Giacinto Scelsi e il segno dell’infinito

Paolo Carradori

Da irrefrenabili visionari alla Tenuta dello Scompiglio, tra le magiche colline lucchesi, la ricerca sui linguaggi dell’arte non ha confini. Con la programmazione tematica “Della morte e del morire” attraverso performance, concerti, istallazioni, mostre, incontri e laboratori fino a dicembre 2019, l’arte nelle sue diverse declinazioni rappresenta e si confronta con l’unica certezza della vita. Su questa strada il pianista Fabrizio Ottaviucci con 8-8-88 la porta dell’infinito su musiche di Giacinto Scelsi – Suite IX, Ttai (1953) e Suite X, Ka (1954) – ci ricorda il profilo premonitore del compositore (…me ne andrò da questa terra quando il segno dell’infinito si metterà in fila…) ma soprattutto la sua originalità, la profondità dei contenuti metafisici della sua musica. Più scopriamo Scelsi, per decenni almeno in Italia un invisibile, più ci rendiamo conto che la sua modernità, che qualcuno con superficiale prosopopea ha voluto spacciare per bizzarro esoterismo, anomalia esotica, rappresenta uno snodo centrale della musica del XX secolo.

Scelsi è stato tra i primi a considerare il suono in sé più importante dell’organizzazione dei suoni (…La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica. La musica evolve nel tempo. Il suono è atemporale…). Concetti che lo pongono anticipatore assoluto di qualsiasi avanguardia. Sui ritardi di questo riconoscimento, oltre alle complessità dei materiali e provincialismi, probabilmente pesano anche gli atteggiamenti, l’autoisolamento del compositore, il fare aristocratico e distaccato. Una distanza che, se ampiamente scontata verso un mondo accademico mai amato, ancora resiste, nonostante i suoi repertori trovino sempre maggiori spazi nei cartelloni.

Le opere per pianoforte di Scelsi, in particolare le Suite del periodo 1952/1955, sul fronte della tecnica esecutiva che degli ambiti espressivi esplorano a fondo il suono non solo come centro del processo compositivo, imprescindibile per l’autore, ma estremizzando la dilatazione, la dissolvenza dei confini tra i singoli suoni, disegnano un andamento sospeso, misterioso e di grande potenza evocativo-spirituale. Aspetti che Ottaviucci sa gestire da par suo con estrema sensibilità, tocco, gesto, stregando alla Tenuta dello Scompiglio, con il riconosciuto carisma, un pubblico concentratissimo. L’interpretazione non solo sonora ma anche mentale, che il Maestro ha sempre stimolato negli esecutori delle proprie partiture pare qui compiuta. La Suite IX possiede un carattere altamente meditativo, successione di episodi che esprimono il tempo in movimento e l’uomo, che rimandano al suono del sacro Om dei monasteri. Cellule limpide che vagano ma non scompaiano, riverberano, tornano, ti rimangono dentro come spazi limpidi. La X si apre con ripetizioni ammalianti, quasi estranianti. I sette pezzi non strutturati si concentrano sulle diverse possibilità timbriche del pianoforte, il compositore pur usando il termine suite, riferito alla tradizione musicale europea, nei sottotitoli (Ttai, Ka) richiama l’induismo. Un contrasto che non nega la tradizione ma si apre ad altri mondi sonori, che si caratterizzano anche nelle variazioni del ribattuto qui spesso richiamato ed energetico.

Ogni volta l’ascolto di Scelsi è un profondo viaggio verso l’ignoto, un allenamento mentale elettrizzante verso un ascolto cosciente, liberato e consapevole, indispensabile per l’immersione nei meandri della sua arte. La sua figura misteriosa che ancora ci affascina la fotografa bene Quirino Principe nel saggio introduttivo a “Il sogno 101” (*) dove definisce Scelsi: Un uomo di là da venire, che ci guarda dal futuro.

(*) G. Scelsi “Il sogno 101” (Quodlibet 2010)

Scelsi e l’utopia del pianoforte orchestra. Intervista a Fabrizio Ottaviucci

  • Hai conosciuto e frequentato Scelsi negli anni Ottanta. Il Maestro ti affidò delle partiture per pianoforte da studiare, ma prima di questo vorrei tu ci raccontassi del personaggio, dell’ambiente di casa Scelsi in quegli anni, del suo modo di comunicare con gli esecutori. Molte nebbie e, forse, molti luoghi comuni aleggiano ancora

Mi incontrai con Scelsi , dopo un appuntamento telefonico, perché un mio amico musicista che lo frequentava mi disse che “ era un tipo strano…come te” ed anche che “non era soddisfatto dei pianisti”; perciò arrivai nello studio al quarto piano di via S.Teodoro e per presentarmi improvvisai per dieci minuti al suo pianoforte; a questo primo incontro ricevetti alcune partiture e indicazioni generali per affrontarle; mi accolse con molta cordialità e serenità ma con un certo distacco aristocratico, un modo di fare nobile e pacato; parlava piano, con voce bassa e senza slanci emotivi. Il suo pianoforte, un mezza coda con coperchio chiuso era letteralmente ricoperto di libri e partiture; la stanza la ricordo poco luminosa e con un certo disordine. Nei successivi incontri le sue indicazioni erano per lo più generali, direi filosofiche, di intento, di clima e frequenza psicologica, spirituale, mi invitava a cercare un modo mio personale e interiorizzato di suonare la sua musica.

  • Soprattutto negli anni Cinquanta Scelsi dimostra un grande interesse compositivo riguardo al pianoforte che si chiude nel 1956 con la Suite n.11. In base alla tua esperienza rispetto a queste opere come si potrebbe sintetizzare il pianoforte secondo Scelsi?

Il pianoforte è lo strumento principale su cui Scelsi sperimenta la sua ricerca; sin dall’inizio negli anni ‘30 i brani per pianoforte esprimono le caratteristiche vitali della sua ispirazione, come lo slancio, l’estasi, il mistero, il clima demoniaco, il rituale, l’ascetico; più tecnicamente la sua è una ricerca sul colore; Scelsi non amava ascoltare concerti di pianoforte, che riteneva fossero troppo monotoni timbricamente; amava e cercava un pianoforte-orchestra più ampio possibile di variazioni timbriche; questo perché il suono, quindi il colore del suono, è parte essenziale dell’idea musicale di Scelsi; quindi ogni suono si deve caratterizzare di una sua vita specifica e quindi di un suo tocco e colore che lo esplicitino. E’ negli anni ‘50, con l’ampio corpus di opere che costituiscono anche un insieme strutturale a se stante, che Scelsi raggiunge la pienezza della sua ricerca sul pianoforte; che abbandonerà nel ‘56 per inoltrarsi nell’esplorazione microtonale del suono, ricerca che la tastiera suddivisa in dodici frequenze non poteva soddisfare ma su cui aveva in qualche modo anticipato ed esplorato il senso attraverso l’ampio uso del ribattuto e del cluster.

  • Molto si è anche dibattuto sull’aspetto di natura spirituale dell’approccio compositivo di Scelsi. Come percepisci questo valore metafisico nelle partiture e quanto ne influenza la lettura?

Penso (e lo pensava anche Scelsi) che non si possa suonare la musica di Scelsi rifiutando di calarsi con profonda intensità nei mondi interiori; intendere questi mondi come metafisici o psicologici o emotivi e esoterici è fatto, secondo me, di minore importanza; l’importante è farsi attraversare completamente dalle opere che eseguiamo, evitare ogni atteggiamento di tipo professionale-accademico , distaccato, “oggettivo” come richiedono altri compositori, ed essere parte di un evento che trasforma in modo importante la nostra percezione. Così facendo coinvolgiamo chi ascolta dandogli la stessa possibilità di vivere l’evento sonoro come trasformazione, come vita interiore messa in movimento dal suono.

  • Parlaci dei perché della scelta della Suite IX e la Suite X che hai presentato alla Tenuta dello Scompiglio in un recital chiamato “8-8-88 la porta dell’infinito”. Al di là di uno Scelsi inquietante premonitore sulla data della propria morte, cosa ci dicono queste opere?

Parlavo prima di un corpus “ strutturato” delle opere degli anni ‘50; le due suite eseguite sono secondo me il cuore di questo corpus; entrambe seguono una struttura articolata sull’alternanza delle modalità di ribattuto che Scelsi utilizza nelle sue opere; nella IX nei movimenti dispari il ribattuto si condensa in nuvole più o meno dense, nebbie o vortici, più lenti o più veloci, in crescendo o in diminuendo, accelerando o ritardando, che vanno messi in relazione all’idea del Tempo che è alla base della suite; nei movimenti pari è il suono statico dell’Om a perforare e immobilizzare il tempo, suono che a sua volta dà vita a cattedrali della psiche umana cariche di tensione emotiva; Tempo, OM, Uomo, Cattedrali sono termini presenti nei sottotitoli dell’ opera, insieme all’indicazione “gli agitati se ne astengano”. La suite X esplora le diverse tipologie di ribattuto nei movimenti dispari, melodico, ritmico, meccanico, violento “come colpi di sciabola” e le alterna a quello “classico” dei movimenti pari. I titoli delle due suite sono Ttai e Ka, tradotti solitamente in Pace ed Essenza, ma secondo me, in piena licenza poetica nella veste di traduttore dal sanscrito, più che di Pace si deve parlare di “stato di coscienza al di sopra del tempo”.

