Come ripensare la contestazione

Amalia Verzola

Nella prima metà degli anni Settanta un giovane romeno esule a Parigi, Toni Arno, fonda la rivista «Errata». Pubblicata per la prima volta nel novembre 1973, essa rappresenta un esempio ben costruito di militanza intellettuale.

Quindici anni di proposte, progetti, idee e alternative, e un solo scopo: spiegare il fallimento del ’68 e superarlo. Un superamento che, dunque, è anche e soprattutto un attraversamento. Peccato però che l’avventura avanguardista che accompagna la pubblicazione di «Errata» sia pressoché sconosciuta. Peccato, perché le tematiche che emergono dalla lettura della rivista sono davvero suggestive.

Al primo impatto «Errata» sembrerebbe collocarsi nel solco del postsituazionismo, ma non è affatto così. Lo stesso Toni Arno, d’altronde, fa parte dell’Internazionale situazionista, ma solo per qualche mese. Conosce e frequenta Guy Debord per prenderne poi bruscamente le distanze. Perché? «Errata» voleva rispondere a una sostanziale esigenza: innescare un processo efficace e trasversale di ridefinizione delle culture di sinistra.

Forse anche l’Is, così come il movimento rivoluzionario moderno, non era stata in grado di comprendere realmente la sua epoca? O meglio: l’Is era riuscita a ingaggiare quella che Arno avrebbe definito una lotta storicamente situata? Critica e socialità sono i concetti chiave attorno ai quali ruota il lavoro del gruppo avanguardista che gravita intorno ad Arno. Un gruppo che stenta, tuttavia, a definirsi tale. «Errata» è l’incontro autentico di individui che condividono le medesime prospettive, le medesime aspirazioni. Non è settarismo, ma partecipazione.

Ripensare non solo il presente ma anche e soprattutto i rapporti interpersonali: su questo terreno si gioca la partita. Ma in che modo la rivoluzione deve avvenire nel presente? Innanzitutto rompendo col passato. Con una rinnovata lucidità, con un’affinata capacità critica. Il rapporto con la dimensione storica non deve più fondarsi su un’attitudine contemplativa, fatalista o addirittura millenarista: tendenza che invece è stata la cifra peculiare degli anni Settanta.

I movimenti rivoluzionari avevano in effetti dimostrato scarsa capacità di aderire al presente, riproponendo schemi di pensiero e azione ormai obsoleti, stantii. Il primato della teoria, inoltre, aveva contribuito a rendere ancora più difficoltoso qualsiasi ripensamento critico del dato. Il fallimento stesso della contestazione aveva portato con sé una serie innumerevole di piccole rivendicazioni astratte.

Per «Errata», invece, fare la storia, e ingaggiare una lotta storicamente situata, vuol dire essenzialmente avere una cognizione chiara del momento storico: essere in grado di soggiornarvi. «Per capire il presente è importante insistere, persistere, considerare senza precipitazione tutto ciò che è in via di formazione – sostiene Toni Arno in Jours critiques, pubblicato sull’undicesimo numero della rivista –. Non risparmiarsi di fronte a nessuna difficoltà che si presenti, ma affrontare queste per intero, senza scorciatoie né vie traverse. I cambiamenti reali non sono i più visibili, ma i più sensibili.»

Il rapporto dei vecchi rivoluzionari con la dimensione potenziale dell’esistenza era assolutamente patologico, morboso, proprio perché non attento al presente. «Errata» vuole invece accogliere e tesaurizzare il momento storico. Questa nuova attitudine è critica in quanto valutativa, analitica. Una disposizione a lasciarsi attraversare dalla vie courante che porta con sé anche la possibilità di risignificare le relazioni interpersonali attraverso un contatto più profondo con l’altro orientato all’ospitalità, alla scoperta e privo di pregiudizi. Non c’è alcun rapporto di antecedenza logica tra la critica e questa rinnovata socialità: affinare l’arma della critica, infatti, significa al contempo acquisire coscienza del contenuto eversivo della relazione, dell’incontro.

