Istanbul tra passione e furia al Maxxi di Roma

AurelieVaquant_TwoRainbow-1024x683Antonello Tolve

L'ambito operativo degli artisti che operano in Turchia tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo Millennio, è governato dall'esigenza di epitomare in una narrazione visiva sempre più esplicita le conseguenze drammatiche di un paesaggio sociale i cui fattori politici ed economici deformano la realtà, opprimono ogni singolo individuo e corrompono il senso di uno Stato libero, fondato sui concetti di umanità, libertà, rispetto, uguaglianza di fronte alla legge. La dominante estetica proposta da questi artisti si nutre infatti di fenomeni radicati nell'attualità per veicolare (attraverso un'iconografia che si avvale inevitabilmente di mixaggi mediali con risvolti sovraterritoriali e plurisensoriali) messaggi finalizzati a evidenziare problematiche, a esporre questioni allarmanti, a mostrare il volto buio di un potere conservatorista che nuoce gravemente all'evoluzione e all'emancipazione pubblica.

Da Istanbul, capitale culturale della Turchia, un luogo dove è possibile perdersi come in una foresta e che, a detta di Herman Melville, rappresenta per il viaggiatore «un perfetto labirinto, stretto, chiuso, serrato», arriva a Roma, dopo mesi di lavoro e grazie ad un consolidato protocollo d'intesa tra il MAXXI e l'Istanbul Modern – ad onor del vero il protocollo è più ampio e abbraccia, sotto il segno del YAP, Young Architects Program (avviato nel 2011), anche il MoMA/MoMA PS1 di NY, il Constructo di Santiago del Cile e il MMCA National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul – un plotone di artisti e di architetti legati dal filo sottile della resilienza, sbarca con un armamento immaginifico per raccontare la storia di un'atmosfera, oggi quantomai perniciosa.

Divisa in sette sezioni, in sette punti di domanda – A Rose Garden?, Ready for a Change?, Should We Work Hard?, Tomorrow, Really?, Can We Fight Back? e To Build or Not to Build? – estesi tra la galleria 1 e le gallerie 2 e 2bis del museo, la great exhibition dedicata emblematicamente a Istanbul e al suo tessuto culturale (visitabile fino al 30 aprile 2016), invita il pubblico a percorrere un itinerario complesso e seducente in cui la storia prende per la coda il tempo e spinge lo sguardo nella vertigine chiara del vedere, in un ambiente dove la cifra estetica si fa ambito d'azione costruttiva, luogo riflessivo dal quale partire per capire i problemi politici, per comprendere le manovre schiaccianti di un governo assolutista, per leggere la vecchia e ossificata idea amministrativa di neutralizzare le passioni, i furori intellettuali del popolo.

Con Istanbul. Passion, Joy, Fury, Hou Hanru propone infatti (grazie alla collaborazione curatoriale di Ceren Erdem, Elena Motisi e Donatella Saroli) una veduta privilegiata sullo scenario artistico di una città mitteleuropea per delineare un perimetro di opere al servizio di un ideale, di un risveglio collettivo, di un prefisso polisemico il cui ingrediente dominante è la democrazia, la libertà d'espressione. Dalle immagini del progetto Post-Resistance (2013) di Osman Bozkurt all'Atlas of Interruptions (2014) di Oykut Ceren, dagli straordinari video di Ali Kazma al gioco luminoso – Two rainbows, 2015 – di Sarkis (pseudonimo di Çaylak Sokak), dall'accattivante Day (2011) di Cevdet Erek alla maquette – Pleasure Places of All Kinds; Fikirtepe Quarter, 2014 – di Ahmet Öghüt, volendo citare soltanto un'esigua sfilata di nomi (sono ben 45 gli artisti e gli architetti coinvolti), la mostra modella una sorta di guerriglia semiotica, un entusiasmante tragitto ideologico, uno spaccato culturale che, seppure privo di ricerca reale (il curatore si è affidato un po' troppo a sguardi esterni: Hamra Abbas, Halil Altindere, Fikret Atay, Burak Delier, Sener Ozmen, Cengiz Tekin sono, ad esempio, tutti artisti della Pilot Galeri – e questo è un po' imbarazzante), non può non sedurre e accattivare.

