La potenza plebea della musica

Francesco Festa

«La musica ci invita a viaggiare – scrive Iain Chambers - adottando una visione nel complesso meno rigida delle varie discipline, delle prassi e delle istituzioni che assieme configurano la modernità di oggi. Essa offre un caso rilevante di deterritorializzazione». Che le melodie circolino apparentemente libere, spesso inconsapevolmente dalle rivendicazioni delle «comunità immaginate», non significa che non siano altrettanto «sature di tempo storico e di intensità culturali»1. Ad onta del positivismo del progresso e dello storicismo della modernità, per cui la musica va ordinata in un canone e istituita in un genere, la musica di cui parliamo risuona di «dissonanze», imparando a preferire le «diversità» e lo «spaesamento»2. Anzitutto essa si muove lungo uno spazio discorsivo il cui baricentro è il luogo: infatti lo «spaesamento» avviene da un punto determinato per divenire movimento: «misurare territori, cartografare contrade a venire»3.

Ecco la musica di cui parliamo è quella che muove i suoi passi nella metà degli anni Settanta, con radici in un lustro precedente, e il territorio da «cartografare» è lo spazio mediterraneo, il Mezzogiorno d’Italia e la città di Napoli. Parliamo del movimento blues Neapolitan Power4, soffermandoci su alcune canzoni di Pino Daniele. A nostro parere, queste presentano un uso assai prensile, innovativo e decostruttivo dei discorsi essenzializzanti se non razzializzanti, di ciò che con Deleuze intendiamo per dispositivo, vale a dire esercizio di libertà5: se déprendre de soi même, sradicarsi da se stessi e dall’insieme di «elementi eterogenei discorsivi», il cui fine è il controllare, sorvegliare e l’ordinare uno spazio rendendolo direttamente produttivo6.

Il Neapolitan Power è, infatti, l’uso contro-discorsivo del dispositivo che su Napoli e sul Sud italiano viene agito attraverso discorsi sulla «questione meridionale» e l’«arretratezza». «Ciò dà luogo però a «un eccesso supplementare non rappresentato e subalterno, che persiste e resiste nel suono, nel gusto, nel divenire affettivo della vita quotidiana […] rimane tendenzialmente inconscio, non identificato». Laddove la cartolina vuole i napoletani rappresentati con pizza e mandolino, proiettati lungo piani inclinati e scorciatoie di cliché e luoghi comuni, poeti e musicisti del Neapolitan Power hanno recuperato il volgare, il folclore, il sincretico per squadernare lo spazio identitario da elementi nocivi quali la chiusura nel vicolo cieco delle concezioni duali: moderno – arretrato, sviluppo – sottosviluppo.

Esemplare è l’uso nelle canzoni di Pino Daniele, nei suoi primi album7, un mélange di napoletano volgare con italiano e inglese, mentre l’ibrido è il tratto naturale dell’estetica musicale fatta di crossover e cut and mix, mix di tarantella e di musiche della diaspora nera, il blues e jazz, che diviene stile Tarumbò8, cioè uno stile che si affranca della fissità e della stanzialità dell’identità, mentre spiazza il luogo e il suono in un perenne divenire altro. Per un altro verso, è l’esercizio di quel genius loci presente nei meridionali9, che preferisce il divenire dei luoghi, l’aspetto creativo e contingente dei processi di produzione di senso legati alla vita quotidiana, che, a ben guardare, sono oggetto di «amoralità» o «inoperosità» per i «Chicago boys» della scuola neoliberale e, oggi, concausa dell’«inadempienza» dell’Europa a trazione neoprussiana.

D’altronde proprio il tedesco Walter Benjamin restò estasiato dell’alterità napoletana rispetto alla razionalità tedesca, coniando il concetto di «porosità», ossia luogo dove persiste un’unità di uomini e pietre, e nessuna forma - sociale o architettonica - è «per sempre»: Napoli, soggetta a un continuo divenire, un transitare da uno stato all'altro che è proprio il contrario del «tutto concluso di Berlino, la città-caserma»10.

