Lo stato d’eccezione tarantino

A un anno dalla scomparsa di Alessandro Leogrande, morto il 26 novembre 2017, proponiamo un intervento dello scrittore, uscito sul numero 34 di "Alfabeta2" (gennaio-febbraio 2014)

Alessandro Leogrande

Sentite cosa scriveva nel giugno 1965 Alessandro Leccese, ufficiale sanitario negli anni in cui l’Italsider venne costruita sulle rive dello Jonio. È stato il presidente dell’Ordine dei medici di Taranto, Mimmo Nume, a darmi alcune pagine del suo diario (scritto in totale solitudine, in un tempo remoto del Sud remoto, quando il sogno dell’industrializzazione di Stato era agli albori). Il dottor Leccese è morto da tempo, inascoltato, ma allora aveva intuito tutto. Non solo il dramma dell’impatto ambientale, bensì l’esistenza di una fitta ragnatela che per anni l’avrebbe protetto: «Quando, per l’aggravarsi della situazione, sono intervenuto, in qualità di ufficiale sanitario, con un’ordinanza indirizzata al direttore del centro siderurgico e al presidente dell’area di sviluppo industriale, è successo il finimondo, perché quest’ultimo, che, tra l’altro, è segretario provinciale della Dc, si è sentito leso nella sua insindacabile sovranità. Si ritiene tanto potente da poter condizionare anche le decisioni del prefetto, come accadeva all’epoca del “famigerato regime”, tra il federale e il prefetto. Per lui non conta la tutela della città da un grave danno ecologico, contano la difesa del prestigio personale e gli interessi di alcuni esponenti politici, che ritengono di poter disporre a loro piacimento delle sorti del nostro territorio, come si trattasse di una colonia africana da sfruttare».

Le basi del disastro ambientale (e della concomitante devastazione politica cittadina) sono state gettate allora. Quelli che oggi ci troviamo a fronteggiare sono solo gli effetti di lunga durata. E tuttavia, con la privatizzazione dell’Italsider, con l’avvento della gestione Riva, i tratti da «colonia africana» si sono ulteriormente dilatati.

Certo, per capire il nodo irrisolto salute-lavoro, il silenzio di tutti questi anni, occorre analizzare – come molti fanno sui giornali, in queste settimane – la trama intessuta dalle relazioni tra politica, istituzioni e vertici della azienda, annotarsi su un foglio i nomi di quelli che hanno ceduto alle pressioni, ai ricatti, alle lusinghe, e di chi invece ha tenuto la schiena dritta. Eppure continuo a pensare – forse in controtendenza – che è ancora più utile studiare il nuovo universo di relazioni industriali prodotto dai Riva all’interno dello stabilimento. È stata questa, a mio avviso, la principale macchina dello stato d’eccezione tarantino: una gabbia disciplinare, allo stesso tempo arcaica e modernissima, che ha irreggimentato un’intera comunità operaia, dispensando premi per chi ubbidiva e punizioni per chi dissentiva.

La creazione di tale gabbia è stata orchestrata nei minimi termini, come si evince da un ramo dell’inchiesta della Procura. L’Ilva è stata retta sin dalla sua privatizzazione da un «governo ombra», una sorta di «Gladio interna», sovrapposta alla stessa dirigenza ufficiale, dedita non solo al controllo dei dipendenti, ma alla stessa organizzazione della produzione inquinante con l’obiettivo di ottenere il massimo profitto. Tale «Gladio interna», realizzata attraverso una piramide di «fiduciari», i cui piani erano trasversali ai vari livelli della fabbrica, rispondeva direttamente ai Riva, e poiché i loro nomi non risultavano ufficialmente in nessun organigramma, si è sottratta nel

tempo a ogni confronto con le parti sociali, la città, le istituzioni, ogni autorità estranea al perimetro del proprio stato d’eccezione.

