Flussi di paura

naveGiorgio Mascitelli

Nelle prime pagine del suo celebre Storia notturna Carlo Ginzburg racconta come nel 1321 in Francia si propagò un’ondata di violenze nei confronti dei lebbrosi, accusati di avere avvelenato le acque potabili in odio ai sani; in seguito alcuni dei lebbrosi furono sottoposti a tortura e naturalmente ammisero l’esistenza di una congiura per conquistare la cristianità. Il 21 giugno dello stesso anno Il re di Francia Filippo V il Lungo emanò così un editto nel quale si autorizzava la reclusione e l’uccisione dei lebbrosi, si confiscavano i loro beni e tutti i processi venivano avocati dalla corona in quanto imputati del delitto di lesa maestà (in seguito alle proteste dei prelati e dei nobili che amministravano i beni dei lebbrosari la confisca dei beni verrà annullata). Da quel momento in poi i lebbrosi, che sino ad allora venivano ricoverati in istituzioni ospedaliere in cui si entrava volontariamente, verranno segregati in luoghi chiusi; mentre a più riprese la voce della congiura riemergerà, associando sempre più spesso ai lebbrosi gli ebrei, finché questi ultimi – nelle dicerie e nei provvedimenti pubblici – soppianteranno del tutto i primi.

Sempre più spesso, in questi ultimi mesi, queste pagine del grande storico di fronte alle reazioni di molti governi di stati europei, e delle rispettive opinioni pubbliche, all’ondata dei profughi. So benissimo che è sbagliato, o quanto meno azzardato, cercare similitudini in eventi storici lontanissimi e diversissimi; so benissimo che, per fortuna, esiste un movimento di solidarietà e che in determinate realtà alcune situazioni difficili sono state risolte in maniera dignitosa dalle autorità locali. Eppure il crescendo di misure annunciate da varie nazioni (dai muri fisici e virtuali alle confische di beni dei profughi, dai rimpatri di massa fino alle accuse ai greci di compiacenza e inefficienza nel controllo dell’emigrazione, con reiterate minacce di espulsione dall’area Schengen) non può non richiamarmi alla mente il miscuglio di paura e odio descritto da Ginzburg.

Del resto solo un flusso di paura crescente può spiegare il fatto che un paese marginale in termini politici, economici e demografici come l’Ungheria sia riuscito a imporre la propria linea sulla questione rifugiati all’intera Unione, e in particolare al capo del potente governo tedesco – senza il consenso del quale, si può dire, non si muove foglia in Europa. Certo l’Ungheria ha interpretato in anticipo lo spirito dominante nell’Unione contando evidentemente sugli effetti perversi del cosiddetto regolamento di Dublino II, che regola la questione profughi nella UE scaricandola di fatto sui paesi d’arrivo. In fondo, se qualcuno si spingesse ad affermare che Orban ha superato Merkel sul terreno che le è proprio e che lei stessa aveva usato spregiudicatamente in passato, ovvero quello di fomentare paure nazionali al fine di ottenere risultati politici ed economici, non mi sentirei di dargli torto.

Non ha particolare senso sostenere che questa ondata xenofoba sia frutto dei timori e delle difficoltà politici ed economici che vivono le popolazioni europee; non perché non sia vero, ma perché ogni ondata di questo genere nella storia ha avuto alla base ingredienti di questo genere, tra gli altri. La xenofobia vive periodi di latenza, ma su di essa si deve avere la consapevolezza che ha Rieux alla fine della Peste di Camus: mentre la città festeggia la fine dell’epidemia, egli sa che la gioia dei suoi concittadini è solo provvisoria: il bacillo della malattia si annida ancora da qualche parte. Certo non hanno questa consapevolezza coloro che negli anni Novanta – proprio quando si andavano gettando le basi degli attuali problemi – hanno descritto la globalizzazione con toni da Ballo Excelsior, e che hanno scambiato come pilastri di un nuovo ordine mondiale i sintomi del caos sistemico che viviamo ora.

È indicativo dello stato d’animo europeo di paura il fatto che gli avvenimenti della sera di San Silvestro a Colonia abbiano assunto un rilievo nell’immaginario collettivo, almeno in parte spontaneamente e non solo a causa dell’enfasi mediatica, quasi simile a quello avuto dagli attentati di Parigi. Infatti gli episodi capitati nella città renana sono utilizzabili a pieno titolo in una narrazione mitologica che richiami il modello del ratto delle fanciulle da parte dell’invasore. Se frammenti di paure ancestrali si diffondono, amplificati per di più dalla convinzione mainstream che il progresso tecnologico ci abbia resi immuni dagli errori del passato, la voce della critica langue e rimane sempre più isolata. La geografia della paura per le ondate migratorie si sovrappone a quella della paura per la crisi economica, indicando l’origine dei guai che investono la virtuosa Europa centrosettentrionale nella rotta che passa per Grecia e Italia. Ciò che a uno sguardo razionale appare una condizione geostorica, in una prospettiva mitologica si carica di significato simbolico. Di fronte alla paura, temo, le differenze tra destre tecnocratiche e populiste tendono ad appiattirsi e del resto, giova ricordarlo, lo stesso Orban non apparterrebbe in teoria al novero degli estremisti di destra, essendo a pieno titolo membro del Partito popolare europeo.