Il ritmo Tarumbò agisce – non subisce! - il dispositivo del sé e i processi attivati dalla identità (razza, genere e classe), opponendo resistenza alle rappresentazioni e alle configurazioni fisse di tempo, spazio e appartenenza. Esso segue la «porosità» di Napoli, di una comunità in continuo divenire. In canzoni come Che calore, Chillo è nu buono guaglione, O’ Padrone, Napul’è, Il Mare, Pino Daniele dà voce appunto agli uomini e alle pietre, ai tanti volti della subalternità: narra lo sfruttamento lavorativo così come la miseria del disoccupato, restituisce la rabbia e i silenzi dell’identità di genere, così come la lotta di classe nel rapporto capitale-lavoro, e via di questo passo. Alcuni stralci di canzoni ridonano il senso di questa «storia minore»:

E mi chiamerò Teresa/ scenderò a far la spesa / me facce crescere 'e capille / e me metto 'e tacchi a spillo / inviterò gli amici a casa / a passare una giornata / senza avere la paura / che ci sia una chiamata / e uscire poi per strada / e gridare so’ normale! / e nisciuno me dice niente / e nemmeno la stradale. Chillo è nu buono guaglione /e vo' essere na signora...

Oppure:
Adesso ha la tessera del partito / compra il giornale tutti i giorni / ma è un uomo finito / la mattina va a strillare al collocamento / tanto ' o sape ca è vennuto pe poco / e niente.

E il mare il mare / il mare sta sempe llà / tutto spuorco chino 'e munnezza / e nisciuno 'o vo' guardà'.

Evitando scorciatoie identitarie e dispositivi inferiorizzanti, queste cartografie sonore raccolgono la voce dei senza voce, in una sorta di «letteratura minore». Al silenzio della «violenza epistemica» esse rispondono alla celebre domanda di Gayatri Chakravorty Spivak, «i subalterni possono parlare?»11.

In un certo senso il Neapolitan Power e i testi prodotti esercitano una sorta di parresia: sputano in faccia al potere la verità, a quella borghesia meridionale, quella parvenu e rancida, che tra egemonia culturale, clientelismo politico-criminale, incarna profondamente lo spirito gattopardesco del cambiare tutto, del cavalcare la retorica dell’arretratezza, per mantenere lo statu quo, mentre costruisce la propria identità in opposizione al completamente Altro: l’Altro che necessita di essere educato e civilizzato, e che di volta in volta viene battezzato come disoccupato, operaio, guaglione d’o bar, femminiello, ecc.

A ben guardare il tema dell’identità nel Neapolitan Power chiama in causa quello ben più radicale del movimento di liberazione afroamericano Black power. Senza eccedere in analogia, rischiando inopportune comparazioni, nondimeno elementi del Black power servono a inquadrare la funzione dell’identità e la formazione di un discorso critico che non se ne affranchi completamente quanto ne raccolga la sfida in processi di soggettivazioni altri. Il Black power è l’affermazione simbolica non del potere nero, bensì di una soggettività altra, di una subalternità che prende parola: affermazione di un’alterità rispetto alla società bianca.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, negli Stati uniti, il Black power è stato affermazione della crisi dell’universalismo, di un modello rivelatosi falsamente realizzato, infatti, l’ipocrisia risiedeva nel linguaggio fondato sui diritti, mentre sanciva l’esclusione e la marginalità. D’altro canto proprio le contraddizioni di razza, di classe e di genere sono state il fondamento su cui si è andata costruendo il modello americano. E non solo. Le stesse nazioni nell’Ottocento hanno trovato la propria fondazione in quelle contraddizioni, così come la stessa Unità italiana. Il Black power, dunque, è l’affermazione di soggetti subalterni, che rivendicano la presa di parola; ma è anche la rivendicazione di una soggettività che vuole usare altri linguaggi, altre parole, altri immaginari per significarsi e per imporre la propria presenza nello spazio pubblico. Uno spazio pubblico né omogeneo, né liscio, che andava riempito di contraddizioni, in primis quelle di razza e di genere12.

