Ammirando il Butorama

butorRicordando Michel Butor (Mons-en-Barœul, 14 settembre 1926 – Contamine-sur-Arve, 24 agosto 2016)

Paolo Fabbri

0.

L’etichetta riguarda l’etica e non l’estetica. Ringrazio quindi per l’invito e per la scelta del luogo: mi piace l’iniziativa di incontrare Michel Butor in un Giardino.

Vorrei tentare di toccare in qualche punto i miei incontri con Michel Butor. Questo è il terzo, il primo fu a Treviso quando insegnavo allo IUAV di Venezia: insieme a Michel Butor era Henry Pousseur e si parlava di musica. Il secondo, come l’attuale, è stato ideato e organizzato da Isabella Bordoni a Rimini, il 5-7 novembre 2012, col titolo Michel Butor. À propos de. Entre littérature et art, le paysage véritable.

Rileggendo, riguardando, riascoltando alcune delle tantissime opere di Michel, volevo provarmi in un esercizio di ammirazione. Non si tratta di retorica, del tropo epidittico della lode, ma di una manifestazione passionale. Premetto che nel suo trattato sulle passioni dell’animo, Cartesio – per cui senza affetto non ci sarebbe alcuna azione – scriveva che l’ammirazione era la sola passione senza contrario. Non so se è vero – che sia il disprezzo? – ma trovo opportuno in questa circostanza e alla presenza di Michel, esercitarmi in una passione senza contrario: l’ammirazione, appunto.

Un affetto che ha per suo oggetto il Butorama, l’effetto panoramico dell’opera-paesaggio di Butor. L’autrice di questa formula è l’amica Mireille Calle-Gruber, curatrice dell’opera cosiddetta completa di Michel. Sono solo dodici volumi per soltanto quindicimila pagine dalle quali mancano però le lettere, gli scritti sulle fotografie, le moltissime interviste, ecc.

Dalle opere complete incomplete emerge, più che risulta, un artista che comprende, all’interno del suo «butorama», alcune dominanti di cui la più pregante è la poesia, cui è dedicato un intero volume della collezione. Direi quindi che Butor è più un poeta che un narratore: nonostante la fama che, per acclamare, semplifica la complessità d’una vita lunga, articolata e incredibilmente industriosa.

1.

Prendiamo l’avvio dal documentario girato da Isabella e dai suoi collaboratori, Entre littérature et art, le paysage véritable, video-essai in Michel Butor. Univers Géopoétique, durante una visita all’attuale luogo di vita di Michel, a Lucinges in Alta Savoia, vicino alla Svizzera: un luogo appartato ma da cui può muoversi quando desidera a Ginevra o a Parigi. Non è un tratto aneddotico, ma un biografema – direbbe Barthes – pertinente, perché mi è stato chiesto di svolgere il tema della Città. (Un altro tema proposto era l’Amicizia, ma tocca a Michel decidere a chi assegnarla.)

Ecco: perché qualcuno che ha viaggiato l’universo mondo, scritto Le génie du lieu, ritratto tante città e luoghi, vive così appartato? Prima di tentare una risposta sul grande viaggiatore che è stato Butor, lasciatemi dire la mia preferenza irenica: tra i suoi scritti è il terzo genio dei suoi luoghi: Boomerang. Il più complesso nell’articolazione dei contenuti e il più sperimentale nell’organizzazione espressiva ed enunciativa. Ne ho già accennato con lui in uno degli incontri precedenti, ma vorrei approfondirne la motivazione, il mobile.