I flussi di paura sono perfettamente globali, o quanto meno continentali, a dispetto del localismo delle forze che si accingono a sfruttarli; mentre le poche forze che potrebbero contrastarli restano divise e ancorate a prospettive nazionali. In un certo senso sono simili ai flussi di denaro: per la loro rapidità e la loro irrazionalità. Soldi e paura sono le grandi forze cosmopolite del nostro tempo: il che, se non fosse drammatico, conterrebbe anche la sua buona dose di ironia nei confronti di una certa retorica neoliberale.

Sfollati a Lesbos

Antonella Anedda

Volevo scrivere di un’isola che non fosse nata dalla separazione ma emersa dall’acqua e scavata di lava. Di una terra spenta e fertile. Volevo vedere i luoghi di Alceo e soprattutto di Saffo, sulla cui poesia ha scritto la mia autrice contemporanea preferita, Ann Carson. Volevo andare a Lesbos perché Aristotele in esilio nel 344 d.C. ha scritto là la sua opera più protoevoluzionistica, l’Historia animalium, esaminando i pesci e fossili di una delle due lagune, quella sul Golfo di Gera. Volevo vedere la foresta pietrificata dal vulcano, e Mitilene ed Eressos, dove sono nati il pittore Teophilo e il filosofo Teofrasto e appunto Saffo. Volevo andare nell’isola che il poeta Odisseus Elitis, la cui famiglia era di Lesbos e al quale è dedicato l’aeroporto, ha paragonato a una foglia di platano.

Siamo arrivati al mattino con un volo che partiva da Roma alle 5 e la prima cosa che ho visto non è stata la laguna, ma una giacca femminile abbandonata sulla strada che a Mitilene, la capitale dell’isola e il suo porto principale, costeggia il mare. Era una giacca inusuale, di buona fattura orientale, nera e rossa, ma strappata. A poca distanza c’era un gommone grigio scuro quasi sgonfio e ancora un salvagente. I primi Siriani me li ha raccontati la mia amica Carla che era andata a chiedere una cartina in un ufficio turistico. Mi ha detto che le avevano chiesto di prenderne una anche per loro perché non volevano entrare. Mi ha detto che il governo greco aveva vietato ai taxi di prendere i migranti. I primi Siriani infatti li abbiamo visti camminare verso di noi che andavamo in senso contrario verso le spiagge di Anaxos. Erano relativamente pochi, quasi tutti uomini, giovani, forse qualche adolescente. Bene – mi sono detta – la situazione non è drammatica come dicono, possiamo affrontare questi sguardi, andare in vacanza. Mi sbagliavo. Non sapevo che la vacanza poteva coincidere solo con la distanza di Lesbos dalle coste turche, solo nei tratti in cui è impossibile o difficile sbarcare, all’interno o a occidente. Là non arriva nulla, il turismo scorre indisturbato. I belvedere restano fedeli al loro nome, belli da vedere, panorami che sigillano un’idea di armonia, l’illusione di una creazione in sintonia con la gioia.

LAGUNE

Ho visto la laguna, anzi le lagune, laghi che a un certo punto si sono arresi al mare che ha trovato un fiotto ed è potuto entrare. La più grande, Kolpos Kallonis, ha un fondo di sabbia scura e l’acqua è così ferma e salata da sostenere il corpo quasi senza movimento. Kolpos è il nome greco di golfo che resta immutato in ginecologia: colposcopia. Se si guarda la mappa come sto facendo ora effettivamente entrambe le lagune hanno la forma del bacino con il mare aperto che passa dai due stretti. Ma questa è una sovrapposizione perché in realtà i Greci chiamavano kolpos il rimbocco della stoffa sopra la cintura del peplo. Tessuto dunque e non carne.

Sulle sponde di Kolpos Kallonis un tardo pomeriggio avremmo osservato con il cannocchiale alzarsi in volo una moltitudine di fenicotteri, rossi e neri all’interno delle ali e bianco-rosa sui dorsi. La laguna più piccola, quella di Aristotele sul golfo di Gera, Kolpos Geras, è la più bella. Diversamente da Kolpos Kallonis ha l’acqua bassa e tersa ed è circondata da colline fitte di olivi. A occidente c’è il villaggio di Agiassos con ancora l’albero cavo con dentro una sedia dove si rifugiava il pittore Teofilo al quale Elitis ha dedicato uno dei suoi saggi più belli intitolato La materia leggera. Avremmo poi visto il suo museo, su una collina vicino Mitilene, a est un terreno curato con gli stessi alberi che ci sono ad Agiassos, platani, olivi, ciliegi, ma non la sorgente di acqua dolce e il torrente e la specie di piscina dove nuotano le papere

Agiassos è in collina, lontano dai tanti ma silenziosi stabilimenti che costellano la lunga spiaggia della laguna. Sulle rive ci sono casette-spogliatoio pitturate di azzurro che ricordano quelli che quando ero piccola si chiamavano «casotti», case provvisorie sulla spiaggia in cui si poteva cucinare e che si vivevano solo d’estate.