Allo stesso modo, il Neapolitan Power, nel suo piccolo, è stato l’affermazione di una diversità di linguaggi, di un’alterità di immaginari, a dispetto delle immagini stereotipate, per dare nuovo significato alla propria identità e alle indentità subalterne. Nero a metà, l’album di Pino Daniele del 1980, forse, coglie profondamente questo processo.

In effetti, proprio Pino Daniele, con il suo «mediterraneo blues», ha avuto il «coraggio di trattare la tradizione come luogo di traduzione e di transito, creando così uno squarcio nel mondo locale attraverso cui faceva illuminare il nostro presente con la luce dei blues per offrirci un altro spazio storico e culturale in cui vivere Napoli e il Mezzogiorno come soggetti storici e non come le solite vittime di altre narrazioni elaborate altrove»13.

In tal senso, esemplare è la canzone Bella 'mbriana, il cui testo dona icasticità a una narrazione subalterna, a una credenza popolare napoletana sullo spirito benefico della casa, dando dignità a ciò che Ernesto De Martino ha osservato come studi sull’«altra Europa». Oppure la canzone Tutta n’ata storia, con echi a un’altra sua canzone Terra mia, in entrambi i testi il cantautore napoletano affronta il tema dell’emigrazione, per un verso, e per un altro il desiderio di libertà da ricercare nella propria terra - Napoli - rifiutando di abbandonarla in cerca della felicità in una terra lontana – l’America - che non può offrire «tutta un’altra storia», un’altra vita.

Dunque, il Neapolitan Power è stato soprattutto una pratica di «travelling cultures»14, ove il viaggio sta per «traduzione» e «dialogo» tra soggetti e universi culturali diversi, di incontri e di fusioni, ma anche di conflitti e di resistenze originati dall’interazione tra il locale e ciò che viene da fuori e passa attraverso, cioè il globale. Nel Neapolitan Power ritroviamo quelle che Chambers ha chiamato le «vene blu che attraversano il tessuto urbano»15: i suoni del Mediterraneo, quali le intonazioni mutevoli della voce, i melismi, la lunga storia di improvvisazioni musicali del mondo arabo, accolti nei suoni metropolitani, quelli della diaspora nera, il blues e il jazz, e nei suoi derivati, le culture urbane dal basso.

Effettivamente è la stessa musica del Neapolitan Power in grado di generare fenomeni in continua produzione - con Stuart Hall, «processi eternamente in atto» - che vanno letti sempre in senso politico, nel loro rapporto con il potere, o meglio nel rapporto fra la parte subalterna e la parte egemonica della società16. Così, le immagini tratteggiate da Pino Daniele, i soggetti popolari, talvolta pittoreschi, che sembrerebbero surrogare le rappresentazioni naturalizzanti, gli stereotipi e i luoghi comuni sulla Napoli popolana, riempiono, al contrario, gli spazi di quelle rappresentazioni attraverso le stesse contraddizioni e gli stessi difetti che ne danno fondamento. In altre parole, la forza e il significato di quelle immagini risiede tanto nella presa di parola dei soggetti reali quanto nell’uso della lingua volgare, nell’appropriazione del folclore e della cultura popolare, i cui effetti sono proprio il disinnesco dell’«ordine del discorso dell’orientalismo»17.

Infatti, secondo Gramsci solo riuscendo a non considerare più il folclore e la cultura popolare come una «bizzarria», ma come una «cosa molto seria», si colma il distacco tra la «cultura borghese», la «cultura degli intellettuali» e la «cultura popolare», la «cultura degli umili». Allo stesso tempo, proprio la stereotipata concezione del rapporto tra «semplici» e «intellettuali», cioè il modo di rappresentarsi, rinforza l’omologazione culturale, quale dispositivo politico ed economico esercitato dai «ceti egemonici» ad onta dei «ceti subalterni»18.

