Thatcher e la malinconia

Giorgio Mascitelli

La malinconia, prima di diventare contrassegno quasi esclusivo di calciatori brasiliani alla prima stagione in Europa e di bambini cresciuti in altezza e larghezza folgorati dalla notizia che la loro giostra preferita è stata inghiottita dalle incessanti trasformazioni della metropoli, è stata un’importante categoria della medicina greca e poi medievale. Benché il suo significato sia profondamente cambiato, l’accezione medievale e quella contemporanea del termine hanno in comune, a mio avviso, il fatto di indicare un tipo di rapporto con il mondo e non solo uno stato d’animo.

Per quanto riguarda quella attuale, si può dire che essa rappresenti una sorta di surplus di emotività dai toni dolci e tenui, secreto senza uno stimolo specifico da qualche cellula disoccupata del nostro sistema nervoso. È come se il cuore matto del malinconico odierno avvertisse il bisogno di emozioni delicate che l’adrenalica società contemporanea gli nega, e sostituisse le occasioni autentiche per generarle con feticci ossessivi o anche intercambiabili. Credo che il successo di fenomeni come la moda vintage o la nostalgia per l’impero asburgico o la DDR siano prove della diffusione di questa visione del mondo malinconica.

La dichiarazione del primo ministro britannico Cameron, rilasciata ai funerali di Margareth Thatcher, sul fatto che siamo tutti thatcheriani rientra verosimilmente in questa tendenza. Questa espressione in senso letterale è infatti falsa, come dimostrano le numerose manifestazioni di dissenso che hanno accompagnato le esequie; sul piano più lato, nel senso di un’importanza storica incancellabile del suo operato, è un’affermazione altrettanto opinabile non solo perché la Gran Bretagna è un paese più povero e meno centrale nello scacchiere internazionale rispetto al periodo precedente al suo governo, ma perché le politiche thatcheriane sono sempre più indicate come responsabili della crisi attuale anche da membri di quelle istituzioni internazionali che a suo tempo le avevano entusiasticamente approvate.

L’unico senso vero che si può attribuire a questa espressione non è dunque relativa al contenuto semantico, ma alla sua somiglianza formale con il celebre “siamo tutti berlinesi” di Kennedy dei giorni della costruzione del muro di Berlino. Si tratta dunque di una sottolineatura emotiva del tutto arbitraria perché naturalmente le due circostanze non hanno nulla in comune dal punto di vista fattuale.

Infatti nella circostanza di prestare soccorso a una città accerchiata dai nemici, l’energia emotiva che questo appello evoca ha una funzione precisa nel senso di una mobilitazione concreta e morale, al contrario nella circostanza della sepoltura di un’esponente politica deceduta nel proprio letto di malattia dopo una vita densa di soddisfazioni quella stessa emotività è chiamata a una mobilitazione generica, senza oggetto, senza causa. Questo richiamo diventa però efficace per chi vive l’esperienza malinconica del mondo (e sono molti nell’attuale società).

Ma soprattutto l’appello di Cameron non avrebbe potuto nemmeno essere formulato se non esistesse qualcosa che contiene tutto ciò di cui ho parlato, qualcosa che chiamiamo società: il che colora di un’ involontaria ironia surreale alla Monty Python questi funerali, visto che l’illustra estinta era solita affermare che la parola società per lei non significava nulla.

 

Rhapsody Blue in Green

Carlo Antonio Borghi

Pare che il meglio debba ancora venire. En attendant il suo arrivo torna in mente la frase di Gramsci “Mentre il vecchio muore, il nuovo non nasce”. Intervallo di pecore nere sarde, quelle che danno il miglior latte del mondo. Viene in mente di mettere incinta una Dea Madre anche detta Venere Mediterranea. E poi attendere e sperare, nel giro di nove mesi, di veder nascere il Nuovo da quella pancia neolitica e callipigia.

Nota arteologica. Per poter ingravidare al meglio quella Matrix (cicladica e atlantidea) sarà necessario lo sperma di migliaia di corpi indignati e antagonisti presi nel pieno della loro capacità di fecondazione e riproduzione del Nuovo. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è stata digerita e museificata. Quel Nuovo (nato) avanzerebbe a grandi passi verso un futuro senza disuguaglianze e disparità. Avrebbe le fattezze di un nuovo Angelus Novus, né maschio né femmina. Un corpo del terzo tipo, tipo un manga o un androide. Nei suoi occhi scintillanti i lampi di una saldatrice appartenuta a un operaio della Fiom e ritrovata ancora intatta nello scavo arteologico di un'Officina Grandi Riparazioni del Reparto Grandi Rivoluzioni. VII/VIII decennio del XX secolo.

È già passato un secolo, ora che siamo nel 2080 dopo Cristo. In quel tempo le femministe ucraine marciavano in topless imbracciando una motosega. Le Pussy Riot erano state arrestate e mandate ai lavori forzati. Gli ascensori sociali si erano definitivamente bloccati nel primo decennio del terzo millennio. Si erano fermati ben prima dell’implosione degli elevators delle Twin Towers. In tanti occupavano Wall Street ma non poterono nulla contro l’intero World Trade Center. Le proteste non portarono a niente. Finanza e marketing avevano continuato a imperare. Disattivati progressivamente anche i discensori che trasportavano i minatori a centinaia di metri di profondità nel Sulcis in Sardegna. Tanti uomini-talpa si erano persi nel sottosuolo a cominciare da Rosso Malpelo.