Dico questo perché nello spazio di questa tregua molti dettagli avevano lo stesso ritmo di un’Italia anzi di un Sud anzi di una Sardegna fine anni ’50 primi anni ’60. Il nostro albergo era moderno ma nelle cucine le donne avevano i vestiti dello stesso nero-marrone delle donne nel Nuorese.

Dal balcone si vedeva una campagna che conviveva con il mare. Il sole odora di fichi. Lesbos non ha nulla in comune con altre isole greche da cartolina come Santorini o con un parco divertimenti come Mykonos. È un’isola di casa, silenziosa, vulcanica ma mite tanto questa memoria di fuoco è remota.

Oggi 6 settembre, domenica, sento che a Mitilene la polizia ha sparato lacrimogeni per disperdere i migranti che cercavano di imbarcarsi. Ieri su Al-Jazeera hanno mostrato uno sbarco in diretta in una delle spiagge in cui avevamo fatto il bagno. I rifugiati – ammesso che questo termine possa essere usato, come ha scritto Hannah Arendt in We refugees, e che l’Europa sia davvero un rifugio – aumentano di ora in ora. I due bambini affogati con la mamma la cui foto gira per tutte le televisioni sono morti nell’unico giorno in cui a nord-est di Lesbos il mare era agitato. Quando siamo arrivati di notte in uno dei villaggi sulla costa orientale a nord di Mitilene l’acqua era nera come il cielo, le luci sulla sponda turca tremavano nell’afa del temporale che gonfiava le onde. Devono essere morti sbalzati dal buio nel buio senza salvagenti, appesantiti dai vestiti.

L’indomani il mare si è calmato, c’è il sole. Dal terrazzo si sentono due bambine giocare. Sono sulla spiaggia. Quando mi affaccio mi guardano ed entrano in mare seguite da quello che deve essere il loro cane.

PIETRE

«e così tacque anche la pietra»

Paul Celan

Una delle attrazioni di Lesbos è la foresta pietrificata. Le foto dei tronchi folgorati dalla lava sono esposte insieme ai versi di Elitis con la poesia The other Lesbos, sulle pareti dell’aereoporto. Abbiamo dunque organizzato la gita, siamo scesi con la macchina da Anaxos e da Petra e per fare questo abbiamo di nuovo incrociato il bivio per Mitilene.

Di colpo siamo dovuti andare a passo d’uomo, la strada infatti era fitta di persone, uomini, donne e questa volta anche molti bambini. Probabilmente erano sbarcati nella parte nord dell’isola che è ugualmente vicina alla Turchia. Nessuno parlava, i bambini non piangevano – se erano molto piccoli dormivano sulla spalla degli uomini, altrimenti camminavano presi per mano dagli adulti o dai fratelli di poco più grandi.

L’accesso alla foresta era chiuso. Se ci si arrampicava però come abbiamo fatto noi si vedeva qualche tronco come scorticato e arrossato circondato da transenne.

In realtà siamo noi a esserci sentiti pietrificati quando sulla strada di ritorno abbiamo di nuovo dovuto rallentare per quante persone camminavano stavolta nel buio più assoluto. Nessuna richiesta. Solo qualcuno con la torcia – se aveva la torcia – segnalava il gruppo alle auto di passaggio. Ci ha impietrito l’impotenza di fronte a una realtà vista senza lo schermo del televisore, oltre il vetro, la concretezza dei bisogni, del cibo, della paura, ma anche della speranza e della spinta verso un’altra forma di esistenza, più forte della disperazione. Tutte quelle persone sembravano completamente sole, esauste, ma sostenute da qualcosa che non so definire se non come il coraggio dell’attesa. Non si vedeva nessuno, solo un poliziotto greco altissimo con un manganello lunghissimo è sceso lentamente, come in sogno, da una jeep ed è sparito tra le strade. It is closed gridava un guardiano all’entrata dello stadio di lato al porto. L’afa – dopo giorni in cui il meltemi aveva portato da nord-est aria secca e cielo nitido – era insopportabile. Gli unici volontari che abbiamo visto sono stati un uomo e una donna dell’UNHCR. Nessuna auto-ambulanza. Le persone più che ostili sembrano immerse in una specie di stupore, siedono nei caffè che costellano il lungo-mare e parlano apparentemente senza reazioni. Però ho visto un uomo provocare un giovane siriano gridandogli what do you want per la strada sbattendogli il petto sul petto. Lui non ha reagito, avrebbe potuto fracassare facilmente la testa al suo aggressore. Ha visto che io avevo visto e mi ha sorriso mitemente.

Ci sono trentadue gradi ma tutti sono coperti, soprattutto le donne e i ragazzi. Hanno cappotti e sciarpe. Non credo sia per obbedienza religiosa quanto perché scappando devono portare più cose che possono. Non è forse quello che fanno Anna Frank e la sua famiglia quando devono nascondersi?

Quando saliamo verso la città altra di Molivos, che sta in alto su una rocca con la grande baia a picco su un’ acqua quasi bianca e tranquilla, vediamo che prima del bivio per le spiagge dove suonano i tamburi della disco-music c’è un giardino pubblico trasformato in accampamento. Una giovane Siriana stende su una staccionata un vestitino, mutandine, dei pantaloncini su una panchina e di colpo mi ricordo e non vorrei farlo di quello che scrive Primo Levi in Se questo è un uomo della notte passata al campo di Fossoli quando racconta delle madri che stendevano i panni sul filo spinato ad asciugare prima della deportazione.