Proprio oggi che il Direttorato per le Telecomunicazioni turco (TIB) ha deciso di bandire dai domini internet 138 parole per tutelare – cosa davvero raccapricciante – la moralità del popolo, e dunque oggi che termini come evrim (evoluzione), kadın (donna) o mastürbasyon («chi si masturba avrà la mano incinta nell'aldilà», ha sentenziato il fanatico telepredicatore Mucahid Cihad Han), questa mostra del MAXXI segna una conquista, una voce che rafforza le alleanze, una luce che si estende sul palcoscenico della vita quotidiana per rischiarare il solido impegno critico dell'arte contemporanea.

Piccola storia della diaspora armena

IMG_5769Antonello Tolve

Ex tabacchificio riqualificato nel 2009 dai proprietari per accogliere nei suoi ampi spazi (si tratta di un antico edificio industriale di quattro piani utilizzato, appunto, fino al 1950 come Tünün Deposu) progetti d'arte contemporanea sempre più aperti al dialogo e alla polifonia culturale, il DEPO Cultural Centre di Istanbul – considerato dal milieu artistico un importante luogo istituzionale alternativo della Turchia – ospita, fino al prossimo novembre, un nuovo racconto che, in linea con la sua vocazione primaria, muove dalla collaborazione tra il territorio turco e i diversi paesi del Medio Oriente, del Caucaso del Sud, dei Balcani e dell'Europa per modellare la storia umana, intellettuale e sociale del popolo armeno.

Al centro del nuovo percorso espositivo disegnato, progettato e coordinato da Silvina Der-Meguerditchian (artista con sede a Berlino, anche se figlia di immigrati armeni in Argentina), c'è infatti non solo il desiderio di esaminare i vari volti del multiculturalismo, ma anche l'esigenza di riscattare, mediante una manovra estetica, una comunità randagia che, sin dal 1375 (anno in cui termina la sovranità armena in Cililia), e in maniera più cruda nel 1915 (anno del genocidio e della diaspora), è stata costretta a sgretolarsi, a vivere e a rifugiarsi, in diversi paesi d'Europa, nei Balcani, in Medio Oriente, in Russia, in Crimea, in Georgia, in Siria, nel Libano, e tra le tante altre destinazioni o mete, a Cipro e Gerusalemme.

Così, proprio oggi che l'Armenia vive, ancora una volta, un periodo quantomai difficile, e proprio in occasione del centenario (1915-2015), una serie di artisti, spinti dal desiderio di rileggere la storia della Հայկական սփյուռք (diaspora armena), impugna le armi del sapere, per costruire, con Torunlar – aidiyetin yeni coğrafyları / Grandchildren – new geographies of belonging, negli spazi del DEPO, un percorso corale sulle varie comunità armene presenti in diversi Paesi del globo e, contemporaneamente, sull'origine delle pratiche legate alla diversità, alla pluralità, all'alterità.

Grazie al lavoro di tredici voci del panorama artistico internazionale – Achot Achot (Yerevan/Paris), Maria Bedoian (Buenos Aires), Talin Büyükkürkciyan (Istanbul), Hera Büyüktaşçıyan (Istanbul), Silvina Der-Meguerditchian (Buenos Aires/Berlin), Linda Ganjian (New York), Archi Galentz (Moscow/Berlin), Karine Matsakyan (Yerevan) Mikayel Ohanjanyan (Yerevan/Florenz), Ani Setyan (Istanbul), Arman Tadevosyan (Gyumri/Nancy), Scout Tufankjian (New York), Marie Zolamian (Beirut/Liege) – la rassegna, curata da Barbara Höffer, presenta un percorso visivo la cui poliglottìa linguistica risponde ad un naturale cosmopolitismo che mette da parte le differenze sociali e politiche con lo scopo di puntare l'indice sulla memoria di una identità sovranazionale. Si tratta di una piccola storia, di un racconto che nasce dalla voce di artisti, figli d'un conflitto, discendenti di una etnia (che, tra il 1915 e il 1916, ha subito una violenza inaudita) la cui forza e vitalità ha saltato il fosso della sofferenza per avviare un processo culturale di stampo neobabelico. «In a global context where mobility and the virtual world challenge established identifications with national societies, ethnic groups or religions, Armenians can be considered a good example of a group with a long, cosmopolitan and globalized history», puntualizza infatti Silvina Der-Meguerditchian nel testo che introduce alla mostra.