Dopotutto il rappresentare è uno strumento molto ambito dalla cultura borghese, ancorché un dispositivo di cattura dei desideri dei subalterni: il rappresentare esercita un doppio potere, quello di rendere presente ciò che è assente e di costituire legittimità di questa presenza esibendo qualificazioni, giustificazioni e titoli. La tragedia risiede nel desiderio dei «ceti subalterni» di avvicinarsi ai modelli dei «ceti egemonici», parafrasando Pasolini, quando i subalterni «iniziano a vergognarsi di esserlo». Il cortocircuito di tale dispositivo accade invece nel momento in cui si afferma un’identità culturale. Durante un concerto, gli urlarono «impara a parlare!», Pino Daniele rispose, «nun fa niente parla’, l'importante è sape’ suna’».

 

  1. Iain Chambers, Mediterraneo blues. Musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi, Torino 2012, p. 29 []
  2. Edward Said, Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia, Feltrinelli 2009, p. 308 []
  3. G. Deleuze - F. Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, a cura di M. Guareschi, Castelvecchi 2006, p. 36 []
  4. Nasce alla fine degli anni Sessanta con gli Showmen di Mario Musella - morto a 35 anni cui Pino Daniele ha dedicato l’album Nero a metà - e del sassofonista James Senese, entrambi figli della guerra, la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone e, negli anni Settanta, con Napoli Centrale di James Senese. Con Pino Daniele e la super band- Tullio De Piscopo alla batteria, Rino Zurzolo al basso, James Senese al sax, Tony Esposito alle percussioni e Joe Amoruso al piano - però, raggiunge la massima espressione e diffusione []
  5. G. Deleuze, Cos’è un dispositivo?, Cronopio 1998 []
  6. I. Chambers, op cit. p.18 []
  7. Terra mia, 1977; Pino Daniele, 1979; Nero a metà, 1980; Vai mò, 1981; Bella 'mbriana, 1982 []
  8. Tarumbò, brano contenuto nell’album Bella 'mbriana []
  9. F. Piperno, Elogio dello spirito pubblico meridionale. Genius loci e individuo sociale, Manifestolibri 1997 []
  10. A. Lacis, W. Benjamin, Napoli, in Napoli a cura di E. Donaggio, L'ancora del Mediterraneo 2000, pp. 39-41 []
  11. C. G. Spivak, Critica della ragione postcoloniale, Meltemi 2004 []
  12. A. Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, Roma 2003 []
  13. Ringrazio Iain Chambers per avermi suggerito l’osservazione []
  14.  J. Clifford, Strade.Viaggio e traduzione alla fine del secolo XX, Bollati Boringhieri 2008 []
  15. I. Chambers, op. cit., p. 7. []
  16. S. Hall, Quando è stato il postcoloniale? Pensando al limite, in La questione postcoloniale. Cieli comuni, orizzonti divisi, a cura di I. Chambers e L. Curti, Liguori 1997, p. 306 []
  17. E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli 1978, p. 13 []
  18. A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, Q. 27 a cura di V. Gerratana, Einaudi 1975, pp. 2311-13 []

Smontare il Sud

Iain Chambers

C’è una nota affermazione di Michel Foucault dove il pensatore francese sosteneva che la vera scienza consistesse non nella ricerca della verità ma nell’operare un taglio. Possiamo considerare il volume curato da Orizzonti meridiani per ombre corte come un ottimo esempio di questo tipo di ricerca. In una serie di brevi ma taglienti saggi, gli autori e le autrici riescono a proporre una cartografia della cosiddetta ‘questione meridionale’ tracciata in una maniera radicalmente diversa da quelle a cui siamo abituati per spiegare la storia e la cultura del meridione.

Qui il sud dell’Italia (ma l’argomento trattato ha inevitabilmente una risonanza con la costruzione di altri sud del mondo) perde quella passività per cui risulta sempre oggetto e vittima di logiche elaborate altrove. Di solito considerato come una riserva di risorse umane e naturali, che nello loro combinazione servono a nutrire le esigenze del nord del paese come se fosse solamente il luogo dell’accumulazione capitalistica iniziale descritta da Marx, il Mezzogiorno è qui proposto nei termini di un laboratorio politico dove diventa possibile elaborare un’altra storia. Qui si apre uno squarcio e si elabora una visione critica in rotta di collisione con l’ordine vecchio, rifiutando di giocare una partita persa in partenza.