Ho insegnato alla fine degli anni Settanta in Australia, e precisamente a Brisbane nel Queensland, sotto il cielo boreale, tra isole di sabbia e alberi tropicali con chiome di pappagalli multicolori. Visiting professor, com’era stato Michel, all’Università di Saint Lucia, vi ho incontrato l’accurato biografo di Butor, Michel Spencer, che m’ha fatto leggere Boomerang appena uscito. Era il 1978. Un volume autobiografico singolare che riportava l’esperienza di Michel Butor del suo soggiorno e della traversata australiana. Un libro di viaggio, tra i più belli dei Génies des lieux, tra i tetraedri reversibili di Transit (1993) o le doppie pagine di Gyroscope (1996). Boomerang è tanto più intrigante alla lettura perché scritto con frasi o paragrafi stampati in parecchi colori (nero, rosso e in blù) e con accorgimenti grafici che erano segni di istanze enunciative e semantiche diverse: lettere, testi occasionali, descrizioni di eventi storici e aneddoti. Dieci anni dopo, nel libro Le retour du boomerang (1988), Butor è tornato, in forma di dialogo simulato, sulle fila e le trame del suo libro, per scoprirne l’ordito mitico soggiacente. Un metatesto autobiografico con cui Butor applica riflessivamente la sua regola: «un livre doit être un mobile réveillant la mobilité d'autres livres».

Torniamo al mio problema: come mai l’inesausto viaggiatore che ha preso per la lingua tanti esploratori, perlustrato i Voyages imaginaires di Jules Verne, vive così appartato? Per un cenno esplicativo vorrei far «prendre langue» il testo biografico di Michel e quello d’uno scrittore che amava altrettanto la letteratura e le immagini, Italo Calvino. Calvino ha scritto la propria autobiografia, disponendo narrativamente le carte dei tarocchi, nel capitolo Anch’io cerco di dire la mia del suo oulipiano Castello dei destini incrociati (1969). Estrae due carte dal mazzo da gioco di Marsiglia: la prima è il Cavaliere di Spade, la seconda è l’Eremita. Per Calvino, il Cavaliere armato è un semioforo, portatore di significato. È la sua giovinezza di viaggi e di guerra – la Resistenza e d’impegno collettivo, politico e civile. L’Eremita per contro significa la seconda forma della sua vita: l’impegno, ascetico e solitario, della scrittura. L’autore del Cavaliere inesistente ha il demone dell’omologia strutturale: per completare la sua autobiografia figurata, decide di servirsi di grandi quadri della tradizione rinascimentale. Alla Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni di Venezia – dove Michel ha scritto un’accurata Descrizione di San Marco trova riunite le immagini di San Giorgio e San Gerolamo (o Sant’Agostino) e li correla rispettivamente al Cavaliere di Spade e all’Eremita. Con l’uccisore di Draghi e la sua lancia e il santo che vibra la penna nel chiuso del suo studiolo, crea poi un corpus iconografico di grandi pittori – da Raffaello a Paolo Uccello, da Dürer ad Antonello da Messina. Rileva poi che in tutte le raffigurazioni sono presenti degli animali feroci – il drago ferino di S. Giorgio e il leone mansueto di S. Gerolamo – e la Città. Per il gioco ricombinante dei tarocchi, il Cavaliere di Spade deve lottare all’aperto, vicino alla Città, ma anche contro i draghi che abitano il chiuso del proprio inconscio. E l’Eremita, seppur chiuso in se stesso, deve mantenersi in vista della Città, i cui problemi pubblici lo coinvolgono, turbano la sua privata solitudine.

Vorrei proporre allora un piccolo blasone per l’impresa artistica di Michel Butor: le sue armi parlanti. Anche Michel, quando risponde dal suo luogo appartato, dice di scrivere per riscattare (rémunérer) il degrado incessante della lingua e soprattutto del discorso politico. Ecco: Butor-San Girolamo sente nel suo romitaggio il rumore imminente della Città, la sua presenza incombente. Gli sta vicino il leone, amico perché San Girolamo gli ha tolto una spina dalla zampa, ma pur sempre una belva. L’Eremita-Butor quindi deve accettare l’inquietudine della Città non troppo lontana, e tenersi vicino il leone dei propri istinti, della propria violenza, da addomesticare incessantemente.

2.

