Come ripensare la contestazione

Amalia Verzola

Nella prima metà degli anni Settanta un giovane romeno esule a Parigi, Toni Arno, fonda la rivista «Errata». Pubblicata per la prima volta nel novembre 1973, essa rappresenta un esempio ben costruito di militanza intellettuale.

Quindici anni di proposte, progetti, idee e alternative, e un solo scopo: spiegare il fallimento del ’68 e superarlo. Un superamento che, dunque, è anche e soprattutto un attraversamento. Peccato però che l’avventura avanguardista che accompagna la pubblicazione di «Errata» sia pressoché sconosciuta. Peccato, perché le tematiche che emergono dalla lettura della rivista sono davvero suggestive.

Al primo impatto «Errata» sembrerebbe collocarsi nel solco del postsituazionismo, ma non è affatto così. Lo stesso Toni Arno, d’altronde, fa parte dell’Internazionale situazionista, ma solo per qualche mese. Conosce e frequenta Guy Debord per prenderne poi bruscamente le distanze. Perché? «Errata» voleva rispondere a una sostanziale esigenza: innescare un processo efficace e trasversale di ridefinizione delle culture di sinistra.

Forse anche l’Is, così come il movimento rivoluzionario moderno, non era stata in grado di comprendere realmente la sua epoca? O meglio: l’Is era riuscita a ingaggiare quella che Arno avrebbe definito una lotta storicamente situata? Critica e socialità sono i concetti chiave attorno ai quali ruota il lavoro del gruppo avanguardista che gravita intorno ad Arno. Un gruppo che stenta, tuttavia, a definirsi tale. «Errata» è l’incontro autentico di individui che condividono le medesime prospettive, le medesime aspirazioni. Non è settarismo, ma partecipazione.

Ripensare non solo il presente ma anche e soprattutto i rapporti interpersonali: su questo terreno si gioca la partita. Ma in che modo la rivoluzione deve avvenire nel presente? Innanzitutto rompendo col passato. Con una rinnovata lucidità, con un’affinata capacità critica. Il rapporto con la dimensione storica non deve più fondarsi su un’attitudine contemplativa, fatalista o addirittura millenarista: tendenza che invece è stata la cifra peculiare degli anni Settanta.

I movimenti rivoluzionari avevano in effetti dimostrato scarsa capacità di aderire al presente, riproponendo schemi di pensiero e azione ormai obsoleti, stantii. Il primato della teoria, inoltre, aveva contribuito a rendere ancora più difficoltoso qualsiasi ripensamento critico del dato. Il fallimento stesso della contestazione aveva portato con sé una serie innumerevole di piccole rivendicazioni astratte.

Per «Errata», invece, fare la storia, e ingaggiare una lotta storicamente situata, vuol dire essenzialmente avere una cognizione chiara del momento storico: essere in grado di soggiornarvi. «Per capire il presente è importante insistere, persistere, considerare senza precipitazione tutto ciò che è in via di formazione – sostiene Toni Arno in Jours critiques, pubblicato sull’undicesimo numero della rivista –. Non risparmiarsi di fronte a nessuna difficoltà che si presenti, ma affrontare queste per intero, senza scorciatoie né vie traverse. I cambiamenti reali non sono i più visibili, ma i più sensibili.»

Il rapporto dei vecchi rivoluzionari con la dimensione potenziale dell’esistenza era assolutamente patologico, morboso, proprio perché non attento al presente. «Errata» vuole invece accogliere e tesaurizzare il momento storico. Questa nuova attitudine è critica in quanto valutativa, analitica. Una disposizione a lasciarsi attraversare dalla vie courante che porta con sé anche la possibilità di risignificare le relazioni interpersonali attraverso un contatto più profondo con l’altro orientato all’ospitalità, alla scoperta e privo di pregiudizi. Non c’è alcun rapporto di antecedenza logica tra la critica e questa rinnovata socialità: affinare l’arma della critica, infatti, significa al contempo acquisire coscienza del contenuto eversivo della relazione, dell’incontro.