Attraverso le analisi sviluppate in queste pagine, il sud diventa protagonista di un ripensamento profondo di quei poteri che l’hanno costantemente relegato ai margini della narrazione della nazione, subordinando le sue specificità storiche, culturali ed economiche a un’inferiorità politicamente costruita e da gestire in modo paternalistico e coloniale. Riportato in una cartografia più estesa e meno provinciale, il sud si trasforma da oggetto subalterno, messo a tacere dal coro cieco di un progresso proposto in maniera unilaterale, in una forza critica attiva. Questo volume riesce a spaccare la gabbia di un’eredità che da vari secoli ha soffocato il Meridione d'Italia in una serie di stereotipi e invenzioni che negano i rapporti asimmetrici di potere che traducono processi storici e politici in rapporti geografici, creando i sud subalterni e subordinati al Nord del pianeta.

La violenza della formazione dello stato-nazione moderno, tanto evidente nella creazione del Regno Unito, quanto nell’unificazione dell’Italia, è una storia rapidamente rimossa, affondata nell'inconscio, e ridotta alla supposta neutralità di legge e ordine. I massacri perpetuati in Irlanda e nelle Highlands della Scozia, come la guerra civile combattuta nel sud dell’Italia, non devono disturbare lo svolgimento apparentemente liscio del progresso, uno sviluppo logico che nessuna persona civile e normale oserebbe contestare. Questa è precisamente la sfida posta da questo libro: se siamo disposti a rivedere la questione meridionale e a disfare i discorsi che l’hanno fatto prigioniero, dobbiamo anche smontare la costruzione concettuale che ha prodotto sia la forma specifica della nazione, e con ciò la subalternità del suo sud, sia le politiche di progresso che hanno accompagnato e sigillato questo assemblaggio di poteri.

Alfredo Jaar, Infinite Celle (2004)
Alfredo Jaar, Infinite Cell (2004)

Joseph Conrad ci ha insegnato che il cuore di tenebra non stava laggiù in Africa, ma nelle capitali europee – a Bruxelles e Londra – come a Torino e a Roma dove è stato costruito, anche dalle classi dirigenti di origine meridionale, il sud come problema e come appendice della politica nazionale. Sta in questa geografia dei poteri, nelle sue variazioni e nella sua capacità di tagliare e modellare il mondo secondo certe esigenze e non altre, che troviamo il senso politico di uno spazio disciplinato dall’autorità e di un tempo unilaterale chiamato progresso. Rompere con questa impostazione, come fanno questi saggi, significa riaprire l’archivio storico e risistemarlo su una mappa più estesa e dinamica, sottoponendolo finalmente a quegli interrogativi che non erano autorizzati dall'assetto precedente. Qui, per esempio, le poetiche letterarie e cinematografiche spesso eccedono le spiegazioni politiche ufficiali: sto pensando al bel testo sul Risorgimento di Anna Banti Noi credevamo (1967), recentemente ripreso in maniera benjamiana in tutta la sua attualità nell'omonimo film di Mario Martone (2010).

In questo spazio critico, si tratta di tradurre - sia un passato rimosso e rifiutato, sia i rapporti non solamente nazionali ma planetari su cui reggono le specificità della formazione della questione meridionale nell’arco di diversi secoli - in un progetto politico-culturale nuovo, spezzando i poteri che finora hanno ingabbiato il sud in una prospettiva subalterna apparentemente senza via di uscita. Ripetiamolo, tale salto critico e culturale impone la decostruzione critica del dispositivo nazionale che sostiene e richiede il sud come alterità subordinata alla rappresentazione della nazione e alla modernità che esso pensa di incorporare. La critica nitida sviluppata dagli autori di questi saggi colpisce direttamente al cuore quella sistemazione dei saperi e delle conoscenze che finora ha legittimato e legiferato questo stato delle cose.

