Il bel rischio

Paolo B. Vernaglione

Scrivere è Il bel rischio perché è pericoloso. Essere nel linguaggio per l’animale umano comporta avere a che fare con il lato oscuro, il rovescio di sé, di cui oggi invero la superficie della prassi raramente rende conto. Nell’immensa opera di Foucault, scrivere significa confrontarsi con un’esteriorità, cioè riconoscere il mondo e l’insieme delle relazioni individuali, come effetto di un’azione comunque rischiosa in cui trovano corpo relazioni molteplici e intricate.

Nel 1968 il critico letterario della rivista “L’Art” Claude Bonnefoy, propone a Foucault una serie di interviste sul senso della scrittura come impresa personale. Leggere adesso quest’unica conversazione, interrotta e redatta da Philippe Artières, curatore dell’edizione francese del saggio, procura un piacere non dissimile da quello intenso e sfrangiato che si prova nello studiare Storia della follìa, Le parole e le cose, Il coraggio della verità. Con un supplemento, che emerge al vivo dalla puntuale traduzione di Antonella Moscati. Foucault infatti, incitato dalle domande di Bonnefoy, parla dello scrivere come “rovescio del ricamo”, cioè di quel modo in cui corpo e linguaggio tentano di aderire l’un l’altro nella radicale differenza che li separa.

Per Foucault non si tratta infatti di spiegare, denotare, indicare alcunché nel registro del saggio, della conferenza, della lezione universitaria; bensì di riflettere su quell’attività quotidiana che presiede l’insieme dei registri discorsivi, di quel carattere impersonale del linguaggio in cui si costituisce biologicamente e storicamente la soggettività. Quanto qui l’uso della facoltà di linguaggio sia in rapporto alla verità, in cui si consumano e si producono le scienze mediche, fisiche e sociali, emerge nel tema della morte che ogni scrivere organizza e mette in forma: la morte degli altri, nel caso di un’archeologia dei discorsi e delle pratiche, in cui ciò che è scritto è del passato, di gente morta. La propria morte che, a partire da quella di chi è trapassato, si organizza come morte individuale, nell’esibire la finitudine quale limite in cui è inscritta la natura umana.

Per Foucault non si tratta né di resuscitare storicisticamente il passato, né di ricostruirlo in una comunicazione, ma, in un’indagine genealogica, giocare la distanza tra quel passato e il nostro presente. Si tratta, con postura simile a quella di Walter Benjamin, di misurarlo e connetterlo alla serie di origini non originarie che contrassegnano i saperi, la loro storia, i loro rapporti con i poteri. L’immagine di questa attività così individuale e così lontana dall’espressione di una qualche identità personale, disloca un orizzonte di necessità. In questa conversazione Foucault distingue due luoghi dello scrivere, dello scrittore (più o meno professionista) e dello “scrivente” che è colui che incontrando un tema, un campo di indagine, un archivio, una filosofia, ne cerca la fonte, ne indaga l’ambito, ne manifesta i limiti, in modalità critica, ovvero affatto monumentale o celebrativa o apologetica.

Scrivere dunque è fare diagnosi, rendersi un anatomopatologo (di uomini infami, di norme ordinative, di modi di governo degli uomini), in quell’atto colmo di distanza dal mondo in cui si iscrive qualcosa nel corpo degli altri. Scrivere, dice Foucault a proposito dei suoi autori preferiti, Roussell, Artaud, Kafka, è il tentativo di far defluire nelle sillabe deposte sul foglio l’intera sostanza del corpo; “non essere altro che quegli scarabocchi, morti e ciarlieri a un tempo. Ma a questa riduzione della vita non si arriva mai…”.

