Su Umberto Eco e gli imbecilli

Alberto Abruzzese

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico.

Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell'indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all'esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse.

I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell'appello contro la "barbarie che monta", buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all'autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del "frammento" di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).

Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.

In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l'esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall'esterno all’interno della propria identità.

Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso del 2 luglio, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via queste ultime considerazioni per avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terzietà che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace).

E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’“inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

Che cos’è l’Eco di Facebook?

Franco Berardi Bifo

Cosa abbia detto Umberto Eco non lo so. Un po’ perché ha detto cose diverse, come capita a tutti legittimamente. Un po’ perché qualche giornalista gli ha attribuito frasi che non avrebbe detto, un po’ perché forse ha detto qualcosa così tanto per dire, mentre usciva dall’aula e qualcuno lo inseguiva col taccuino in mano. Un po’ perché poi ha scritto una bustina di minerva in cui smentiva di aver detto quel che forse aveva detto e forse no.

Insomma non lo so, ma posso immaginarlo, perché ricordo un articolo che forse è stato ripubblicato in Sette anni di desiderio, ma non lo ricordo con esattezza, e non lo trovo in Internet, e il libro adesso non ce l’ho mica qui con me. Però ricordo un articolo che si chiamava Il terzo occhio uscito pressappoco nel 1976 o forse 1977, in cui diceva le cose più intelligenti che si potessero leggere all’epoca a proposito del fenomeno delle radio libere.

Naturalmente io dissentivo da lui perché non avrei potuto fare altrimenti. Lui era il professore per eccellenza, diciamo pure l’arci-professore e io ero l’arci-studente, anche se non studiavo più. Mi ero già laureato ma gli studenti mi stavano ad ascoltare proprio perché me la prendevo con il professore. Altrimenti che ci stavo a fare.

Veniamo al terzo occhio. Eco diceva più o meno che le radio libere andavano considerate come un’estensione del sensorio umano, mica per quello che le radio dicono. Le radio permettono di estendere la comunicazione fra individui più o meno liberi e dotati di pochissimo potere, perfino di quelli che non hanno alcun potere.

Aveva letto McLuhan e siccome lo avevo letto anch’io, su questo punto ci capivamo, anche se dissentivo programmaticamente. McLuhan ci aveva insegnato che i media non sono il libro della verità, ma sono modificatori dell’ambiente perché trasformano prima di tutto la nostra capacità di elaborazione e le modalità della comunicazione.

Ecco allora che quando ho letto da qualche parte (su Facebook? su La Repubblica? e chi se ne ricorda?) che Eco aveva detto che Facebook fa male alla salute perché permette a legioni di imbecilli di predicare al mondo, ho pensato: non può aver detto questo. Oppure magari l’ha detto ma gli è scappato, o l’ha detto forse per scherzo.

Intendiamoci, non sto insinuando che l’argomento sia irrilevante, è rilevante eccome. Ma occorre un po’ di flessibilità quando ci si occupa di queste cose. La memoria vacilla, talvolta faccio confusione, e anche Eco probabilmente talvolta si contraddice, talvolta ci ripensa.

Facebook permette a legioni di imbecilli di prendere la parola? E allora? Non la prendevano anche prima? Sul pianerottolo di casa, al bar, sulla piazza del paese. Che ci piaccia o no Facebook è un salto evolutivo nella storia della comunicazione umana, perché estende all’intero pianeta le dimensioni del bar di quartiere. Ma non dovremmo esagerare l’importanza di quello che si scrive in Facebook. Talvolta una voce che circola in Facebook può scatenare un pogrom, o una rivoluzione? Sì, ma anche nella piazza del villaggio poteva capitare di riferire voci giunte chissà da dove e chissà come, e quelle voci potevano scatenare un pogrom o una rivoluzione.

Per farla breve: non è la verità il criterio con cui giudicare i media. I media non si giudicano punto e basta, ma ciò che essi fanno non è dire la verità o la menzogna. Essi creano il mondo come proiezione del nostro intenderci. Essi spostano i corpi, mettono in contatto soggetti che prima non si conoscevano, perché permettono di vedere e di sentire quel che l’occhio e l’orecchio non potevano vedere né sentire.

Internet rese possibile la comunicazione senza prossimità e senza corpo. Poi venne Facebook, e per molti ragazzi dell’ultima generazione di internauti Facebook è Internet. Spesso neppure sanno che fuori da quella cornice blu e oltre quella “effe” c’è una rete infinita. Facebook ha fissato le modalità di navigazione che in Internet avevano carattere libero ed aleatorio. Per questo Facebook mi fa rabbia, perché ha ossificato le potenzialità della rete, e formalizzato l’amicizia e la condivisione in procedure tecniche uniformate.