Come dicevamo le analisi del volume propongono una risonanza critica che ci porta ben oltre i confini del Mezzogiorno, trasformando tale spazio storico-culturale in un laboratorio dove si incominciano a mettere alla prova altri modi per raccontare una modernità attraversata da percorsi variegati e alternative diverse. Insistendo su una temporalità piena e diversificata, dove le storie si accumulano spesso senza risposte in un presente carico, si fa tagliare e deviare il tempo omogeneo del progresso che aspetta solo di essere riempito dall’accumulazione capitalistica gestita secondo un’agenda nazionale dettata dalle leggi del mercato. La complessità odierna del capitale nella sua moltiplicazione di modi di sfruttamento e gestione ci spinge verso una profonda radicalizzazione dei linguaggi analitici che cercano di registrare e andare oltre le ‘soluzioni’ in offerta.

Il nucleo di questa sfida, aldilà delle ottime e incisive analisi di una serie di situazione specifiche, sta nella rivolta dei saperi contenuta in questi saggi. Qui, non si tratta, come spesso si fa nelle scienze sociali, di aggiustare e aggiornare gli strumenti di lavoro per meglio concepire la ‘realtà’. Il taglio critico auspicato da Foucault, e qui messo a lavoro, è di tutt'altro ordine, e investe il linguaggio stesso. La macchina accademica - egemonizzata dall’empirismo ‘scientifico’ anglo-americano, e tutelata dai manuali di stile, i peer review, e le dighe di citazioni che servono per proteggere l’autorità dell’esposizione - viene sovvertita da una svolta gramsciana (e fanoniana) che fa saltare i parametri dell’attuale esercizio della conoscenza. Al contrario dell’individualismo competitivo che regna nel mondo dei saperi, i lavori collettivi elaborati in questo volume, sono l'esempio di un'attività critica che non può essere misurata dalla metafisica della cosiddetta oggettività del mercato istituzionale dei saperi. Qui viene scomposto l’operato di una costellazione scientifica che pretende di essere neutrale, echeggiando l’adagio thatcheriano e neo-liberale del TINA: there is no alternative.

Alfredo Jaar, Gramsci (2010)
Alfredo Jaar, Gramsci (2010)

Quando gran parte del mondo è escluso dall’elaborazione dell’apparato politico e intellettuale che decide e detta le regole del gioco, il sud, come una composizione mobile di pratiche e luoghi, diventa il contro-peso politico e critico di un mondo e di una modernità ancora da narrare. Sapendo bene che il Mezzogiorno dell’Italia, come tanti altri sud, non riuscirà mai a raggiungere le mete imposte dal progresso concepito strutturalmente nei termini dell’accumulazione del capitale. Con questa consapevolezza, e non volendo restare una vittima silenziosa, si tratta di demolire criticamente la logica destinata a escludere gran parte del mondo. Pensare mondialmente significa non solamente registrare le differenze ma anche accogliere i meccanismi sorretti dai poteri ineguali e asimmetrici.

Il coinvolgimento critico richiesto qui parte dal rifiuto di rispettare i compiti di uno sviluppo reso impossibile dagli stessi meccanismi che gestiscono e proteggono tale asimmetria. Non accettare il ruolo di restare sotto – sottosviluppato, sottomesso, subordinato e subalterno – significa prendere iniziative alternative e autonome all’interno di una modernità dove la geografia dei poteri è inevitabilmente tradotta in processi storici assai più fluidi e aperti; questi sono sempre in grado di ritmare la modernità secondo tempi, direzioni e diritti non ufficiali, ma egualmente reali ed essenziali.