Davvero non voglio e l’unica cosa che posso fare con tutta la forza è invece augurare che abbiano un destino diverso, che non incontrino altro male, che abbiano una normale vita quieta, anche se sarà duro, arrivare in un paese nuovo in luoghi tanto diversi, distanti con diverse desolazioni.

Torno in paradiso, nella baia di Skala Mistegnon, con le tamerici sul mare e il mare quasi fin dentro il caffè dove scrivo queste pagine. Non c’è quasi nessuno tranne una coppia di anziani turchi che, si è capito, qui giocano il ruolo degli americani un tempo perché rispetto ai greci sono ricchi. Prendo appunti, cerco di ricordare non solo quello che ho visto ma quello che ho pensato, la luce o l’ombra di quei pensieri. Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo. Ieri la luna è salita dalla laguna di Kalloni lentamente mentre facevamo il bagno posando i piedi su un prato di alghe non secche ma vive, piegate impercettibilmente dalle correnti. Da una casa si sente un muggito e il rumore isolato di una moto. Le macchine sono rare e i loro fari l’unica illuminazione nelle strade dell’interno.

L’ultimo giorno a Mitilene. Per andare al museo archeologico sbagliamo strada e dunque attraversiamo a piedi tutto il lungomare. È pieno di famiglie, triplicate rispetto ai giorni precedenti. I bambini dormono sui prati, sui gradini delle case, ammucchiati in una specie di garage davanti a una villa fine secolo. Quelli che dormono sulla pietra degli scalini sono della stessa misura dello scalino. Mi ripeto mentalmente la poesia di Alcmane che dal primo momento in cui l’ho letta per me coincide con una specie di preghiera o almeno di pace: «dormono le cime dei monti e le gole, i picchi, i dirupi, dormono».

Le ragazze sorridono, spesso camminano a braccetto e quando diamo loro delle bottiglie d’acqua dicono merci.

Dice merci anche la madre giovanissima alla quale do il mio cappello per la bambina, per il sole e il ragazzo che si schermava dal caldo con un cartone al quale Carla dà a sua volta il suo cappello.

Entriamo nel museo archeologico. Ci sono i resti di una villa chiamata detta di Menandro il drammaturgo, i frammenti di marmo di tombe con una iconografia che si chiama Cena dei morti, un banchetto di dei che mangiano col morto o con la morta. Una donna cavalca verso l’Ade tra foglie di acanto, un uomo diede davanti a un dio. Le sale sono in penombra, c’è un grande silenzio. Il pavimento del mosaico racconta un altro frammento, una vita di agio, giochi, cultura. Rosa, grigio, ritratti di qualcuno che è stato vivo e la memoria di Menandro, solo il nome perché la sua opera, fatta di commedie raffinate che sembra siano servite da modello per molti autori dopo di lui, è perduta. Menandro ruota nell’aria mossa dai climatizzatori. Chiniamo gli occhi sulle pietre sminuzzate che compongono bestie: conigli, daini, leoni. Un corridoio è lastricato di pesci stilizzati. Le finestre che danno su un cortile mostrano archeologi e operai che puliscono e catalogano cocci di oinokoe, assorti dentro il ritmo dei gesti. Sembrano separati dal mondo, immersi in un’estasi che coincide con il loro silenzio. Fuori a poca distanza, vicino all’ingresso del Museo, c’è una presa dove a turno i Siriani più giovani fanno la fila per ricaricare i cellulari. I custodi sembrano convivere con ciò che succede con la stessa naturalezza con cui staccano i biglietti. Su tutti il sole che adesso è più clemente, il cielo che vira verso il viola e un po’ di meltemi che ha ripreso a soffiare e muove gli oleandri e i pini .

Questa bellezza, questa pace non bastano e resta sempre ferma la stessa domanda: cosa rende gli esseri umani crudeli? Il fatto di stare in un’aiuola? è l’aiuola che ci fa tanto feroci? E se era percepita così ristretta da Dante chissà come la chiamerebbe ora.

Non avevo mai visto un profugo. Finora avevo visto persone che chiedevano, alle quali magari fare un’elemosina frettolosa e vergognosa per poi tornare all’interno di una protezione fatta di sapone, acqua, luce, termosifone se fa freddo, ventilatore se fa caldo.

Negli sguardi, nei movimenti, nel comportamento di queste persone c’era iscritta solo una cosa, la necessità della fuga. Erano sfollati e di colpo mi sono ricordata – era questa la parola usata da mia nonna e da mia madre che allora era ragazzina: sfollati, via dalla folla e dalla follia.

Eravamo sfollati, bombardavano, non avevamo da mangiare, avevamo perso tutto.

Il pianoforte di casa per lo spostamento d’aria era finito nella piazza. I treni erano affollati e bui, bisognava lottare per salire. Quando però siamo arrivati nei paesi dell’interno tutti, dai più poveri ai più ricchi hanno fatto a gara per sfamarci.