Mi fa rabbia perché sono vecchio e obsoleto (quasi quanto il professor Eco, ohibò). Ma chi se ne frega della mia rabbia? Facebook ha creato condizioni di comunicazione e di socialità incorporea che non esistevano e non scompariranno. Perciò è inutile che io gli tenga il broncio. È meglio che io capisca quali abissi di immiserimento psichico Facebook ha spalancato, come un tempo Jerry Mander e Derrick de Kerckhove ci permisero di comprendere quali abissi di immiserimento cognitivo spalancava la televisione. Ma dovremmo avere imparato che ogni media-mutazione dell’ambiente spalanca abissi. La politica, la psicoanalisi, la letteratura sono esercizi per abitare gli abissi, e magari anche per uscirne fuori, a rivedere talvolta la luce del sole.

Tecno-entusiasti e imbecilli

Lelio Demichelis

Lasciatemi divertire con le parole, anche se diversamente da Palazzeschi. E ragionando di Eco e degli imbecilli via rete, lasciatemi partire dal famoso Apocalittici e integrati e lasciatemi ri-formulare quel titolo in altri modi (Eco, spero, mi perdonerà), ma utili al mio discorso. E dunque: libertari e solitari o sempre-connessi ma isolati; autonomi o eteronomi; amanti delle profondità o surfisti indefessi; cercatori instancabili (dubito, ergo sum) o app-isti semplificatori (credo, ergo sum); lenti e riflessivi o veloci e impulsivi/compulsivi; laici o integralisti. E si potrebbe continuare, il gioco è divertente e senza fine.

E invece, fine del divertimento. Per dire subito che quelle sopra elencate (disordinatamente) sono opposizioni reali che descrivono, certo semplificandola troppo (ma non troppo, e questo era il gioco), una realtà complessa. Oggi il pensiero critico sulla rete è ancora marginale. Le retoriche e le pedagogie di integrazione/connessione e di entusiasmo sono invece più potenti che mai e si chiamano connessione in rete (ormai un dovere sociale), flessibilità di lavoro e di vita (idem), tecno-entusiasmo sempre e comunque.

Se questa contrapposizione è un tranello o un errore intellettuale (è vero), ebbene (impossibile negarlo) a tenderlo sono proprio i tecno-entusiasti, i sacerdoti/inquisitori globali della evangelizzazione tecno-capitalista occidentale. La rete sarebbe una cosa bellissima e utilissima in sé se non fosse diventata ciò che è diventata (ma poteva non diventare): una grande società di massa.

Perché tale è (Luciano Gallino) quella società in cui “la popolazione partecipa su larga scala alle attività di produzione e consumo di merci e servizi” oltre ad essere spettatrice di una cultura di massa prodotta industrialmente. Perché il nostro rapporto con l’economia e con la tecnica si gioca tutto su tali opposizioni attivate incessantemente dai tecno-entusiasti e dai tecno-economisti, che proprio in questo modo, modernissimo e antichissimo allo stesso tempo, riescono a conquistare l’egemonia culturale, sempre riproponendo la contrapposizione schmittiana tra amico e nemico. Contrapposizione irrazionale e ideologica, ma utilissima e a riproducibilità tecnica infinita, perché nessuno vuole passare per anti-moderno e nessuno vuole sentirsi escluso dal vento della storia e dalla confortevole sicurezza che dà, in tempi di massima insicurezza individuale, la comunità in rete.

L’economia capitalista sa poi che siamo tutti soggetti desideranti e quindi gioca con il desiderio, il godimento, l’eros, il feticismo delle merci singole e di un mercato che diventa esso stesso oggetto del desiderio; e la tecnica fa esattamente altrettanto (con la rete e lo smartphone come oggetti del desiderio), sapendo quanto ci piaccia giocare con le cose e quanto le cose (e la connessione con esse) possano diventare per noi ben più importanti dell’essere e persino dell’avere, credendo anzi di poter essere solo connettendosi in rete. Rete che continuiamo a pensare neutra e di poterla usare liberamente e a piacimento, mentre in realtà le forme tecniche (Anders) si sono ormai sovrapposte, espropriandole, alle forme sociali e umane, per cui oggi pensiamo, viviamo, lavoriamo, ci divertiamo solo ed esclusivamente secondo le forme e le norme di funzionamento della tecnica. Che non controlliamo ma alla quale, semplicemente dobbiamo adattarci, così come i neoliberisti ci impongono di adattarci al mercato (ovvero, siamo sempre più dentro al Grande Irrazionalismo del razionalismo).

Condizione esistenziale in verità molto deprimente, ma accettata da tutti gli integrati del mondo. Che sono sempre di più (è l’effetto-rete, altrimenti chiamato conformismo), perché logica di ogni sistema/apparato è appunto quella della integrazione a sé – dopo avere suddiviso e individualizzato - di ogni parte prima suddivisa, annullando le diversità e le differenze o tollerandole solo se non producono disturbo al buon funzionamento dell’apparato. Perché il capitalismo e la tecnica amano (è la loro essenza e natura) la semplificazione (e se, con McLuhan, il medium è il messaggio, allora la semplificazione è il contenuto e il messaggio di questa rete) - e quindi, basta liceo classico!, troppo disfunzionale e umanistico rispetto a tecnica e mercato -, e poi la standardizzazione (anche quando si traveste di personalizzazione e di conoscenza), ma soprattutto l’accrescimento: dei profitti, l’uno, di se stessa, l’altra.