La Città, ricordiamolo, non è il solo argomento del nostro abboccamento. L’altro è il Testo nella sua doppia accezione: articolazione di un senso manifestato e tutte le sostanze e i dispositivi della sua espressione. Nel lavoro di Michel, richiama la mia attenzione il suo carattere «etero-testuale»: la sperimentazione inventiva dei sistemi di segni di cui è appassionato. Il Butorama è in gran parte composto di segni non linguistici. Come semiologo sono sedotto tanto dall’«ut pictura poësis» che dall’«ut musica poësis».

Rammentiamo che, a un certo momento della sua vita, Michel ha deciso di non scrivere più libri in cui il c.d. eroe, o altro personaggio nella narrazione, indicasse lo svolgersi della storia, fornisse le istruzioni al lettore pigro per procedere nella diegesi. L’abbandono della scrittura narrativa – e del successo editoriale e mediatico – era la calcolata rinuncia all’istanza di un enunciatore o di un attore testuale che indica al lettore come battere il labirinto testuale – figura cara a Michel.

Come procedere allora, fuori da quest’algoritmo omo-testuale? In vari modi. Uno è quello di sostituire le istruzioni proferite dal personaggio o dell’enunciatore con la prosodia, la modulazione poetica che non è l’assonanza, ma la scansione, il ritmo. (Come diceva Dante: «poetare» è «cosa per legame musaico armonizzata».) Di qui l’ovvia associazione con la musica, che ha giocato un ruolo importante nella sua arte (v. la duratura intertestualità con Pousseur) e su cui non insisterò – e lo sviluppo, fino alla proliferazione, della dimensione visiva.

Quando guardiamo poeticamente un’immagine non ci limitiamo alla funzione referenziale – oggetti e soggetti, paesaggi o storie – o simbolica. Osserviamo e riscontriamo se e quando esistono rime, rispondenze, analogie, isomorfismi sul piano cromatico, eidetico, topologico; rapporti che ci dicono molto altro rispetto alle evidenze astratte o concrete, dense o rare delle figure. Michel guarda poeticamente e musicalmente le immagini: la sua è una scansione prosodica del visivo. Per un semiologo è un contributo inapprezzabile che il Butorama contenga, nel suo caleidoscopio, scrittura e immagine, come testimoniano gli studi e/o le collaborazioni su/con Delacroix, Rembrandt, Alechinski, Barcelò, Giacometti, Mondrian, Pollock, Rothko, Viera da Siva (v. 105 Œuvres décisives de la peinture occidentale montrées par Michel Butor, Flammarion 2015). Semiurghi insomma, come il comune amico Henri Maccheroni, recentemente scomparso (v. Michel Butor, Jean-François Lyotard, Raphaël Monticelli, Jean Petitot, Germain Roesz, Michel Vachey, Essais sur l’archéologie du signe d’Henri Maccheroni, a cura di Germain Roesz, L’Harmattan 2008).

Un esempio tra i tanti di questa commutazione operativa di codici. Michel ha deciso di scrivere un libro come Le parole nella pittura (Arsenale 1987) per smentire la pretesa separazione, nella nostra cultura artistica, tra immagine e scrittura – mentre il loro abbinamento sarebbe frequente nelle culture orientali. Butor ha esplorato, nel suo laboratorio semiotico, la storia dell’arte occidentale e ha trovato esempi appassionanti di immagini scritte – penso in questo momento a Philippe de Champaigne (Mosé che presenta le tavole della legge, 1648; Ex-voto del 1662). Ha fatto poi lo stesso con la fotografia. Ha scritto molto, recentemente, sul testo stesso delle foto, le quali invece sono abitualmente accompagnate da legenda esterni.