La rivoluzione è un’apocalisse? – Intervista a Pamela Diamante

Michela Casavola

Alcuni mesi fa hai vinto una residenza in Iran, un Paese controverso, che in questo momento è sotto l’attenzione di tutto il mondo anche in riferimento alla lunga e tormentata guerra civile in Siria – alludo al recente attacco militare voluto dagli Usa insieme a Francia e Inghilterra in conseguenza dell’ipotetico utilizzo di armi chimiche da parte del presidente Assad con l’appoggio di Iran e Russia. Cosa ti ha lasciato l’esperienza iraniana e come ha influito sul tuo lavoro?

 La mia esperienza a Teheran è avvenuta lo scorso novembre, in occasione del programma di scambio artistico tra Italia e Iran promosso da VIAFARINI.

Inizialmente è stato molto difficile capire il senso delle contraddizioni che caratterizzano la vita nascosta degli iraniani: i piccoli atti di resistenza contro la teocrazia islamica; non parlo di tutto il popolo iraniano ovviamente ma solo di quelle persone che sperano ancora che il vento possa accarezzare i capelli delle donne e che, pur rispettando i propri martiri, non aspirano alla morte ma alla vita.

A tal proposito un’esperienza significativa è stata la visita al paradiso-cimitero Behesht-e Zahralo, luogo dove il fondatore della Repubblica Islamica, Khomeini, nel 1979 fece il suo primo discorso pubblico onorando i combattenti morti in nome della rivoluzione, martiri a cui si sono susseguiti i ragazzi caduti in guerra contro l’Iraq (1990-98) e gli attuali combattenti in Siria, i cui volti sono impressi in ogni angolo della città, usati a favore della propaganda del regime, che trasformano il tessuto urbano in un enorme cimitero a cielo aperto dal fortissimo impatto psicologico.

Le sensazioni vissute in questo contesto mi hanno spinta a formulare una nuova versione di “the apocalypse is a revolution”, un lavoro realizzato in passato, in cui la stessa frase diventa uno spot, fruibile su un supporto a Led tipicamente usato nelle insegne pubblicitarie. Se niente è più rivoluzionario dell’apocalisse, forse anche la rivoluzione stessa è di per sé un’apocalisse…così nel lavoro-insegna realizzato in Iran, apocalisse e rivoluzione diventano due facce della stessa medaglia.

Parlando di catastrofi, spesso causate dall’avidità dell’uomo, dalla guerra, e dalle politiche sociali spregiudicate, conseguenza d’interessi più economici che religiosi, mi vengono in mente diversi temi che da tempo affronti nella tua ricerca artistica come appunto la rivoluzione e l’apocalisse, per esempio gli sconvolgimenti naturali e gli orizzonti tecnologici. Quanto la tua ricerca intorno ai disastri ambientali è stata ulteriormente stimolata dall’esperienza vissuta in Iran?

Essendo in piena rielaborazione del concetto di apocalisse – incominciai a maturare l’idea di un nuovo lavoro, L’estetica dell’apocalisse – una serie fotografica composta da dittici. La prima foto, è l’immagine di un’opera appartenente ad un altro artista che ha delle fortissime assonanze visive ed estetiche con la seconda foto che scaricata dal web, rappresenta una catastrofe realmente avvenuta. La prima associazione che ho visualizzato è stata per esempio la tavola a-a’: l’elicottero di Paola Pivi ribaltato in una piazza pubblica, rimanda all’immagine di un’imbarcazione in perfetto equilibrio sopra una palazzina in Giappone dopo lo Tsunami. Le assonanze tra i disastri ambientali e le opere d’arte sono sconvolgenti, tanto da sembrare un unico lavoro, e destabilizzano la comprensione dello spettatore rispetto all’opera-evento.

Questo “catastrofico” archivio visivo deriva dalla realizzazione dei lavori 2015 e 2016, video in cui vi è una cronologia dei disastri ambientali e tecnologici avvenuti nel mondo nell’arco di questi due anni.

 Quanto c’è di reale nell’informazione che ci arriva, veicolata dal web e dai mass media, rispetto alla verità percepita direttamente con i propri occhi?   

Questo è un discorso molto complesso, che spesso affronto nei miei lavori, difficile da esternare in una sola risposta. Posso dirti che l’Iran non è solo quello che ci raccontano o quello che ho potuto vedere io direttamente, ma tanto altro. È un paese ricco di un’infinità di storie e luoghi incredibili che bisognerebbe conoscere, estremamente affascinante, e per comprenderlo c’è bisogno di sospendere quei finti parametri nozionistici attraverso i quali ci rapportiamo alla realtà e con cui strutturiamo nozione dopo nozione i nostri pregiudizi. Dopotutto, ciò vale anche per quello che viviamo direttamente e indirettamente in questo mondo.

Non è la prima volta che ti trovi in una terra di conflitti e controversie politiche, sociali e religiose. Nella tua vita “pre-artistica” hai intrapreso una carriera militare durata cinque anni nell’esercito italiano, che ti ha portato anche in Bosnia ed Erzegovina per una missione di pace. Puoi raccontarci brevemente questa esperienza. Quali possono essere le affinità con la residenza in Iran, se ce ne sono state?

Grazie alla mia esperienza nell’esercito, a 18 anni sono stata a Sarajevo per una missione umanitaria, non conoscevo la sua reale storia, a parte quella raccontatami per l’indottrinamento militare, ma i campi minati, i cimiteri dislocati dappertutto in città e i fori dei proiettili sulle facciate delle palazzine si raccontavano da soli, eppure è stato l’unico luogo in cui ho percepito un’energia di rinascita, voglia di riappropriazione della propria vita e della propria terra.

Anche in Iran ho ritrovato questa energia propositiva dietro le privazioni e gli obblighi. Durante la residenza ho approfondito la storia del movimento Onda Verde, fautore dei moti di protesta contro la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad nel 2009: per la prima volta dopo la rivoluzione islamica la gente si riversava per le strade di Teheran: studenti, intellettuali, artisti, attivisti di qualsiasi estrazione sociale, protestavano  uniti superando la paura. Chi ha vissuto questo momento racconta che si sentiva nell’aria una grande energia. Ecco forse l’affinità di questi paesi sta proprio nel coraggio di ribellarsi, la risposta invece è stata una spietata repressione dei responsabili, giustiziati in piazza e sepolti in cimiteri comuni. E allora mi sono chiesta se non fossero proprio questi i veri martiri della Repubblica Islamica, invece che quelli morti in nome dello Stato!!?

Interférences 15: il romanzo come arte. Intervista a Lakis Proguidis sull’Atelier du roman

Andrea Inglese

A. I. – Sei direttore da 24 anni di una rivista intitolata L’Atelier du roman, nata a Parigi all’inizio degli anni Novanta e che, da allora, non ha smesso d’interrogare, difendere, esplorare le ragioni della scrittura romanzesca al di là di ogni frontiera storica e geografica. Una delle caratteristiche principali di questo progetto intellettuale è la sua attitudine militante, che rivendica una netta distanza nei confronti del discorso e del gergo accademici. Coerentemente con queste premesse, L’Atelier ha sempre privilegiato la forma del saggio rispetto a quella dello studio specialistico. Quali sono state le circostanze e le motivazioni che hanno accompagnato in Francia la realizzazione di un tale progetto? E per quale ragione vi è un intellettuale, un saggista, insomma uno scrittore greco all’origine dell’avventura? Mi sembra importante conoscere anche un pezzo della tua storia personale, almeno negli anni che precedono la nascita della rivista.

L. P. – Io vengo dalle scienze esatte. Ho esercitato per una decina d’anni la professione d’ingegnere dei lavori pubblici. Ma, fin dall’adolescenza, sono stato un lettore di letteratura, e soprattutto di romanzi. Pensavo che i romanzi mi aiutassero a comprendere la mia epoca. Verso la fine degli anni Settanta, mi sono a tal punto innamorato dell’opera di due romanzieri, Milan Kundera e Witold Gombrowicz, che ho deciso di cambiare vita e di dedicarmi completamente alla letteratura. Il punto comune di questi due scrittori è stata l’esplorazione, romanzesca ovviamente, di un’esistenza umana minata dal pensiero astratto – o, se vogliamo, dall’ideologia –, prodotto tipico del XX secolo. Data la mia formazione e la mia vita di allora, ero nelle condizioni giuste per rendermi conto che avevano ragione. Di questo percorso parlo approfonditamente nel mio ultimo saggio, Rabelais – Que le roman commence !, pubblicato all’inizio del 2017 (Pierre-Guillaume de Roux).

