Il katechon, il katechon!

Augusto Illuminati

Che tanti intellettuali si siano scoperti grillini ex post non stupisce. Saltare sul carro del vincitore è normale - pensiamo con raccapriccio agli altri intellettuali che salteranno sul carro del perdente, proclamando il voto utile per il Pd-Sel per scongiurare l’apocalisse prossima ventura in un probabile secondo turno elettorale. Il disgusto per i balletti parlamentari che hanno coperto la tragedia sociale del governo Monti a sostegno bi-partisan copre tutto e gli “onorevoli”, che hanno votato senza batter ciglio il pareggio di bilancio in Costituzione e la riforma Fornero esodati inclusi, non sono meno ridicoli e sciagurati di quanti hanno votato che Ruby era nipote di Mubarak.

Ma qualche riflessione spassionata su Grillo bisognerà pur farla, visto che io finora sono stato vergin di servo encomio e di codardo oltraggio. Prendiamo la sua intervista al settimanale Time: «I channel all this rage into this movement of people, who then go and govern. They should be thanking us one by one. If we fail, [Italy] is headed for violence in the streets». Ovvero: «Io ho incanalato tutta questa rabbia in questo movimento di popolo, che poi va e governa. Ci dovrebbero ringraziare uno per uno. Se noi falliamo, (l'Italia) è destinata alla violenza nelle strade».

Si evoca lo spettro della violenza, ma quanto viene esorcizzato è, in realtà, il conflitto, incanalato nell’ordine della rappresentanza mediante consultazione elettronica unidirezionale, saltando ogni orizzontalità intermedia e ogni vissuto di esperienza (di gruppo, di presenza viva, di assunzione solidale di rischio in uno sciopero, in un corteo, in un’occupazione). Uno vale uno, ma nella pace di un rapporto isolato con il proprio computer o smartphone (su server proprietà di Casaleggio), non nella discussione o nella lotta in cui i corpi e le idee si confrontano.

Certo, in tal modo la violenza nelle strade è esclusa, la proprietà immobiliare non si tocca, l’ingiustizia ingrassa in attesa di una regolamentazione parlamentare. Beninteso, protesta e indignazione non scompaiono, anzi sono il presupposto materiale per captarle e indirizzarle irenicamente verso una rappresentanza rinnovata e resa più credibile. Vi sto evitando un’Alba Dorata – si premura di annunciare Grillo. Ed è vero, perché fermenti di tal tipo sono presenti nella disgregazione della crisi e in masse allo sbando. Ma dovrebbe aggiungere: vi sto evitando gli indignados e Occupy, perché quella spinta (che in Italia sarebbe prevalente) viene riassorbita dall’illusione elettronico-plebiscitaria, gestita in cerchie ristrette con metodologie da web 1.0.

Grillo non è riducibile a sintomo della crisi e neppure va diffamato come un comico capopopolo. Sicuro, è un pagliaccio, ma non più del satiro di Arcore o del clown-triste Bersani. E ricordiamoci il salvifico Monti con in braccio il cucciolo Empy. Anzi, Grillo nel suo ruolo possiede un’innegabile professionalità e infatti il collega Crozza ha qualche difficoltà a mimarlo. Grillo incarna oggi piuttosto il katechon, la forza che trattiene. Trattiene cosa? Trattiene il conflitto, nella sua radicalità, violenza, immediatezza singolare e anonima. Lo trattiene in anticipo, perché sarebbe ingiusto dire che Grillo soffochi qualcosa che sia in atto in modo generalizzato e forse non lo fa neppure in modo cosciente, tanto meno agli ordini di qualcuno.

Grillo e Casaleggio sono una versione comica, neppure nichilistica, del katechon, la parodia alla Ciccio e Ingrassia di un tempo rispetto ai film su Scientology o sull’Anticristo. L’elemento tragico – quello del Grande Inquisitore dostoevskiano alla Schmitt o Cacciari – è svaporato, rendendo ancor più incomprensibile il panico in cui è precipitato un sistema politico italiano evidentemente marcio sino al midollo. Come, si presenta il katechon dicendo: sono Torquemada, ho 35 anni, faccio il dentista, ecc. e Bersani smette di smacchiare il giaguaro e Berlusconi contrae l’uveite bilaterale?