Dall'idea di religione proposto da Achot Achot con il progetto Afactum (2015) alla Coral Galaxia (2014-2015) di María Bedoian, per giungere via via alla – davvero poetica – Blind Topographia (2015) di Hera Büyüktaşçıyan e alla formidabile installazione Geldim (I Came) di Ani Setyan o al Labirinto spaziale (2015) di Mikayel Ohanjanyan, la mostra si presenta come un discorso totale, con un disegno sovraterritoriale che descrive i principi e le pratiche della convivialità, della partecipazione, della coesistenza. Ma anche come un viaggio nella storia per non dimenticare o, al massimo, per dimenticare a memoria il dolore.

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Domenica 18 ottobre, seconda puntata: Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco). La replica della prima puntata, Amare, è programmata per oggi alle 16.30.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci

Una biennale salata

di Antonello Tolve

Con una intera settimana a disposizione, scarpette da ginnastica è un po' di buon ottimismo, è possibile assaporare la gustosa atmosfera estetica del nuovo evento che, da Istanbul, con la sua 14. Biennale curata da Carolyn Christov-Bakargiev, echeggia sulla piattaforma planetaria dell'arte incuriosendo non solo il pubblico degli addetti ai lavori ma anche quel felice popolo dell'arte la cui curiosità lascia sperare (sempre) in un mondo migliore, più istruito, più vivacemente interessato ai fatti della vita.

Disseminata lungo l'arteria idrica che separa la parte occidentale di Istanbul da quella asiatica – sul concetto di disseminazione bisogna lasciare il primato a Filiberto Menna, che nel lontano 1978 aveva organizzato nello Studio Torelli di Ferrara una mostra esemplare – la nuova Biennale di Istanbul (Suzlu Su: Düşünce Biçimleri Üzerine Bir Teori/ Saltwater: A Theory of Thought Forms) invita lo spettatore ad un viaggio: «un viaggio in mare aperto, alla ricerca di una rotta da seguire o da cui ritirarsi, da cui attingere e svelare», suggerisce Christov-Bakargiev. «Un viaggio in superficie, in punta di dita, ma anche sott'acqua, nel profondo, prima che tutto venga impacchettato dalle codifiche».

Anche se a primo acchito apparentemente dispersiva o, secondo il parere di alcuni, un po' troppo collegata alla ricerca intrapresa con dOCUMENTA 13 (e naturalmente non c'è niente di male), questo nuovo evento curato da Carolyn Christov-Bakargiev articola un discorso che non solo si estende fisicamente tra le meraviglie di una città unica, i cui umori e rumori echeggiano come canti lontani, ma si organizza anche come un dispositivo estetico che, sotto il segno di Henri Focillon (Vie des formes, 1934) lettore e interprete di Balzac («tout est forme, et la vie même est une forme»), rivela la sotterranea ricerca di un mondo che supera i sensi.

Come une métaphore de l'univers in cui «la vie est forme, et la forme est le mode de la vie» (Focillon), questa nuova Biennale propone allora un'atmosfera alla cui polifonia disciplinare fa specchio un itinerario che invita il viaggiatore a scoprire luoghi e paesaggi, edifici, architetture, spazi carichi di storia. Al Cezayir Binası, ad esempio, non solo lo spettatore ha modo di visitare un'opera brillante di Fernando García-Dory, ma anche di scoprire la sede scolastica della Società Operaia Italiana la cui insegna recita: «chi ama la patria, la onori colle opere. Aule sacre alla virtù e allo studio. La Società Operaia Italiana con quell'amore col quale promosse e curò che sorgeste in questo marmo l'aura sentenza di cui ella si fregia ricordo a voi di sé ha inciso e voi incidetela nei cuori (Costantinopoli, 1 gennaio 1901»).

Utilizzando la sede del Liceo Italiano I.M.I. come momento introduttivo alla Biennale – oltre a accogliere 5 installazioni (elegantissima quella di Ezra Ersen) il Liceo ha ospitato, grazie al Console Federica Ferrari Bravo, anche la conferenza stampa dello scorso 2 settembre – Christov-Bakargiev mettere in luce, inoltre, un disegno che, a partire da alcuni legami con la cultura italiana (tra le sedi c'è anche il palazzo denominato Casa Garibaldi, in fase di ristrutturazione), si estende sul territorio con progetti speciali e programmi culturali pluridirezionali.