Forse l’unica cosa che gli esseri umani possono fare è imparare e imparando cambiare, guardando davvero le persone negli occhi, una a una. È davvero impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti – almeno una volta – quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra? È davvero una follia pensare una politica che sia anche poesia piuttosto che una poesia spesso desiderosa di emulare la politica? Possiamo almeno impedire che l’inferno, come dice ancora Hannah Arendt in We refugees diventi «una cosa concreta come una casa, una pietra o un albero».

C’è un’educazione, un rispetto verso la fragilità dei vecchi, dei più deboli che forse va ricostruita come si ricostruisce una casa distrutta, lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro, come se fossimo, e non possiamo esserlo, invidiosi.

Solidarietà spontanea e dissenso civile in Ungheria

Leila Kozma

Gli ungheresi non debbono essere identificati con il loro governo. Si è parlato molto delle decisioni governative con cui è stata affrontata la crisi dei rifugiati, ma non si sono raccontate le azioni dal basso compiute per combattere le circostanze disumane che i rifugiati hanno dovuto sopportare.

La maggior parte del popolo ungherese si vergogna profondamente dell’atteggiamento mentale terroristico scatenato dal governo Orban, ma non dispone di canali attraverso i quali esprimere il suo dissenso. A parte alcuni rari esempi, come la lettera aperta firmata da intellettuali ben conosciuti, per i cittadini non c’è stata la possibilità di manifestare il disgusto verso la retorica fascista che il governo ha tentato di istillare nell’opinione pubblica.

Inoltre non si è manifestata una posizione uniforme dell’opinione pubblica: un senso generale di apatia è stato prevalente negli ultimi anni. e alle due proteste che si sono svolte recentemente, una contro la crisi dei rifugiati e l’altra contro le misure legali che peggiorano gli effetti di quella crisi, hanno partecipato circa tremila persone ciascuna. Molti provano compassione, rabbia, e desiderio di aiutare, però non dispongono dei mezzi per rendere noti i loro sentimenti e le loro azioni.

Perciò molti hanno scelto di affrontare il conflitto dei cittadini contro lo stile politico dominante attraverso la creazione di piccoli gruppi auto-organizzati. Questi gruppi considerano essenziale protestare contro la disumanizzazione e contro le condizioni impossibili prodotte dalle decisioni dei gruppi dirigenti ungheresi col risultato di mettere a rischio la vita stessa dei rifugiati. Questi gruppi agiscono con l’intenzione di ristabilire la solidarietà, l’empatia e la compassione tra esseri umani. Questi gruppi sono costituiti da singolarità che pensano sia necessario prendersi cura l’uno dell’altro a prescindere dalla nazionalità, dalle identità, e dalle posizioni politiche personali.

Le azioni che compiono questi gruppi non possono avere una risonanza nazionale, non tentano di istituzionalizzare la resistenza, e queste azioni hanno carattere effimero, provvisorio e non sono necessariamente destinate a coordinarsi. Sono motivate da relazioni interpersonali e sono stimolate dall’informazione che circola sui social media. La mancanza di visibilità, l’informazione che passa da una persona all’altra, e il sospetto e la paura sono inevitabili in un periodo in cui l’azione dello stato è finalizzata a sfruttare la buona volontà dei cittadini. Recentemente è stata avanzata addirittura una proposta di legge intesa a permettere agli agenti di polizia di entrare nelle case private senza notifica e di perquisire, in caso di sospetta presenza dei migranti o di attività in loro favore.

Di seguito riportiamo alcune azioni copiate in modo spontaneo dai gruppi che ritengono che sia possibile rimanere umani e non perdere il sentimento di compassione verso altri esseri umani.

Bekefeszek è una piattaforma aperta attraverso cui dei cittadini rendono pubblica la disponibilità per qualche notte di spazi gratuiti nelle loro case. Molti nella città di Budapest offrono ospitalità e cibo in modo tale che i migranti rimasti davanti alla stazione di Keleti, senza l’informazione necessaria per sapere se potranno continuare il viaggio, si possano riposare, possano mangiare un pasto caldo e possano trovare temporanea ospitalità. Questo lavoro diventa estremamente importante se pensiamo agli attacchi e alle condizioni meteorologiche cui i rifugiati sono stati esposti.

Un’applicazione telefonica chiamata InfoAid ha la finalità di distribuire le ultime notizie e di tradurre l’informazione fornita ai rifugiati. Questa applicazione raccoglie informazioni sugli orari dei treni e degli autobus, e aiuta la gente in fuga a trovare un temporaneo rifugio. Dato che i campi allestiti lungo le frontiere ungheresi sono gestiti dalle autorità ungheresi e l’ungherese è la sola lingua parlata nei campi e dalla polizia, questo servizio ha un carattere essenziale. Il rifiuto dei burocrati di parlare in un linguaggio comprensibile da tutti è stata la principale causa di manipolazione nelle settimane passate.

Vestiti, cibo, medicine e altre donazioni sono state fornite da due organizzazioni di solidarietà, MigSzol e MigrationAid . Quanto al trasporto è diventata abitudine di molti individui comprare biglietti ferroviari e consegnarli ai rifugiati, e organizzare servizi automobilistici col rischio di essere accusati di partecipare a un traffico illegale di esseri umani.

Dottori e studenti di medicina si sono messi a disposizione per aiutare. Le farmacie hanno fornito i loro materiali per migliorare le condizioni igieniche generalmente piuttosto cattive. La Telecom ungherese ha fornito gratuitamente internet per tutti quelli che soggiornavano davanti alla stazione ferroviaria Keleti.