Loro se lo meritano, il panico e il katechon e gli appelli di Cacciari a Napolitano – salvaci tu - ma resta un problema: perché i movimenti si sono lasciati scippare iniziativa, parole d’ordine (in primo luogo il reddito di cittadinanza), capacità di mobilitarsi e occupare la piazza? Forse se lo sono meritato, ma –a differenza dai partiti e dal ceto politico – sono ancora in grado di riprendersi trasformando l’insoddisfazione e la speranza, che hanno spinto tanta gente a votare per il meno peggio, in qualcosa di concreto: in conflitto reale e non arginabile, non “catecontizzabile”. Questa è la scommessa e non i volenterosi appelli alla Se non ora quando per creare un’alleanza fra sinistra bollita e populismo grillino su parole d’ordine buone soltanto a gettar fumo negli occhi, dato che si tratta (in buona fede) di promesse che il Pd non accetterebbe mai di mantenere e cui il M5S non è così sciocco da prestar fede.

Democrazia punto e basta

Virginia Negro

Il video virale spagnolo di questo inizio d’anno è lo spot elettorale di un nuovo partito: il Partito X, o Partito del Futuro. La considerevole ripercussione mediatica è un segnale che non può essere ignorato. Già seguitissimo in rete, 20 mila follower in Twitter e altrettanti in Facebook, lancia una sfida ai “vecchi” partiti utilizzando Internet come un’agorà partecipativa al servizio dei cittadini. Con un linguaggio iconoclasta che ricorda quello dei giovani movimenti sociali come gli indignados (o 15M), il Partito del Futuro presenta il suo programma tecno-politico: “Democrazia, punto”, che promette democrazia diretta e trasparenza.

Regolarmente registrato al Ministero degli Interni lo scorso 17 dicembre, ha già creato un infuocato dibattito nella scena politica spagnola e all'interno di alcune frange del 15M, che vedono nell'istituzionalizzazione la morte del movimento. “Non vogliamo nessun nome perché non siamo un normale partito governato da personalismi”, e assicurano “il Partito del Futuro non è il partito del 15M; è solo un metodo del futuro applicato al presente per azzerare e ricomporre lo spazio elettorale. Un’operazione di riforma dell’emiciclo”.

Non è assimilabile al 15M però nasce da una propaggine di quest’ultimo, raccogliendone proposte, tecniche e codici espressivi. Determinato a occupare l’unica posizione che fino ad ora il movimento degli indignados, che ha invaso lo spazio pubblico e digitale, non ha voluto - o saputo? - occupare: quella istituzionale.

Al momento non esiste un programma concreto, e non è chiaro quali siano i valori identitari e sociali che il partito tradurrà nel campo politico. Quello che sì risulta chiaro è il metodo: Internet. Manifestando come referenti espliciti wiki-governo islandese, ed il Partito Pirata tedesco, utilizza la rete non solo come un contesto autoreferenziale e pubblicitario, ma come un mezzo al servizio dei cittadini, in cui con nuovi software la società civile potrà elaborare proposte, votare e aprire dibattiti. La chiamano “Piattaforma di elaborazione collettiva”: un’applicazione analoga a quella utilizzata dal nuovo governo islandese dove collettivamente si articolerà il programma elettorale.

Come il Movimento 5 stelle, si dichiara “né di destra né di sinistra”, usa il web come mezzo di comunicazione politica e giudica l’attuale sistema partitico obsoleto. Mentre dal Partito Pirata tedesco prende in prestito temi come la lotta al copyright, la libertà di navigare senza censure e scaricare gratuitamente dal web. Tutto ciò sotto l’egida di un assoluto anonimato. Per ora si sa solo che sono un centinaio: un piccolo esercito di senza volto, e in molti si chiedono come arriveranno (e se una manovra simile abbia senso) a stilare una lista elettorale senza facce. Su questo punto sembrano davvero inamovibili: “Non abbiamo bisogno di un leader, il personalismo è il grande male della politica dei giorni nostri: questo è uno strumento della cittadinanza per attaccare il feudo elettorale vigente” precisano nei filmati consultabili sulla loro pagina web.