E così questa socialità, la capacità di vivere consapevolmente le relazioni interpersonali, permette di articolare un’opposizione specifica allo statu quo. La critica, incanalata nella socialità, può dunque finalmente tradursi in sapere operativo. La socialità critica, ovvero il saper-essere-presenti-lucidamente nella relazione, rappresenta in «Errata» il punto di arrivo di un percorso di indagine estremamente interessante. Ma, al contempo, anche il punto di partenza. Il presente non offre mai un adeguamento perfetto dell’altro: farsi carico di questa differenza irriducibile vuol dire predisporsi all’emergenza dell’imprevisto, e dunque al cambiamento. Una nuova generazione di intellettuali rimpiazza così quella precedente. L’intellettuale di «Errata» vuole conoscere il mondo senza lasciarsi intrappolare dal vecchio.

Rispondere alle esigenze dei tempi non equivale a guardare con occhio nostalgico al passato, né tanto meno a proiettarsi in una dimensione futura tanto fumosa quanto irreale. Rispondere alle esigenze dei tempi vuol dire aprirsi, piuttosto, a un contatto più autentico con il presente. Quello di «Errata» fu un progetto culturale di ampio respiro e di estrema attualità. Forse sottovalutato.

Questo articolo è la versione breve  di un intervento letto in occasione del convegno internazionale «Situazionismo: teoria, arte e politica» tenuto a Roma il 30 maggio scorso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, a cui alfabeta2 ha dedicato uno nodo nel nuovo numero.  Leggi gli altri interventi sul numero 32 di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale

Fluxus è «α-beta»

Stella Succi

Il legame tra «alfabeta» e Fluxus trascende le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del movimento: è infatti un legame storico, che va fatto risalire alla rarissima «serie nera» intitolata «a-beta», costituita da soli cinque numeri usciti tra il marzo del 1975 ed il Gennaio del 1977. L’aneddoto dal quale sorge l’avventura editoriale di «a-beta» è di sapore romanzesco: nella hall deserta dell’hotel Manzoni di Milano, in una notte dei primi mesi del 1975, sono seduti Gino Di Maggio, oggi direttore responsabile di «alfabeta2», e il celebre artista Fluxus George Brecht.

George Brecht ha bisogno di bere: i due aprono la porta del bar e, in uno slancio bohemièn, cominciano a bere e parlare di arte, di politica, di filosofia fino all’alba. Viene naturale, all’albeggiare, dirsi che tutte quelle parole non resteranno semplicemente un ricordo di una notte brava. L’intenzione è di farne una pubblicazione, perché no, una rivista, tramite cui sviluppare l’infinità di spunti proposti in quel momento di divertissement.

Il titolo «alfabeta» è frutto di un lampo di genio e di un gioco artistico quanto mai Fluxus. Nel domandarsi, Di Maggio e Brecht, che titolo dare alla pubblicazione, Brecht adocchia il pacchetto di sigarette nazionali Alfa sul tavolino. Lo raccoglie, e aggiunge a penna da un lato beta, e dall’altro lato bête. La doppia dicitura, beta e bête, non è una tautologia, ma un gioco semantico: la traduzione di bête non è beta bensì bestia, che se da una parte rimanda alla bêtise, a una certa idiozia del Dada, dall’altra rimanda alla Cage aux fauves di Vauxcelle, a un’avanguardia aggressiva e mordace.

Le pagine di «α-beta» si fanno quindi, per quel breve scorcio di anni, portavoce delle istanze del movimento Fluxus, e delle avanguardie artistiche che ne informano modi e contenuti: viene dedicato spazio a dada, al situazionismo, al futurismo (per citarne uno soltanto, viene ripubblicato l’articolo di Antonio Gramsci, Marinetti rivoluzionario, comparso su «Ordine Nuovo», il 5 gennaio del 1921). La sezione centrale, «Presenze», è illustrata con opere Fluxus di notevole sperimentazione grafica, in particolare nel Pop-Up di Gianni-Emilio Simonetti e in Fandango di Wolf Vostell.

L’aspetto tuttavia più Fluxus di «α-beta» consiste forse nella rete di relazione che lega i personaggi coinvolti concretamente nella piccola ma coraggiosa avventura editoriale: Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Sergio Albergoni, Gianni-Emilio Simonetti, le vere anime di questa «serie nera»: nel 1975 sono tre giovani coetanei che gravitano attorno a piazzale Martini. Con la stessa fluida naturalezza con cui nascono le amicizie giovanili di quartiere nasce la rivista. E, proprio come un flusso, si trasforma nel tempo, svanisce, torna come pioggia, e ancora scorre.

