovi. In generale il paese sembra bloccato in un alzheimer politico, industriale, sindacale, editoriale, intellettuale, accademico... Un paese vecchio che non si rende conto che la metà dei suoi cittadini non si identifica più con quella che non è capace nemmeno di essere una classe dirigente di una minoranza.

L’Italia non è nuova a questa esperienza. Cinquanta, sessant’anni fa il paese aveva già vissuto il dramma di non dare spazio a una buona metà dei propri abitanti. Il Sud di allora era dovuto emigrare, abbandonando un territorio ricco di potenzialità e di storia. Oggi lo stesso destino investe il paese intero. I migliori se ne sono andati. Allora deve stupire meno che quello che rimane rappresenta ben poco del paese reale.

Oggi come sessant’anni fa, ma anche come ai tempi della resistenza al fascismo dall’estero della parte migliore del mondo italiano, la speranza viene da fuori. Sono i sette milioni di italiani all’estero, ricercatori, intellettuali, imprenditori, lavoratori della conoscenza e della creatività, a rappresentare oggi la parte migliore del paese. Sono i milioni di studenti Erasmus che, rifiutando l’invecchiamento precoce proposto ai giovani che rimangono in Italia, vivono la stessa rabbia di non rappresentanza dei loro coetanei in Turchia, Egitto, Tunisia. Sono loro i giovani italiani su cui costruire il futuro del nostro paese.

Allora non rimane che prendere atto di questa situazione e fondare fin da ora un governo italiano in esilio (Giie). All’estero ci sono italiani con un’esperienza del mondo e del presente introvabili tra i politici italiani, vecchi e nuovi, pidiellini o grillini che siano. Questi sono accomunati da una visione provinciale e fondamentalmente ignorante di come è cambiato e di cosa è il mondo adesso. Le tematiche ambientali, urbane, neoindustriali, informatiche, di nuova diplomazia e nuovi assetti internazionali sono competenza di coloro che stanno fuori dal nostro paese. È tra loro che bisogna cercare i nuovi ministri dell’Agricoltura, dello Sviluppo Economico, del Welfare, della Condizione Femminile, delle Politiche Giovanili, della Cultura, dell’Ambiente, del Turismo.

È tra loro che bisogna cercare esperti in Unione Europea (sono i giovani Erasmus gli unici che credono davvero nell’importanza di una identità europea. Coloro che sono rimasti in Italia hanno avuto l’anima corrotta dal leghismo di destra e di sinistra, di Nord e di Sud, che ha ucciso l’anima internazionale del nostro paese). Infine è tra quelli che stanno fuori che vanno eletti i responsabili del futuro del paese, dal primo ministro al presidente. Rimbocchiamoci le maniche. Formiamo il nuovo Giie, il governo italiano in esilio. L’Italia è già nostra, perché quelli che sono rimasti a casa dormono o tardano a svegliarsi.

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cover ab2 luglio

La nostra distopia culturale

Christian Caliandro

La differenza principale tra questo momento storico e il secondo dopoguerra è che la maggior parte degli italiani, oggi, sembrano preda di una specie di malattia spirituale: sono tristi, avviliti, non rabbiosi; sono inerti, frustrati e quasi totalmente negativi. Sono passivi. È la malattia morale della passività il problema centrale, l’incazzatura senza oggetto perché l’oggetto è dentro di sé.

Il nostro è un Paese stanco, ma non stanco della propria irresponsabilità: dopo che intere generazioni hanno generato un disastro, e hanno lasciato che le condizioni per il disastro si generassero, ci tocca adesso anche l’oltraggio di contemplarle mentre continuano tristemente a negare ogni evidenza. A sprofondare nella finzione; a cercare questa finzione, disperatamente. “Ma che volete da noi, noi non c’entriamo, non siamo stati noi; non è mica colpa nostra se tutto questo sta avvenendo, se tutto questo è avvenuto: sono i politici, è il ‘sistema’, noi siamo brava gente”: l’eterna italianità si ripropone. Con l’indispensabile e immancabile corollario “genitoriale”: “Ma come, vi abbiamo dato tutto!