Le domande sul futuro del partito si rincorrono: riuscirà a mettere in marcia una politica fatta di idee dove la X non diventi una maschera demagogica dietro cui nascondersi ma un contenitore effettivo di sogni e bisogni collettivi? Sarà davvero capace di riconfigurare la topologia politica mantenendo l’anonimato? O verrà soffocato dal bipartitismo imposto dalla legge elettorale spagnola, trasformandosi in uno strumento per disperdere voti?

Il dibattito è aperto, ma quale sarà l’esito di questa operazione, e se sarà davvero in grado di riaprire i giochi alle prossime elezioni è ancora tutto da vedere.


Movimenti e realpolitik

Benedetto Vecchi

Il governo tecnico del professor Monti è la traduzione italiana di quel mutamento autoritario del sistema politico che vede la cancellazione dell’equilibrio tra il potere giudiziario, legislativo e esecutivo che ha caratterizzato, nel bene e nel male, la democrazia del lungo secolo alle nostre spalle. Antonio Gramsci avrebbe parlato di rivoluzione passiva. Più prosaicamente quello che si è consumato è l’adeguamento della forma Stato alla vocazione globale del capitalismo contemporaneo che ha nella finanza una forma inedita di governance dell’accumulazione di capitale.

Rimane inevaso il nodo della legittimità del potere esecutivo, visto che la sua fonte non è più solo nella volontà popolare, ma attinge nei vincoli degli organismi sovranazionali – la troika in Europa – o viene investito di autorità dalla mano molto visibile dei mercati. Dagli inizi della crisi economica si è dispiegata una controrivoluzione dall’alto che ha definitivamente svuotato la democrazia rappresentativa di ogni credibilità. È in questo contesto che il tema dei beni comuni si è imposto come tema politico, interpretati come l’ultimo argine a una radicale e irreversibile mercificazione della vita associata.

Questo l’ordine del discorso di molti movimenti sociali nel Nord e nel Sud del pianeta, ma anche di molti giuristi e economisti, premiati anche con il Nobel per il loro contributo intellettuale teso alla salvaguardia dei beni comuni (la statunitense Elinor Ostrom). Eppure, ogni analisi sui beni comuni risulta incompleta se è assente un'altrettanto articolata elaborazione dei rapporti sociali di produzione, a partire dalla eterogenea composizione del lavoro, composta da lavoratori della conoscenza, lavoratori manuali delle imprese dei servizi, operai ancora alla catena di montaggio e di quella costellazione a geografia variabile di lavoro e non lavoro, figure tutte accomunate dalla precarietà, eletta a norma universale per i rapporti tra capitale e lavoro.

I beni comuni non sono però un’oasi che rende accettabile il deserto del regime di accumulazione dominante. Sono semmai l’esito tangibile, anche nella sua forma digitale o «immateriale», di una cooperazione sociale e produttiva sottoposta allo stigma del lavoro salariato. La politicità di un discorso sulla espropriazione delle terre in India, Africa o sul diritto di accesso alla Rete o nel rivendicare la formazione permanente o nel criticare le norme sulla proprietà intellettuale sta proprio nello svelare l’arcano di come viene prodotta la ricchezza su scala globale; e di come l’accumulazione originaria è un atto che si rinnova ogni volta che il capitalismo si riproduce, allargando la sua zona di influenza. Può riguardare le terre espropriate dal complesso agroalimentare in Africa o quelle sottratte all’uso civico per costruire qualche grande diga, come è accaduto e accade in India o Cina; o come l’intelligenza collettiva viene «catturata» per diventare mezzo di produzione.

Ogni volta che si rinnova la violenza dell’accumulazione originaria, la forma Stato muta. È una tendenza globale, non solo italiana. Nel nostro paese accade semmai che la Costituzione uscita dal Secondo conflitto mondiale sia ridotta a carta straccia. Affermare tuttavia che la Costituzione italiana ha perso il suo potere performativo non è un delitto di lesa maestà, ma la constatazione di ciò che è già accaduto. La controrivoluzione dall’alto si è già infatti consumata in questi ultimi decenni. Il governo dei tecnici la ratifica, stabilendo che l’insieme dei diritti, delle norme, dei valori stabiliti dalla Costituzione non è più l’unico fondamento della democrazia italiana. Ce ne sono altri, che vanno cercati a Strasburgo, Bruxelles, nella sede del Fmi a Washington. Nell’azione delle grandi corporation finanziarie.