Altri hanno organizzato delle azioni di animazione creativa, proiezioni cinematografiche, lezioni di disegno, programmi di infermeria per rendere più tollerabili le condizioni di ira dei rifugiati.

In Ungheria la popolazione è arrabbiata con il governo. Molti non riescono a capire perché le condizioni umane fondamentali debbono essere violate, e perché si possa venir accusati come criminali per aver fornito aiuto ad altri esseri umani.

Per fornire aiuto si sono dovuti creare piccoli gruppi di base e la finalità principale è stata quella di ridurre gli effetti dannosi che il governo ha provocato con le sue scelte e i suoi temporeggiamenti.

Non si deve sottacere il ruolo svolto dai civili. Senza di loro la crisi dei rifugiati sarebbe stata ancora più intollerabile. E’ grazie agli aiuti volontari, al lavoro volontario di dottori farmacisti, cuochi, autisti, traduttori, grazie ai contributi anonimi della popolazione, che i rifugiati hanno potuto per qualche momento avere la sensazione di essere un po’ più a casa loro.

Vol spécial

Davide Gallo Lassere e Marta Lotto

Uno scossone lungo 100 minuti per richiamare lo spettatore dall’indolente torpore quotidiano: Il documentario Vol spécial del regista svizzero Fernand Melgar (realizzato nel 2011 e da febbraio distribuito anche in Italia da Zalab) non lascia scampo. Dopo la sua visione anche le più ostinate o ciniche giustificazioni in salsa realpolitik vacillano inesorabilmente.

Il Centro di Trattenimento Amministrativa di Frambois, una struttura dorata a due passi dalla Ginevra capitale dei Diritti dell’Uomo, cristallizza con nitidezza l’oscenità morale, etica e politica di queste istituzioni totali – senza il rischio di soffermare la critica sugli aspetti che troppo spesso catalizzano rabbia e indignazione: violazione vergognosa dei diritti più elementari, carenze igieniche spaventose, sovraffollamento o sadismo delle guardie. Fiero esempio dell’umanità del trattenimento, al punto da poter esser filmato da un regista impegnato e dichiaratamente critico (si veda il documentario del 2008 sui richiedenti asilo La forteresse), Frambois si configura come una gabbia di cristallo. Così, attraverso lo sguardo della cinepresa, l’idillio del centro più soft, dei migranti più ligi ed educati e degli operatori più comprensivi restituisce in modo beffardo la violenza fattuale di queste scatole nere del presente.

Non un CIE qualsiasi, dunque, sostanzialmente simile agli oltre 250 disseminati per l’Europa intera; bensì il fiore all’occhiello di questi universi concentrazionari. Costato 3,3 milioni di euro alla confederazione elvetica, il centro a cinque stelle di Frambois ha una capienza massima di 25 pensionnaires (ospiti), per ognuno dei quali vengono spesi circa 330 euro al giorno. I migranti in via d’espulsione godono infatti di condizioni speciali: possono muoversi liberamente negli interni dalle 8 alle 21; possono cucinare loro stessi da mangiare, ascoltare musica o fare sport; dispongono di stanze singole, pulite e confortevoli; e sono assistiti da vicino dai membri che compongono lo staff del personale – in tutto 13 unità.

Frambois si distingue per un’impronta smaccatamente neo-manageriale. Tramite tecniche empatiche, vicinanza psicologica e umanizzazione delle relazioni guardie/trattenuti (i quali circolano negli stessi spazi comuni senza restrizioni o misure cautelative) si attua il placcaggio e la normalizzazione delle passioni più conflittuali e antagoniste. Tuttavia, anche in questo contesto ovattato, non mancano all’appello reazioni umane, troppe umane come l’automutilazione, lo sciopero della fame o il tentativo di suicidio.

Aldilà del rompicapo antropologico sulla sincerità emotiva (spontanea o strumentale?) del personale – il quale, in molteplici casi, si scherma dietro un caloroso compatimento (alcuni si definiscono “militanti”) o, più di rado, attraverso lo snocciolamento di fredde procedure giudiziarie – Frambois mette a nudo lo scandalo intollerabile di questi luoghi, in cui vengono risucchiate e frantumate, a due passi dai centri abitati, le norme minime di ogni ordinamento che si pretenda civile e democratico.

Qui, la violenza non sporca i muri di sangue, ma si fissa più sottilmente nella disperazione silenziosa o cantata, nella rabbia impotente, nel rammarico o in una spirale depressiva. Chiunque entri a Frambois ha il destino segnato. Due le opzioni: essere scortati all’aeroporto e scegliere liberamente di imbarcarsi. Oppure rifiutare, rientrare al centro e sparire all’improvviso su un vol spécial senza poter avvisare figli e famiglie, imbavagliati e incatenati in dodici punti per più ore (l’ultima morte per “cause naturali”, sic!, risale al 2010), con il rischio che ad accoglierli nel paese d’origine vi siano le polizie locali. Le diverse sorti sul suolo natio dei respinti (tra cui anche un richiedente asilo politico) sono raccolte nel webdocumentario le monde est comme ça.