Così l’Ilva non ha solo appestato l’aria, l’acqua, la terra di una vasta provincia. È stata soprattutto uno degli epicentri del capitalismo italiano, in cui ogni minimo baluardo della civiltà del lavoro è stato ferocemente corroso, con metodi e modi che sembrano rispolverare e perfezionare quelli delle schedature Fiat di quarant’anni fa. Non vorrei che – occupati da una battaglia ambientale, già di per sé complicatissima – ci si dimentichi del sistema edificato e del suo lascito. Dei danni che ha prodotto, nella testa e nei rapporti tra le persone, e di come le sue scorie rischiano di sopravvivere a ogni commissariamento e risanamento degli impianti.

alfadomenica febbraio #1

BRAIDOTTI sul POSTUMANO  – GIANNOLI su ROKEM - VOCE / POESIA - ILVA TARANTO / VIDEO *

LA CONDIZIONE POSTUMANA
Rosi Braidotti

Non tutti noi possiamo soste nere, con un alto grado di si curezza, che siamo sempre stati umani, o che non siamo null’altro all’infuori di questo. Alcuni di noi non sono considerati completamente umani ora, figuriamoci nelle precedenti epoche della storia occidentale sociale, politica e scientifica.
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FILOSOFI E UOMINI DI SCENA
Giovanni I. Giannoli

Filosofi e gli uomini di scena si incontrano, si scontrano, collaborano, discutono, cercano di sedursi a vicenda, "viaggiano" insieme. Sono interlocutori raffinati, che assumono spesso le pratiche discorsive dell’altro. E lo fanno da sempre, almeno da quando Platone ha voluto mettere in scena questo ricco e complesso rapporto, nella Repubblica e nel Simposio.
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MILONGA MUTANTE
Lello Voce

Oltre e inoltre anche un po’ più in là senza confini
senza destini pelle a pelle paura a paura rinuncia
a rinuncia per mano come fossimo astri bambini
pianeti crocifissi all’infanzia vaghi come sorrisi
maghi come sfatati sino all’orlo della delusione
a due palmi dal cuore di lepre d’ogni rivoluzione
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ILVA TARANTO
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Sul nuovo numero di alfabeta2 un focus su Taranto con testi di: Christian Caliandro, Alessandro Leogrande, Gianluca Marinelli, Cristò, Leo Palsmisano

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Arte e carbone, arte e acciaio

Andrea Fiore

Il passaggio da cultura rurale a realtà industriale ha maturato nel Mezzogiorno importanti trasformazioni antropologiche. È possibile, in questo modo, parlare di mutamenti che seguono due direzioni: le trasformazioni ambientali, che intervengono nella conformazione fisica di un territorio e quelle di natura sociale, legate ai cambiamenti scaturiti dalle nuove necessità collettive.

I luoghi simbolo di questo cambiamento in Puglia sono le aree che comprendono la grande acciaieria di Taranto e la centrale termoelettrica a carbone di Cerano. Dalla violazione della costa di Cerano, agli ulivi secolari che «cadono come burattini di legno» per costruire il mostro d’acciaio a Taranto – immagini che compaiono nell’unico numero della rivista Res Publica (1979) di Eugenio Carmi – i due stabilimenti hanno sostituito l’arcaico paesaggio rurale con la grande macchina industriale. Un cambiamento nel passato sinonimo di progresso, ora eredità di distruzione.

L’ILVA e il complesso termoelettrico di Cerano sono due esempi rilevanti di agenti esterni che hanno portato in un territorio un violento cambiamento sociale. Le storie legate a questi due complessi solo la testimonianza di come possa una società prevalentemente rurale trasformarsi attraverso un massiccio processo di industrializzazione, inizialmente accolto come un’opportunità di riscatto economico e sociale, poi, con il tempo, rivelatasi un male per l’economia e per la salute degli abitanti.