È questa la natura distopica del presente italiano, come lo stiamo (ri)conoscendo. La potete verificare, in fondo, praticamente in ogni situazione pubblica – meglio ancora se di carattere culturale. Un evento culturale-tipo: sul palco, individui 50-60enni sentenziano su problemi epocali che loro stessi hanno contribuito a creare e sproloquiano di argomenti che generalmente conoscono pochissimo, su cui hanno al massimo un’infarinatura obsoleta e un livello di informazione rudimentale e scadente (i social network; il futuro dell’editoria; lo stato del romanzo; il degrado del patrimonio culturale; il coma del cinema italiano; l’erosione dei diritti; l’antipolitica e la fuga dalla politica; la “piaga” del precariato…).

Gli individui 50-60enni sono ammirati dal pubblico, laggiù, composto da spettatori-consumatori quasi sempre della stessa età. Sullo sfondo, nelle posizioni meno visibili, più oscure e degradanti, i giovani 20-30enni fanno funzionare la macchina: sono i “macchinisti” e i “fuochisti” che mandano avanti la baracca, che fanno tutto ciò che serve a mettere in piedi i “megaeventi-culturali-con-protagonisti-e-pubblico-adorante” (e ne hanno le competenze, faticosamente acquisite e destinate con ogni probabilità a rimanere sottoimpiegate: progettazione, organizzazione, elaborazione dei contenuti, comunicazione).

In mezzo e attorno e dentro a questo spettacolo, il buco nero, il pozzo profondo in cui l’Italia intera è precipitata più o meno trent’anni fa: un pozzo fatto di rappresentazioni spettrali percezione alterata della realtà finzionalità avvelenata dissociazione identitaria distacco dalla vita. Nella costruzione di questa bolla distopica che chiamiamo Italia contemporanea, l’immaginario collettivo ha cominciato ad assomigliare sempre di più al percolato: come il percolato è un “liquido che trae prevalentemente origine dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi” (Wikipedia), ciò che resta dell’immaginario cola dai rifiuti e dalle scorie e dagli avanzi marciti della culturale nazionale - tv, altri media, cinema, libri e ‘libroidi’, ecc. – e si innesta nei cervelli di tutte le età. Determinando la comprensione dell’esistente.

Come scriveva Curzio Malaparte al suo ritorno dalla devastazione europea, incredulo di fronte all’ostinazione dei nobili e dei gerarchi nel negare ciò che avevano sotto gli occhi: “‘Nulla è cambiato in Italia, non è vero?’ mi domandò Paola. ‘Oh, tutto è cambiato,’ dissi ‘è incredibile come tutto è cambiato’. Paola disse: ‘È strano, io non me ne accorgo’. Guardava verso la porta, e a un tratto esclamò: ‘Ecco Galeazzo! Lo trovi cambiato anche lui?’. Io risposi: ‘Anche Galeazzo è cambiato. Tutti sono cambiati. Tutti aspettano con terrore il gran Koppȃroth, il Kaputt, il gran Gatto’. ‘Che cosa?’ esclamò Paola spalancando gli occhi” (Kaputt, Adelphi, 2009, pp. 400-401).

P. S. Vale sempre la pena ricordare che “precariato” viene da prece: il precario è cioè colui che è costretto a supplicare per ottenere ciò che sarebbe suo di diritto.

Un mestiere, oggigiorno

Intervista a Cosimo Calarno a cura di Andrea Inglese

Buongiorno signor Cosimo. Lei da dove viene?
Sono di Giulio Pratese, una frazione di Leffe. Ma ormai sono sempre in giro per tutto il Nord Italia.

E che cosa fa nella vita?
Io tiro calci. Ho iniziato, così, per volontariato. Appena vedevo un raggruppamento di individui, anche calmi, che fraternizzavano tra di loro o già avevano fraternizzato in precedenza, io mi lanciavo. Mi buttavo in mezzo e tiravo calci all’impazzata. All’inizio le persone erano estremamente ostili a questa mia proposta. E spesso rispondevano ai calci con i pugni. Ma io, purista quale mi ritengo, non mi lascio influenzare, e tengo la barra ferma: cioè insisto con i piedi finché posso, finché – per altro – rimango in piedi. Molto spesso, infatti, sono sopraffatto, per via del malinteso violento che si crea.