Sulla terraferma, tra i progetti che questa biennale salata offre ai suoi spettatori, accanto alle manovre city e sound specific realizzate da Cevdet Erek e Kristina Buch nei due otopark scelti a Beyoğlu, la grande storia proposta da Anna Boghiguian conTuz Tüccarları / The Salt Traders alla Galata Greek Primary School modella un itinerario epico sull'uomo. Bize Kalan Mavi Su / What We Have Left Is the Blue Water di Prabhakar Pachpute, sempre alla Galata Greek Primary School incanta con il racconto di un minatore che si aggrappa alle pareti e scompare in un sogno senza figure.

Tra i mille lavori, all'Istanbul Modern, museo che dialoga da tempo, in estate, con il MAXXI di Roma, l' Uygulamalı Hidrodinamika / Hydrodynamica Applied di Liam Gillick si sporge sul mare come un tuffatore per disegnare l'equazione di Bernoulli e spingere lo sguardo al di là delle apparenze. Poi, proprio in mare, le coordinate date da Pierre Huyghe (40°52'32''N, 28°58'18''E), poco prima di arrivare a Büyükada (una delle nove Prens Adaları nel Mar di Marmara, dove è possibile visitare opere in ambienti sublimi), portano nei pressi di Sivriada, un'isoletta selvaggia e solitaria (quell'isola che è stata, si sa, campo di concentramento per cani nel 1910, abbandonati senza né acqua né cibo e che ha ispirato il lavoro di Michael Rakowitz) per mostrare un'opera che non c'è, un quadrato di mare la cui liricità emoziona e lascia senza parole.

Turchia News

Franco La Cecla

Domenica scorsa, 6 Ottobre, i giornali turchi, Hürriyet in testa, hanno annunciato che il governo proporrà una legge per permettere alla polizia di fermare per 12 o 24 ore ogni possibile partecipante a manifestazioni che rechino danno o disturbo al paese.

Si va dalle celebrazioni kurde del Newroz, il capodanno kurdo, alle manifestazione tipo Gezi Park. La polizia avrà il diritto di arrestare senza mandato di cattura o consenso di un magistrato chi riterrà potenzialmente pericoloso. Questa mossa di Erdogan accompagna il pacchetto “democratico” che in questi giorni presenta al paese come dimostrazione della sua larghezza di vedute. Nel pacchetto si riconosce la libertà di insegnamento in altre lingue, kurdo, greco, armeno, ma solo nelle scuole private.

Il pacchetto promette avanzamenti nel processo di pacificazione con il PKK e i kurdi, ma non parla degli aleviti, una minoranza del 15 per cento della popolazione che ha usi e costumi diversi dai “sunniti” che il partito di Erdogan rappresenta. I sei morti nelle manifestazioni dopo Gezi Park erano tutti giovani aleviti, una comunità che è stata oggetto di forti repressioni negli ultimi decenni.

Nel frattempo la politica del governo consiste nel proclamarsi il più avanzato e tollerante e nel criticare i paesi europei per non capire che solo un partito unico può portare alla Turchia il benessere di cui sta godendo (è in discussione una legge elettorale che dovrebbe abbassare la soglia per entrare in parlamento, oggi possono entrarvi i partiti che hanno almeno il 10%). Peccato che l’inflazione galoppa come non mai e la povertà aumenta visibilmente.

Girando a piedi per questa immensa metropoli si vede la fatica che fa la gente a sopravvivere all’aumento del costo della vita, al caro trasporti e in generale alle condizioni che non sono le migliori in un mercato immobiliare che per buona parte è in mano al partito al governo attraverso una agenzia, la Toki, che corrisponde al nostro Iacp e appartiene personalmente al presidente. L’altra cosa che salta all’occhio a chi percorre a piedi la città è l’impressionante negazione della storia. Prima degli anni '50 la Turchia aveva 18 milioni circa di non musulmani, ortodossi, armeni, cattolici, caldei, ebrei.

La presenza di chiese e di sinagoghe è ancora impressionante nel panorama della città. Il lascito dell’impero ottomano era stato un multiculturalismo accettato come dato di fatto. Poi negli anni '50 avvenne il grande pogrom contro la minoranza greco-turca, la miccia essendo stata l’accusa, rivelatasi infondata, che alcuni greci avessero bruciato la casa dove era nato Ataturk. Questo scatenò la violenza contro i greci-turchi e la loro fuga repentina dal paese. Una fuga a cui ne seguirono altre.