Torniamo al code switching. Michel ha abbandonato il romanzo, nonostante le insistenze degli editori, ma è restato fedele al formato libro. E precisamente al libro d’artista, quello che chiama «il lusso povero del bel libro». A questo proposito, poiché c’è una collaudata alleanza tra profezia e poesia, vorrei ricordare un testo curioso di Cortázar, che annunciava o minacciava l’avvento di un mondo progressivamente ricolmo di libri; l’oceano stesso ne sarebbe stato invaso e sommerso, all’eccezione di poche isole felici (Fine del mondo, fine, in Storie di cronopios e di fama). Una distopia che si è realizzata in forma inversa: sono i libri che ci hanno abbandonato. Tra le tante storie di fantascienza – un genere in ombra nella corrente temperie di precauzione – ricordo quella di un appassionato lettore che, nel dormiveglia, sente dei colpi provenire dalla sua libreria. Al risveglio, trova alcuni dei suoi libri sparsi a terra e rotte le vetrine della biblioteca e i vetri della finestra. Si affaccia allora e scorge stormi migratori di libri aperti che hanno cominciato a volare (John Sladek, Rapporto sulle migrazioni di materiale didattico, in Il passo dell’Ignoto, Mondadori 1973). Da ogni luogo, scaffali pubblici e privati, depositi editoriali e stamperie, i libri, che avevano scalzato gli antichi codici e rotoli, ci stanno lasciando. Sfuggono dalle nostre mani per ritrovarsi nelle pagine e nei nuovi rotoli dei nostri computer. Michel dissente da questa via che ci sembra ormai coatta: ha collaborato con una grande quantità di artisti per realizzare libri di cui Isabella ha curato a Rimini una mostra esemplare.

Questo è quanto, anche se non abbastanza per l’arcobaleno Butor. Un esercizio di ammirazione («la prima di tutte le passioni», Descartes) per la curiosità e la cura culturale di questo inconnu celèbre (Butor) va motivato, soprattutto da chi, come me, condivide l’assunto e l’asserzione che «une des façons les plus importantes d’agir sur la réalité, c’est de passer par le langage» (Transformer le monde par le langage. Entretiens avec Michel Butor, a cura di Amir Biglari, L’Hamattan 2015).

Il testo riproduce l’intervento tenuto in presenza di Butor, nell’ambito dell’incontro dal titolo Michel Butor. L’Opera Giardino, curato da Isabella Bordoni per Frigoriferi Milanesi, nel Giardino delle Arti di Milano, il 28-30 maggio 2016. Frigoriferi Milanesi produce anche Michel Butor, Univers Géopoétique, opera editoriale con libro e video-essai di cui questo testo è un’anticipazione.

alfadomenica dicembre #3

DEMICHELIS SULL' EUROPA - CHICCHI SU LAZZARATO - MIGLIORE/BORDONI - GRAFFI -

J'ACCUSE! L'EUROPA È MORTA IL 22 SETTEMBRE
Lelio Demichelis

J’accuse! Ma a differenza di Zola – che si rivolgeva al presidente francese – noi non possiamo rivolgerci a presidenti come Barroso, Angela Merkel o Mario Draghi, perché non sono super partes come poteva essere Félix Faure ma anzi, e peggio, sono loro gli autori diretti di un’autentica e deliberata ingiustizia.
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IL GOVERNO DELL'UOMO INDEBITATO
Federico Chicchi

Non è oggi giunto il tempo per mollare gli ormeggi? L’ultimo e formidabile libro di Maurizio Lazzarato Il governo dell’uomo indebitato (DeriveApprodi, 2013).
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LA CULTURA MOTORE POLITICO
Conversazione di Tiziana Migliore con Isabella Bordoni

T.M.: il mese scorso, a Milano, è stato presentato Dencity, un sistema culturale integrato, della durata di tre anni, per una macro area della periferia sud-ovest della città – Giambellino-Lorenteggio, Solari-Savona-Tortona, Barona-Parco Teramo.
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UNA POESIA DI MILLI GRAFFI
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

La cultura motore politico

Conversazione di Tiziana Migliore con Isabella Bordoni

T.M.: il mese scorso, a Milano, è stato presentato Dencity, un sistema culturale integrato, della durata di tre anni, per una macro area della periferia sud-ovest della città – Giambellino-Lorenteggio, Solari-Savona-Tortona, Barona-Parco Teramo. Il progetto fa capo all’Associazione Dynamoscopio, in rete con attori istituzionali e accademici, è finanziato da Cariplo e chiama alla partecipazione attiva chi abita il territorio o vi è coinvolto a vario titolo. Punta sull’utilizzo della cultura come motore economico e politico, nel senso letterale di “cosa pubblica”, della cittadinanza.