E così questa socialità, la capacità di vivere consapevolmente le relazioni interpersonali, permette di articolare un’opposizione specifica allo statu quo. La critica, incanalata nella socialità, può dunque finalmente tradursi in sapere operativo. La socialità critica, ovvero il saper-essere-presenti-lucidamente nella relazione, rappresenta in «Errata» il punto di arrivo di un percorso di indagine estremamente interessante. Ma, al contempo, anche il punto di partenza. Il presente non offre mai un adeguamento perfetto dell’altro: farsi carico di questa differenza irriducibile vuol dire predisporsi all’emergenza dell’imprevisto, e dunque al cambiamento. Una nuova generazione di intellettuali rimpiazza così quella precedente. L’intellettuale di «Errata» vuole conoscere il mondo senza lasciarsi intrappolare dal vecchio.

Rispondere alle esigenze dei tempi non equivale a guardare con occhio nostalgico al passato, né tanto meno a proiettarsi in una dimensione futura tanto fumosa quanto irreale. Rispondere alle esigenze dei tempi vuol dire aprirsi, piuttosto, a un contatto più autentico con il presente. Quello di «Errata» fu un progetto culturale di ampio respiro e di estrema attualità. Forse sottovalutato.

Questo articolo è la versione breve  di un intervento letto in occasione del convegno internazionale «Situazionismo: teoria, arte e politica» tenuto a Roma il 30 maggio scorso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, a cui alfabeta2 ha dedicato uno nodo nel nuovo numero.  Leggi gli altri interventi sul numero 32 di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale

L’eroe di sinistra

Maurizio Ferraris

Un giudizio analitico, secondo Kant, è quello il cui predicato è incluso nel soggetto. Ad esempio, «nessuno scapolo è sposato», oppure «ogni corpo è esteso» (non «ogni corpo è pesante», perché potrebbero esserci dei corpi non pesanti). In Italia e in Francia, «ogni intellettuale è di sinistra» è un giudizio analitico: non ci sono intellettuali che non siano di sinistra, tranne tipi come quello che, mi è capitato di leggere, «vestito di tutto punto, si spara un colpo al cuore sull’altare di Notre-Dame» (come se uno potesse entrare a Notre-Dame in mutande).

In Inghilterra e in parte in Germania, ad esempio, non è così: «X è un intellettuale di sinistra» è un giudizio sintetico, porta con sé un’informazione che non è compresa nel soggetto, perché in effetti possono esserci intellettuali di destra, nelle varianti rivoluzionarie, tradizionaliste, liberal-conservatrici ecc.

Questa differenza ha conseguenze rilevanti. Qualche esempio per restare sul concreto.
1. Nietzsche, Heidegger, Schmitt e Jünger, autori totalmente e apertamente di destra, diventano di sinistra appena attraversano la frontiera italiana o francese. 2. Il ritorno del culto dell’eroe e di un certo futurismo (lo schiaffo, la guerra come igiene del mondo…).
3. La passione per il mito, il fastidio per la ragione, l’odio o almeno la diffidenza per la scienza. 4. L’identificazione fatale tra «emancipazione» (che può anche essere del tutto individuale) e «rivoluzione» (necessariamente collettiva), per cui viene meno la differenza tra Robespierre e Sade.

Quando, «per la contraddizion che nol consente», diventa troppo difficile continuare a dichiararsi di sinistra, si dice che la ragione è uno strumento di dominio e di violenza e – soprattutto, venendo al dunque – che la sinistra è conservatrice. Doppio salto mortale. L’eroe sfida il sentire comune e assume il rischio dell’isolamento. E per amore della verità dice cose di destra, con la clausola che è tanto più di sinistra quanto più è di destra poiché la sinistra è conformista. Tutto questo sembra perfettamente in linea con l’etica dell’eroismo: non è proprio come spararsi a Notre-Dame, ma ci si avvicina, visto che, almeno in teoria, è mettersi contro la propria casta in nome dei propri principi.