La Turchia oggi è diventata un paese monoculturale e monoreligioso. Oggi all’università statale non si insegna se non ci si professa islamici e non si è iscritti al partito al governo. La cosa che impressiona è che però il paesaggio stesso di Istanbul racconta una storia ben diversa. Come lo racconta la povertà di manufatti di qualità, la scomparsa dell’artigianato e della manovalanza edile di qualità, tutte frange della società in cui eccellevano come nel commercio ebrei, greci, armeni.

Oggi la Turchia è non solo culturalmente, ma anche economicamente molto più povera di ieri, e la sua ricchezza sembra tutta appesa alla stessa bolla speculativa che ha affondato alcuni paesi europei. Gli stessi turisti greci che vengono qui si stupiscono che alla fine il loro paese abbia un tenore di vita più alto del loro vicino turco.

Mom, am I barbarian?

Arianna Bona

È una Biennale ossessiva che costringe a pensieri di barbarie e civiltà imponendo riflessioni su spazio pubblico, politica, individuo, società. A Istanbul, i cani randagi pellegrinano pigri. La polizia sosta notte e giorno nelle vie del centro, fumogeni, manganelli e scudi.

L’uomo del büfe guarda il telegiornale e comunica a segni e suoni, trasmette preoccupazione e rabbia. Si avvicina mostrando la tessera del partito socialdemocratico CHP e dice sussurrando: “Erdogan Diktatör”.

A Kadiköy i vecchi vendono bandiere turche con il volto fiero di Atatürk mentre in piazza, numerosi cittadini ricordano gli eventi di Gezi Park agitando cartelli con i volti dei sette ragazzi uccisi. Il confine tra vita e arte, spazi pubblici ed espositivi, questa volta non esiste. La tredicesima Biennale di Istanbul (14/09 – 20/10/2013), curata da Fulya Erdemci, prende a prestito il titolo da un libro della poetessa turca Lale Muldür, sviluppando un legame tra poesia, letteratura, nuovi linguaggi e la dimensione personale, quella pubblica e politica.

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Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013)

In questa esposizione l’arte si schiera, e alla bellezza immortale aggiunge prepotente la parola, gridando ad alta voce pensieri di responsabilità. Inizialmente, a ospitare la Biennale dovevano essere i luoghi pubblici in disuso, piazze e quartieri con una storia sociale, politica e urbana emblematica (come piazza Taksim, Tarlabaşı Bouevard, Sulukule), ma dopo i fatti di Gezi Park, Fulya Erdemnci ha ritenuto non fosse più possibile realizzare progetti artistici con il permesso di quelle stesse autorità che hanno negato la libertà di espressione ai cittadini. Quei luoghi perciò, sono rimasti vuoti per sottolineare la presenza tramite l’assenza, e i lavori degli ottantotto artisti partecipanti sono adesso ospitati dalle istituzioni Antrepo 3, Galata Greek Primary School, ARTER, SALT e 5533.

Giusta conseguenza: Istanbul diventa protagonista di riflessioni e confronti in alcuni dei lavori esposti e realizzati per la Biennale. A Istanbul, da Tarlabaşı a Taksim, i cani randagi sostano in mezzo alle strade. Si grattano e annusano. Osservano il quotidiano incedere del tempo e degli accadimenti: custodiscono e fanno la guardia alla Memoria. Il video di Annika Eriksson, I am the dog that was always here (2013), è una riflessione sullo spazio pubblico, sul tempo, sull’esilio.

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Diego Bianchi, Market or Die (2013)

A Istanbul, la vita quotidiana è consumo spiccio, commercio minuto che affolla le strade. È l’idea di mercato: luogo davvero lontano - per umanità e bellezza - dal centro commerciale. L’installazione di Diego Bianchi, Market or Die (2013), occupa gli spazi sotto le colonne all’ingresso di SALT. Ci sono pile di ciambelle al sesamo, cozze ripiene e limone, Raki, profumi e Ray Ban contraffati, giornali, scritte e scarabocchi su pareti che ricavano uno spazio intimo ma a volte costretto.

È ben visibile da Istlikal Caddesi, la trafficatissima via pedonale che porta a piazza Taksim. In molti (approfittando della scelta di gratuità per i visitatori) si affacciano curiosi. Se ne vanno con addosso l’osmosi tra realtà e finzione, arte e sociale.

