Galera Italia. Lo stato presente delle cose

Valerio Guizzardi

I provvedimenti governativi degli ultimi anni in fatto di sicurezza, Giustizia e carcere ci suggeriscono che un vento di restaurazione sta spazzando il nostro paese portando con sé diritti civili acquisiti in anni di lotte sociali e garantiti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. In un contesto politico in cui ai valori si sostituiscono gli interessi delle oligarchie finanziarie criminali internazionali, arrivano a flusso imponente e continuo decreti legge d’urgenza che impongono pesanti restrizioni ai più elementari diritti di cittadinanza. Si va dallo smantellamento dei diritti sul lavoro e di manifestazione, all’abolizione del Welfare e delle politiche sociali, alla saturazione del Codice penale con una produzione inaudita, tutta ideologica, di nuove fattispecie di reato e aggravamento delle pene. Per non parlare dell’irresponsabilità della gran parte dei media e di certi schieramenti politico-finanziari nel creare emergenze continue prendendo di mira, di volta in volta, particolari gruppi sociali e usare le vittime dei reati per incitare l’opinione pubblica all’odio razziale e xenofobo. I media per aumentare l’audience quindi i profitti, i politici per incassare vantaggi sul piano del mercato elettorale. In ambedue i casi a nessuno importa dei danni procurati alla coesione sociale, di scatenare guerre tra poveri se possono perseguire i loro privati interessi materiali.

L’estorsione del consenso a mezzo di terrore è un meccanismo perverso che produce un’infinità di danni collaterali tra i quali, ogni giorno più evidente, la carcerazione non necessaria. Da una parte si impone l’inasprimento della povertà degli ultimi nella scala sociale e dall’altra ci si attrezza per prevenire con misure sempre più illiberali e repressive il conflitto sociale generalizzato che inevitabilmente arriverà. L’idea di una gestione autoritaria della crisi economica, infatti, esige uno stato d'eccezione legislativa permanente. Si tenta così di conservare ricchezze, potere e poltrone da parte di un’accozzaglia di comitati d’affari che qualcuno, contro ogni evidenza, chiama ancora Partiti e si scarica la crisi sul lavoro dipendente e su milioni di famiglie appartenenti agli strati meno abbienti.

Ma come l’esperienza c’insegna, se si risponde con lo Stato Penale alle turbolenze sociali, non si può ottenere che la radicalizzazione delle stesse. Se si assume come strutturale la precarizzazione del rapporto di lavoro, si aumentano i profitti d’impresa ma s’implementa di conseguenza l’allargamento dell’esclusione sociale, universalmente riconosciuta come principale fonte di devianza. Se si assume come normale che la pena insiste non più solo sul reato ma sull’individuo per le sue caratteristiche, si riempiono le carceri e i Cie di immigrati. Se al disagio giovanile si risponde con politiche proibizioniste, si riempiono le carceri di tossicodipendenti e di consumatori occasionali. Se, più in generale, si persegue l'ideologia indotta da un paradigma produttivo e dal modello sociale che esso ha creato, che porta le persone a rincorrere il feticcio del denaro e l'arricchimento ad ogni costo, non si fa altro che istigare al reato.

Ecco perciò come la pena detentiva assume un’importanza strategica, ancora di più oggi, travolti da una recessione globale di cui ancora non si conoscono la reale portata e i confini. Il carcere, dunque, come contenitore del conflitto, come discarica sociale, come non-luogo ormai deputato solo all’incapacitazione di donne e uomini relegati a classi sociali subalterne ritenute pericolose. Definiamo quindi di tutta attualità ed emergente il concetto di Carcere Sociale quale dispositivo normalizzatore biopolitico-statuale per il controllo e il disciplinamento dei corpi risultanti dall’eccedenza del lavoro vivo nella produzione materiale o cognitiva che sia.