Fra le iniziative, ART&SWAP District, in Giambellino-Lorenteggio, sembra la più promettente. È il modello di una nuova economia della casa, dove il mercato dell’affitto diventa occasione di apertura del privato al pubblico. Cambiano la percezione e l’uso dei concetti di “proprietà”, “abitare” e “profitto”.

Ne parliamo con la responsabile e curatrice, Isabella Bordoni. Qual è la strategia di ART&SWAP?

I.B.: ART&SWAP District è un’esperienza di “abitazione creativa in periferia critica”. “Swap” vuol dire “baratto”. Il nostro intento è di capire se la casa, bene materiale, ma esposta a sfitti, morosità e sgomberi in Giambellino-Lorenteggio, non possa essere parzialmente barattata con l’arte, bene immateriale, come metodo di cura del problema e servizio al territorio. Valore-casa e valore-cultura si rafforzerebbero in modo reciproco, a vantaggio per soggetti individuali e sociali. ART&SWAP, affiancato dalla Fondazione Dar, prevede che l’arte sia una delle voci nelle stipule di contratto fra locatori e locatari. Fa incontrare i proprietari con artisti, designer e studenti, dai 18 ai 35 anni, disposti a spendere sul territorio il proprio tempo e talento. Potenziali inquilini scelti anche con il fine di ridurre i rischi del rapporto locativo. Per chi decide di abitare un anno in Giambellino-Lorenteggio, il canone di affitto scende del 20% rispetto al prezzo di mercato. Un primo passo verso scenari alternativi, che non è cambiare il denaro sonante con la moneta elettronica, ma considerare, ad esempio, di far ripartire l’economia scambiandosi servizi.

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T.M.: residenze temporanee per la città, che spronano gli artisti a un fare non individualistico…

I.B.: con ART&SWAP siamo in un campo diverso da quello delle residenze (per artisti o studiosi, ricercatori, teorici), in un territorio che desidera, poi immagina, costruisce e infine espone una strategia amministrativa e una volontà di accoglienza. Il progetto è pionieristico, non ha campioni in Italia o in Europa a cui ispirarsi. Creare aperture dentro le regole economiche vuol dire pensare che “economia” è “oikos” – “casa” – in quanto “ethos” – postura etica di una soglia tra dentro e fuori, privato e pubblico. Abito di un luogo che ha stabilito misure, ordini di grandezza e di corrispondenza, processi inventivi di “traduzione” e “transazione”. Il “reddito culturale” costituisce il motore di questa economia. Il modello è la coesione sociale, l’intercultura come lavoro di conoscenza e pedagogia reciproca, fra i residenti e “l’altro” in ingresso. Non si tratta di andare contro la proprietà privata, ma di ritenere che il capitale privato sia una risorsa per il bene-in-comune. Un ragionamento valido anche per gli appartamenti di edilizia popolare, chiusi perché sotto soglia.

T.M.: Salta agli occhi la distanza dalla politica di governo, interessata all’immobile solo per le varie IMU, Service Tax, Trise… da applicare o abolire, argomento di quella che è oramai l’unica forma di vita dei partiti, la campagna voti. Voi gettate le basi di un’educazione alla proprietà, mostrando, per contrasto, quanto siamo rappresentati male. Ma ART&SWAP può far breccia nel pensiero degli amministratori pubblici?