Ma allora, dove sono gli imbecilli? “Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar – e così le loro opinioni rimanevano limitate ad una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social network. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli” – Umberto Eco. Vero e giusto, è pensiero critico. Aggiunge Eco: “Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni)”. Ma in verità, molti di più sono gli imbecilli. O – se non piace il termine – gli ingenui e insieme i ciarlatani, i demagoghi.

Non eravamo forse imbecilli o ingenui quando abbiamo creduto, negli anni ’90 a quegli economisti che promettevano che con la new economy saremmo entrati in un’era di crescita infinita? Non eravamo imbecilli o almeno ingenui a credere che la rete e l’informatica ci avrebbero fatto lavorare di meno, che avremmo avuto più tempo libero, che sarebbe nata davvero una intelligenza collettiva senza più sfruttatori e sfruttati, senza capire ancora (dopo due secoli di esperimenti su di noi) che scopo della tecnica e del capitale è quello non di liberarci dal lavoro ma di estrarre quanto più profitto e quanta più produttività è possibile da ciascuno di noi? Oggi ci ritroviamo più sfruttati, meno liberi, più controllati, più integrati (connessi) nel sistema, ma siamo ancora pieni di tecno-entusiasti che – incapaci di autocritica - da ogni parte straparlano di sharing economy, di condivisione, di democrazia in rete, di utilità del Big Data, di Uber come fine della corporazione dei tassisti.

Ecco, il pensiero critico – che certo non si banalizza nel contrapporre libro e linguaggi digitali - non gode di buona stampa e anche la proposta di Eco – assolutamente condivisibile - di avere giornali capaci di dedicare due pagine ogni giorno all’analisi critica dei siti web si scontra con le logiche dei siti dei giornali stessi, dove il fun e l’imbecillità sono sul lato destro, con foto e titoli ammiccanti. E ancora: “il pubblico, in una società di massa ha la memoria labile e il desiderio facile” (Eco, Apocalittici e integrati). Ma a evitare questa smemoratezza dovrebbero essere gli intellettuali. Se non lo fanno, rinnegano se stessi e il dovere della parresia (dire il vero o un vero diverso da quello predominante); o, come ha scritto Erri De Luca, della parola contraria. E diventano, ipso facto, cattivi maestri.

L’ideologia della rete

Franco La Cecla

Provate a cercare Google su Google. E non troverete nulla. Il che dimostra che non è vero che su Google c’è tutto. Il più grande monopolio delle informazioni mai esistito è così. Vi offre l’accesso a tutto tranne che a sé. È come il ristorante di Alice, “you can have everything you want but Alice”.

Così se passeggiate per la innevata New York e sbucate all’angolo tra la 14esima e la ottava strada, scoprite che Google ha acquistato un enorme palazzo della amministrazione di New York per metterci i suoi laboratori di ricerca.

E se passeggiate per Chinatown, all’altezza di Christie e di Delancey, una delle parti del Lower East Side di Manhattan che ancora rimangono popolari, piene di fruttivendoli e pescivendoli cinesi, tilapia, rane e granchi, vi accorgete che tutta la zona è in procinto di cambiare. Google vuole costruirci il suo Campus, una città dei “creativi” e dei dot.com. Certo si dovrebbe essere felici. Se non vi assalisse il dubbio che questo monopolio è un po’ incontrollabile e incontrollato. Un articolo recente sul New Yorker raccontava come Apple e Google siano state “esenti” dalle inchieste sul crollo finanziario, e che è stato un intervento diretto di Obama a renderle tali, visto che la sua campagna è stata costruita per gran parte da loro.

È difficile trovare molti dati in rete, anche se cominciano ad esserci articoli e libri che si pongono il problema di questo monopolio. Che non sempre crea posti di lavoro, anzi distrugge interi settori, come è successo per la musica. Sempre all’insegna della gratuità della rete, gratuità che però non esclude che Google o altri motori di ricerca ci lucrino sopra abbondantemente. Così adesso tocca all’editoria e chissà come finisce.

C’è da augurarsi che questa volta non vinca la gratuità. Ma nell’insieme il vero problema è la non trasparenza di tutto ciò. Se questo è un tema spinoso per Obama che non si capisce se voglia Snowden in carcere o fargli un monumento, rimane però una vera incognita per tutto il mondo, non solo per l’America.