L’idea di fondare L’Atelier du roman ha iniziato a prendere forma in me alla fine degli anni Ottanta. In quel periodo, scrivevo un saggio sull’opera romanzesca di Witold Gombrowicz. Gombrowicz si lamentava spesso nel suo Diario della scomparsa dei “caffè letterari” nella vita letteraria che stava emergendo in Francia e altrove nel corso degli Cinquanta. Mi sono detto allora che un caffè simile, ossia un focolaio di dialogo estetico, poteva rinascere sotto forma di rivista letteraria. L’idea fu accolta con entusiasmo da alcuni amici che, come me, assistevano all’epoca a un seminario sul romanzo che Milan Kundera teneva all’EHSS di Parigi, un seminario cosmopolita.

È del tutto evidente che se Gomobrowicz si lamentava della scomparsa dei caffè letterari non era per nostalgia. Deplorava il fatto che il discorso sull’arte, nel suo tempo, abbandonasse lo spazio pubblico per rifugiarsi negli istituti universitari, nella ricerca supposta scientifica e nei convegni e altri dibattiti di specialisti, ossia di persone risolutamente orientati verso ciò che viene oggi chiamata, senza vergogna, “l’industria del sapere”.

L’Atelier du roman è stato fondato nel 1993. Noi scrittori, che alimentiamo le sue pagine, cerchiamo di dire che un abisso invalicabile separa “l’industria del sapere” (i soldi) dal dialogo estetico (il piacere), al quale è consacrata la rivista. Da una parte, c’è il concetto; dall’altra, l’affetto. Parlo di affetto artistico. Dell’affetto che è proprio dell’essere umano. Di quell’affetto che è presente tra gli uomini e che, per questo, non sarà mai analizzato, quantificato, digitalizzato.

Per quel che riguarda la mia origine, chissà, è forse la lingua di Omero che mi ha reso così refrattario alle potenze dell’astrazione che minacciano attualmente sia l’arte che il commento estetico.

A. I. Siamo confrontati a questo paradosso. Da un lato, il romanzo sembra aver vinto la battaglia per l’egemonia nel mercato editoriale. La sola cosa che potrebbe davvero vendere è il romanzo, la sola cosa di cui gli editori sono ghiotti è il romanzo. Ognuno, oggi, ha diritto di scrivere un romanzo. D’altra parte, più il romanzo si generalizza come prodotto, più l’estensione delle sue frontiere si riduce. La sua forma e la sua lingua si ammansiscono e si codificano secondo le norme dei diversi sotto-generi. Il nostro comune amico (e redattore di lunga data della rivista) Massimo Rizzante citava in un numero recente dell’Atelier questa frase di Mario Vargas Llosa: “Il romanzo, per me, comincia laddove finisce il romanzo. Appena la gente inizia a dire che non è romanzo, è proprio a questo punto che il romanzo comincia”. Siamo ancora in grado di udirle queste parole?

L. P. – Tutti i miei lavori, L’Atelier du roman incluso, consistono principalmente nel dimostrare che il romanzo è un’arte vera e propria, come la musica, il teatro, ecc. Il romanzo come arte, quindi, è coinvolto quanto le altre arti dal paradosso che tu menzioni. Le opere degne d’integrarsi, di diversificare e di arricchire la storia dell’arte alla quale appartengono e dalla quale traggono legittimità sono rare – come sempre – con la differenza che oggigiorno, per snidarle, devi andare a frugare nell’Himalaya di una superproduzione che si vorrebbe artistica. In questo, i nostri pretesi artisti, così come coloro che di professione si occupano della commercializzazione delle loro opere, non fanno che applicare la legge dell’economia della sovrabbondanza: noi offriamo, il cliente (il drogato) lo fabbrichiamo di conseguenza – d’altra parte, anche i pubblicitari debbono pur vivere, no? Da ciò l’importanza, oggi più che mai, della critica e del dialogo estetico. Insisto su questo abbinamento, perché di critica o, per essere più precisi, di commenti promozionali ne abbiamo a bizzeffe. È il dialogo estetico che diventa sempre più raro. Perché? Perché un tale dialogo presuppone degli individui liberi e autonomi, ossia delle persone che non sono connesse 24 ore su 24 all’attualità.

Quanto all’idea di Mario Vargas Llosa, ne vedo chiaramente l’utilità. Serve per poter distinguere la creazione dalla creatività, la forma unica dalla fabbricazione in serie, l’opera innovativa dalla doxa. Ma Vargas Llosa parla in qualità di romanziere. Un critico che prende sul serio il suo lavoro non può ignorare l’ontologia dell’arte di cui si occupa. E se è critico letterario, non può evitare di interrogarsi su ciò che unisce, attraverso i secoli, tutte queste opere che hanno fatto la loro apparizione come “non romanzi”.

A. I.Una delle caratteristiche dell’Atelier è senz’altro questa scommessa nel dialogo tra individui liberi e autonomi, un dialogo che si realizza evidentemente nella rivista, attraverso delle discussioni intorno a degli autori (Bulgakov, Perec, Sciascia, ecc.) o a un’opera particolare (Pastorale americana di Roth, Rosie Carpe di Ndiaye, Tworki di Bieńczyk, ecc.) o a delle tematiche (filosofia e romanzo, la francofonia letteraria, l’industria culturale). Ma questo dialogo è anche nutrito da incontri conviviali a scadenza regolare nei caffè di Parigi e anche da appuntamenti più strutturati come Gli incontri di Thélème. Ci puoi parlare più precisamente della forma che questi dialoghi hanno preso nel corso degli anni?

L. P. – Quello che è estremamente difficile di questi tempi è far capire che il vero dialogo – amoroso, politico o estetico – presuppone la presenza fisica degli interlocutori. Lo scambio di messaggi, d’informazioni e di conoscenza per via elettronica non costituirà mai un dialogo. I dibattiti, così apprezzati dai media, tra avversari di cui si conosce già il pensiero non hanno niente a che vedere con il dialogo. Sono delle contese. Ai convegni, simposi e altri incontri, non si dialoga, si giustappongono monologhi. Ho quasi vergogna a dirlo, ma le persone che vogliono condurre un dialogo estetico devono aver costruito qualche legame affettivo tra di loro. È di scambi, di gusti e di piaceri personali che parliamo di fronte a opere artistiche. Non siamo in una competizione economica, sportiva o di altro tipo, dove non ci sono che vincitori e vinti.

Dal momento che ci occupiamo del romanzo, dobbiamo far incontrare le nostre letture, senza escluderne nessuna, senza eliminarne nessuna. L’unico vincitore al termine di un vero dialogo estetico è l’opera d’arte in questione. È l’opera che impone l’amicizia tra i suoi diversi ammiratori. E chi dice amicizia, letteraria o d’altro tipo, dice scambio tra corpi. Altrimenti siamo nel virtuale, ossia da nessuna parte. È così che l’opera d’arte meritevole s’inscrive durevolmente nel tempo e può apparire sempre sotto una luce nuova, per la nostra più grande felicità.

Ecco perché tutte le manifestazioni dell’Atelier du roman si caratterizzano per questo spirito di amicizia. Di amicizia letteraria, intendo. Cosa che non ha niente a che vedere con le relazioni che possono unire i membri d’un qualsiasi gruppo di pressione – di quelli che proliferano vertiginosamente ai giorni nostri. L’amicizia letteraria si coltiva. E, per quanto mi riguarda, cerco di porre questa amicizia al di sopra delle divisioni politiche, nazionali o di altro genere.