Se il destino degli espulsi lascia indifferenti società civile e Stato, in certi casi committente della morte o della tortura del migrante, lo spettatore rimane intimamente coinvolto. Ciò che si osserva non conduce a prendere le distanze, assumendo per strategia difensiva uno sguardo che disumanizza la vittima. Al contrario. La scelta di mostrare gli affetti delle persone, il carattere o le vicende soggettive riconsegna loro la prossimità perduta, piazzando il pubblico dinnanzi all’ingiustizia disarmante vissuta dai protagonisti. (Sulla stessa lunghezza d’onda il documentario di Alexandra D’Onofrio La vita che non cie).

Ciononostante, il film non ha ricevuto assensi unanimi. Definito come fascista dal produttore Paulo Branco in occasione del festival di Locarno, e fortemente osteggiato col motto di documenteur (documentitore) dal partito nazionalista e xenofobo svizzero UDC (il quale ha addirittura tentato, fallendo di poco, di indire un referendum per proibirne la visione nelle scuole), Vol spécial rappresenta un esempio di pedagogia civile impegnata. Oltre 15.000 studenti svizzeri si sono già potuti confrontare direttamente con le sventure dei migranti, rendendosi partecipi in prima persona dei costi umani delle politiche immigratorie. Senza commenti, musiche ed esplicite colpevolizzazioni delle parti in causa, il film crede nello spettatore e ne sprona le capacità critiche.

Apolidi, Clandestini, Ircocervi

Giorgio Mascitelli

Le recenti polemiche scaturite dall’iniziativa in favore della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del centrosinistra promossa dal finanziere italiano Davide Serra, attivo nelle isole Cayman e fiscalmente residente a Londra, hanno riportato alla mia memoria la parola apolide. Non naturalmente perché ritenga che Serra sia un apolide, ma perché probabilmente la sua figura così legata al contesto internazionale ha attivato in me delle associazioni logiche con questa espressione e questo concetto ormai desueti.

Il termine apolide, infatti, sembra essere scomparso dal lessico pubblico senza lasciare traccia o quasi: devo confessare che la cosa mi colpisce perché durante la mia infanzia questa parola era spesso usata sui media (di solito riguardava qualche campione dello sport evaso dai paesi caserma del socialismo reale) e restava impressa nella mia mente come relativa a una creatura fantastica e stravagante al tempo stesso, una specie di ircocervo. In verità la vita di questo sostantivo è stata veramente breve: esso si è diffuso tra le due guerre mondiali, verosimilmente per il lascito di profughi della prima guerra e per l’introduzione dell’obbligo dei documenti di identità che in molti paesi data quegli anni, ma la prima attestazione ufficiale in lingua italiana risale solo al 1942.

Non è neanche facile indicare quale termine oggi occupi il suo spazio ideologico e semantico. Il clandestino che in prima battuta sembrerebbe il vero erede non gli corrisponde affatto: la sua condizione ontologica e materiale è di tanto inferiore a quella dell’apolide, che alcuni clandestini sperano di uscire dalla loro condizione attraverso l’asilo politico ossia proprio cercando di diventare apolidi. Ma c’è un’altra qualità che separa in maniera ancora più decisiva il clandestino dall’apolide: quest’ultimo nell’immaginario sociale era una figura drammatica ed eccezionale nel contempo, un’autentica individualità per così dire, la caratteristica del clandestino è al contrario quello di essere massa, numero crescente e perciò minaccioso, insomma di essere un’entità quantitativa e superflua senza dramma personale. Soy una raya en el mar (sono una linea che galleggia nel mare) dice il clandestino di sé nella famosa canzone di Manu Chao e veramente mi sembra che non ci sia definizione più precisa.

Tutte queste differenze, però, discendono da una fondamentale: l’apolide poteva sperare (non che succedesse sempre) di fuggire attraverso i confini verso un potere che ne riconosceva i diritti o quanto meno l’esistenza; il clandestino passa le frontiere per trovarsi sempre di fronte allo stesso potere perché i confini di oggi non sono veri confini, ma assomigliano a zanzariere, che vengono posizionate e tolte a seconda della necessità. Forse è proprio questo fenomeno che ha determinato il declino del termine apolide: in un mondo di frontiere retrattili ed estendibili possono ancora esistere persone che vivono la condizione di apolidia, ma cessa la loro capacità simbolica di diventare un caso. Perciò possono essere benissimo chiamate esuli o rifugiati, insomma con parole più comuni dotate di un basso grado di connotazione.

Ma la breve notorietà di Davide Serra ci mostra che una figura nuova ancora senza nome sta emergendo in questi tempi, una figura che va dappertutto e dappertutto è bene accolta perché sembra portare con sé idee per realizzare soldi e soldi per realizzare idee. Questa figura ha in comune con l’apolide il fatto di incarnare un perturbamento delle regole politiche dovuto alla delocalizzazione, anche se in questo caso volontaria, e il fatto di costituire un’individualità marcata, ma nello stesso tempo la sua apparizione sulla scena mette in crisi quello stato di diritto, che è invece per l’apolide l’unico sostegno nella forma del diritto di asilo. È infatti una figura che interviene anche nella politica nazionale, ma con modalità diverse sia da quelle della comune cittadinanza sia da quelle dei vecchi notabili. È radicalmente estranea a uno dei capisaldi dello stato liberale, quel principio di no taxation without rapresentation che sostituisce con l’idea che ci sia un interesse oggettivo a rappresentarla proprio perché non tassabile o tassata altrove.