I.B.: È presto per dirlo. Le istituzioni comunali e regionali, oltre che i privati illuminati, ci danno garanzie e speranze che il governo, al momento, non aiuta ad avere. Secondo l'OSMI, circa il 30% degli studenti vive in abitazioni degradate, pagando affitti superiori alla loro stima. L’inaugurazione di Dencity ha avuto potere simbolico in questo senso. Si è svolta all’interno del Mercato Comunale di via Lorenteggio, dove Dencity ha un suo banco, un punto culturale accanto al fornaio, al macellaio, al verduraio... Sul filo della metafora, la cultura alimenta, e nel modo di un commercio che vuole rivelare le catene di produzione e distribuzione. Il Mercato in questione, prima della giunta Pisapia, doveva essere soppresso. Il consorzio dei commercianti lo ha ristrutturato e salvato, ottenendo dal Comune l’abbassamento del canone di affitto dei locali. In maniera analoga, noi contiamo di mettere in moto meccanismi per cui la cultura possa sostenersi da sola. Al banco di Dencity si organizzeranno corsi e laboratori di attività che diventeranno mestieri, introducendo competenze professionali.

T.M.: Qual è il ruolo delle università in questo?

I.B.: Si sta definendo un programma formativo per gli artisti di ART&SWAP District, in parte interno al sistema universitario (NABA, Domus Academy, IULM), con crediti, stage, Erasmus e possibilità di tesi, e in parte esterno, che permetterebbe ad artisti non inscritti di frequentare corsi singoli e partecipare, come uditori, a seminari e iniziative di università e accademie.

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T.M.: Si avvertono a pelle gli squilibri fra le professioni della creative-class – moda, design e arte contemporanea – e le comunità cittadine, spesso scarsamente coinvolte. ART&SWAP saprà essere una critica-clinica delle relazioni sociali?

I.B.: I processi locali sono complessi e contraddittori. Ogni comunità è fatta di tante comunità. Gli artisti-studenti devono saper osservare, con sguardo antropologico, ma anche lasciarsi assorbire. Significa superare due tipi di tabù: il “tabù della bellezza”, che regna nelle dinamiche professionali, ma è assente nel privato; e il “tabù della povertà”. Giambellino-Lorenteggio è un’area di tangibili difficoltà economiche, dove lo studio ha ancora i tratti di un valore, di un sacrificio familiare. Gli artisti interpretano quest’ottica e propongono lo studio come possibilità di emancipazione; gli abitanti ricambiano con i segni di una bellezza da condividere.

T.M.: Quindi l’idea non è di sensibilizzare le comunità alla “bellezza” – Fiumara d’Arte, la Fondazione di Antonio Presti a Librino, lo fa egregiamente da dieci anni – ma, viceversa, di stanare e tradurre, in fotografia, in musica, con performance o filmati, forme di bellezza spontanea che esistono al loro interno. In questo, come ci si confronta con l’altissima concentrazione di immigrati a Giambellino-Lorenteggio?

I.B.: ART&SWAP non mira alla creazione di una comunità omogena, in termini identitari. Cerca invece l’ibridazione in un territorio già ibrido: qui, nel dopoguerra, si è avuta l’immigrazione dal Sud Italia; attualmente è forte la presenza di arabi, soprattutto egiziani. C’è uno scoglio linguistico da superare, e di comunicazione. Perciò vorremmo che committenti d’arte di ART&SWAP fossero i singoli cittadini, nella volontà di raccontarsi e fare richieste, fuori dal proprio recinto culturale. Auspichiamo un “guardarsi reciproco” anche fra i nuovi abitanti e artisti che provengono dalle stesse geografie. Il bando del progetto sarà aperto agli stranieri.

Prospettiva politica e prospettiva biologica sono in simbiosi. Perché il trapianto di un organo funzioni, senza crisi di rigetto, è necessario che la soglia di protezione del corpo si abbassi (Jean-Luc Nancy, L’intruso). Oggi gruppi, istituzioni e società si ammalano per eccesso di difesa immunitaria.