Lo raccontano bene in Italia quelli del collettivo Ippolita che tempo fa fecero un ottimo libro su Google ed i suoi pericoli. Il problema grosso è che essere “contro” Google o Facebook è preso come un atteggiamento reazionario e spesso lo è. Ma sono pochi i lavori critici interessanti su quanto sta avvenendo. Se questo è il centro dell’Impero è vero che le promesse di un futuro per la creatività sono sempre meno credibili. Un articolo della rivista online www.salon.com raccontava qualche giorno fa come in america la classe creativa sta sparendo invece che aumentare.

E che da questo punto di vista TED, le conferenze MIT messe on line, come diceva il Guardian del 2 Gennaio (We need to talk about Ted di Benjamin Bratton) sono un disastro in mano a divulgatori e non a scienziati (seguitevi il dibattito sulla censura da parte di Ted della conferenza di Rupert Sheldrake sulla “Science Delusion”). E l’idea che innovazione corrisponda a benessere è un altrettanto disastroso modo di devastare i veri campi di ricerca e di competenza.

Insomma se il futuro della democrazia è in mano alla rete siamo un po’ fritti, soprattutto perché la rete è non solo strumento, ma anche ideologia. E dietro la sua ideologia si nascondono interessi di monopolio e di dominio sulla ricerca.

Foucault in rete

Paolo B. Vernaglione

Per una urgente archeologia dei saperi dell’ultima modernità, Michel Foucault “sul web” potrebbe funzionare come dispositivo di sottrazione al potere narcisistico e commerciale della rete e come luogo di acquisizione di sapere in rapporto immediato con la realizzazione quotidiana della soggettività.

Se si pensa alla caotica produzione di informazione su social network e mobiles ci si rende conto della enorme sproporzione tra l’inesauribile dispersione di testi e la concentrazione, ahimè residuale, dell’impresa cartacea, affidata ad archivi non digitalizzati e a pochi e mal finanziati centri di ricerca. Da qui l’esigenza di compilare un regesto dell’attività svolta da siti e blog dedicati a Foucault.

In questa impresa, di cui qui si offre una sorta di possibile work in progress, ci viene incontro il terzo prezioso volume della rivista Materiali Foucaultiani, scaricabile dal sito omonimo e dedicato per metà alla pubblicazione in italiano di una inedita conferenza del 1964 all’Università belga di Saint Louis, Langage et literature, tradotta da Miriam Iacomini, in cui l’autore di Le parole e le cose espone l’intera panoplia di tematiche su cui si è appuntato il suo sguardo analitico: che cos’è un autore, la differenza tra scrittura e letteratura, il ruolo e la funzione di essa come critica genealogica della soggettività e come esperimento su sé stessi.

Basterebbe tradurre e pubblicare inediti letterari e saggistici in quell’archivio virtuale e reale a un tempo che è la rete, sottraendo al diritto proprietario risorse comuni, per fomentare una campagna sulla volontà di sapere, nella pura forma della sua digitalizzazione. Sarebbe poi stupefacente che fossero le case editrici a muovere tale iniziativa, prendendo in contropiede network dell’informazione, grandi media che spacciano “cultura” per filosofia e colossi dell’editoria che distribuiscono in supermarket chiamati librerie prodotti rilegati a scadenza immediata per il macero…

Sarebbe proficuo cominciare ad archiviare e valorizzare risorse on-line largamente condivise, facendosi al contempo soggetti di autoproduzione, con e-book, pdf e altro, per co-finanziare l’attività di cattedre e dipartimenti in stato di crisi permanente, nonchè l’attività di studenti, ricercatori e professori immersi nella precarietà, coinvolgendo le case editrici più sensibili travolte dai micidiali rapporti costi-benefici, e dall’editoria “fai da te”.

Per lo più, si sa, è questione di volontà politica e metodo, ma mentre per la prima non c’è altra via che occupare spazi fisici e tempi di produzione dei saperi, per la seconda condizione il metodo è il cardine di una strategia della distinzione che eviti residuali impianti storicisti e in pari tempo non annaspi tra i tossici rifiuti di diatribe polemico-filosofiche mosce e arroganti, ad esempio tra realisti e postmoderni.

La lezione “in rete” di Foucault apre dunque un campo produttivo per la riflessione teorica a partire dalla differenza tra archeologia e genealogia, indicata nelle interviste YouTube su Storia della follia nell'eta classica , Le parole e le cose, L'archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, laddove l’archeologia rintraccia la stratificazione discorsiva dei saperi, cogliendone differenze e discontinuità temporali, mentre la genealogia ricostruisce la forma di quegli strati nell’attuale condizione dei poteri e dei soggetti.

È lungo questo crinale che Foucault ha argomentato il denso passaggio epocale tra classicità e modernità, di cui l’archivio web dà conto con i portentosi filmati dell’INA tra la metà degli scorsi anni Sessanta e Settanta, su Proust, Le Corps Lieu d' Utopies, o il dibattito Chomsky-Foucault . Mentre dell’immensa opera foucaltiana tra la fine degli scorsi anni Settanta e i primi Ottanta danno conto l’ Intervista Mal faire dir vrai e il corpus delle registrazioni audio e video dei corsi e conferenze al Collége de France e negli Stati Uniti, sull’ermeneutica e le tecnologie del Sé nelle Howison Lectures e su discorso e verità, ove è in funzione quel regime di pensiero in cui si colloca la riflessione sulla soggettività.