Una di queste manifestazioni è quindi l’incontro annuale di Thélème. Si svolge all’abazia di Seuilly (in Touraine) il primo week-end di ottobre e deve il suo nome all’abazia che, secondo Rabelais, il re Gargantua ha costruito per frate Giacomo, volendolo ringraziare dei suoi straordinari servigi durante la guerra contro il re Picrochole. Sul frontone di questa abazia si poteva leggere: FAI QUELLO CHE VUOI. In accordo con questa iscrizione, abbiamo scelto come argomento permanente di questi incontri la Libertà. Ogni anno undici scrittori e una quarantina di persone, che vi partecipano attivamente, parlano della libertà. Ma non parliamo mai della stessa cosa. Ogni anno, infatti, tocca a un nuovo scrittore proporre la visuale a partire dalla quale discutere della libertà. Va da sé che gli scrittori invitati – ogni volta è un gruppo nuovo – non arrivano con un testo già scritto, ma con degli appunti. Vengono per discutere. Scriveranno il testo in seguito. Per il numero de L’Atelier du roman che farà da eco all’incontro al quale hanno partecipato. E un’altra cosa va da sé: non andiamo certo nelle terre rabelesiane per parlare senza bere. D’altro canto, è risaputo dalla più lontana Antichità che non c’è miglior mezzo per costruire un’amicizia letteraria durevole che il vino…

A. I. Mi pare che tu abbia a lungo considerato che non soltanto l’invenzione del romanzo è strettamente legata alla storia dell’Europa, alla sua grande ricchezza di lingue e culture concentrate su una superficie geografica relativamente ristretta, ma che la buona salute di una cultura europea dipende anche dalla vocazione polifonica e critica del romanzo. La cultura europea, infatti, si costruisce grazie a un dialogo cosmopolita, ma anche attraverso i malintesi, le contaminazioni, l’interrogazione libera e insolente delle identità nazionali e del loro passato. Il direttorio finanziario che dirige le istituzioni europee, da un lato, e i nostalgici delle identità nazionali “stagne”, dall’altro, non sembrano più lasciare molto spazio a un’idea di Europa… Si può parlare ancora oggi di una cultura europea e del ruolo che il romanzo potrebbe svolgere nella sua creazione?

L. P. – Non lo so. Condivido in ogni caso la tua affermazione. Riguardo all’Europa (dall’Atlantico agli Urali) lo spirito e la coscienza politica sono stretti tra la cupidità che genera la mondializzazione e l’idiozia che coltiva il nazionalismo. E questo non da eri. Nel mese di dicembre, vent’anni fa, è morto a Parigi Cornelius Castoriadis. Qualche mese prima aveva dato a Praga una conferenza intitolata “Un rinascimento democratico o la barbarie”.

Non so se si possa “parlare ancora oggi di una cultura europea e di un ruolo che il romanzo potrebbe svolgere nella sua creazione”. Quello che però so con certezza è che il romanzo è consustanziale all’Europa (dall’Atlantico agli Urali) come la tragedia fu consustanziale all’Atene democratica. Il suo ruolo? Continuare ad essere ciò che è stato per cinque o sei secoli. Il ruolo della critica? Continuare a valorizzare il legame profondo tra “Europa” e “romanzo”. E quindi continuare a interrogarsi sulla necessità estetica, spirituale e storica di questo legame. Del resto, è soprattutto per rispondere a questo compito che abbiamo intrapreso i nostri incontri annuali, di cui il primo, nel 1999, s’intitolava “Romanzo: un’arte dai molteplici nomi”. È possibile trovare gli articoli dei partecipanti di questo incontro nel numero 22 della rivista (“C’era una volta l’Europa”, giugno 2000). Si trattava di riflettere sul fatto che le differenti lingue europee hanno ognuna il proprio nome per indicare il romanzo. Diciassette anni fa, ecco ciò che si poteva leggere, tra le altre cose, nel pezzo d’apertura del numero in questione:

Quelli che fanno l’Europa ?

Sono questi pochi eruditi gioiosi, questi scrittori e traduttori, che un anno fa hanno messo in comune per due giorni dizionari, letture, opere e lavori, conoscenze, gusti e preferenze a partire da una sola parola: romanzo. Perché lo chiamiamo, noi Francesi, roman, i Polacchi, powiesc, gli Islandesi, skáldsaga e gli altri Europei diversamente?

Romanzo, non è un nome qualsiasi. Designa l’arte che è consustanziale alla nascita dell’Europa, alle sue contraddizioni e malintesi, alla sua storia multidimensionale e multietnica, ai suoi itinerari nazionali sfasati, alle sue incomprensioni, le sue rotture, la sua polifonia, la sua cacofonia, la sua unità profonda, unità tessuta malgrado le guerre, le lacerazioni, i disastri e le cadute, malgrado le frontiere.

A. I. Uno degli aspetti affascinanti de L’Atelier è il suo rapporto con l’attualità. Non fate alcuno sforzo per mostrarvi aggiornati con le novità editoriali, le nuove mode letterarie, o i dibattiti intorno ai premi; ma nello stesso tempo vi è uno sguardo spesso polemico e caustico nei confronti della società contemporanea e dei suoi miti. Sapete essere nel contempo inattuali e inopportuni. Non è per nulla facile costruire questa “giusta” distanza con l’attualità. Come ci siete riusciti? Come si può sfuggire alla dittatura dell’attualità, senza rischiare di assumere la posa dello scrittore che osserva con sprezzo e sdegno confortevoli la decadenza dei tempi?

L. P. – Facciamo una distinzione: c’è l’attualità del mercato e l’attualità della creazione. Mi sembra che con la seconda abbiamo mancato di rado l’appuntamento. Le opere d’arte sono rare. Non si fabbricano su commissione e, soprattutto, non si moltiplicano per il fatto della moltiplicazione vertiginosa delle persone che si autoproclamano artisti (pittori, poeti, romanzieri, ecc.). Ciò detto, noi non voltiamo le spalle a quella che viene considerata oggi l’attualità. Al contrario, quest’attualità ci interessa moltissimo, in quanto vi cogliamo i segni dell’instaurazione di rapporti nuovi dell’uomo con il tempo. Il primo di questi segni, il più inquietante, è il rifiuto del passato, e questo avrà come conseguenza immediata la sterilizzazione totale della stessa attualità: da istante misterioso all’interno del tempo vasto, essa si ridurrà a somma di avvenimenti fortuiti. Odysséas Élytis diceva : “un giorno il passato ci sorprenderà con la forza della sua attualità”, il che vuol dire che se l’attualità vuole essere vissuta come un tempo umano, ossia un tempo aperto al caso e all’imprevisto, deve portare affettuosamente nel suo seno tutto il passato.

Sì, non è facile “sfuggire alla dittatura” dell’attuale, così come domina ai nostri giorni. Certo, non smettiamo di far dialogare nelle pagine de L’Atelier du roman le grandi opere del passato con il nostro presente. Ma questo non è sufficiente. Bisogna anche riflettere sul fenomeno di questa mutilazione del tempo e dei pericoli covati dall’uomo che soccombe al suo fascino. Uno dei nostri incontri – L’Atelier du roman, n° 73, marzo 2013 – aveva per titolo : “La guerra del Tempo e dell’Attualità”.

A. I. Vorrei concludere questa intervista con almeno una domanda sul tuo ultimo saggio Rabelais – Que le roman commence ! Nel tuo sforzo per definire un’estetica del romanzo, fai leva su una categoria per te centrale e che è stata pertanto trascurata dall’immensa produzione accademica intorno al romanzo, ossia il “riso romanzesco”. Quale sarebbe la specificità di questo ridere?

L. P. – Sento spesso intorno a me lamentele sul fatto che l’uomo di oggi perde il sentimento del tragico. Quando le riflessioni di questo tipo sono intrecciate con i discorsi che teniamo con i nostri simili su ogni cosa e il suo contrario, ciò non ha alcuna importanza. Si vuole solamente dire che bisogna prendere la vita sul serio, che la vita non deve essere vissuta come una festa illimitata. Per contro, quando sono i giornalisti, i professori di filosofia e altre personalità delle arti e delle lettere che tengono questo genere di propositi è sconfortante, in quanto prova l’abissale mancanza di cultura delle nostre supposte élite. Il sentimento del tragico e il suo correlato, la catharsis, corrispondono a un mondo scomparso da due millenni. Ovvero un mondo dove l’uomo si sente intrappolato da forze che sovrastano la sua comprensione. In seguito, e per secoli e secoli, il tragico è stato rimpiazzato dalla salvezza cristiana – dalla supposizione che il Creatore ci ami. Ma già da quattro secoli l’uomo, proclamandosi “maestro e possessore della natura”, ha preso il timone dell’universo e del suo proprio destino. Allora, in questo mondo nuovo, nuovo per l’esistenza, la sola cosa che tiene, esteticamente parlando, è il riso romanzesco. È il riso dell’uomo che si scopre intrappolato dalle sue stesse opere. È il riso che l’uomo indirizza a se stesso. Questo riso non viene dall’alto – da Dio o da Satana – né dai suoi pedagoghi, dai suoi profeti o dai suoi cinici professionisti. Viene dalle profondità della sua anima, e subito vi ritorna. Si tratta di auto-ironia. Ma questa autoironia non riguarda gli individui presi isolatamente, ma è l’autoironia della nostra civiltà nel suo insieme. Evidentemente, questo riso romanzesco non esiste in sé. Una grande arte lo porta nel suo seno, lo nutre di sé e lo trasmette attraverso le epoche e i continenti. Di quest’arte, della sua storia, del suo nocciolo estetico, parlo appunto nel saggio che hai citato.