Ciò nondimeno assistiamo sgomenti, dopo aver sorpassato la soglia di 67.000 detenuti, al ripetersi sempre uguale del teatrino dei politici di turno intento a proporci soluzioni populiste, a effetto mediatico di solo annuncio come la costruzione di nuovi istituti di pena in «project financing» (Decreto Monti «Salva Italia», Art.43) o al Decreto solo cosmetico e demagogico «Pacchetto Severino», detto anche «Svuota carceri», inventato di sana pianta per non svuotare proprio nulla. In altre parole si continua a ballare spensierati sul ponte del Titanic nonostante l’iceberg sia già bene in vista. Del resto le cifre del disastro carcerario sono note e si assestano tristemente a un detenuto morto ogni due giorni per malasanità e a un suicidato ogni quattro giorni. Negli ultimi dieci anni nell’intero circuito penale si sono avuti complessivamente duemila morti. Una vera strage, una strage di Stato.

Eppure gli osservatori più attenti ancora capaci di un pensiero autonomo, oltre all’associazionismo carcerario che, di fatto, vive accanto ai detenuti per supplire alle colpevoli mancanze delle Amministrazioni, le indicazioni le hanno date e non da oggi: abolizione delle leggi carcerogene come la Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ex Cirielli sulla recidiva, la Giovanardi sulle droghe. Poi l’abolizione dell’ergastolo, la radicale diminuzione dell’uso della custodia cautelare in carcere, una riforma per un Codice penale minimo, l’ampliamento e una corretta esecuzione della Legge Gozzini unitamente a una forte limitazione del potere discrezionale in sentenza della Magistratura di Sorveglianza. E non ultimo l’inserimento nel Codice penale del reato di tortura. Questo solo per cominciare.

Ma nell’immediato occorre un provvedimento di amnistia e indulto che sfolli le carceri di almeno trentamila detenuti, condizione necessaria per fermare la strage e per mettere in campo contestualmente le riforme di cui prima. Altre soluzioni non ve ne sono, tutto il resto non sono altro che chiacchiere petulanti e/o pelosi interessi.

Le politiche carcerarie e la crisi

Chiara Maffioletti

L'emergenza carceri è un fiume carsico che periodicamente riemerge, ma quell'emergenza, come il fiume, esiste sempre. Sembrano quindi andare nella giusta direzione alcuni dei provvedimenti deflattivi del ministro Severino che intervengono sul problema della custodia cautelare. Per l'eccessivo ricorso a questa misura l'Italia è stata richiamata dal Consiglio d'Europa: nel 2011 circa il 43% 1 delle persone detenute non aveva una condanna definitiva, contro una media europea del 25%. Provvedimenti che tentano anche di ridurre gli ingressi in carcere. Nel 2011 hanno varcato la soglia delle carceri 76.982 persone (su circa 66.000 stabilmente presenti), un dato abnorme che si spiega con il fatto che molti di coloro che entrano, rimangono in carcere solo pochi giorni: si calcola che circa un quarto escano entro i primi tre giorni e il 90% non stiano in carcere più di un anno, con costi umani ed economici elevatissimi, anche perché sono proprio i primi giorni di detenzione ad essere i più costosi, oltre che i più critici per quanto riguarda il rischio suicidi (e non solo). Non c'è dubbio quindi che il fronte più avanzato della battaglia politica, ma anche culturale, sia quello della depenalizzazione di molti reati, della diversificazione dei circuiti detentivi, dell'individuazione di nuove forme sanzionatorie, dell'incremento massiccio dell'utilizzo delle misure alternative alla detenzione (che sono comunque già previste dalla legge, ma sempre sottoutilizzate), cioè complessivamente della decarcerizzazione.

Ma poiché su questo fronte è difficile intravedere tempi brevi – soprattutto considerando la deriva securitaria e il costante richiamo demagogico al carcere come unica arma contro la criminalità – c'è da chiedersi cosa fare di una popolazione carceraria che cresce al ritmo di 500 persone al mese: da 39.000 dopo l'indulto del 2006 alle oltre 66.000 di fine febbraio 2012. 66.000 persone stipate in istituti penitenziari che ne potrebbero ospitare 45.000. Se i posti ci sono (e anche se non ci sono), si riempiono. Così puntare sull'edilizia penitenziaria, il cosiddetto «piano carceri», – oltre che irrealistico e propagandistico perché il piano resta perennemente senza copertura economica – è una finta soluzione che alza solo di poco l'asticella dell'emergenza. Così come la soluzione dell'indulto – pur indispensabile per ripristinare standard minimi di legalità della detenzione – ha le gambe cortissime se non accompagnata da provvedimenti di tipo strutturale nella direzione della decarcerizzazione.