A casa la marmitta degli operai era sempre colma di minestra di cavolo e patate, a tavola c'era ancora il vino, però non bastava per tutti. Molti aspettavano il giorno del Ringraziamento per poter mangiare un gran tacchino ripieno, ma in giro di tacchini non ce n'erano quasi più. Sessantotto anni fa, nel 2012, il giorno del Ringraziamento cadeva il 22 di novembre, quarto giovedì del mese. Il giorno dopo, come ogni venerdì, moltitudini in tante latitudini avrebbero comunque reso grazie seduti davanti a pollo fritto, onion rings e Platinum Mojito, dentro qualche locale intitolato TGIF Thanks God It's Friday.

Prometheus

Davide Persico

Prometheus di Ridley Scott è un film complesso in grado di suscitare pareri differenti e contrapposti nello spettatore, soprattutto riguardo alla serie di Alien, della quale dovrebbe essere il prequel. Il problema su cosa sia questo film rimane aperto per tutta la storia. Forse lo spettatore si aspettava un nuovo Alien con una qualità visiva più intensa e spettacolare. Sicuramente il film ha molti punti in comune con la serie iniziata nel 1979 dallo stesso Scott, ma rimescola il tutto sistematicamente, relegando l’immaginario di Alien in una posizione secondaria. La storia narra di una spedizione guidata dalla coppia di archeologi Elizabeth Shaw e Charlie Holloway, che dopo due anni di ibernazione approdano nel 2093 sul pianeta Prometheus alla ricerca di esseri alieni chiamati gli “ingegneri”, che nel corso del tempo hanno lasciato tracce della loro presenza in diverse parti del mondo, sotto forma di una mappa stellare comune a diverse culture, e che vengono considerati i precursori dell’umanità e quindi i creatori dello stesso genere umano. Questo è confermato già all’inizio del film quando l’alieno che si trova sulla Terra si disintegra immettendo il suo dna nell’acqua e dando vita al processo biogenetico.

Il film sviluppa una serie di tematiche legate alla creazione che si riflettono in una narrazione funzionale alla ricerca sul senso dell’esistenza e sul perché della morte, innescando significati e interrogativi di tipo filosofico e religioso su cui non risponde minimamente. Infatti il film tende più a mostrare il fascino degli effetti speciali, delle strutture architettoniche e della nuova efficacia della profondità di campo del 3D a scapito di una trama certamente coerente ma che pone problemi di comprensione. Dai cilindri di metallo che si decompongono, a creature che nascono da liquidi dotati di moto proprio e persino di una propria volontà, il film è un collage di elementi generativi appartenenti a diverse teorie scientifiche, filosofiche e religiose, sulla nascita della vita. Tutto questo fluire, questo generare, è riscontrabile in diverse sequenze del film che mostrano costantemente una sorta di ibridazione del concepimento, della nascita della vita che arriva al suo punto più alto nella sequenza dell’estrazione del feto dell’alieno dall’utero di Elizabeth (messa incinta da Holloway, contaminato dalla sostanza presente nei cilindri), simile a un calamaro, attivando così un discorso evoluzionistico, e mettendo ulteriormente in crisi la trama già di per sé problematica.

Gli aspetti ambigui e più oscuri del film si ritrovano soprattutto quando entra in scena la creatura (quasi uguale) della serie Alien. In effetti, la presenza di questa creatura all’interno del film sembra più funzionale a giustificare l’aggettivo di prequel del film, che non ai fini narrativi di una storia che fa acqua da tutte le parti (i liquidi presenti nel film forse simboleggiano proprio quest’aspetto). I riferimenti ad Alien seppur velati ci sono, dalla creatura che esce dall’addome dell’alieno “ingegnere”, ai cilindri che sostituiscono misteriosamente le uova dei precedenti film, fino all’androide David che, come Ash o Bishop della serie, è l’unico soggetto a sapere più dei personaggi e più dello spettatore stesso e da cui scaturisce tutta l’evoluzione della trama. È lui che apre la stanza del relitto alieno con dentro i cilindri, è lui che sveglia l’alieno ibernato pronto per viaggiare verso la terra e distruggere la razza umana.

“Per creare bisogna prima distruggere” è la frase che ricorre più volte nel film e che sembra fornire la chiave giusta per interpretarne il senso e i punti più oscuri (cioè quasi tutti). Visto e considerato che la serie di Alien finisce con la clonazione e il ritorno sulla terra del Tenente Ripley e dell’androide Call, e che Prometheus è stato spacciato dallo stesso Scott come il prequel della serie, possiamo dire che la distruzione dell’alieno “ingegnere” che è avvenuta per creare la razza umana, diventa metafora meta-cinematografica. È la distruzione dell’intera serie di Alien e della creatura aliena in generale, divenendo un ibrido di quella originale persino nelle stesse dinamiche di concepimento e d’incubazione all’interno del corpo ospite. Alla distruzione sembra che non sia avvenuta nessuna creazione.

Va bene gli effetti speciali, va bene la caratterizzazione intensiva delle immagini, va bene anche il ritmo dell’azione che comunque cattura lo spettatore, ma a seguito della distruzione di tutto (non solo metaforica), che cos’è in definitiva Prometheus? Un prequel? Un newquel? La domanda rimane aperta, forse come lo stesso film, magari in attesa di un seguito che continui verso la ricerca delle origini della razza umana, o addirittura verso una nuova saga simile e differente rispetto ad Alien, magari più tecnologica e migliore per lo spettatore contemporaneo. Forse la cosa migliore da fare è vedere questo film senza innescare riferimenti alla serie di Alien, e aspettandosi un sequel che risponda agli interrogativi che lascia Prometheus.