Nel 1979, a due anni dall’ultimo numero di «a-beta», il titolo ritorna leggermente modificato in «alfabeta», su un progetto diverso e nuovo: la storica Alfabeta di Umberto Eco, Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, Gianni Sassi, Paolo Volponi, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Maria Corti, Mario Spinella, Franceco Leonetti, e più tardi Omar Calbrese, Maurizio Ferraris e Carlo Formenti.

Da alfaFluxus supplemento mensile al n.25 (dicembre 2012-gennaio 2013) di alfabeta2, in edicola, in libreria e in versione digitale

Alfa Zeta: P come Потёмкин

Puntata dedicata alla presentazione del 13 maggio al Salone del Libro di Torino del numero 09 di «alfabeta2» e del supplemento «alfalibri» con interventi di Umberto Eco, Maurizio Ferraris e i curatori di «alfalibri»Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone. La sala gremita, i temi toccati al centro di numerose questioni sia culturali che politiche cui Alfabeta2 tenta di dare delle risposte sia culturali che politiche. Intanto lo spettro di Fantozzi si aggira per l'Europa ma questa volta sembra volerci dire altro, qualcosa del tipo : Fantozzi è una cagata pazzesca!!
La poesia di Lidia Riviello pubblicata sul numero 9, è letta dall'autrice in controcanto con le parole introduttive di Andrea Cortellessa. L'enfant rouge si fa un giro sul suo monopattino come ad aspettare il momento giusto per dare l'assalto e nei pensieri Brahms.

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Pubblichiamo qui l'editoriale del numero 35 (aprile-maggio 2014) di alfabeta2 appena arrivato in edicola e in libreria

Maggio, andiamo. È tempo di migrare. Quattro anni fa il regime berlusconiano sembrava senza vie d’uscita. Nel calore delle discussioni di allora si fece strada la convinzione che quello scempio morale e culturale non poteva più essere tollerato, che a esso non si potesse più solo resistere resistere resistere, era necessario affrontarlo e combatterlo sul terreno proprio della cultura. Al di là delle voci singole gli intellettuali non potevano più tacere, aggravando così la svalorizzazione e il disprezzo di cui la cultura veniva fatta oggetto, giustificandoli con il loro silenzio e la loro assenza.

Lo strumento collettivo di opposizione elaborato dalla modernità – la rivista cartacea – era già allora in via di obsolescenza, ma non ancora completamente soppiantato dai nuovi media elettronici. Non ci si illudeva sull’efficacia determinante di un tale progetto, ma sarebbe stato comunque il segno che la resa finale non era avvenuta, che era ancora possibile far sentire una voce libera, autogestita e autofinanziata. Aspetto essenziale, questo, non tanto per sfuggire a eventuali condizionamenti, quanto per avere una concreta possibilità di sopravvivenza. La quale ci è stata garantita anzitutto dalla generosità dei collaboratori, dalla quantità e dalla qualità delle loro adesioni e dei loro contributi: a partire da quelli degli artisti che hanno magnificamente illustrato le nostre pagine e che, col dono delle loro opere, ci hanno permesso di continuare a esistere.

Ripercorrendo le centinaia di pagine di questi trentacinque numeri crediamo si possa avere un quadro reale del tormentato periodo che abbiamo attraversato. Più di questo, realisticamente, non era possibile fare. In questi quattro anni il declino del paese è proseguito inarrestabile sul piano politico ed economico, insieme a un penoso degrado morale e culturale. Il nostro intervento non si illudeva certamente di arrestarlo o anche solo di limitarlo, ma di renderne sensibile una pur ristretta zona di lettori, non ancora anestetizzati dal magma dell’informazione adulterata, della cultura di massa, della zombizzazione dei network.

Quattro anni dopo, però, il quadro politico, economico, sociale e dunque anche culturale – tanto italiano quanto internazionale – appare, per altri versi, profondamente mutato. Ci troviamo ora nel pieno di una fase di passaggio. In cui si capisce che la crisi globale tuttora in corso non può essere semplicemente il frutto di speculazioni finanziarie finite male per assenza di regole. Sembra invece il segnale della crisi irreversibile di un sistema ancora basato sulla cultura, l’economia e l’organizzazione sociale della vecchia società industriale ottocentesca. Una società che, mentre i dispositivi economici e politici vigenti restano quelli elaborati una generazione fa, ha conosciuto negli ultimi anni modificazioni tecnologiche e sociali profonde quanto sistemiche.