In una indispensabile sezione parallela del regesto si devono poi collocare i siti e i blog che si distinguono per qualità dei materiali dai siti filosofici generalisti. Materiali Foucaultiani, in italiano, inglese e francese, nato per iniziativa di Laura Cremonesi, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera e Martina Tazioli, lanciato a metà giugno del 2010, ha editato le conferenze di Foucault al Dartmouth College: "Sull’origine dell’ermeneutica del sé". Vanta tra i collaboratori Michel Senellart, Judith Revel, Arnold Davidson, in accordo con i due siti di riferimento per orientarsi nella vasta opera foucauldiana: Portal M.F. e Foucault.info.

Assolutamente da praticare è inoltre Foucault News, blog quotidiano attivo dal 2007. È una vera miniera di infomazioni sugli studi, le attività, i convegni e lo stato della ricerca, con paper da scaricare. Nato per la passione e l’applicazione di Clare O’Farrell, seria e infaticabile docente di Brisbane, che proprio in questi giorni ha generato un sito gemello, “Foucault and education”, il blog edita una newsletter giornaliera (iscrizione dal sito), con l’indicazione dei luoghi da cui attingere in creative commons e non, sempre di accurata fattura.

Ma se tutto ciò guadagna senso in una prospettiva di destituzione delle anacronistiche accademie del sapere, gran parte di tale acquis è dovuto al fatto che, per Foucault come per i flussi di pensiero critico, prodotti a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, la rubrica on line di detti e scritti “di uomini famosi” ne deve evidenziare anche, come è giusto, i limiti. Perché solo in tale emergenza, non nell’apologia, è possibile scoprire “il tentativo di pervenire… all’invivibile, strappando il soggetto a lui stesso, in modo tale che non sia più lui stesso, o che sia portato al suo annientamento o alla sua dissoluzione”.

Catturati dalla rete

Fabrizio Tonello

Dopo l’orgia di sciocchezze lette negli anni scorsi sulla rete come «liberatrice dell’umanità», è una vera boccata d’ossigeno incontrare due libri seri come quelli di Roberto Casati e Howard Rheingold. Entrambi, rifiutando ogni determinismo tecnologico, cercano di mostrare come si possa scegliere tra usi delle tecnologie che distraggono e altri che invece proteggono l’attenzione. In particolare, sottolinea Casati, occorre rivalutare «le potenzialità dei sistemi educativi tradizionali, inerti e low-tech, in un paesaggio sociale in cui la tecnologia, al servizio di colossali catene commerciali di distribuzione, colonizza la vita e conquista facilmente il tesoro dell’attenzione dei discenti».

Sia Casati che Rheingold spiegano che «la tecnologia entra a gamba tesa nelle pratiche e nelle tradizioni», ma come in questo non ci sia niente di intrinsecamente buono o cattivo: per Casati «dipende dalla qualità delle tradizioni e dipende dalla terra promessa». È un peccato che i due autori abbiano scritto i loro libri prima che esplodesse il caso dei sistemi di sorveglianza «totali» creati dal governo degli Stati Uniti approfittando della localizzazione fisica negli Usa di Google, Facebook e Apple: il che avrebbe potuto far loro considerare una dimensione distopica (la società ove tutto è registrato e controllato), come ha fatto Lori Andrews nel suo I Know Who You Are and I Saw What You Did.

Il tema centrale dei due libri è l’attenzione. Rheingold passa in rassegna una quantità di studi sul multitasking, sui nativi digitali, sulle difficoltà di concentrazione che derivano dal bisogno compulsivo di controllare email e messaggi. Ma è ottimista: «è possibile imparare a prestare attenzione» e le tecniche opportune si possono insegnare. Casati sostiene che, come primo passo, la scuola e gli insegnanti non dovrebbero «farsi intimidire dalla normatività automatica» delle tecnologie.

Negli ultimi anni l’Italia è caduta preda di un discorso populista sull’inevitabile «colonizzazione tecnologica dell’istruzione». Primo passo sarebbe quello di rendere la scuola una zona off limits per telefonini e altri gadget elettronici, «uno spazio protetto, in cui lo zapping è vietato per definizione: il che le permetterebbe di non rincorrere il cambiamento tecnologico e, allo stesso tempo, di incubare […] il vero cambiamento, o meglio lo sviluppo morale e intellettuale delle persone».

Il libro di Rheingold (che avrebbe tratto vantaggio dall’avere un titolo meno ingannevole di quello scelto dall’editore italiano) affronta molti altri temi, tra cui quello, sempre presente nella cultura americana, dell’empowerment. In questo la sua ingenuità è a volte sconcertante, come quando afferma che «la partecipazione online – se si sa come fare – può trasformarsi in reale potere»: qui l’autore confonde il cambiamento nei gusti del pubblico, che effettivamente condiziona l’industria culturale, col potere politico o anche solo culturale.