Il regime di sovranità limitata in cui opera ormai lo Stato-nazione ha dunque bisogno di una risposta adeguata all’avvenuta destrutturazione dell’impianto costituzionale della forma-Stato. Una risposta, va da sé, che non può che partire proprio dai movimenti sociali, senza chiudere gli occhi sulla loro crisi, la loro intermittenza, la loro irrappresentabilità, che li porta ad avere un rapporto ambivalente con gli istituti della rappresentanza. Nei mesi scorsi, tuttavia, c’è chi ha lamentato il silenzio dei movimenti sociali, puntando l’indice sull’assenza in Italia di un equivalente degli indignados spagnoli o di Occupy Wall Street.

Oppure c’era l’invito a considerare il populismo digitale del Movimento 5 stelle come l’approdo di quella eterogenea composizione della forza-lavoro che si riflette nei movimenti sociali, rimuovendo il fatto che ogni volta che c’è un’insorgenza sociale o culturale, è proprio quella eterogeneità la cruna dell’ago dove passare, sgomberando il campo dal futile mugugno degli orfani del Quarto Stato e senza cadere nella tentazione di dare vita a un revival di un palingenetico fare società. Così, quando tutto attestava la deriva populista tutta italiana del mitico 99% su cui ha molto discusso l’esperienza di Occupy o il silenzio dei movimenti, in questo autunno le strade si sono di nuovo riempite di volti, storie, esperienze che vogliono misurarsi proprio con gli effetti non più collaterali della controrivoluzione dall’alto, riducendo finalmente al silenzio il coro stonato di chi alimenta passioni tristi o di chi invoca il primato della realpolitik, spacciandola come un salvifico ritorno alla realtà.

Questo non è un manifesto

Nicolas Martino

«E gli domandò: 'Qual è il tuo nome?'. 'Il mio nome è Legione - gli rispose - perché siamo in molti'» [Mc 5,9]. La moltitudine va esorcizzata, è il demoniaco per l'Occidente e la sua ontologia politica attraversata dall'ossessione dell'Uno. E intorno a questa ossessione si è organizzata la Modernità, l'ordine Sovrano che crea il Pubblico e il Privato, il Popolo e l'Individuo, Lo Stato e l'Identità, che neutralizza la differenza, la maledetta multitudo. Ma quella Modernità è finita, è stata sconfitta - si è suicidata direbbe qualcuno - con il divenire mondo del capitale, nella fase della sussunzione reale della società sotto il capitale, quando cioè è la vita stessa che viene messa al lavoro e la misura del valore è sostituita dalla dismisura di un bìos che produce ricchezza e comune. La grande trasformazione però non è pacificazione, non segna la fine del conflitto e dell'antagonismo, come avrebbero voluto i cantori di un postmoderno debole e neomanierista che finiva per essere nient'altro che l'ideologia - consolatoria e apologetica - della controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta.

Il conflitto ora è tra il 99% della forza lavoro e l'1% del capitalismo che in forma di finanziarizzazione ha messo al centro lo sfruttamento del comune. Ed è a questa moltitudine del 99% che si rivolge il non manifesto di Hardt e Negri: non è un manifesto infatti, perché «i manifesti fanno le veci degli antichi profeti che con il potere della loro visione creano un popolo. Gli attuali movimenti sociali hanno invertito questo ordine. Gli agenti del cambiamento sono scesi in strada e hanno occupato le piazze non solo minacciando e rovesciando monarchi, ma evocando altresì visioni di un mondo nuovo. Nella loro ribellione, le moltitudini devono scoprire il passaggio dalla dichiarazione di nuovi diritti a una nuova costituzione».

