Manicomi criminali

Gian Piero Fiorillo

L’anno 2013 si apre con l’aspettativa del superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG). Il periodo indicato dalla legge varata un anno fa dal governo Monti sull’onda dell’emozione seguita a un documentario RAI, a sua volta frutto di un’inchiesta guidata dall’onorevole Ignazio Marino (PD), è il bimestre febbraio-marzo, ma efficaci manovre dilatorie hanno reso impossibile l’attuazione della norma nei tempi stabiliti.

Leggerla è comunque istruttivo: gli OPG dovranno essere superati per moltiplicazione. Infatti dovranno essere chiusi gli attuali sei dislocati sul territorio nazionale, ma in compenso verranno istituite strutture regionali, in misura di una per regione, provviste di “attività perimetrale di sicurezza e vigilanza esterna”. Ma cos’altro è una struttura sanitaria espressamente dedicata a forme antisociali di disagio psichico e provvista di sorveglianza perimetrale armata, se non un OPG? Inoltre, non vengono messi in discussione i principi di reclusione, pericolosità sociale, infermità mentale. E grazie alla giustificazione terapeutica, che stranamente trascura in toto le acquisizioni della psicologia sociale, l’individuo viene ristretto e consegnato per la rieducazione ai poteri medico e giudiziario, capaci entrambi di segnarne prepotentemente la carne.

Con tardivo atto di insubordinazione le associazioni psichiatriche di area democratica si sono dissociate, e hanno proposto un’alternativa di sapore salomonico: doppia tutela e cittadinanza sorvegliata. L’imputato, anche se riconosciuto malato di mente, dovrà essere giudicato in tribunale; quindi, se condannato, tradotto in carcere. Qui verrà curato dai servizi locali di salute mentale che, al momento del ritrovato equilibrio psichico, lo prenderanno in carico sul territorio. In questo modo sarebbero salvi i diritti del soggetto alla difesa e alla cura, e ne sarebbe riconosciuta l’eguaglianza con tutti gli altri cittadini. Piccatissimo, Marino ha replicato sull’Unità: Curare in carcere? Hanno idea di cosa voglia dire oggi pretendere qualsivoglia cura in carcere?

Diceva Mencken che per ogni questione complessa c’è una risposta semplice e sbagliata. Talvolta anche più d’una, come si può vedere. Ma quando la questione si sottrae a tutte le risposte, bisognerebbe almeno avere il coraggio di ammettere la difficoltà. E scartare quelle soluzioni utili solo a soddisfare l’ibseniano esattore dei crediti ideali, che alberga oscuramente in ciascuno di noi.

Manicomio chimico

Gian Piero Fiorillo

Bisogna porre nuovamente la questione della psichiatria. Denudarla. Essere, in qualche modo, spudorati. Non fermarsi a qualche rilievo pro o contro la legge 180 in un gioco delle parti che va avanti dal 1978 e nel quale le appartenenze contano molto più che gli argomenti. L’intelligenza critica, non il buon senso accomodante, ancorché di sinistra e alternativo, può assolvere il compito. Ma porre la questione non basta, bisogna avere la volontà di dirla tutta sulla psichiatria e sul principale attrezzo del mestiere, gli psicofarmaci, in tutte le declinazioni: mediche, economiche, scientifiche e di controllo.

Le conseguenze dell’uso massiccio e disabilitante degli psicofarmaci nelle strutture private e pubbliche sono tali da configurarsi come crimine di pace, almeno quanto l’internamento in manicomio. In Italia la somministrazione di quattro psicofarmaci diversi in un solo giorno, protratta per anni o decenni, è prassi piuttosto consueta; ma non di rado il numero aumenta e qualche volta raddoppia. È anche consueto incontrare uno psichiatra che già alla fine del primo colloquio col paziente decide per la prescrizione di potenti neurolettici, contraddicendo così pagine e pagine di linee guida internazionali non certo redatte, peraltro, da psichiatri rivoluzionari. Sugli effetti a lungo termine di queste prescrizioni non si fa praticamente ricerca: eppure sarebbe facile, visto l’alto numero di assuntori cronici in carico ai servizi territoriali delle ASL.

Le cronache riportano a ondate successive i tentativi della destra di cancellare in parlamento la legge 180, detta impropriamente legge Basaglia, e gli arroccamenti difensivi della sinistra. È un ping pong sterile. Sia chi si accanisce a voler modificare quei pochi paragrafi di legge, sia chi difende lo statu quo, ignora una realtà evidente: la devastazione operata dagli psicofarmaci (spesso affiancati da prassi degradanti e immotivate come la contenzione e l’elettroshock) non dipende dall’esistenza o meno di un luogo chiamato manicomio. Essa è il manicomio nella sua forma odierna, chimica e capillare.