Vorrei rassicurare l’eroe: il rischio è puramente teorico, perché la caratteristica fondamentale dell’Italia è di essere un paese di destra. Ci si stupisce sempre, ma è così. Il senso della collettività è largamente superato dall’individualismo e dal familismo amorale. Quando il Pci è stato al suo massimo, non rappresentava che un terzo degli elettori. Dall’Unità a oggi il prevalere di governi di destra non ha paragone, non dico con la Francia e l’Inghilterra, ma con la Germania e la Spagna.

E per i più (intellettuali e non) dichiararsi di sinistra, o almeno non dichiararsi di destra, è stato l’equivalente di dichiararsi cattolici in tanti altri secoli. Più o meno con la stessa convinzione e motivazione di Guicciardini: «El grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martin Luther quanto me medesimo».

Dal nuovo numero di alfabeta2 da oggi in edicola e in libreria
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cover ab2 luglio

Che fine ha fatto TQ?

Vincenzo Ostuni

Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.

Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.

Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?

Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa tappezzata di adesivi del Male, è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.

Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!

È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.

Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego… [leggi]

Giso Amendola, La sinistra di Re Giorgio
Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. [leggi]

Franco Berardi Bifo, Non c’è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale…

Sull’idiozia sociale

Nicola Fanizza

La genialità e l’idiozia, pur configurandosi come situazioni estreme e complementari della nostra coscienza sociale, sono comunque coestensive. L’idiozia abita a pieno titolo nei sotterranei del nostro immaginario e vive e vegeta proprio nel cono d’ombra della genialità. Si può dire che l’idiozia pervade a tal punto la nostra vita, è così immanente ad essa da risultare quasi del tutto assente. Da qui la scarsa attenzione nei confronti di una modalità della nostra esistenza che nelle sue molteplici declinazioni presenta risvolti davvero interessanti.

L’idiozia può essere divertente. Questo accade, specialmente, quando si presenta commista con la pazzia. A tale proposito, l’altro ieri, sulla Linea rossa della Metropolitana milanese, un folle vivente con la sua perfomance – un monologo, in cui trovavano posto simpatici rilievi sui viaggiatori, canzonature dei politici, ardite analogie e frammenti di lucida follia – ha sortito un inconsapevole sorriso su tutti i volti dei viaggiatori. Ho rivisto in lui i tratti del filosofo cinico che dice la verità (parresia) e, insieme, l’immagine dei Santi folli di Bisanzio, che, al fine di riattivare la comunicazione con la città che non li voleva più ascoltare, ricorrevano a gesti estremi, privi di senso e comunque spettacolari.

A volte l’idiozia è disarmante. Ciò accade in particolare quando ci troviamo di fronte all’idiozia dei bambini o degli stupidi. Nondimeno questi ultimi non sono tutti uguali, poiché accanto agli stupidi disarmanti come i bambini ci sono quelli che Ciano, icasticamente – in riferimento a Starace –, chiamava i «coglioni che fanno girare i coglioni». Quando li incontriamo, corriamo quasi sempre il rischio di perdere il controllo delle nostre azioni. La collera, infatti, in quelle rare e fuggitive occasioni, pervade a tal punto la nostra coscienza da offuscare le nostre stesse capacità razionali.

L’idiozia produce i maggiori disastri, quando si coniuga con l’insipienza di chi svolge una funzione di potere: gli ufficiali, specialmente, in caso di guerra, i docenti e i politici. Questi ultimi – in quanto conoscitori delle diverse tecniche e, insieme, possessori della phronesis (l’astuzia, la capacità di mediare fra le esigenze tecniche e la necessità di salvaguardare i legami sociali) – dovrebbero essere i migliori. Eppure non è sempre così.