Le analisi specifiche del volume si concentrano sulla trasversalità delle forze in campo: in Sicilia, a Ragusa, a Bagnoli, a Taranto, nei campi Rom a Napoli, nelle trivellazioni in Val d’Agri in Basilicata, nei luoghi di resistenza nel casertano e nel benevento, nei call center a Cosenza. Sono le zone (temporanee) di eccezione ed esclusione che forniscono delle frontiere mobili dei dispositivi di controllo e sfruttamento dove spesso i confini tra l’accumulazione del capitale, il controllo del territorio, i danni e i disastri ambientali evaporano. Qui l’obiettivo e l’oggettività dei processi economici come misura del progresso si declinano in un’ambiguità agghiacciante. Chiaramente tali dispositivi di controllo – non solamente ed ovviamente politici-economici saldati nei linguaggi giuridici – sono profondamente culturali. Forse qui qualche attenzione in più alla questione della religione e del cattolicesimo, come forza educativa e potere secolare che partecipa alla formazione della cultura e politica nazionali e alla loro gestione differenziata (pensiamo solamente all’intreccio tra la Chiesa e le condizioni del Mezzogiorno abbozzato da Gramsci), avrebbe dovuto trovare più spazio.

Comunque è qui che si toccano le zone liminali della politica dove il riconoscimento astratto della democrazia è negato continuamente dalla prassi di un ordine che riconosce solamente chi è disposto a rispecchiare e rispettare le sua definizioni. La legge emana i diritti pur riservandosi l’autorità di negarli. Qualsiasi contestazione che smonta le pretese e le premesse della politica attuale è rapidamente destinata a essere criminalizzata ed esclusa dalla narrazione legittima. In questa partita si gioca l’esclusione dalla cittadinanza di coloro che apparentemente non hanno il diritto di narrare, rinchiusi nelle loro storie invisibili e clandestine. Come i migranti illegali, i Rom, i poveri e i precari, sono penalizzati e puniti. Queste persone, con le loro storie, culture e vite, sono fuori posto e perciò potenzialmente criminali perché devianti rispetto al senso univoco del successo sociale richiesto dall’ordine neo-liberale.

Alfredo Jaar, The Marx Lounge (2010)
Alfredo Jaar, The Marx Lounge (2010)

Smontare il Sud per permettere che un altro sud possa emergere, significa cercare un’altra grammatica con cui narrare questo tempo-spazio costruito e costretto a ripetersi nello specchio di una subalternità costante. Insistere sul ruolo determinante del sud nella riproduzione politica e culturale dell’egemonia del nord, come parte integrante della sua riproduzione, significa già smantellare la gabbia. Lo sguardo orientalistico e la razzializzazione dei meridionali che mantengono in piedi i rapporti asimmetrici di potere all’interno della retorica unificante della nazione, è basata sull’imposizione violenta di un’identità che continua a credere che la cultura e l’identità siano oggetti fissi e stabili, invece di essere processi storici in continua elaborazione.

Disfarsi delle storie ufficiali e istituzionali, e rifiutare il loro giudizio, ci porta a tagliare il corpo della conoscenza ereditata per liberare altre storie, altre modalità per raccontare un passato che non passa, ma che si accumula come una rovina potente ed inquietante nel presente. Insistere sul diritto a narrare un’altra storia, proponendo la costruzione di una società civile diversa che risponda alla giustizia storica e sociale negata, non implica un’alternativa utopica. Al contrario significa una ricomposizione dei rapporti, le loro storie e i loro poteri, che sono già in circolazione, quelle che finora sono stati rifiutati, rimossi e annegati. Smarcarsi dalla violenza storica e razziale che produce un sud, e le gerarchie di valori che sigillano tale concetto, colpisce al cuore l’operazione storiografica che ha visto nella nazione il suo scopo principale, riducendo il resto ai margini.

Si tratta di una sfida storiografica, e perciò di grande portata politica e culturale, che collega la questione meridionale non solamente agli altri sud subalterni nel mondo, ma anche, e più profondamente, al senso critico della modernità che li ha prodotti e pensa sempre di essere in grado di spiegarli. Questo volume è un ottimo esempio di come si fa questo lavoro fondamentale: da leggere!

Orizzonti meridiani (a cura di)
Briganti o emigranti
Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni
Prefazione di Franco Piperno
ombre corte (2014), pp. 223
€19,00