Christopher Schäfer disegna su grandi carte l’occupazione di Gezi Park e scrive pensieri su pagine di quaderno componendo un’installazione di sofferenza e utopia nel tentativo di ridefinire la città. Non è una biennale Istanbulcentrica. La città è solo un punto di partenza forte e centrale - poiché di sconvolgimento recente - per arrivare ovunque. Una ‘prospettiva universale del mondo’ è data da una selezione dell’installazione The Celestial Handbook (2012) di Lutz Bacher: pagine di libro raffiguranti corpi celesti, costellano le sedi della biennale. Non ci sono confini.

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Christoph Shäfer, The City is our Factory (2010)

Da ogni opera esposta, emerge una dichiarazione di impegno, riflessione e discussione. Da Gordon Matta-Clark, Guillaume Bijl, Rossella Biscotti, Elmgreen & Dragset, alla stessa Lale Müldur che qui presenta il film Violent Green (2013) oppure Jorge Galindo e Santiago Sierra. Nel loro video Los Encargados (2012) i ritratti di Juan Carlos I e i suoi ministri sono posizionati capovolti su berline nere che procedono con andatura da funerale sulla Gran Via di Madrid. La città è spazio politico sottosopra, la colonna sonora è la marcia sovietica “Varsoviana Soviética”, l’estetica è fascista e ci rammenta Franco.

È questa la soluzione, l’idea, il messaggio: “Fate che arte e musica siano le vostre armi”. Così cantano a ritmo hip hop i ragazzi di Sulukule in Wonderland (2013) di Halil Altindere.

13th Istanbul Biennial - Mom, am I barbarian?

Erdogan passa al massacro!

Defne Gursoy

Tutto è precipitato ieri sera a piazza Taksim (sabato 15 giugno, ndr). La polizia ha scatenato la guerra, ne sono testimone diretta poiché ero sul posto. La violenza poliziesca smisurata ha fatto centinaia di feriti; il parco è stato sgomberato a forza con gas; cannoni d’acqua violentissimi contenenti prodotti chimici che causano bruciature sulla pelle e proiettili di gomma hanno ferito decine di persone, fra le quali una donna incinta. Fra l’altro, sono state lanciate granate cataplessizzanti (incapacitanti) che hanno seminato terrore in tutto il quartiere.

L'intervento è iniziato quando non c’era alcuna manifestazione, alcun raduno né nel parco Gezi, né sulla piazza. Era un sabato ordinario e gli abitanti erano venuti con i bambini per prendere aria nel parco. L’operazione di guerra è cominciata alle 19,40 quando la Piattaforma di Taksim aveva annunciato alle 11,00 il ritiro pacifico degli occupanti dal parco a partire da lunedì.

Gli scontri sono durati sino al primo mattino; ero incastrata tra le barricate e la polizia. Mi sono rifugiata in uno di quei passages (galleria commerciante); la polizia ha lanciato il gas anche all'interno di tutti questi passages dove la gente si cercava riparo. Sono stata intossicata dal gas e ho visto gente cadere come mosche sulla strada Istiklal.

A migliaia sono affluiti da tutti i quartieri di Istanbul per venire in soccorso a Gezi Park e ai manifestanti. La municipalità ha fermato tutti i trasporti pubblici a partire dalle 11,00 per impedire l’afflusso della popolazione dai quartieri verso il parco. Ma la gente è passata dalla riva asiatica attraverso i ponti del Bosforo. La polizia ha tirato gas anche su questa gente che passava a piedi sul ponte, senza lasciar loro alcuna scappatoia, salvo forse buttarsi giù dal ponte.

Persino all’interno degli hotels che hanno accolto i feriti sono stati lanciati i candelotti di gas. I turisti hanno accolto i feriti nelle loro camere d'albergo ma hanno subito anch’essi violenze; la polizia ha attaccato tutti gli hotels le cui sale e ingressi s’erano trasformati in centri di soccorso medico. Questo è crimine contro l'umanità, del mai visto neanche in paesi con regimi fra i più repressivi.

Tutta questa violenza non ha fermato la popolazione che si è riunita in ogni quartiere. Non conosciamo esattamente il numero di feriti, ma sappiamo che ce ne sono tanti in grave stato. Centinaia di feriti non hanno potuto ricevere soccorso medico poiché la polizia ha vietato l'accesso delle ambulanze a Taksim e dintorni. Oggi, Erdogan terrà un meeting a Istanbul con i suoi sostenitori e probabilmente non esiterà ad aizzarli contro i resistenti.