Nondimeno, nell’inedito spazio sociale prodotto dalle dinamiche della globalizzazione – accanto alle idiozie di cui sopra –, è possibile cogliere il fantasma di una nuova forma di idiozia. Si tratta dell’idiozia sociale che si configura come un vero e proprio ossimoro. La cifra di tale ossimoro, tuttavia, può diventare intellegibile solo se si fanno i conti con il significato che la parola idiota aveva nella lingua greca. Il termine idiotes stava, infatti, a indicare l’uomo privato in contrapposizione all’uomo pubblico, il quale ultimo rivestiva cariche politiche proprio perché era colto, capace ed esperto. Ebbene, oggi, la dissoluzione dei vincoli sociali – determinata dalle politiche neoliberiste – si configura come lo sfondo da cui si origina l’idiozia sociale e, insieme, l’incanaglimento che sempre più pervade il tessuto delle nostre relazioni. Di fatto l’idiozia sociale si dà nella misura in cui ciò che è privato pervade lo spazio pubblico. Non sta pertanto in alcun modo a indicare l’insipienza, ma l’assenza dell’obbligo nei confronti degli altri.

L’idiozia sociale è ormai onnipervasiva. Gli interessi privati signoreggiano nello spazio pubblico, che è stato colonizzato da politici che hanno per lo più lo stesso stile. Quelli di destra – si dice – sono volgari; quelli di sinistra, invece, sono spocchiosi. Se è vero che la plebaglia con la sua volgarità trova sempre più spazio sulle reti televisive di Berlusconi (vedi il talk show Quinta Colonna), è altresì certo che la maggior parte i nipotini di Togliatti continua ad aver come proprio modello il gaga degli anni Trenta (D'Alema). Non si tratta di una grande differenza! La volgarità e la spocchia sono termini coestensivi e, insieme, coessenziali: ambedue rimandano, infatti, alla mancanza di rispetto nei confronti degli altri.

L’insipienza, la supponenza e il sussiego si configurano come i tratti più rilevanti che ineriscono allo stile dei nostri politici, i quali svolgono la loro funzione senza avvertire alcun obbligo nei confronti dello spazio pubblico. Alcuni anni fa mi è capitato di assistere – in occasione della presentazione a Mola di Bari di un libro di Gino Giugni – a uno spettacolo oltremodo vergognoso. Nonostante alcuni dirigenti del Pd avessero accolto a tempo debito l’invito del padre dello statuto dei lavoratori a presentare il suo libro, dichiararono senza alcun pudore di non aver trovato il tempo per leggerlo. E la stessa cosa è accaduta in altre occasioni: gli intellettuali squillo presentano i libri senza averli letti!

D’altra parte, i mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia condita in tutte le salse, e con l’arrivo della televisione e dei giornali e di facebook non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo quasi gratuito.

L’arte difficile della resistenza

Massimiliano Nicoli

Leggo l’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti (Un velo di sobrietà. Uno sguardo filosofico sulla vita pubblica e privata degli italiani, il Saggiatore 2012) seduto sotto la pergola di un circolo culturale di Trieste intitolato a due partigiani – che quel circolo avevano fondato e che furono fucilati dai nazifascisti nella boscaglia di fronte. La percezione della distanza fra questo luogo, un luogo della Resistenza antifascista, e le scene della nostra collosa contemporaneità su cui si esercita lo sguardo micrologico di Rovatti produce su di me un effetto spaesante.

Da un lato, il riferimento che il luogo mi impone a un passato sempre più velato di oblio – fatte salve le occasioni cerimoniali – aumenta il disagio rispetto a quella che Pasolini (uno dei maestri citati da Rovatti) chiamava “catastrofe antropologica”, dall’altro, quello stesso riferimento mi rimanda a quella “intesa segreta” fra generazioni passate e presenti di cui parlò Benjamin, dandomi una misura ancora più dolente del conformismo da “mansuefatti” in cui oggi per lo più si vive, e che Rovatti contribuisce a diagnosticare.