Come si è evoluta questa attività?
All’inizio la mia famiglia e mia moglie insistevano con lo psichiatra di Leffe. Anzi, ne hanno fatto venire uno da Bergamo. Mi mettevano sul tavolo due confezioni di medicinali, e io dovevo ingozzarmi delle loro pillole. Dovevo… in realtà sarebbe più corretto dire: avrei dovuto. Ho sempre spiegato serenamente, che il mio intento è quello di sanare il popolo. E io mi sano con esso. Quando passo una settimana senza calciare a fondo, è come se avessi buttato via il mio tempo.

C’è stata una svolta, non è vero?
Sì, lo psichiatra mi ha lasciato perdere. Vedeva che io sono, nonostante certe apparenze, un tipo minuzioso e responsabile. Non è perché ho la vocazione del tiracalci, che allora sono sgarbato, o alzo la voce, o addirittura tiro sberle per un sì o per un no. Con la polizia la comunicazione era un po’ meno serena, ma spesso mi ignoravano. O mi menavano o mi ignoravano. Una volta, però, che stavo mollando calci molto ispirato all’interno di un bar affollato, si lasciarono trascinare pure loro, e fu un momento meraviglioso: tutti ridevano e urlavano a seconda della posizione che venivano ad assumere nella mischia: quella passiva, di ricevere una scarpata, o quella attiva, di tirarla.

Quando è stato assunto a tempo indeterminato?
Si tratta di una multinazionale, che ha diverse sedi importanti in Italia. Per discrezione preferisco non fare il nome. In ogni caso, mi contattarono con tutte le formalità: alcune telefonate a casa, tre colloqui, un pomeriggio di test logico-matematici e di giochi di ruolo, addirittura un fine settimana in auto per la Val Gandino e la Val Seriana, con grandi giri di grappe ad ogni sosta. Insomma, stavo persino diventando sospettoso. Mi tennero in ballo più di un mese, tra un incontro e l’altro, ma sempre esprimevano interesse e grande cortesia. Ora la paga è buona, e ho anche un ipad aziendale, di cui in realtà mi servo poco. C’è un responsabile dell’Ufficio del Personale che mi contatta a casa. Io faccio il mio giretto con l’auto e, quando mi sento carico, mi precipito in sede.

E qui cosa succede?
Bè, la solita cosa. Io ho tutte le indicazioni precise. Salgo al piano convenuto, m’infilo discreto e silenzioso nel corridoio, finché sbuco nella sala riunioni, e qui mi metto a tirare calci senza andare per il sottile. È un lavoro rude. Prima di tutto per me, ma ovviamente anche per gli altri. Inizialmente alcuni bamba finiscono persino a terra. Ci sono quelli che piangono. Spesso, però, parte molto convinto ed entusiasta un gruppo di pugili amatoriali. Sembra che da anni non vedessero l’ora di colpirmi in pancia, sulla schiena o in faccia. Sono disordinati certo, ma abbastanza efficaci e dolorosi. È improvvisazione pura. A volte mi spaccano una lampada da ufficio in testa. Di tanto in tanto qualcuno lo mando io all’ospedale, se mi gira di colpo di mirare ai coglioni. Io poi non guardo in faccia nessuno: spesso inizio con il caposala o con il relatore della filiale milanese.

Ritiene di avere un compenso decente e appropriato per il suo valore?
Io mi ritengo realizzato. Credo che questa cosa la farei comunque lo stesso. Per me non è un fatto esclusivamente economico. Certo, la mia azienda mi paga molto bene oggi. D’altra parte i colletti bianchi ne vanno pazzi. A volte non pensano ad altro per settimane. Se si sparge la voce in una filiale, o in un certo ufficio, che io sbarcherò quel giorno, è finita: cioè sono tutti terribilmente eccitati. Producono come sotto ipnosi. Credo che sia anche per questo che mi vogliono, e mi fanno intervenire in così tanti programmi. Loro ci mettono titoli altisonanti e molto gergali, con qualche termine inglese. Io ci metto i miei piedi. E tiro come sempre all’impazzata. Non disdegno fare danni sulle scrivanie o sulle piante da ufficio. Ma come dicevo: questa stessa cosa, allo stesso identico modo, io continuerei a farla anche non pagato, anche per strada, come prima. Oggi la gente non sa più che pesci pigliare. Sono tutti come in una specie di morte leggera. Io li vedo andare e venire contando i soldi, come fossero controfigure in film di vampiri o zombi. Passano mesi in un angolo del bar, in un silenzio luttuoso, a pensare se ce la faranno a comprare l’auto nuova. Nessuno è più sicuro di nulla. Anche l’abbonamento all’operatore telefonico suscita angosce e tormenti. Quando arrivo io, tutti si rilassano. Sì, sembra strano, ma è proprio gettandosi nella lotta, a capo fitto, che finalmente si abbandonano. Si prendono i loro bei calci, mi danno qualche pugno efficace in testa. Poi rimaniamo un quarto d’ora a salutarci, a stringerci la mano.