I movimenti del 99% sono chiamati a scrivere una nuova costituzione del comune, ad attraversare un processo costituente che mandi definitivamente in soffitta quelle costituzioni Repubblicane nate dalla dialettica tra capitale e lavoro e ormai irriformabili, messe fuori gioco dalla nuova realtà produttiva e inutilmente difese da una Sinistra istituzionale sempre più impotente. Su come costituire il comune questo agile libretto offre delle indicazioni e dei principi generali, ma il compito è demandato sostanzialmente all'invenzione e alla sperimentazione delle soggettività protagoniste del conflitto sociale.

Sperimentare, è questa la parola d'ordine di un movimento che ha ricostruito un pensiero critico e materialista oltre la crisi del marxismo, e che ha riscoperto l'anomalia selvaggia di uno Spinoza sovversivo nel calore delle lotte contro un heideggerismo controriformista che invece voleva liquidare la sperimentazione per meglio servire ciò che splende. Il Commoner è la soggettività che realizza il comune e si costituisce dalla ribellione e dalla rivolta delle quattro figure soggettive fabbricate dal trionfo e dalla crisi del neoliberismo: l'indebitato, il mediatizzato, il securizzato e il rappresentato. Nel disertare quella servitù volontaria straordinariamente indagata da La Boétie - ovvero liberandosi da quella libido serviendi messa a valore dal capitale per cui accade che le persone lottino per la propria condizione di servitù come se fosse la salvezza - ripudiando il ricatto del debito, sottraendosi allo spettacolo dell'informazione, fuggendo dalla prigione e rifiutandosi di essere rappresentati, si riscoprono le nostre capacità di azione sociale e politica, il nostro potere costituente.

Qui il preferirei di no di Bartleby mette contemporaneamente in moto un processo creativo chiamato a interpretare un'ontologia plurale del politico con l'obiettivo di costituire una società della democrazia assoluta. Nel frattempo bisogna difendersi, ci si può rendere invisibili al potere così come insegna Torquato Accetto «all'incontro dell'ingiusta potenzia», quando il tiranno non lascia respirare. Ma nel preparare il terreno per un evento che non possiamo prevedere e sapere quando accadrà, non è più il caso di avere paura e non bisogna sperare. Bisogna solo creare nuove armi.

Michael Hardt, Antonio Negri
Questo non è un manifesto
Feltrinelli (2012), pp.112
€ 10,00

Controcanto

Antonio Negri

Inutile insistere sulla ricchezza e l’efficacia della ricerca di Gerald Raunig. È, il suo, un passaggio che, assumendo l’orizzonte determinato dalla sussunzione reale della società nel capitale, l’assorbimento totalitario del valore d’uso nel valore di scambio, ci sospinge tuttavia oltre le tristi passioni della scuola di Francoforte, ci libera dalle letture di un “postmodernismo debole” ed irride a ogni figura lineare della sussunzione, foss’anche armata dall’ironia situazionista. La scrittura di Raunig si muove su quel terreno che si stende dai Mille plateaux di Deleuze-Guattari fino alle costituzioni del postoperaismo ed ivi produce modulazioni ricche ed articolate della critica del potere e inaugura nuove linee di fuga, diserzioni, dialettiche di nuovi mondi, riterritorializzazioni creative... È un controcanto questo a tutti quegli sviluppi del pensiero postmoderno (ed anche postoperaista) che coagulano linee di critica (altrimenti aperte) ed inclinano in maniera teoreticistica e rigida momenti di resistenza (altrimenti vivaci). È dunque un controcanto essenziale che ci rimette tutti con i piedi per terra.

Ma forse abbiamo bisogno anche di un controcanto “al quadrato”. Vale a dire che qui si riaprono problemi, e dalle conclusioni di Raunig consegue il bisogno di elaborare altre ipotesi pratiche, politiche, costruttive. È come una seconda volta: il libro di Raunig ci ha mostrato un “altro” mondo; al punto sul quale lui è arrivato, c’è dunque una nuova narrazione che va iniziata (per stare alla metafora kafkiana: una “nuova” Giuseppina che canta a un popolo di topi “riformato”). Già Leopardi, nella sua splendida Batrachomiomachia, aveva visto spostarsi e duplicarsi il mondo dei topi, pur dentro passioni eroiche e movimenti individuali. Qui invece, per Raunig, i movimenti sono molteplici, sono quelli della moltitudine e delle libere singolarità che la compongono. Dunque, qual è il problema, qui ricreato, al quale, per la seconda volta, un controcanto può corrispondere? È quello, dicevano Deleuze e Guattari, del superamento del ritornello, dell’alternativa del lisciare e dello scalfire lo spazio, del territorializzare e del deterritorializzare. Raunig – con Giuseppina – ci hanno ormai definitivamente portato sul terreno politico: hic Rodhus, hic salta. [...]