Ma voglio lasciare un po’ da parte i riferimenti “colti” – che peraltro, temo, poco mi competono – perché il libro che sto leggendo mi invita a una pratica di lettura e di scrittura che azzeri “i privilegi della élite dallo sguardo alto” e che svuoti la filosofia da quell’irrisorio “delirio di onnipotenza” che così spesso la abita. Voglio però mantenere sottotraccia il rimando a una condizione storica ormai arcaica, non per nostalgia né per romantico passatismo, ma come se fosse un luogo altro, una “eterotopia” in cui transitare per prendere una distanza, pur rimanendo impiantati nelle contraddizioni e nei conflitti del presente.

È solo un modo per praticare, qui e ora, il gesto critico che costituisce la posta del libro di Rovatti. Un modo, cioè, di “abitare la distanza” rispetto a un presente ipertrofico fatto di equità meritocratica più che di giustizia sociale, di linguaggi burocratici e aziendali che ammansiscono il rumore delle lotte, di macchine mediatiche che fagocitano bisogni e desideri, di dispositivi di valutazione e di visibilità che spuntano le armi della critica. Un velo di sobrietà tecnocratica ci avviluppa, e non è aderendo come pellicole al nostro tempo disciplinare e omogeneo, o approssimandoci ulteriormente agli schermi e ai monitor che organizzano la nostra esperienza, che riusciremo ad allentarne la presa.

Dunque una mossa contro il tempo degli orologi – o delle macchine informatiche – vale ancora la pena farla, magari sostenendola con la presentificazione improvvisa di un ricordo seppellito. Avviene così che le scene descritte nel libro di Rovatti, lungi dal comporre il quadro teorico in cui si dipana un pensiero sistematico, diventano l’oggetto di una critica militante che include la discrasia fra i discorsi dei libri e le pratiche di vita nel proprio campo di battaglia. Siamo su un “piano inclinato” – espressione che ricorre più volte nel libro – di una rivoluzione neoliberale che, trasformando la vita in capitale umano, trascolora l’esistenza di ognuno in una proceduralità “multitasking”, secondo uno spazio-tempo scandito e quadrettato dalla precarietà del lavoro e dalla coazione a vedere e a essere visti che la società dello spettacolo offre in cambio di quella precarietà.

La categoria degli intellettuali, e degli aspiranti tali, non può chiamarsi fuori, e forse è proprio quella – la figura dell’intellettuale narcisista e competitivo – l’immagine antropologica verso cui tende il divenire del lavoro di tutti, quando questo è sempre meno mezzo di emancipazione e costruzione conflittuale di soggettività politica, e sempre più strumento di autosfruttamento sotto l’insegna della “Io S.p.A.”.

La presa di parola pubblica stempera la propria politicità nel “troppo” di comunicazione, diviene parte dello show delle macchine mediatiche, oppure alimenta i dispositivi di valutazione meritocratica che ogni individuo-impresa rivendica per misurare il valore del proprio capitale umano: “al tramonto e alla notte dei valori” sono succeduti, in barba a Nietzsche, “l’alba e poi il giorno delle valutazioni”. Forse la parola e la comunicazione sono fradice di denaro, come diceva Deleuze, e fradice pure di godimento narcisistico, e di invidia, che, quando di denaro ne gira poco, diventano veri e propri valori di scambio.

Così, quella critica militante, che in una certa misura proviene dal passato, e a cui mi invita la lettura di questo libro di incursioni nel presente, quella critica che non può rinunciare ad annodare i fili della teoria e della prassi, mettendo in questione l’una e l’altra, non ha certo gioco facile, né grandi spazi di agibilità. Rovatti lo sa bene e quando parla di intellettualità marginale, di interruzioni nel flusso delle informazioni, di esercizio del silenzio, delinea una situazione paradossale e pericolosa, molto difficile da abitare, soprattutto per chi non può contare su nessuna posizione già acquisita.