Il libro autopubblicato, il video degli scontri in Turchia girato da un partecipante o l’uso di Facebook da parte dei giovani egiziani, sono esperienze nuove e interessanti, ma in cosa modificano i rapporti di potere nella società? Bertelsmann resterà il più grande editore del mondo, Amazon farà qualche profitto in più offrendo sul proprio sito piattaforme di autopubblicazione e il massimo che possa accadere è che il fortunato autore «scoperto» dalla rete ottenga un lucroso contratto da un grande editore per la sua seconda opera. Sulle speranze tradite dalla «primavera» egiziana è inutile soffermarsi.

I video girati con i telefonini vengono rapidamente integrati dai siti web dei grandi giornali, che hanno un brand riconoscibile e stanno a galla sfruttando il lavoro non pagato di decine o centinaia di aspiranti giornalisti non pagati. L’era dei blog è finita da un pezzo, e quelli che sopravvivono sono diventati a loro volta organizzazioni (come Daily Kos negli Stati Uniti), o sono stati aggregati a siti giornalistici che li usano per moltiplicare i contatti (come fanno «Huffington Post» e «Il Fatto Quotidiano»). Questo può essere gratificante per il singolo autore che si vede pubblicato, e magari controlla ogni ora se ha raccolto più commenti degli altri opinionisti, ma certo non cambia le dinamiche di potere all’interno delle redazioni, né tanto meno quelle fra il sistema dei media e il potere politico.

Roberto Casati
Contro il colonialismo digitale
Istruzioni per continuare a leggere
Laterza, 2013, VI-130 pp.
€ 15,00

Howard Rheingold
Perché la rete ci rende intelligenti
a cura di Stefania Garassini
Cortina, 2013, XIV-416 pp.
€ 28,00

Dal nuovo numero di alfabeta2, in edicola, in libreria e anche in versione digitale
Leggi qui il sommario completo

cover ab2 luglio

Supereroi da paura

Helena Janeczek

Questo testo l'ho scritto in primavera e l'ho consegnato a Alfabeta2 con questo titolo. Poi, in attesa della sua pubblicazione, è arrivato il tizio con la maschera di Bane e ha massacrato il pubblico alla prima di Il Cavaliere Oscuro- Il Ritorno.hj

La paranoia organizzata sotto l’ideologia dello “scontro di civiltà” è un sistema i cui poli opposti si sostengono a vicenda. La strage di Tolosa l’ha reso visibilissimo. Si era capito subito che l’assassino della scuola ebraica aveva già ucciso, ma restava incerto se fosse un neonazista intento a fermare la contaminazione dell’Occidente o un fondamentalista in guerra contro la corruttela occidentale. Non appena è emerso il profilo di Mohamed Merah, la controparte ha cercato di trarne vantaggio: Marine le Pen per la campagna elettorale, il resto del populismo xenofobo europeo per rilanciare le consuete ostilità e paure. La destra al governo in Israele ha potuto cavalcare il sentimento persecutorio che il massacro d’innocenti ha rafforzato nei propri cittadini ebrei come negli ebrei della diaspora. Se tutti gli ebrei sono il Nemico, possono diventarlo specularmente, a partire dai palestinesi, tutti musulmani. Questo accrescersi della paranoia anti-islamica è, a sua volta, funzionale al rafforzarsi del fondamentalismo – in Occidente, ma anche in qualsiasi paese arabo dov’è in corso uno scontro tra chi vorrebbe più libertà e chi vorrebbe far rifluire i moti rivoluzionari in un ordine teocratico.
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Lo “scontro di civilità” è un gioco di ruolo, una messa in scena sanguinaria prodotta da registi, attori e promotori che offrono la sicurezza di un’identità blindata. Per questo cela un conflitto i cui confini non corrono tra Occidente e Oriente, o Israele e Palestina.
I veri nemici di ogni reazione identitaria sono tutti coloro che credono nei diritti dei singoli e dei popoli, concedono uno statuto universale ai principi della Rivoluzione e faticano a riconoscere l’Europa come fondata su pacifiche “radici giudeo-cristiane”. Persone che si fidanzano, si sposano e fanno figli con qualcuno di origine ebrea, cristiana o musulmana, refrattarie a pregiudizi e discriminazioni - anche contro le donne o gli omosessuali. I nemici irriducibili di ogni Guerra Santa sono tutti coloro che, con qualsiasi forma di militanza pacifica o semplice prassi quotidiana, si mettono di traverso alla collaborazione degli opposti. Lo dimostrano i ragazzi socialdemocratici trucidati da Anders Breivik, i parà avvicinati da Merah come fratelli e trucidati come uccisori di fratelli, o il tentativo di motivare l’esecuzione di Vittorio Arrigoni come la punizione di un “corruttore dei costumi”.