Il bel rischio è da leggere insieme alla conferenza Che cos’è un autore? (1969), in italiano nella raccolta di Scritti letterari in risposta alle critiche sollevate L'archeologia del sapere. In quel testo Foucault testimonia la trasformazione del soggetto-autore, designato nell’età classica e fino alla metà del XVIII secolo, in una funzione-autore, in cui si raccoglie un regime di appropriazione (proprietà letteraria, diritti d’autore), un’imputazione nominale (“Rousseau ha affermato”, “Nietzsche ha detto…”), un’identità progettuale (omogeneità di stile, di discorsi, di tematiche), secondo l’eredità delle norme di inclusione/esclusione tramandate alla critica letteraria dalla tradizione interpretativa cristiana.

Ma per quanto sedimentato nell’odierna leggera inconsapevolezza del “piacere di scrivere”, il bel pericolo rimane un’urgenza, una necessità improcrastinabile in cui, aggiungiamo, allo stesso tempo tremano e si consolidano i profili definiti dello scrivente e dello scrittore. In quella zona di neutralizzazione che delimita il carattere specifico e arbitrario della prassi umana, si colloca l’anonimato, effetto di ogni scrittura. Forse oggi più di ieri esso vale quale criterio per distinguere ciò che è letteratura da ciò che, in maniera sempre più intensa e nauseante, è produzione narcisistica e mediatica di sé.

La grande editoria, che presiede al divenire merce del linguaggio, allestisce allo stesso tempo un teatro del consumo narrativo, mentre la critica letteraria ne produce l’ontologia, da cui sarebbe ora di prendere le distanze per costruire una resistenza facendo fronte comune di donne e uomini di buona volontà. L’esemplare lezione di Foucault infatti è che scrivere è proscrivere la nozione culturale di autore, mostrare che i tanti piccoli “io” che consumano carta, bit, e pagine culturali sono funzioni mercantili in cui la facoltà di linguaggio diviene forza di sfruttamento. Perché già da sempre e proprio ora, in essa tutti si è inscritti.

Michel Foucault
Il bel rischio
Cronopio (2013), pp. 86

Che fine ha fatto TQ?

Vincenzo Ostuni

Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.

Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.

Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?

Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa tappezzata di adesivi del Male, è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.

Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!

È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.

Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego… [leggi]

Giso Amendola, La sinistra di Re Giorgio
Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. [leggi]

Franco Berardi Bifo, Non c’è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale…

Il libro bene comune

Con un Manifesto firmato da 76 editori indipendenti - distribuito gratuitamente a partire da oggi a «Più libri più liberi», la fiera romana della piccola e media editoria, presso gli stand delle sigle aderenti - si avvia l'attività di un Osservatorio, che intende analizzare le varie declinazioni del lavoro editoriale in un tempo, e in un paese, che sembrano indifferenti, se non ostili, all'idea stessa di «fare cultura». Ve ne anticipiamo qui uno stralcio.

Il libro non è solo un mercato. Nemmeno per noi che per mestiere produciamo e vendiamo libri. Come strumento di formazione, come risorsa individuale e collettiva, come forma di circolazione delle conoscenze, anche come svago e divertimento, il libro è un bene comune. I nostri libri, comunque, vogliamo che lo siano. E vogliamo immaginarne il futuro anzitutto a partire da questo.

Che il libro sia «anche» un prodotto in vendita, perché per molti possedere libri è ancora una cosa preziosa, non significa che il suo ecosistema sia riducibile al numero degli scontrini battuti. Come editori, e dunque come promotori di una proposta culturale, non possiamo ignorare e non sostenere quegli usi del libro che prescindono da un acquisto. Usi pubblici. Non possiamo non capire l'importanza di chi rivendica un uso senza preoccuparsi della proprietà, di chi chiede un diritto a un accesso. Siamo consapevoli che facilitare questo accesso, moltiplicare le forme non proprietarie di uso delle narrazioni e dei saperi, estendere capillarmente il numero dei luoghi («luoghi» nel senso di reti, di rapporti compositi e di una molteplicità di luoghi differenti), in cui questo diritto può esercitarsi significa predisporre il terreno di una ricchezza culturale e sociale forse non misurabile ma della quale non saremo i soli a beneficiare. Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti.

Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire «bibliodiversità» significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale «bibliodiversità» fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire «bibliodiversità» significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte. Conservare e far crescere un ecosistema fatto di diversi ambienti del libro e di diversi soggetti del libro significa dunque anche riuscire a vederne i punti di squilibrio, quando una specie prevale su un'altra o quando una pratica mette in discussione l'esistenza stessa di tale complessità. Significa quindi immaginare strumenti capaci di adattarsi caso per caso, che coinvolgano e richiedano la partecipazione di tutti i soggetti che l'ecosistema lo abitano.

Non possiamo non dirlo: la mano invisibile del mercato non governa granché. E tantomeno lo fa ora, quando fenomeni di concentrazione e standardizzazione impattano un mercato che è sempre meno lo specchio della diversità e forse nemmeno della libertà d'impresa. Poco importa che ciò avvenga dentro un regime di legalità, con il beneplacito dell'antitrust.
Se il libro è un ecosistema e non solo un mercato, denunciare e tentare di correggere ciò che produce squilibrio e impoverimento, non solo per gli editori, è un atto di civiltà, di ecologia dell'intelligenza sociale.

Leggi il testo completo del Manifesto

Apocalypse Now Redux

Augusto Illuminati

I quattro cavalieri della desolazione, la bestia il cui numero è 666 che sale dal mare, sette trombe e sette sigilli, il sorgere dell’Anticristo ingannatore e la sua finale sconfitta con il secondo avvento di Cristo, nella letteratura apocalittica cristiana. Il regno del Dajjal, l’arrivo dell’ultimo imâm, il Mahdî, nella tradizione sciita, la decisiva battaglia contro il Dajjâl degli alleati Mahdî e Cristo, quest’ultimo appollaiato sul suo personale minareto (il manâr Îsà della moschea degli Omayyadi a Damasco), terremoti, eclissi, inondazioni, l’arresto dell’espansione dell’universo, ecc. Vuoi mettere! Davvero la fine dei tempi.

La letteratura fantascientifica, suggestionata dalla tecnologia dei registratori a nastro, mostrò piuttosto propensione verso un riavvolgimento del tempo, un rewind conseguente al raggiungimento del limite espansivo dell’universo e all’inizio della sua fase contrattiva. Walter Benjamin opinò che la catastrofe, erede del Giudizio, consistesse nel fatto che tutto proseguisse come prima, rileggendo l’Eterno Ritorno nietzschiano nella metafora del kafkiano pittore Titorelli, che in una sordida soffitta tira fuori da sotto il letto una serie di quadri tutti uguali e ne impone l’acquisto tangentizio a chi impetra il suo intervento presso il Tribunale.

In ogni caso, un tempo sconnesso, dove riavvolgimenti, sviluppi e soglie di indecidibilità si frammischiano, preannuncia Armageddon, videogioco post-chiliastico. Qualche indizio? Da un po’ di tempo si levano volute di fumo e gli sciamani proclamano con un primo squillo di tromba l’inesistenza della realtà, dissolta in interpretazioni. Ma subito sono scesi in lizza, secondo squillo di tromba, i contro-sciamani affermando che la realtà è consistente e inalterabile, guai a interpretarla ed emendarla, anzi impongono il voto di fiducia in nome del new realism, peggio del governo Monti. Anni ’60-‘70 dello scorso millennio, accademia torinese? Per carità, cronaca culturale rovente. Fra poco –si spera– rivedremo apocalittici e integrati, avanguardia contro romanzo di consumo.