Eppure il crinale rischioso che separa visibilità e impercettibilità, nome proprio e anonimia, presa di parola e silenzio, è il luogo di oscillazione in cui occorre trovare un difficile equilibrio, per forzare le sbarre del proprio egotismo e restituire una dimensione immediatamente politica a un’esistenza sempre più privatizzata: un’arte della resistenza che deve installarsi nei gesti e negli esercizi che ogni giorno puntellano la nostra soggettività, anche passando per operazioni ben poco remunerative nel presente in cui siamo, come cedere la parola, o disarmare lo sguardo.

Credere, distruggere

Alberto Burgio

Un problema con il quale parte della storiografia sul nazismo si cimenta da anni è la partecipazione di vasti settori di popolazione alla violenza criminale scatenata dal regime. Come spiegarsi che milioni di donne e di uomini «civili» non soltanto acconsentirono alla persecuzione in massa di inermi, ma la sostennero e contribuirono a metterla in atto? Come comprendere la stabile coesistenza di forme di vita criminali con codici culturali e morali tradizionali? In un certo senso, a ordinare il discorso storiografico è dunque ancora l’intuizione che Hannah Arendt ebbe, giusto mezzo secolo addietro, durante il processo ad Adolf Eichmann: i carnefici non erano mostri, destinati per natura all’orrore, bensì, almeno in origine, persone del tutto normali. Il che, lungi dal fornire loro attenuanti (come temevano i critici di Arendt), apre il campo a interrogativi assillanti.

Perché «uomini comuni» possono trasformarsi in spietati assassini? Che cosa deve avvenire nella mente di un individuo perché egli possa rendersi disponibile a compiere consapevolmente e sistematicamente violenze efferate, senza nemmeno riconoscere la mostruosità dei propri atti? Questo insieme di questioni – intorno alle quali viene da tempo costituendosi un complesso paradigma storiografico – è alla base dell’ultima ricerca di Christian Ingrao, direttore dell’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi, già autore (nel 2006) di uno studio sulla «brigata Dirlewanger» (Les chasseurs noirs), una tra le più famigerate divisioni delle SS attive nella repressione della resistenza sul fronte orientale.

Il libro offre un ritratto dell’intellettualità tedesca che scelse di entrare nel Servizio di sicurezza delle SS. L’analisi prende in esame la vicenda di ottanta intellettuali «umanisti» (filosofi, economisti, storici, geografi e giuristi) che contribuirono alla fondazione ideologica del regime, alla nazificazione dei saperi fino ai parossismi della guerra genocidiaria. Muove dalla loro infanzia (durante la Grande guerra) per poi accompagnarli nella fase di piena adesione al Terzo Reich, scandita tra produzione teorica e (dopo il ’41) partecipazione attiva alla guerra. La narrazione ricostruisce anche la reazione alla disfatta, fino al momento postbellico con la transizione giudiziaria alla democrazia (e nello specifico ci si sofferma sulle strategie di negazione, depistaggio, giustificazione poste in essere al processo di Norimberga).

Si tratta, in una parola, della biografia di un importante settore della generazione che si incaricò di dare esecuzione al progetto hitleriano. Ma l’idea di scandagliare la genesi di personalità criminali non si traduce in una interpretazione deterministica. Il prima aiuta a spiegare il dopo, non lo determina: nel mezzo, si verificano salti di qualità (nella fattispecie, la costruzione dell’ideologia razzista, alla quale proprio gli intellettuali delle SS diedero un importante contributo) e si compiono scelte (tanto più consapevoli nel caso di personale altamente qualificato).