Porto qui testimonianza di lunghe discussioni con Félix Guattari proprio a questo proposito: quale punto “macchinico” di interferenza produttiva, quale “nuovo” agencement può darsi, tale da costituire una funzione espressiva locale, una volta che ci si trovi di fronte a un campo di immanenza, moltiplicatore di segmenti e proliferante velocità intrattenibili? Era il periodo in cui i nostri due maestri stavano concludendo il lavoro su Kafka e la risposta, già data in quel saggio, era che quella macchina poteva essere localizzata solo dalla consistenza/coesistenza di quantità intensive. Il che – tradotto per quell’analfabeta che ero – significava afferrare, in quel campo d’immanenza che le lotte di classe formavano, le quantità intensive della tendenza materiale alla crisi del sistema capitalista. E, inoltre, quelle che costituivano il dispositivo del rifiuto operaio dello sfruttamento, delle energie rivoluzionarie (minoritarie, certo, ma si sa che ciò che è minoritario supplisce al numero con l’intensità) allora agenti e del desiderio comunista – più intenso, più alto, ma consistente sul luogo di crisi e di lotta. Un sorvolo potente che crea un “luogo”.

E un quindicennio più tardi, rispondendo a una mia domanda sulla specificità della lotta comunista di classe, Deleuze rispondeva che il sistema di linee di fuga che definisce il capitalismo, può essere afferrato e combattuto solo inventando e costruendo una “macchina da guerra”. Cioè determinando in tal modo uno spazio-tempo, un potere costituente e una capacità di resistenza, localizzate e creative di un “popolo a-venire”. Ancora un “luogo”, dunque, non statico ma creativo – come appunto questo “controcanto al quadrato” esige. Le azioni di Occupy e le acampadas degli indignados ci impegnano a lavorare sulla definizione di questa verticalità, di questa intensità, di questo luogo. Non è più una questione solo temporale. Benjamin ricorda che durante le rivolte del XIX secolo, gli operai ribelli sparavano sugli orologi delle piazze, denunciando nella misura temporale, la misura dello sfruttamento.

Oggi i lavoratori precari, ribellandosi, devono sparare sui calendari – che non danno la continuità ma la separazione dei tempi, una successione distinta di tempi diversi della valorizzazione – poiché il loro sfruttamento, la loro alienazione, sono soprattutto misurati dalla mobilità spaziale, dalla separazione dei luoghi di impiego, dalla contiguità locale della cooperazione e dalla diversità degli spazi che devono percorrere. Come i migranti, così i precari, cooperanti in rete, sempre alla ricerca di un luogo dove restare. Senza questo luogo sembra impossibile ribellarsi. È così, o è già segno di una nostra frustrazione, l’affermarlo? Comunque, è il problema stesso che ci riporta alla scoperta di un luogo, come Occupy ci ha portato a Zuccotti park, alla piazza della libertà. I movimenti vanno dunque riformati ritrovandoli in uno spazio – una verticalità li attraversa, localizzandoli e innalzandoli, con estrema intensità locale. [...] Abbiamo camminato molto a lungo vivendo formidabili avventure: abbiamo bisogno di fermarci per un momento, su un luogo, perché solo su un luogo è possibile rinnovare continuamente il canto di Giuseppina.

Anticipiamo un brano della postfazione di Antonio Negri al libro di Gerald Raunig, Fabbriche del sapere, industrie della creatività, in uscita nei prossimi giorni per ombre corte.