Il costante aumento della popolazione carceraria, oltre che con le politiche di sicurezza e le pratiche giudiziarie, ha a che fare con il fatto che sempre di più il carcere si trova ad intercettare fasce marginali di popolazione espulse dal sistema produttivo e sociale e che drammaticamente è sempre più calzante la definizione di carcere come discarica sociale: i dati statistici del Ministero della Giustizia restituiscono nell'insieme un'immagine del detenuto medio connotata più per l'emarginazione sociale piuttosto che per la vocazione criminale. Il carcere è cioè il punto di arrivo di percorsi di esclusione sociale che – anche volendo guardare solo dal punto di vista della sicurezza e dei costi sociali – andrebbero intercettati molto prima di giungere a questo epilogo. Oltre il 36% dei detenuti sono stranieri, il 27% tossicodipendenti, più del 25% ha meno di 29 anni, moltissimi hanno patologie psichiatriche. Quasi un quarto delle persone in carcere hanno pene inferiori ai 4 anni (cioè non sono esattamente Totò Riina o Donato Bilancia).

Se il nesso tra marginalità e criminalità esiste da sempre, oggi tale nesso non si tramuta più in processo identitario che restituisce quanto meno uno status sociale, seppur diverso e deviante. Oggi i detenuti solo in rari casi rivendicano appartenenze; piuttosto chiedono aiuto, interventi, inclusione. Gli istituti penitenziari sono quindi sempre di più chiamati – già dentro alla schizofrenia tra gestione della sicurezza, governo dei corpi e funzione rieducativa della pena – anche a erogare interventi sociali di base. Il carcere diventa una sorta di ultima (o prima?) frontiera del welfare: molti detenuti, spesso stranieri, in carcere accedono per la prima volta al sistema sanitario, solo in carcere vanno a scuola, fanno formazione professionale, entrano in contatto con i servizi sociali.

L'amministrazione penitenziaria ha quindi bisogno del welfare locale perché scarse sono le risorse che il Ministero della Giustizia mette a disposizione per gli interventi socio-assistenziali, culturali e di reinserimento (già lo scorso anno ha tagliato del 15% tutti i finanziamenti dei piani pedagogici degli istituti in ambito «trattamentale»), ma anche perché è corretta la prospettiva che vede la persona detenuta come cittadino che deve poter continuare ad accedere a tutte le risorse di welfare, oltre che importante che la comunità si assuma l'esecuzione penale come responsabilità sociale condivisa e non lasciata dentro al binomio asfittico e pericoloso carcerati-carcerieri. Il costo grava dunque sulla spesa sociale di regioni e comuni, le cui casse – in sofferenza già da anni – sono svuotate dalle manovre finanziarie dell'ultimo anno. Non è una sorpresa quindi che il 2012 sia partito all'insegna dei tagli anche dei finanziamenti destinati al carcere. E poiché il welfare locale – come vuole il paradigma della sussidiarietà, molto praticato in Lombardia anche se più in una prospettiva di risparmio della spesa che di valorizzazione reale delle risorse della comunità – è ormai un sistema integrato di servizi pubblici e di interventi del terzo settore (cooperative sociali, associazioni, fondazioni etc.), ecco che la mannaia ha colpito quelli più facili da tagliare.

Mancano all'appello numerosissimi interventi e progetti che erano attivi già da diversi anni all'interno degli istituti penitenziari milanesi, per lo più gestiti da cooperative sociali e associazioni, e che in alcuni casi sono stati bruscamente interrotti (con conseguenze pesantissime, tra l'altro, per le organizzazioni e i lavoratori del settore). Non stupisce che in epoca di crisi si tagli sul welfare penitenziario, ma si potrebbe forse allungare appena un po' lo sguardo e mettere su un piatto della bilancia i 112 euro di costo medio giornaliero per detenuto e sull'altro la drastica riduzione della recidiva promossa da un carcere (e la sperimentazione decennale del carcere di Milano Bollate lo dimostra) che sia messo in grado di offrire ai detenuti reali opportunità di cambiamento.

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1. Per i dati statistici http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.wp?selectedNode=0_2&frame10_item=4