Cruciale è, a giudizio di Ingrao, la condizione della Germania durante la Grande guerra, che costò al paese oltre due milioni di morti e regalò a tanti tedeschi una visione funerea dell’esistenza, mista a una inestinguibile sete di vendetta. Finita la prima guerra se ne attese una seconda, come ordalia e transizione a una nuova era. Su questo sfondo di senso si avviò anche la mobilitazione dei bambini (e, tra questi, di quanti erano destinati a divenire i futuri intellettuali SS). «Il nazismo offriva a quanti vi aderivano il sentimento che il corso delle cose fosse quello della salvezza collettiva attraverso l’avvento dell’impero»: una fede come promessa, come sentimento «che attinge insieme all’ineffabile e alla certezza, mobilitando anime e corpi nell’attesa di un’utopia di fusione razziale».

Da qui l’idea di partecipare a una «comunità di destino», cementata dall’unità genetica e biologica e, perciò stesso, dalla distruzione del nemico e dell’estraneo, che gli intellettuali delle SS contribuirono a individuare e a perseguitare. Dapprima fornendo argomenti al discorso nazista (attraverso sondaggi, agenzie, bollettini di informazione, misurazione e valutazione delle reazioni della società tedesca alle politiche del regime), in un secondo momento «scendendo in campo» nelle file delle Einsatzgruppen incaricate della mattanza di quei «parassiti» che già avevano, in piena «scienza e coscienza», provveduto a definire.

Christian Ingrao
Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS

Einaudi (2012), pp. 405
€ 34

Burini e no

Giuseppe Caliceti

Dunque siamo un paese di burini? Chi più, chi meno? Massimiliano Panarari, in un recente articolo pubblicato il 22 settembre sul quotidiano Europa, parla del pericolo di un ritorno di fiamma in Italia della cosiddetta sottocultura, già affrontata dal politologo in modo approfondito in un suo fortunato libro. Nonostante le buone maniere e il bon ton accademico del governo tecnico, o governo dei professori, basterebbe distrarsi un attimo e, in Italia, la sottocultura ritornerebbe a farla da padrone. Come? Con “er Batman” di Anagni e i toga party versione “Roma imperiale”, per esempio.

Difficile dare torto a Panarari quando si chiede se “non sarebbe, quindi, il caso, a sinistra – lo diciamo sommessamente – di superare un ormai durevole tabù, tornando a pronunciare, con tutte le cautele e le consapevolezze dovute, la parola pedagogia?” E aggiunge, forse per i lettori di Europa: “Se dovesse suonare troppo “comunista” (ce ne rendiamo perfettamente conto...), potremmo tranquillamente sostituirla con dei sinonimi, come educazione e, perfino (poiché anche di questo si tratta), buongusto”. È interessante notare da parte di Panarari l'utilizzo di tre parole utilizzate come sinonimi di possibili buone pratiche morali, culturali e amministrative: pedagogia, comunista, buongusto. Sembra di sentir parlare di una sorta di riscoperta di possibile “pedagogia delle masse” tipica del Pci di un tempo, da attualizzare nel presente. Da parte dei partiti della cosiddetta Sinistra.

Pedagogia da sostituire al semplice condizionamento degli elettori-consumatori in termini di marketing politico. È solo la nostalgia di un giovane intellettuale per l'idea dell'intellettuale organico modello vecchio Pci o c'è qualcosa di più? E che funzione avrebbe questa pedagogia comunista piena di buon gusto? Prenderebbe il posto o si affiancherebbe ai sondaggisti e agli esperti politici di cui si sono ormai dotati irrimediabilmente tutti i partiti e le correnti? Il camper e la campagna di Renzi, all'interno del Pd, in questo caso è emblematico.

Insomma, di fronte ai piazzisti della politica, di cui Berlusconi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l'indiscusso numero uno e non teme imitatori, Panarari evoca qualcosa che certo oggi ancora non esiste ma di cui a Sinistra, in tutto il centrosinistra, si sente, se non una grande nostalgia, un assoluto bisogno. Se non altro perché per fare politiche differenti da quelle dei propri veri o presunti avversari, occorre avere idee alternative. E avere idee veramente alternative utilizzando tutti le stesse parole e le stesse strategie può creare enormi confusioni nell'elettorato di una repubblica-mercato.