Schiudere spazi di libertà

Intellettuali e potere

 Pubblichiamo qui la versione integrale della conversazione con Ida Dominijanni a cura di Enrico Donaggio e Daniela Steila

Anche a te chiediamo, come ai nostri precedenti interlocutori, se, a tuo avviso, in una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, esiste un compito dell'intellettuale.

Il compito dell'intellettuale è sempre lo stesso: interpretare il presente, demistificare il potere, aprire spazi di libertà praticando, e non solo predicando, libertà. Michel Foucault ne ha dato una raffigurazione perfetta nei suoi commenti al testo kantiano Che cos'è l'Illuminismo? Naturalmente è lo stesso Foucault ad averci messo in guardia una volta per tutte da una certa concezione idealistica dell'intellettuale che lo vorrebbe estraneo al potere, ricordandoci che se il potere è sempre armato di sapere, il sapere a sua volta ha sempre a che fare con il potere: perché lo esercita e perché non c'è intellettuale, fosse pure il più critico, che non sia situato all'interno dello stesso regime di verità e dello stesso ordine del discorso della sua epoca che il potere garantisce e presiede. Mi sembra un punto rilevante per la situazione italiana di oggi.

C'è un punto preliminare, però, da chiarire: quando parliamo dell'intellettuale di oggi e del suo compito, a chi ci riferiamo? Quale figura sociale abbiamo in testa? C'è una vasta letteratura che negli ultimi anni ha denunciato e lamentato la fine dell'intellettuale, facendo riferimento a una specifica figura del rapporto fra cultura e politica che ha percorso e illuminato il Novecento. Quella figura, si dice - penso alla ricostruzione che ne ha fatto Alberto Asor Rosa nel suo libro-intervista con Simonetta Fiori intitolato Il grande silenzio - ha resistito all'attacco mortale del totalitarismo fascista e comunista. Dopodiché si è spenta nel campo della destra, ma ha avuto la sua magnifica stagione a sinistra, nella doppia versione dell'intellettuale “organico” e “critico”. Quest'ultimo, attraverso ripetuti strappi con l'ortodossia (nel '56, nel '68, nell'89), ha mantenuto alta la funzione civile e politica di un pensiero autonomo, e tuttavia militante; schierato non tanto con un partito quanto con una parte, la classe operaia e i valori dell'emancipazione sociale e della democrazia. Dopo l'89, questa figura tramonta, insieme al mondo diviso in campi contrapposti, alla società divisa in classi, al partito della classe operaia, alle “grandi narrazioni” dell'emancipazione e della rivoluzione. Trionfa la “società montante” - così la chiama Asor Rosa - dell'omologazione conformista, della metafisica dell'apparire contro l'essere, della colonizzazione dall'alto dell'immaginario, della dittatura dell'audience, della “peste del linguaggio” di calviniana memoria. E in un tale scenario non ci sarebbe più posto per l'intellettuale e per la sua funzione critica e politica: l'intellettuale si estingue, come i dinosauri.

Ma è davvero così? Un destino segnato

Penso che questa ricostruzione sia del tutto calzante e convincente per il passato (pur se non si interroga sulla rinascita, nell'ultimo ventennio, dell'intellettuale organico nel campo della destra), ma abbia gli occhi velati sul presente. Oggi non vedo affatto un'eclisse dell'intellettuale, ma una sua trasformazione che, lungi dal condannarlo alla marginalità, lo ricolloca al centro delle contraddizioni del sistema e del conflitto che ne consegue, o ne può conseguire. Ragionando in termini materialistici più che morali, il punto non è che oggi dell'intellettuale c'è più bisogno di prima perché più di prima occorre denunciare i misfatti del potere, spezzare il conformismo, alzare la voce dell'indignazione: dei “professionisti dell'indignazione”, come li ha definiti nella sua intervista ad Alfabeta Luca Rastello, diffido quanto lui, senza nulla togliere al ruolo positivo che hanno svolto nella lotta contro Berlusconi. Il punto è la centralità inedita che il lavoro intellettuale in ogni sua forma, dalle più garantite alle più precarie, dalle più qualificate alle più dequalificate, assume oggi nel capitalismo che, non a caso, definiamo “cognitivo”. Non sto a ripetere cose note sul ruolo decisivo assunto dalla conoscenza nel processo di accumulazione capitalistico. Mi interessa sottolineare (meglio di me lo fa Marco Bascetta, in un recente articolo su “Commons”) la contraddizione per cui più questo ruolo della conoscenza cresce, più ne viene compresso il valore, precarizzando le condizioni di vita della forza-lavoro cognitiva, abbassandone i costi di produzione e riproduzione e presentandoli come un peso parassitario che grava sulla società. L'anti-intellettualismo trionfante, il disprezzo per il “culturame”, la distruzione lenta ma inesorabile della scuola e dell'università si collocano su questa base materialissima. E su questa base partono le lotte per l'affermazione del valore e dell'autonomia della cultura e della formazione. Mi pare che questo potenziale si sia rimesso in moto da un paio d'anni a questa parte, e cominci a raccogliere i suoi frutti in termini di produzione di pratiche e saperi alternativi condivisi: basta pensare all'occupazione del Teatro Valle di Roma e ad altre mobilitazioni che ruotano attorno all'affermazione della cultura come bene comune.

In effetti, il movimento degli studenti nelle università, l'anno scorso, sembrava rivendicare un valore alto della cultura; sceglieva di farsi scudo simbolicamente di libri, difendendopur senza immediato successola necessità di una formazione non puramente tecnica o finalizzata alla carriera …

Questo infatti, secondo me, è un buon momento, dopo un trentennio di liberismo e di sistematica svalorizzazione della cultura. Io appartengo alla generazione cresciuta negli anni Sessanta, quando la cultura era un valore, per tutti: certo, era nelle mani della borghesia - all'epoca in Italia esisteva una borghesia illuminata, con in casa tutti i libri giusti che servivano a un'adolescente - - ma le classi subalterne volevano e potevano appropriarsene. Per i contadini e gli operai era un punto d'onore riuscire a mandare i figli a scuola e all'università; “operai e studenti uniti nella lotta”, lo slogan che accese il Sessantotto, non sarebbe stato possibile fuori da quella congiuntura; e io ricordo i corsi delle 150 ore all'università negli anni Settanta, con i metalmeccanici che spiegavano il ciclo produttivo a noi studenti di filosofia, come una delle tappe decisive della mia formazione. La deriva di svalorizzazione è cominciata negli anni Ottanta, e ha travolto anche i luoghi e le professioni più insospettabili, a cominciare dal giornalismo. I risultati li abbiamo visti: nella televisione berlusconiana o berlusconizzata, nel disinvestimento sulla scuola pubblica e sull'università. Adesso mi pare che la generazione dei ventenni, evidentemente satura di quest'annientamento, stia reagendo. Nelle mobilitazioni degli ultimi due anni la cultura viene rivendicata come bene comune, eredità, porta d'accesso al futuro.

In questo contesto, come concepisci il tuo ruolo di intellettuale donna, esperta di questioni di genere?

Sono una donna, forse un'intellettuale femminista, certamente non “un'esperta in questioni di genere”, e considero una iattura il fatto che le università, le commissioni pari opportunità, le burocrazie locali, nazionali e sovranazionali siano piene di “esperte in questioni di genere”: più precisamente, lo considero la rovina del femminismo come movimento politico sovversivo. Considero anche un segno del moderatismo dei tempi il fatto che il termine “genere” e la locuzione “di genere” abbiano sostituito, nel lessico politico e femminista corrente, il sostantivo “sesso” e l'aggettivo “sessuale”. Non c'entra niente a mio avviso, o c'entra molto poco e in modo distorto, l'annoso e complesso dibattito sul rapporto fra sex e gender che ha occupato per anni la teoria femminista di area anglofona. C'entra, molto più semplicemente, l'adozione di un termine, “genere”, che per un verso si percepisce più innocuo di “sesso” e “sessuale”, per l'altro si presta a ri-confinare continuamente le questioni poste dal femminismo, che sono generali, in un perimetro specifico e parziale.