Questi mutamenti repentini devono essere a loro volta affrontati dall’intervento critico della cultura. Più che a testimoniare e difendere la sua persistenza, la cultura oggi è chiamata a decifrare le trasformazioni in corso, per poter ambire a incidere su di esse. Come sempre avviene, passaggi di stato di questa portata vengono annunciati da una serie di segni. Che nel nostro caso, oltre che culturali (se la distinzione ha un senso), sono anche tecnologici.

Quando nell’estate del 2010 riprendevamo le pubblicazioni, a ventidue anni dalla chiusura della prima «alfabeta», sapevamo bene (e infatti a più riprese pubblicamente dichiarammo) che, prima o poi, sarebbe venuto il tempo di passare da un regime a dominante cartacea – l’unico che avesse conosciuto la prima «alfabeta», com’è ovvio, ed entro il quale il sito www.alfabeta2.it ha svolto sinora un ruolo tutto sommato ancillare, di vetrina – a un regime quanto meno misto. Nel quale col tempo inevitabilmente, a misura dei sempre più alti costi di gestione e soprattutto di distribuzione degli oggetti cartacei, la dimensione digitale sempre più avrebbe preso il sopravvento, accentrando su di sé il dibattito culturale.

Non un’alternativa minore da subire, bensì l’occasione di una diversa e più capillare proliferazione. Non a caso non è mai mancata, da parte nostra in questi anni, una riflessione problematica sulle modificazioni di statuto della lettura, e appunto dei suoi supporti. Infine si è rivelato impossibile proseguire la stampa e la distribuzione in edicola della rivista (sfida che però, per un paio d’anni, è stata vinta – anche in termini economici). Cosicché questo numero 35 è il suo ultimo a uscire, nel formato e con la periodicità tradizionali. Le urgenze che ci avevano spinti a metterci in viaggio, quattro anni fa, non sono cessate. Sono ancora lì: mutate ma, forse, ancora più pressanti di allora. E ci impongono di continuare il lavoro.

Così, una migrazione è in corso. In questi giorni www.alfabeta2.it conosce una ristrutturazione che porta in primo piano i suoi contenuti «nuovi»: contenuti che vengono già ricevuti, con cadenza quotidiana, dagli abbonati alla newsletter «alfa+più» (alla quale rinnoviamo l’invito a iscriversi compilando il form sulla homepage del sito) e al suo supplemento settimanale «alfadomenica». Ma altre novità senz’altro conosceranno, in tempi medi, i frequentatori del sito. L’avevamo lanciato, «alfa+più», con lo slogan «l’unico mensile con un supplemento quotidiano».

Ora possiamo dire di essere divenuti a tutti gli effetti un quotidiano in rete: con un supplemento settimanale ricco di contenuti multimediali (un piccolo canale televisivo digitale, in effetti). E non senza pensare, capovolgendo l’ordine dei fattori, a forme di supplemento cartaceo destinate non più all’edicola bensì alla libreria. Dove peraltro «alfabeta2» è stata, in questi anni, una delle poche riviste a mantenere una presenza costante e riconoscibile.

Ecco, presenza. Questo è l’impegno che, in un momento di crisi come l’attuale, intendiamo continuare ad assumerci: nei confronti delle migliaia di lettori e sostenitori che sono stati il nostro vero vanto in questi quattro anni di lavoro. E che speriamo ci continueranno a seguire. Del resto, si sa, l’etimo di crisi è il medesimo di quello di critica. Krinein vale «distinguere, giudicare, dividere»: il giusto dall’erroneo, il vero dal falso; e giorni critici sono detti, in medicina, quelli in cui una patologia evolve verso la sua soluzione (guarigione oppure degenerazione). La crisi implica insomma un passaggio temporale e, insieme, un’alternativa, un bivio; la crisi è il momento della metamorfosi, del passaggio: l’istante in cui si decide del futuro.

Gli anni Zero, dai quali abbiamo preso le mosse, si sono prolungati assai: sino al momento attuale, in effetti. E in molti abbiamo riconosciuto, in essi, una ricapitolazione delle aporie del moderno e del post-: un nodo al pettine. Ora però, questi anni, sembrano finiti; e i nodi, una buona volta, bisogna affrontarli. Davvero, è tempo di migrare.

la redazione

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