La Transavanguardia è all’ordine del giorno, mentre i neo-melodici già occupano stabilmente il mercato a sud del Volturno e Moccia illucchetta tutti i ponti disponibili. Vintage, ragazzi. Con i complici di don Verzè in veste di Sigilli e illustr* filosof* a cantare le lodi del defunto. Come negli epocali dibattiti di metà del secolo scorso (chi ricorda Vera Lutz?), si propone audacemente di ridurre i salari e aumentare l’orario di lavoro, nonché vietare i sindacati in fabbrica, per incoraggiare gli investimenti e sviluppare il nostro infelice Paese. Il licenziamento libero aumenterà l’occupazione, la precarietà selvaggia produrrà occupazione buona. E che cazzo, noi difendiamo il lavoratore, mica il posto di lavoro, disse la new realist Fornero, e pianse.

Mica ci si può accontentare del ritorno a prima dello Statuto 1970, il regresso ha le sue esigenze e pure gli ortaggi pugliesi e campani. L’importazione degli schiavi dal Mediterraneo è ripresa in grande stile, purtroppo con qualche rivolta. Non preoccupiamoci troppo: corre voce che ne hanno già accerchiati un bel po’ vicino al fiume Sele e già sull’Appia si allestiscono le croci. Bersani deplora che tale barbaro spettacolo incoraggi l’anti-politica e propone l’alleanza fra progressisti e moderati. A proposito, si avvicina la metà di luglio e i giornali annunciano la scesa in campo di un outsider, il cavalier Berlusconi. Sullo schermo appaiono Cicchitto e Capezzone: dicono che allora non ci saranno primarie. Dev’essere il futuro anteriore.

La funzione trasformatrice della cultura

Christian Caliandro

«Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo»: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, imbevuta di retorica ma pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazione dalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità.

È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose. Il ruolo principale della cultura è quello di costruire le identità particolari e collettive, non di oscurarle. Di elaborare i traumi, non di contribuire a rimuoverli. Di criticare radicalmente la realtà e le sue storture, non di validarle e costruirci attorno un cordone sanitario. Di aiutare le persone a comprendere l’esistenza, e la propria evoluzione all’interno di questo tempo esistenziale. Di produrre continuamente il senso dell’umano. La società italiana attuale, invece, soffre dell’incapacità cronica, a tutti i livelli, di immaginare il futuro: la (ri)costruzione di se stessa nel futuro. E persino, cosa forse ancor più grave, di percepire il presente.

L’Italia è ossessionata dai suoi fantasmi. In ogni territorio della vita collettiva e civile (politica, economia, impresa, cultura) si continuano ad applicare con ostinazione schemi obsoleti e griglie interpretative antiquate che non funzionano, che non funzioneranno - e che molto probabilmente non hanno mai funzionato. La ragione, molto intuitiva, è che gli schemi obsoleti vengono adottati dai cervelli obsoleti. A loro volta, i cervelli obsoleti sono pervicacemente legati alla percezione della realtà e del mondo che si sono formati una volta per tutte, e dunque reagiscono solo alla conferma del già dato e del già noto (di qui, la cultura come pratica autoconsolatoria e retorica): ogni innovazione, intesa come modifica radicale dell’ordine conosciuto, è percepita come una minaccia. E viene regolarmente esclusa dallo sguardo.

Invece, proprio la crisi che stiamo attraversando, se viene interpretata per quello che in effetti è - epocale trasformazione e attraversamento che collega una versione della realtà con un’altra, inevitabilmente diversa da quella precedente - richiede una totale e radicale riconfigurazione dei modelli di riferimento e delle prospettive. Del tipo di relazione che istituiamo con il mondo. E non c’è nulla come la cultura che riesca a svolgere questa funzione nella maniera più completa ed efficace: la cultura addestra gli individui al cambiamento, a vivere nel cambiamento e a non interpretarlo come un pericolo. Di certo, non è qualcosa che inventiamo oggi: duemilaquattrocento, mille, cinquecento e sessanta anni fa era un fatto ben noto. Solo che, periodicamente, tendiamo a dimenticarlo, e allora sono guai seri. Dobbiamo solo impararlo di nuovo, impararlo subito e impararlo a fondo.