Ma vengo al merito della vostra domanda, cercando di restituire un'esperienza. Non è che io abbia mai scelto di fare l'intellettuale femminista; né tantomeno ho mai pensato di occuparmi di una questione di genere specifica. Grazie a una strana e fortunata congiuntura, all'inizio degli anni Ottanta - in piena crisi delle ideologie di sinistra e in piena fioritura del pensiero della differenza sessuale - mi sono trovata a lavorare in un giornale come il manifesto nel quale, con un certo agio ma non senza ostacoli, mi è stato possibile cercare di fare reagire tra loro queste due tendenze: in una prima fase dando conto di quanto si produceva nel laboratorio femminista, in seguito tentando di interpretare la politica - tutta la politica, istituzionale e non, e soprattutto il cambiamento che attorno al termine ”politica” si sta giocando da decenni - con lo sguardo, le categorie, le curiosità, le impertinenze, la libertà guadagnate in quel laboratorio. Allo stesso modo, nei sette anni in cui ho avuto il piacere e l'onore di insegnare Filosofia sociale come docente a contratto all'università Roma Tre, il tentativo non era quello di fare un discorso di e sul genere, ma di porgere alle e agli studenti una certa pratica di produzione del pensiero sperimentata fra donne, e di interrogare il testo filosofico a partire dalla differenza sessuale. Che sì, secondo me ha a che fare con il ruolo dell'intellettuale: nel senso che non c'è pensiero che non sia incarnato in un corpo sessuato, che non sia portatore di una storia di genere (in questo caso il termine è giusto), che sia immune o immunizzabile dalle relazioni e dal conflitto tra i sessi. E non c'è intellettuale-donna che non debba rispondere, testimoniandola, alla domanda di libertà femminile aperta dal femminismo novecentesco: quello, per intenderci, cominciato con l'invito di Virginia Woolf a non accodarci, noi donne, “al corteo degli uomini colti”. In questo senso, il richiamo alle pratiche di autonomia e libertà di pensiero e di azione, se per gli intellettuali vale sempre, per le intellettuali vale il doppio: è qualcosa che dobbiamo all'epoca di libertà femminile in cui abbiamo avuto la fortuna di venire al mondo e di crescere.

Non ti sembra però che oggi in Italia si assista a uno spaventoso arretramento della condizione delle donne? Non soltanto si costruiscono e propagandano immagini avvilenti, ma sembra che le donne siano fortemente marginalizzate. Come mai, dopo anni di forti cambiamenti, il tema della presenza femminile sembra ridotto al fastidioso scrupolo di un politically correct di maniera? Cosa risponderesti a chi individua tra le cause di questa deriva anche un tratto di connivenza delle donne?

Vi sembrerò antipatica, ma questa domanda sì che a me pare politically correct! Da un paio d'anni - dall'esplosione del cosiddetto sex-gate berlusconiano, per l'esattezza - sembra sia diventata la premessa obbligata di qualsiasi discorso sullo stato dei rapporti fra uomini e donne: “c'è uno spaventoso arretramento della condizione delle donne”. Ma siamo sicure? Arretramento rispetto a che? Nessuna che, come la sottoscritta, sia nata prima del femminismo può avere un dubbio sul fatto che la situazione delle donne italiane, dagli anni Sessanta in avanti, è straordinariamente migliorata: nel rapporto con se stesse e le altre donne in primo luogo, e poi nei rapporti con l'altro sesso, in famiglia, nel lavoro, nella sfera pubblica, nell'espressione artistica di sé. Ovviamente non sto sostenendo che si tratta di un'epopea gloriosa e trionfante: dalla storia del secolo scorso abbiamo imparato una volta per tutte che non esistono magnifiche sorti e progressive di nessuna rivoluzione, e che ogni cambiamento è soggetto a passi falsi, regressioni, reazioni, processi di rivoluzione passiva. Ma a me pare che storicamente considerato, il trend, come si dice, del mutamento femminile innescato dalla rivoluzione femminista sia positivo, e anche il saldo. Il problema vero, duro, è che non c'è stata una risposta maschile adeguata a questo cambiamento: da qui la misoginia imperante, a destra e a sinistra, l'arroccamento maschile sul potere, le vendette di un patriarcato morente, il linguaggio e le immagini avvilenti e quant'altro.

La tesi dello “spaventoso arretramento”, invece, di solito sottintende tutt'altro giudizio: il femminismo aveva innescato forti cambiamenti, ma ora siamo tornate indietro, per giunta con la “connivenza” di molte donne, ergo il femminismo ha fallito, o ha mancato le sue promesse. Domanda, mia stavolta: quali promesse? Di fronte a bilanci di questo tipo, alquanto misogini e sempre più ricorrenti nei media, la mia impressione è che si pensi al femminismo storico come a una sorta di assicurazione a vita per le generazioni successive. Come se insomma le sue conquiste fossero date una volta per tutte. Ma il femminismo non è mai stato una banca di diritti acquisiti: è stato e resta un movimento di pratiche di libertà. Che vanno rimesse al mondo continuamente. Il femminismo è conflitto, non garanzia. Talvolta, conflitto anche fra donne.

Insomma, quel che è mancato sarebbe una risposta maschile allaltezza

Precisamente. La mia generazione l'ha sperimentato direttamente: la separazione delle femministe dalla politica “mista” fu un vero e proprio taglio, con il quale molti uomini – parlo anche di compagni per me tutt'ora irrinunciabili - non sono mai riusciti a fare davvero i conti, e al quale non hanno saputo dare una risposta adeguata. E mi pare che questo si possa dire, più in generale, per l’intera società italiana, una società fortemente strutturata sulla famiglia e i ruoli sessuali tradizionali, che è stata scossa in profondità dal femminismo senza riuscire a trasformarsi in modo conseguente. Altrove, in società come quelle anglosassoni che partivano da una minore rigidità dei ruoli sessuali e da una maggiore emancipazione femminile, la risposta al femminismo è stata di tipo egualitario. In Italia occorreva una risposta basata, per citare il titolo di un vecchio libro di Irigaray, su un'etica della differenza sessuale, sulla relazione tra i sessi come relazione di differenza. E' una risposta che stenta a emergere, ma che si comincia a profilare: io sono abbastanza fiduciosa.

Sapresti indicare, su questa linea, delle risposte all'altezza, degli esempi concreti di buone pratiche maschili?

Sì, qualcuna sì. Il gruppo “Maschile plurale”, ad esempio, lavora già da molti anni sull'autocoscienza maschile, sul rapporto fra violenza e sessualità maschile, sul nesso tra crisi dell'identità maschile e crisi della politica. È un laboratorio che ha prodotto cose importanti, penso ai lavori di Marco Deriu, Stefano Ciccone, Alberto Leiss, Sandro Bellassai e altri. Mi pare di vedere inoltre un cambiamento di atteggiamento negli uomini più giovani, che hanno meno problemi a riconoscere autorevolezza femminile, o forse semplicemente non hanno conti in sospeso con le donne come le generazioni precedenti… Rimangono rari comunque, sulla scena pubblica, gesti visibili che segnalino una vera volontà di interlocuzione con le donne da parte maschile.

Emerge dalla deriva politica attuale un'immagine triste e preoccupante del potere maschile, anche a prescindere dai comportamenti dell'attuale capo del governo. Eppure gli uomini, con alcune eccezioni – anche importanti - sembrano preoccuparsene poco…

Non so dire se se ne preoccupano, certamente per lo più non la sanno analizzare. S'è visto benissimo anche durante l'esplosione del sistema berlusconiano di scambio fra sesso, denaro e potere: nessun uomo pubblico è riuscito a dire una sola parola dotata di senso sul rapporto fra le esibizioni sessuali di Berlusconi e la sua concezione della sovranità. È un atto mancato non da poco, nella sinistra istituzionale. Dove il massimo che abbiamo ottenuto è stata l'offerta tardo-paternalistica, o tardo-cavalleresca, dei dirigenti del Pd che scendevano in piazza – cito testualmente – “per difendere la dignità delle nostre mogli e delle nostre figlie”. E la dignità delle altre? E la loro dignità? La dignità degli uomini, a me pareva ben più compromessa della nostra dai comportamenti di Berlusconi. Ma su questo, non una parola: come al solito, su di sé gli uomini tacciono. Per fortuna però in quella circostanza ci sono stati anche alcuni uomini che, proprio a partire dal rapporto sesso-potere, hanno parlato e scritto con autenticità della “questione maschile”. E questo, secondo me, è stato uno dei guadagni più importanti dei mesi che abbiamo alle spalle.

Dove e come intervenire per ampliare questi positivi segnali di cambiamento? Le potenzialità ci sono, gli ostacoli anche.