Il fatto che questa figura sia ancora senza nome non è dovuto alla sua novità, ma rappresenta sul piano linguistico il primato della finanza sul sistema politico, che resta il simulacro o lo spettacolo di decisioni prese altrove. E così come non potremo mai vedere un ircocervo perché è parola senza contenuto reale, così non potremo vedere neanche un contenuto reale senza una parola che lo designi.

L’amnistia e l’ipocrisia

Valerio Guizzardi (Associazione Papillon Bologna)

Per prima cosa, tanto per sapere con precisione di che si parla, occorrono alcuni dati come presupposto dal quale partire per qualsiasi discussione riguardante il pianeta carcere: dal gennaio 2000 al settembre 2012 nel circuito carcerario italiano si sono avuti 2.045 morti tra i quali, al momento in cui scriviamo, 732 suicidi (fonte: www.ristretti.it). Il resto sono da addebitare a malasanità e a “casi da accertare”; che già su quest’ultima espressione ministeriale ci sarebbe non poco da indagare. Stiamo quindi parlando, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una vera e propria strage. Una strage di Stato.

Da lungo tempo il Partito Radicale, al quale si è unito il mondo dell’associazionismo carcerario e della cooperazione sociale che opera nello stesso campo, ha lanciato in modo pressante la richiesta di amnistia e indulto per fermare quella carneficina. Si tratta di riportare un minimo di legalità, in quella che oggi è una fabbrica di morte, affrontando l’inumano sovraffollamento con la fuoriuscita dalle galere di almeno 25-30.000 detenuti degli attuali 67.000. Contestualmente ai provvedimenti, per renderli efficaci nel tempo, occorre una radicale riforma della giustizia e l’immediata abrogazione delle tre principali leggi carcerogene: la Bossi-Fini, che ha riempito le galere di immigrati; la Fini-Giovanardi, che le ha riempite di consumatori di sostanze; la ex Cirielli, che vieta i benefici della Legge Gozzini ai recidivi. Non ci sono altre strade, e bisogna fare presto.

Come risponde la politica alle nostre richieste? Con un’ipocrisia senza limiti, con una falsità dirompente: “Non ci sono le condizioni”. Dal Presidente Napolitano (non a caso autore insieme all’allora collega Turco della prima legge che istituiva i lager per migranti, i Cpt) ai segretari di tutti i partiti oggi in Parlamento questa è la risposta. Va da sé, tanto è evidente, che anche un bambino potrebbe ribattere che le condizioni non ci sono perché nessuno di loro ha intenzione di crearle. Ed è facile capire il perché: da circa vent’anni tutti i governi che si sono susseguiti, al di là del colore, hanno sbandierato il vessillo dell’ossessione sicuritaria per attirare gli allocchi nel circuito della paura generalizzata contro il diverso, l’escluso, le lotte sociali. Un generatore di consenso sul piano del mercato elettorale.

Una truffa evidente, se si pensa che ogni statistica specializzata ci informa che i reati sono in calo considerevole e, guarda caso, la carcerizzazione in aumento. Insomma non vogliono perdere voti e tantomeno, come nefasta conseguenza (per loro), poltrone, privilegi, denaro pubblico per finanziare i propri comitati d’affari, spolpare i beni comuni per regalarli alle oligarchie finanziariste internazionali. Continuare a gestire il potere val bene una strage, e per farlo occorrono milioni di voti: consenso a mezzo di terrore. Ogni partito fa la sua gara.

Altrove, dove ci si aspetterebbe un forte impegno, nulla si vede all’orizzonte. E sono la sinistra sociale, i movimenti, le singolarità più sensibili, coloro i quali, per condizione, dovrebbero essere i primi a preoccuparsi poiché questa grave crisi economica prodotta dai cascami di un neoliberismo sempre più predatorio e di cui il governo Monti ne è l’esecutore in Italia, produrrà (si spera) a medio termine un conflitto sociale senza precedenti in seguito all’aumento irrefrenabile della povertà, della disoccupazione, della spoliazione definitiva dei diritti e della dignità di tutti coloro che non fanno parte di una casta o di una corporazione dedite all’arrembaggio finale di ogni bene pubblico. Sul perché di questa clamorosa assenza ci sarebbe molto da discutere. Sarebbe ora di cominciare, prima che sia troppo tardi.

L’affare della guerra ai migranti

Turi Palidda

La rassegna dei media italiani dall’inizio dell’anno a oggi mostra alcuni aspetti emblematici della continuità e dell’accentuazione della deriva sfacciatamente razzista foraggiata dall’attuale governo dopo che buona parte del centro-sinistra ne ha aperto la strada.

La prima «notizia» che dà all’occhio è l’immediata drammatizzazione dell’allarme «invasione» di immigrati, da subito definiti da molti «clandestini». Le categorie adottate nel lessico dei media, così come il canovaccio, le schema narrativo e la retorica sono quasi sempre gli stessi in auge sin dalla fine degli anni Ottanta(1). Leggi tutto "L’affare della guerra ai migranti"