Gli abitanti delle Settanta città turche sono oggi in strada per protestare. Decine di migliaia stanno per marciare verso piazza Taksim. La violenza del potere attuale contro questi cittadini deve essere fermata al più presto!

Chiedo di divulgare questo messaggio ovunque voi possiate. Quello che è avvenuto è veramente gravissimo ed è molto probabile che questa guerra di Erdogan contro la popolazione continui. La disinformazione da parte del potere turco non deve passare nei media europei, la verità deve essere ascoltata ovunque nel mondo.

Istanbul, 16 giugno 2013, 11h (ora locale)

Traduzione dal francese di Salvatore Palidda

Questo articolo è stato scritto domenica, ci è sembrato importante diffonderlo. Defne Gursoy è una famosa giornalista turca che scrive per giornali turchi e per vari giornali europei. È nota anche come saggista, conferenziere e docente in comunicazione.

Leggi anche:
Eleonora Castagna, Rinascita turca
Una petizione:
Diren Istanbul, diren Türkiye (Resisti Istanbul, resisti Turchia)

turchia

Rinascita turca

Eleonora Castagna

Due giorni interminabili ad Istanbul. La via dove abito, Kazanci yokusu, è ricolma di gente che scende e sale da ieri mattina, il 31 maggio, quando la protesta e l'occupazione del Gezi park si sono trasformate in una manifestazione nazionale contro la repressione del governo filoislamico del primo ministro Erdogan.

È buffo per me pensare che solo qualche giorno fa, un noto programma d'informazione politica in Italia ha mandato in onda un servizio intitolato “Rinascimento turco” parlando della Turchia come un paese ricco, moderno e all'avanguardia per quanto riguarda i metodi di tassazione. Dopo aver vissuto sei mesi qui ad Istanbul, grazie alla partecipazione al programma Erasmus, mi rendo conto che le informazioni che arrivano in Europa circa la situazione turca sono davvero sporadiche e mal interpretate, questa protesta enorme e trasversale ne è la prova. Il paese è stanco di subire una falsa democrazia: i cori più forti in questi giorni parlano di dittatura, di “fascismo dal quale non si torna indietro”.

La pesante repressione delle forze dell'ordine è una manifestazione più che evidente del modo in cui Erdogan sta governando il paese. Una violenza inaudita si è scatenata verso i manifestanti pacifici: sono stati usati lacrimogeni gettati a distanza ravvicinatissima e idranti sparati in pieno volto contro persone inermi. L'enorme massa di gente che si sta mobilitando in tutta la città è fautrice anche dell'informazione che circola solo tramite i social network, blog e siti internet. Le televisioni nazionali non trasmettono quasi nulla, e il governo sta cercando di bloccare anche le reti informatiche per evitare che trapelino ulteriori notizie.

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foto di Michela Estrafallaces

Le forze dell'ordine hanno richiesto anche il blocco dei mezzi di trasporto pubblico: le metro, gli autobus e le linee tranviarie sono bloccate da questa mattina. Ma il popolo turco non si ferma: stamattina una folla enorme si è diretta dalla sponda asiatica a quella europea passando per il primo ponte sullo stretto del Bosforo, quello di Ortakoy: il traffico automobilistico è stato bloccato e il passaggio sopra il mare si è riempito di gente intenzionata ad arrivare a tutti i costi a piazza Taksim per dare supporto ai primi manifestanti che si sono mobilitati già ieri.

Qui adesso sono le sei del pomeriggio e poco fa la polizia pare essersi ritirata dalla piazza. Alcuni amici turchi qui parlano di retrocessione strategica perchè ora il posto è pieno di giornalisti stranieri che potrebbero denunciare gli attacchi feroci che violano i diritti umani. Ora non ci resta che aspettare sperando il presidente Erdogan decida di abbandonare la linea del pugno di ferro e sia pronto a ritrattare per lo meno circa i progetti di distruzione del Gezi park che è destinato a diventare un cantiere su cui verrà costruito un centro commerciale e una moderna moschea.

Questa è la vera Istanbul e io, personalmente, più che di un Rinascimento economico parlerei di Rinascita mentale di un popolo consapevole di aver perso molti diritti che vuole riacquistare al più presto, a qualsiasi costo.