Lei ha mai visto Fight Club?
No, ma me ne hanno parlato spesso.

Ma che paese è l’Italia?

Lello Voce

A volte penso che ciò a cui si assiste, in Italia, sia una sorta di lunghissimo Carnevale, un’ininterrotta Missa paschalis in cui tutto si ribalta, senza ritrovare più il giusto assetto. L’idea mi è tornata in mente alla notizia del rientro di Berlusconi in politica. Cosa c’è di più sinistramente carnevalesco dell’assassino che riappare sul luogo del delitto mascherato da magico rianimatore? È questo dunque il Paese dell’eterno Carnevale? Il luogo ineffabile in cui il topo insegue il gatto, il gatto morde il cane? Temo di sì, anche perché questo del Cavaliere non è l’unico episodio che si presti alla metafora, anzi.

Che paese è un paese nel quale si condanna a quattordici anni di galera chi ha sfondato qualche bancomat, mentre chi ha torturato degli inermi, fino a ridurli in fin di vita, di anni se ne becca quattro e mica perché ha picchiato, umiliato, no, perché per quello nemmeno esiste lo specifico reato, ma solo perché ha provato a depistare; un paese che del capo di costoro ha fatto un Sottosegretario della Repubblica, dove ci si è scandalizzati poco e tardi per la mattanza della Diaz, o per Bolzaneto, ma in cui tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti opinion leader, sono insorti contro un manifestante ripreso dalle telecamere mentre dava della pecorella a un carabiniere; un paese in cui non mancano mai le risorse per reprimere questa o quella legittima manifestazione, dai pastori sardi ai No-global, dai terremotati dell’Aquila ai No-tav, ma in cui poi non c’è la benzina da mettere nelle volanti che operano sul territorio?

Che paese è quello in cui si grida ogni giorno alla bancarotta prossima ventura e tutti si appellano alla necessità di risparmiare, ma poi si tagliano scuole, ospedali, cultura, assistenza, cioè le cose indispensabili alla sopravvivenza della vita sociale, mentre si acquistano miliardi di euro di armi e chi priva gli altri dell’indispensabile non rinuncia a uno solo degli euro che intasca grazie al privilegio di cui gode; un paese in cui, per aiutare i giovani, si impedisce agli anziani di andare in pensione e si continuano a pagare stipendi da favola ai commis di Stato, ma si lascia che la cosa più preziosa che abbiamo, il patrimonio artistico-culturale, vada in malora, in cui si tagliano i fondi all’INFN, che ha giocato un ruolo chiave nella scoperta del Bosone di Higgs, ma non quelli per i portaborse dei deputati?

Che paese è quello in cui il CEO dell’azienda più grande di tutte, dopo decenni di sovvenzioni pubbliche e insuccessi industriali, ha il coraggio di porre condizioni a quello stesso Stato che l’ha foraggiata e fa a pezzi ogni e qualsiasi elementare democrazia sindacale; un paese che si è dato un governo di tecnici, che però, per risolvere il problema per il quale sono stati nominati, assumono un altro tecnico (un meta-tecnico) e tutto questo semplicemente per tagliare tutto ciò che già da anni si taglia, cioè lo stato sociale; un paese i cui politici hanno meno attendibilità di un comico che si è improvvisato Masaniello telematico; un paese in cui per sedere in Parlamento valgono più le plastiche al seno, o l’amicizia con un camorrista, che la competenza?

Che paese è un paese in cui mariti, padri, fratelli, amici commettono più femminicidi e violenze di un qualsiasi estraneo, in cui però si festeggia un bellissimo Family day, appoggiato in primo luogo da cattolicissimi conviventi, divorziati e puttanieri? Che paese è, un paese così, se non il paese dell’infinito Carnevale e, soprattutto, che Quaresima sarà quella che ci attende alla fine di tutta codesta mascherata?

*Pubblicato su ClubDante