La guerra paranoica è guerra di propaganda che si fa spettacolo. Ne fa parte l’assedio di Mohamed Merah diventato scontro mediatico con il presidente della Repubblica in persona. Il primo ha filmato le uccisioni per farle circolare in rete, il secondo disponeva della tv mondiale per ricavarne un ritorno d’immagine.
Sarkozy ha cercato di negare a Merah la fine del martire, ma la lunga resistenza trasmessa in mondovisione sarebbe bastata a qualificare l’attentatore come idolo di qualcuno. Generare orrore o ammirazione, figurare come mostri o come eroi: è questo che gli sterminatori solitari - Mohamed Merah, Anders Breivik, Gianluca Casseri a Firenze – sanno di ottenere con le loro stragi da prima pagina. La violenza-spettacolo non può sottrarsi a questa ambivalenza che rappresenta un rischio ineliminabile per chi, dall’alto del potere politico, cerca di trarre forza dal ricompattamento dell’opinione pubblica. Presumibilmente è per questo che le immagini del corpo morto di Bin Laden, il Nemico dell’Occidente per eccellenza, rappresentano l’unico caso di censura esplicita, senza poter evitare che quell’assenza parli, eccome.
Il Sistema Paranoia si nutre di dialettica tra visibilità e invisibilità: dell’attenzione spostata soprattutto su una parte (la minaccia neonazista sottovalutata nei paesi occidentali); di zone oscure o oscurate che alimentano spiegazioni complottistiche; dell’odio verso chi commette violenza senza che questa appaia universalmente vista e condannata; dell’irrilevanza di tutte le vittime che non rientrano nei frame dominanti e non attivano ampi meccanismi di identificazione: il morti per gli attentati nei paesi islamici il cui numero supera di gran lunga tutte le vittime “occidentali” o gli stranieri uccisi in Occidente senza che diventi palese la matrice razzista del crimine, come è avvenuto in Germania con la cellula neonazista le cui vittime erano state ascritte per anni a regolamenti di conti tra gruppi criminali immigrati.
Nell’ombra resta inoltre, per definizione, la zona grigia – aiuti, coperture, simpatizzanti rispettabili.

Crociati e jihadisti si somigliano. Si muovono per la rete, posseggono spesso gli stessi cimeli con le svastiche o I Protocolli dei Savi di Sion. Ma non è solo la convergenza sul nemico ebreo che, pur nell’odio reciproco, li accomuna. Si somigliano ancor più profondamente nel desiderio di avere un nemico attraverso il quale definirsi, scrollandosi di dosso un senso di marginalità o di insignificanza.
Somigliano pure ai troppi uomini che uccidono le donne, benché la violenza femminicida non si ponga al riparo di un’ideologia. La “guerra di civiltà” copre un conflitto di genere che, a sua volta, nasconde spesso uno scontro di classe.
La vetta della piramide sociale è ancora dominata dagli uomini e la crisi non fa che peggiorare la condizione femminile. Ma alla base le cose si complicano, perché diminuiscono maggiormente i lavori non qualificati e, fra di essi, principalmente quelli maschili. Intere nazioni si reggono sulle rimesse delle immigrate nei paesi sviluppati, dove soprattutto la richiesta di lavoro di cura favorisce le donne. Per quanto malpagate e pesanti, le mansioni femminili godono di un maggior riconoscimento della loro utilità sociale. Se si guarda alla seconda generazione, i figli di immigrati hanno prospettive assai peggiori dei loro padri, mentre le figlie possono inserirsi nel mondo del lavoro quasi sempre precluso alle madri. La carriera più agevole dei giovani proletari d’Occidente, di qualunque origine e religione, è quella criminale. I sogni di gloria forniti dalle ideologie identitarie possono divenirne copertura integrativa o rappresentare un’alternativa “onesta” di cui andare fieri.
Nella variante “bianca”, l’idea del ripristino di una società ordinata si appella al rancore del uomo-padrone spodestato dalle donne e dagli stranieri, mentre l’islamismo radicale si presenta ugualmente come difesa di un antico ordine patriarcal-religioso. Le donne musulmane finiscono al centro del fuoco incrociato: se una parte ostenta l’alterità attraverso il loro corpo velato, l’altra identifica il nemico in chi indossa il “burqa”. Shaima Alawadi, trucidata a San Diego come “terrorista” perché portava il velo, è l’esempio estremo che, senza più l’alibi di voler liberare il genere sottomesso dall’oppressione islamica, appalesa l’unione dell’odio verso le donne e gli stranieri. Ma maschilismo e misoginia sono costanti più diffuse: tutte le sottoculture emerse dai ghetti o dalle periferie esibiscono l’immagine speculare della donna-oggetto sculettante e seminuda. L’esaltazione di gang, tifoserie e ogni surrogato “guerriero” neotribale, andrebbero messe a confronto con le fratellanze ideologiche, cercando di capire sino a che punto il problema cruciale non siano l’islamismo e tanto meno l’islam, bensì la perdita di ruolo e dignità sociale che si abbatte sugli uomini, in primo luogo di ceto popolare.