C’è un'enorme presenza femminile nelle sedi di produzione della cultura, nella scuola, nelle università; ci sono moltissime firme femminili nei giornali, nella letteratura, nel cinema, nel teatro. Cos'è allora che non funziona? C'è un'evidente strozzatura al livello del potere, dove la misura resta maschile, per effetto di tre fattori concomitanti: 1. il potere non ama le donne; 2. le donne non amano il potere, ragione per cui ritengo di corto respiro le rivendicazioni paritarie che non tengono conto di questa disparità di desiderio; 3. in Italia restano fortissime le reti di complicità maschile. Fortissime, e inspiegabili a occhi diversi dai nostri. Conosco amici, compagni, militanti di movimento di area anglofona, che quando vengono in Italia guardano supefatti cose che a noi sembrano purtroppo naturali: interi palchi, culturali e politici, tutti composti di uomini. Questo è veramente un fatto molto italiano che altrove non si verifica. Altrove c'è più curiosità e meno aggressività per i percorsi femminili, non un ossequio politically correct ad avere la donna di turno, quasi mai più di una e spesso neanche quella, da esporre sui suddetti palchi. Altro esempio, la strategia delle citazioni, che com'è noto è rivelatrice della struttura interiorizzata dell'autorità: in quale altro paese al mondo il pensiero femminista viene ignorato o viene evocato con la vaghezza di un riferimento collettivo, negli stessi testi in cui si spacca il capello in otto per distinguere le posizioni maschili? Altrove le pensatrici è d'obbligo citarle una per una e per nome e cognome.

Si potrebbe dire che l'esclusione delle donne dalle posizioni di potere somigli un po' a quella dei giovani dai medesimi ambiti: una gerontocrazia e una complici tra uomini che esclude giovani e donne.

È un tema classico: Carla Lonzi già negli anni '70 parlava di un'alleanza tra il giovane e la donna contro il patriarcato. Rimane però che poi, spesso, la chiusura ai giovani si riassorbe in un percorso di apprendistato alla virilità adulta, che purtroppo passa ancora per la riproduzione delle conventicole maschili. Mentre nelle donne l'esclusione, e prima dell'esclusione l'estraneità rispetto al fra-uomini, è un dato permanente. Rispetto al quale però la costruzione di relazioni fra donne è fonte di agio e riconoscimento.

Alla luce di tutto questo è ancora plausibile immaginare una differenza virtuosa delle donne?

“Virtuosa”? È incredibile come alle donne - e del resto a tutti i soggetti che si liberano da una condizione storica di oppressione o di secondarietà - si richieda sempre, istintivamente, un supplemento morale! Ma noi non abbiamo mai inteso la differenza sessuale come una differenza necessariamente “virtuosa”. La differenza fra i sessi - e dunque: differenza femminile, ma anche differenza maschile - è un significante aperto, che bisogna leggere per come opera in contesto. E non è un corredo naturale di virtù o di buone intenzioni: è il risultato politico di una presa di coscienza, che nelle donne ha significato lotta al patriarcato e al fallo-logocentrismo. Naturalmente, scommettiamo tutte che ne venga fuori qualcosa – anzi, pensiamo che ne sia già venuto fuori qualcosa – di meglio rispetto agli assetti attuali delle nostre società. Il che non esclude affatto comportamenti femminili pochissimo virtuosi, o omologati, come si diceva un tempo, al “maschile come valore dominante”. Di più: la differenza sessuale stessa è una posta in gioco a rischio, in un mondo che tende all'omologazione e alla neutralizzazione di tutto. Più che mai dunque il discorso della differenza si conferma per quello che da sempre è: non un dato né una dote, ma una scommessa e un campo di conflitto politico.

È un punto importante, che merita qualche chiarimento ulteriore.

La richiesta del supplemento morale agisce sempre nei confronti delle classi e dei gruppi che si ribellano a uno stato di oppressione o di secondarietà. Anche agli operai è sempre stato richiesto di essere virtuosi, di essere democratici, di farsi carico dell'interesse generale, così come ai movimenti si richiede sempre di avere un progetto, di non essere violenti, di rendersi compatibili con l'ordine costituito. C'è bisogno di ricordare le litanie che scattano ogni volta che una manifestazione non usa i guanti gialli? Nel caso delle donne c'è qualcosa di più, perché le aspettative salvifiche nei nostri confronti riflettono una ambivalenza tipica dell'immaginario maschile, che tradizionalmente oscilla fra un fantasma minaccioso e una fantasia salvifica della donna, l'uno e l'altra poco rispondenti alle donne reali. È l'ambivalenza del figlio verso la madre che si riproduce su scala sociale.

Ma la differenza sessuale agisce al di là, o meglio al di qua, di un contenuto morale. Provo a fare degli esempi. Prendiamo le “Olgettine” del Ruby-gate: non sono di certo delle campionesse di comportamento morale, eppure, volenti o nolenti, da complici sono diventate controparti di Berlusconi. Facevano differenza, ad esempio, nel modo di parlare: il chiacchiericcio telefonico, il raccontarsi tra loro quel che succedeva in quelle feste, i loro giudizi confidenziali ma spietati sul padrone di casa, hanno finito con l'avere, persino al di là di ogni intenzione, un effetto scardinante sul linguaggio del potere di Berlusconi, così rotondamente volto al nascondimento della verità. Un altro esempio, Nafissatou Djallo, la cameriera guineana che ha accusato di stupro Dominique Strauss Khan: a un certo punto s'è scoperto che in passato aveva mentito per ottenere un visto, e questo è bastato per considerarla inattendibile tout court e screditarla, come se una donna, per essere credibile come vittima di stupro, dovesse esibire un certificato di irreprensibilità, che agli uomini non viene mai richiesto. Terzo e più eclatante esempio, le immagini di qualche anno fa sulle torture perpetrate dalla soldatessa americana Lynndie England sui prigionieri di Abu Ghraib: lì finì qualsiasi illusione circa una differenza virtuosa delle donne, quei comportamenti erano altrettanto immorali, se così vogliamo dire, di analoghi comportamenti maschili. Eppure anche in quel caso c'era da interrogarsi sul perché di quel prigioniero incappucciato tenuto al guinzaglio da una donna: mimesi femminile del maschile? “Vendetta” femminile sulla violenza maschile? Effetto perverso dell'emancipazione-omologazione femminile? Potrei continuare, ma quello che voglio dire è che, contrariamente a una certa vulgata approssimativa, il pensiero della differenza sessuale non rinvia a una essenza femminile in sé virtuosa, o almeno io non lo intendo così. Rinvia, lo ripeto, alla differenza come significante aperto e operante in contesto, che va analizzato per come opera di volta in volta, senza l'ansia di appiccicargli dei contenuti eticamente probanti.

Arriveresti a generalizzare questa tua tesi sostenendone la validità per ogni soggetto subalterno che si ribella? O ti sembra una specificità delle donne?

Sarei abbastanza tentata di generalizzare. Mi sembra che questa faccenda del supplemento morale abbia a che fare col fallimento delle grandi narrazioni rivoluzionarie novecentesche: l'investimento di una pretesa salvifica sull'”uomo nuovo” ha finito col generare dei mostri.

In questi ultimi anni abbiamo assistito a uno scivolamento del significato di alcune parole che, dopo essere state usate per rivendicare diritti, sembrano ora ritorcersi contro chi le aveva sostenute. Mi riferisco, per esempio, al tema della libertà di disporre del proprio corpo che, lungi dall'essere un dato acquisito, viene oggi schiacciato sull'argomento, tutto diverso, della libertà di vendere il proprio corpo in cambio di posti e carriere. Toccherebbe agli e alle intellettuali rimettere le parole al loro posto?

Il rovesciamento di significato dell'intero lessico politico è stato il segno più evidente del cambio di egemonia che ha contrassegnato il trentennio neoliberista in Occidente. Il termine “libertà” ne è stato investito in pieno, quanto e più di altri: la libertà di mercato ha soppiantato quella politica – tutto il berlusconismo, in fondo, è racchiuso in questa parabola. All'interno di questo capovolgimento si spiega perfettamente che la libertà collettiva e politica guadagnata dalle donne col femminismo si sia rovesciata, nella testa di qualcuno e anche di qualcuna, nella libertà di collocarsi variamente sul mercato. Sono gli effetti collaterali, chiamiamoli così, dell'ideologia del capitale umano, secondo la quale ognuno è libero imprenditore, o imprenditrice, di se stesso/a. Ma sul fronte della libertà, del senso della libertà, la battaglia è aperta e non a caso si gioca in larga parte sulle donne, che sono contemporaneamente oggetto privilegiato delle strategie di mercificazione e soggetto non piegato di pratiche di libertà politica ed esistenziale. Quanto al ruolo degli/delle intellettuali in queste battaglie sul significato delle parole, è chiaro che essi possono e devono vedere, prevedere, avvertire, vigilare, e di più: combattere quotidianamente una “guerriglia linguistica” sulle piegature del senso, o in altri termini la battaglia per l'egemonia sui significati. Ma è altrettanto chiaro che alla fine, a decidere la piegatura che le parole prendono, sono le lotte e i comportamenti collettivi. “Noi la crisi non la paghiamo” decide del senso della parola “debito” più di mille messe a punto concettuali.