La cultura dunque, da agente della rimozione e della dissociazione, può – e deve – diventare agente della trasformazione. Interpretare ancora, invece, la cultura e l’industria culturale in termini puramente economicistici significa, banalmente, volerle costringere ancora in un recinto che non le appartiene, all’interno di regole e parametri non suoi. Di un sistema, cioè, che non la riguarda e che le è addirittura ostile.

Per questo, gran parte della retorica della «creatività» prodotta negli ultimi quindici anni è drammaticamente assurda. Proviene da una concezione totalmente distopica del funzionamento interno dei fenomeni culturali e dell’innovazione creativa, prodotta all’interno di una mentalità sempre e comunque neoliberista. Significa applicare i princìpi economicistici e strumentali alla cultura, ricadendo – dal verso opposto – negli stessi errori dei decisori che proclamano ed applicano i tagli ai finanziamenti per il settore culturale pubblico. Il ragionamento, nella sostanza, è: «se non rende (nell’immediato), non serve». Che equivale ad affermare: «ma la cultura rende, eccome». Se ci pensiamo bene, tra «con la cultura non si mangia» e «con la cultura si mangia» non corre poi tutta questa differenza: entrambi gli approcci discendono, di fatto, dalla medesima filosofia.

La cultura, invece, non può che portare all’alterazione radicale di un intero sistema morale di riferimento (i valori che regolano in profondità la vita collettiva e immaginaria di intere società). Di un sistema economico, politico, sociale. Compito della cultura, in una fase storica come quella che stiamo attraversando, non può che essere – dopo aver ratificato ed analizzato la fine dell’epoca precedente – immaginare, articolare e costruire l’epoca nuova. La cultura è il telaio, la struttura fondamentale di progettazione del presente e del futuro.

La terra ferma, ovvero il cinema inesistente di un paese alla deriva

Francesco Crispino

Un relitto al quale sono disperatamente attaccate un centinaio di braccia sferzate dalle onde. Due funivie che si sfiorano e che poi si allontanano in opposte direzioni. La sconsolata lettera d’addio di un alieno, fuggito deluso dalla Terra e dai suoi abitanti. Per parlare dello stato attuale del nostro cinema forse si potrebbe partire da qui, dalle immagini ufficiali, da quelle designate per rappresentarlo all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (edizione 68) nonché, nel primo caso, anche per la selezione dell’Academy Award. Immagini che costituiscono simbolicamente la vetrina di un cinema attraversato dall’endemica incapacità di saper parlare dell’Altro, di saperlo ri-conoscere, di saperlo accogliere. E quindi incapace di parlare d’altro che non sia se stesso, laconicamente autoreferenziale, sclerotizzato su formule narrative e consunti modelli in cui si rispecchia l’immaginario di un paese fermo, improduttivo, naufragato. Entrambi, il paese come il cinema che lo rappresenta, alla disperata ricerca di una “terraferma”.  Leggi tutto "La terra ferma, ovvero il cinema inesistente di un paese alla deriva"

Seminare rivolta

Teatro Valle Occupato

Occupare il Teatro Valle è per noi un atto desiderante e un gesto di riappropriazione: occupiamo per occuparci di ciò che è nostro, perché solo chi ama un luogo può prendersene cura. Un gesto che istituisce uno spazio pubblico, una presa di parola. Questo tentativo avviene nella messa in gioco dei corpi e delle fisicità, convocando un elemento che appartiene all’ordine delle passioni: nell’arte come nella lotta sperimentiamo zone di esperienza di maggiore intensità, maggiore qualità – creativa, politica, umana. È un processo di liberazione dalle retoriche insopportabili del potere e del neoliberismo che ci hanno fatto immaginare come individui soli, coltivando l’illusione che essere soli equivalga a essere liberi. Leggi tutto "Seminare rivolta"