Gli estremismi etnico-religiosi rappresentano la copertura più radicale di conflitti la cui matrice socio-economica rimane occulta. E’ ciò che li rende funzionali e, come si è visto nelle elezioni francesi e greche, passibili di raccogliere adesioni sempre più vaste. Le risposte mistificatorie approfittano del fatto che l’integrazione è sempre un percorso difficile. Convivere con un duplice legame di appartenenza e l’irrimediabile senso di estraneità che si spalanca sia verso il luogo d’origine che verso quello di destinazione, costituisce un’esperienza in sé dolorosa. Se a questo si aggiunge la realtà fatta di sopruso e pregiudizi, si è tentati ad abbracciare un’identità oppositiva, vivendo ogni sforzo di essere “per bene” e “integrati” come umiliante servilismo. Nell’Europa tra le guerre, l’adesione della gioventù ebraica al sionismo – come al socialismo e comunismo - nasceva spesso dalla ribellione contro i padri che, pur oggetto d’odio, continuavano a comportarsi da “bravi cittadini”. Quei ragazzi, tuttavia, si opponevano perlopiù anche all’ambiente ostile in cui si trovavano. Persino l’azione di uno shahid palestinese ha attinenza con un conflitto vissuto, mentre ciò che rende così diversa la vicenda di un Mohamed Merah è la sostituzione totale della lotta contro la discriminazione sperimentata con la guerra simbolica. La splendente armatura del Guerriero Santo consente di dare un senso alla doppiezza richiesta dalla socializzazione senza doversi esporre in gesti rischiosi e sgradevoli. Chiunque appartenga a una categoria discriminata sa quanto costi domare la rabbia per controbattere a una frase offensiva pronunciata “solo per scherzo”: più facile stare alle regole del gioco – ossia zitti - e deviare l’aggressività su un nemico ideologico sottratto all’esperienza.
Anche la parte opposta è portata a un simile sdoppiamento. Razzismo, misoginia e omofobia sono socialmente accettati, ma solo se le loro manifestazioni si mantengono entro certi limiti. L’odio profondo, invece, va mascherato, coltivato in segreto, tra “fratelli” e iniziati. Internet ne diventa il veicolo, ma non è la causa.

Il fanatismo paranoico comporta una trasformazione che tocca la struttura psicologica, benché non sia mera espressione di follia individuale come dimostra la “psicosi collettiva” del nazismo storico. Per cogliere uno scollamento della percezione che rimanda a uno della personalità, basta guardare la foto di Mohamed Jarmoune, il ventenne accusato di aver progettato un attentato contro la sinagoga o la scuola ebraica di Milano. Quel ragazzo con i dreadlocks e gli occhi miti che non frequentava né la moschea né la comunità marocchina della sua zona, bensì dei convertiti italiani conosciuti in rete, avrebbe potuto massacrare dei bambini mai visti prima, come ha fatto il suo omonimo francese?

La figura dell’eroe ha presentato, nei secoli e in ogni cultura, delle costanti irrinunciabili. Conosciamo eroi spocchiosi e eroi riluttanti, costretti a compiere il loro destino quasi loro malgrado. Ma, per quanto fossero dotati di sfumature psicologiche o di “irrealistici” poteri sovrannaturali, l’unità di ruolo e di carattere non erano mai venute a meno.
La mutazione avviene all’alba della 2°mGuerra Mondiale negli Stati Uniti, ormai potenza egemone in ogni ambito, e porta il nome di Superman. La segretezza della missione somigliava ancora a quella funzionale degli agenti d’intelligence, ma la doppia identità diventa tratto unificante e costitutivo dei variegati personaggi che gli susseguono. Il supereroe è sempre irriconoscibile nel suo alter ego quotidiano. Cambia poco che Superman sappia di fingersi Clark Kent mentre L’Uomo Ragno coincide con Peter Parker, e poco importa che per il senso comune attentatori come Merah o Breivik somiglino piuttosto ai loro malvagi antagonisti. Il nodo sta nella metamorfosi dell’immaginario: l’epica della lotta tra il Bene e il Male ormai può compiersi solo in una dimensione scissa dalla quotidianità, attraverso un’azione occulta e straordinaria. Non c’è più spazio per “uomini d’un pezzo” nella raffigurazione simbolica dei conflitti umani.
Quel che nutre ogni compensazione identitaria, spingendola talvolta verso la violenza paranoica, è l’erosione della possibilità di porsi e percepirsi come soggetti unitari. Sembra ingenuo sperare che la disgregazione a favore di un campionario di ruoli e maschere possa essere contrastata con la battaglia per quei diritti, sia civili che sociali, che spetterebbero a ciascuno, ma forse non c’è leva più concreta contro un’esautorazione che ci accomuna.