Primum vivere anche nella crisi

Letizia Paolozzi

Succede a Paestum. Per la seconda volta, dopo 36 anni, compaiono inaspettatamente tantissime donne. Ottocento, per la precisione. Età media, 45 anni, arrivate da cinquanta città. Da sole oppure impegnate nei collettivi, librerie, gruppi, associazioni. Un piccolo mondo, ma un mondo che (accolto senza sbavature dalle promotrici locali del gruppo Artemide) deve cercarsi una sala più grande. L’auditorium costa molto. Però la cifra viene raccolta in una mattinata. Pure il blog (www.paestum2012.wordpress.com) continuerà a funzionare. Con i materiali, testi, riflessioni, progetti, proposte. Siamo di fronte a un agire femminista. Esempio di quel pensare in azione che tiene insieme teoria e pratica politica.

Fuori da lì, vige la delega, la strumentalità dei rapporti, l’organizzazione piramidale. Non solo. Le donne hanno cinque minuti a disposizione. Esempio raro di tolleranza, si ascoltano reciprocamente. Niente preiscrizioni o relazioni. Non ci sarà il documento conclusivo. La presidenza è vuota. Invece di applaudire, le mani sfarfallano in aria. L’ispirazione è tratta dagli indignados di Puerta del Sol. Tra cuore e mente, tra voci e sguardi le parole volano dal microfono: come il famoso manico di scopa della strega? Una scelta di metodo importante. Nonostante il peso del vivere, è fatta in leggerezza. Per non restare schiacciate dalla crisi, dai piani di austerità, dal precariato, prima di tutto bisogna cambiare prospettiva. Spostare i confini, cercare pratiche del conflitto capaci di evitare la ripetizione. In effetti il femminismo ha detto che il suo, il nostro confine, è quello con l’altra/l’altro. Significa puntare su una politica delle relazioni. Averne cura.

Peccato che gli uomini non la registrino. Il valore simbolico di quello scambio non lo vedono. E il risultato è squadernato davanti ai nostri occhi. A Paestum di uomini ce ne sono pochi, silenziosi. Non erano invitati, non sono respinti. Nel ’76 si tenne in questo luogo il primo incontro femminista. Allora, si scandiva “L’utero è mio e lo gestisco io”. Adesso, per il logo, la disegnatrice Pat Carra ha sostituito la figura maschile del reperto conservato al museo con la figura femminile della tuffatrice che si slancia nel mondo. Anche e soprattutto per rovesciare i film catastrofici ai quali assistiamo ogni giorno. Vicende di cupidigia, competizione, egoismo. Sceneggiature che separano produzione e riproduzione, lavoro e cura, individuo e comunità. Niente “happy end” in questi film. La morale? O la borsa o la vita.

Paestum all’opposto dice: “Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica”. Bisogna rimettere al centro la vita. Per tutti, donne e uomini. Puntando su tempi, modi e sul cosa si produce. La strada c’è, tracciata dalla soggettività femminile, dal sapere accumulato. Il femminismo non ha mai dedicato il suo tempo a scrivere “ricette per l’osteria dell’avvenire”. In effetti, accade “non per caso” che i fantasmi di contrapposizione tra femministe giovani e antiche si rivelino, appunto, una invenzione. D’altronde, pur appartenendo a diverse generazioni, le donne qui compongono una rete. “Siamo tutte femministe storiche”. Anche se, per le più giovani l’ansia del precariato è tartassante.

Tuttavia, la forza per modificare la realtà dipende, di nuovo, dall’essere in relazione. Piuttosto, se in passato le donne sono state attrici invisibili del cambiamento, oggi sono le attrici visibili di un progetto che consiste nell’introdurre la differenza femminile nella trama della storia. Giacché la crisi approfondisce le gerarchie verticali. E la radice della gerarchia del maschile sul femminile non è scomparsa. Però, non esiste un solo modo di affrontare l’eredità del patriarcato. Le modeste strategie, i conteggi sul numero pari di donne e uomini nei luoghi del potere e delle istituzioni, non tengono conto che la differenza delle donne dagli uomini rappresenta un vantaggio e una ricchezza per la società.

Piuttosto, dovrebbero essere gli uomini a liberarsi da un modello virile ancora pesante. Qualcuno, forse, comincia a provarci. Ormai il rispetto degli equilibri vitali è diventata una rivendicazione di tutte/tutti. Quanto al femminismo, la sua radicalità e vitalità ha dimostrato (ancora una volta) di essere in movimento. Non solo a Paestum, non solo nelle giornate dell’incontro.

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post