Ma in che modo e con quali forme possibili si stabilisce, nel caso ciò avvenga, il contatto tra la critica dei concettiil compito dellintellettuale - e i movimenti?

È la domanda delle domande. Come si attiva il circolo virtuoso tra il linguaggio e la realtà? Come accade che si accenda, diceva Calvino, “la scintilla che sprizza dallo scontro delle parole con nuove circostanze”? E' molto misterioso, in verità. Possiamo però chiederci come fare del linguaggio una pratica di trasformazione, come fare tesoro politico di tutto ciò che sappiamo del linguaggio, della sua performatività, della sua capacità di produrre, non solo di rappresentare, la realtà. Che è poi il cuore di quella che il femminismo della differenza italiano ha chiamato “politica del simbolico”. Io so dal mio lavoro che la parola ha una grandissima capacità di aprire il senso, di spostarlo, e che per questo vada usata con grande cura; perché un uso sciatto delle parole non fa che confermarne il senso dominante, o anche il non-senso, o spessissimo il piatto senso comune. E penso che questa apertura di cui le parole sono capaci abbia molto a che fare con l'autorizzazione a gesti di libertà. Aprire l'orizzonte del dicibile è anche un'autorizzazione a compiere gesti liberi che scardinano l'ordine delle cose. Per esempio, quando nel femminismo abbiamo cominciato a insistere più sulla libertà che sull'oppressione femminile – e naturalmente non perché pensiamo che l'oppressione sia risolta – il fatto che la nostra libertà fosse dicibile, fosse nominabile e nominata, è stata anche un'apertura di possibilità perché fosse agita, cioè perché le donne non si sentissero più imprigionate nella definizione di oppresse, ma anche libere di uscire da quella prigione linguistica e materiale. Questa operazione, l'apertura di spazi materiali di libertà attraverso lo spostamento di senso di cui il linguaggio è capace, è sempre possibile. Per questo credo tanto al fatto che l'intellettuale non sia superfluo…

Sembra però che a volte, per farsi sentire, diventare efficaci sul piano politico, gli intellettuali rischino compromessi, al limite asservimenti. D'altra parte l'autonomia delle posizioni pure, spesso si paga con l'irrilevanza. È l'alternativa che Zagrebelsky poneva nei termini:liberi siamo superflui, utili non siamo liberi. Cosa ne pensi?

Torno al punto che avevo lasciato in sospeso all'inizio: l'intellettuale non esiste al di fuori della rete di poteri-saperi e del regime di verità in cui vive. Come potrebbe dunque non rischiare compromessi? Altro è il discorso dell'asservimento che nega la ragion d'essere dell'intellettuale, ne fa appunto un servo, un ideologo, un portatore d'acqua. Tuttavia io preferirei impostare diversamente la questione, e parlare di pratiche del lavoro intellettuale, perché è dalle pratiche che passa, o non passa, un contenuto di libertà e un messaggio di cambiamento. E qui il discorso si fa ruvido. Per esempio: quante modalità del berlusconismo sono state interiorizzate dall'antiberlusconismo? Quanta retorica leaderista e populista c'è in molti sinceri e frontali oppositori del leaderismo e del populismo di Berlusconi? Quanta libertà e ossequio del potere ci sono nelle redazioni dei media che militano contro Berlusconi, o nelle università in lotta contro la riforma Gelmini? Un altro esempio, a partire dalla mia esperienza: quando ho cominciato a lavorare ne il manifesto, a un direttore si chiedeva di svolgere una funzione di orientamento politico e culturale; ora gli si chiede, dal basso, capacità di comando e decisione. E gli si dicono, al direttore di turno, molti meno no di un tempo.

Quanto alla formula, suggestiva, di Zagrebelsky, non sarei tanto d'accordo e gli chiederei: “superflui” e “utili” rispetto a che? Se il metro di misura è quello del potere, o del cambiamento del potere, certamente la sensazione di superfluità delle posizioni autonome c'è: il potere costituito – politico, mediatico, economico - non sembra esserne toccato. L'“utilità” dell'intellettuale però non si misura così, ma sulla presa di coscienza di chi sta contro il potere, e sulle crepe, gli spostamenti, le aperture di senso che riesce a introdurre nell'ordine del discorso corrente. È un lavoro duro, quotidiano e interminabile, certo. Ma ha la sua efficacia, e può dare anche molta felicità.

Una versione più breve di quest'intervista è stata pubblicata sul numero 15 (dicembre, 2011) di alfabeta2


Il potere come natura morta

Conversazione di Marco Dinelli con Lev Rubinštejn

Lev Rubinštejn, poeta e saggista, nasce a Mosca nel 1947. Considerato uno dei fondatori della scuola concettualista moscovita, è entrato nella storia della cultura russa grazie all’invenzione di un nuovo genere letterario: versi scritti su cartoncini simili a quelli utilizzati per la schedatura dei libri nelle biblioteche. I suoi testi sono circolati a lungo negli ambienti dell’underground moscovita. Le sue opere cominciano a essere pubblicate in Occidente nel 1979 e in Russia a partire dal 1989 (le sue «cartoteche» nel 1991). Negli anni Novanta e Duemila si dedica all’attività giornalistica. Ci siamo incontrati in un locale nel centro di Mosca. Abbiamo ordinato della vodka e qualche tartina al lardo. La conversazione è iniziata.

Il poeta Michail Ajzenberg parla degli anni Settanta come di una «scatola nera», una cosa in sé di cui non si è ancora riusciti a individuare un carattere specifico, un periodo non storicizzato, a differenza degli anni Sessanta, proiettati ottimisticamente verso il futuro, e degli Ottanta che segnano l’entrata della storia. Come se i due decenni fossero collegati da un anello mancante, sfuggente. Qual è la tua opinione?

Vorrei iniziare dalla cronologia. Gli anni Settanta sono stati un decennio molto lungo, durato più di dieci anni. Per me gli anni Settanta sono iniziati nel 1968, in concomitanza con vari eventi storici, per voi è stata la rivoluzione studentesca, per noi l’entrata dei carri armati sovietici a Praga. E si sono conclusi nel 1985, quando è cominciata la Perestrojka. Penso che gli eventi del 1968 siano stati molto importanti sia per la generazione degli scrittori dell’epoca del disgelo (i cosiddetti «sessantini») che per la nostra. Leggi tutto "Il potere come natura morta"

Piccola apologia della vivisezione. Intellettuali e potere.

Conversazione di Luca Rastello con Enrico Donaggio e Daniela Steila

 [Inseriamo qui il testo integrale dell’intervista apparsa sul numero di novembre di "alfabeta2"]

Inizieremo con la domanda scontata che apre le nostre conversazioni: a tuo avviso, in una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, esiste un compito dell’intellettuale?

Siamo tutti intellettuali, i mestieri immateriali prevalgono largamente su quelli materiali e la definizione di sé, della propria identità, s’inscrive molto più spesso nell'orizzonte intellettuale che in quello professionale. “Tu chi sei?” chiedi a un operaio, e lui ti risponderà: “Sono un appassionato di software”. Per questo credo che definire il concetto di intellettuale sia un po' pericoloso, sfuggente. Tanto più lo è definirne il compito. Esiste invece un compito fondamentale dei cittadini - e quindi dell'intellettuale (qualunque cosa sia) in quanto cittadino - che ha a che fare con la situazione a dir poco sonnolenta della società italiana. Con una decadenza della prassi politica che significa – in primo luogo – restrizione di tutti gli spazi di democrazia partecipata, reale. Leggi tutto "Piccola apologia della vivisezione. Intellettuali e potere."

Laboratorio Puglia

Intervista di Paola Marino a Nichi Vendola

C’è una tua frase che circola in rete: "Poco tremontianamente puntiamo su arte e cultura per vincere la sfida al provincialismo e la guerra contro l’ideologia della paura indotta dalla recessione. Noi siamo all’opposizione della cultura come idea marginale e parassitaria". Pensi che la cultura possa essere un’arma strategica della politica?

Ruotiamo attorno a due questioni: il rapporto tra la vita e la cultura, tra la vita privata e la vita pubblica e la cultura. E abbiamo avuto l’impressione che tornasse da destra una sorta di pregiudizio nei confronti della cultura, un retropensiero: la cultura come epifania dell’intimismo, la cultura come fuga dalla muscolosa produttività dell’homo economicus, la cultura come salotto, anime belle, fuga dalla realtà. Siamo cresciuti immaginando la faccia di Goebbels che usava dire «quando sento la parola cultura metto mano al revolver». E abbiamo avuto – a partire dalla rivoluzione reaganiana in poi in tutto l’Occidente – un ritorno di fiamma di questa idea reazionaria della cultura come qualcosa di perverso, qualcosa che impedisce i doveri di una nazione con la N maiuscola. Leggi tutto "Laboratorio Puglia"