Cerano (Brindisi) - Foto di Sandro Mele
Cerano (Brindisi) - Foto di Sandro Mele

Tutto questo segna in maniera decisiva anche l’impegno e la sensibilità di alcuni artisti. Presso le Manifatture Knos a Lecce, uno spazio sperimentale nato dalla riqualificazione di una vecchia scuola di formazione per operai metalmeccanici, sono presentati i lavori di Sandro Mele e Gianluca Marinelli, in un’esposizione curata da Francesca De Filippi.

I progetti dei due artisti pugliesi s’incontrano nell’impegno sociale, rendendo evidente la necessità di indagare, attraverso le arti visive, i mutamenti avvenuti nei due siti industriali più grandi in Puglia. Sandro Mele, che è «da sempre impegnato nel coniugare il linguaggio delle arti visive con un autentico impegno sociale e politico», in questa occasione si concentra su un’indagine relativa al territorio di Cerano, collaborando attivamente con il movimento No al Carbone nella performance intitolata C’erano anche loro.

Un altro lavoro presentato nell’esposizione da Mele è Raccontami di Cerano; un progetto che analizza le condizioni degli abitanti di Cerano segnate da drammatici problemi ambientali e dal cambiamento sociale dovuto alla presenza di una forte industrializzazione che coesiste con un’agricoltura riadattata.

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Mele si fa testimone del disagio di un territorio, le cui origini del male sono spazzate via dalla presenza del colosso termoelettrico. Il video intitolato l’Ambiente audio-cinetico di Antonio De Franchis documenta la storia dell’artista e operaio dell’Italsider, che, dopo una singolare esperienza di arte cinetica (probabilmente Antonio De Franchis è l’unico artista cinetico in Puglia), abbandona la sua produzione artistica per l’impossibilità di sostenere i costi della produzione di opere. Molte opere saranno distrutte dallo stesso De Franchis, altre cancellate dal tempo.

Proprio attraverso questo tipo di riflessioni Marinelli riflette sul senso di precarietà a noi contemporanea. Il filmato PLA 2 è invece un found footage di numerose pellicole di propaganda realizzate dall’Italsider tra gli anni Sessanta e Settanta; testimonianze di una violenta rivoluzione culturale e sociale avvenuta nel territorio tarantino. L’esposizione presso le Manifatture Knos rappresenta una possibilità di comprendere meglio alcuni processi artistici che collimano con la storia sociale di un territorio, attraverso l’impegno degli artisti che affrontano temi di grande attualità.

Due domande poste agli artisti concedono la possibilità al lettore di comprendere, attraverso le parole degli stessi autori, gli intenti che guidano i loro progetti.

Il suo percorso artistico è caratterizzato da un forte impegno politico e sociale; quanto è importante per lei la presenza di alcuni gruppi, come No al Carbone, sia nello sviluppo che nell’esecuzione del suo lavoro?

Sandro Mele: In ogni mio progetto mi affianco a testimoni o movimenti coinvolti in prima linea, nelle situazioni e nei fatti che ho scelto di raccontare. Nei miei progetti non potrei fermarmi a quello che leggo o quello che è riportato dai media, spesso con grave approssimazione, per me è necessario approfondire e conoscere direttamente gli argomenti che analizzo. In realtà ho già condiviso un progetto nel 2010 con il gruppo NO AL CARBONE, in occasione della mia video installazione Raccontami di Cerano. Sposo la loro lotta, anche per ragioni che mi legano alla mia terra, difatti la performance C'erano anche loro è un mio omaggio al loro coraggio. Raccontami di Cerano descrive la realtà contadina del brindisino che scompare soprattutto a cause legate alla centrale a carbone, una faccenda complessa e mal gestita che continua a provocare gravi danni.

Nel suo lavoro emerge la necessità di coniugare lo studio delle fonti documentarie con le arti visive; perché necessario elaborare secondo più livelli di lettura un’esperienza come quella di Antonio De Franchis o altre raccontate nei suoi progetti?

Gianluca Marinelli: Nella vicenda di De Franchis si intrecciano molti temi a me molto cari: l'oblio, l'assurdo, la volontà di essere di essere presenti al proprio tempo. Mi interessa, in genere, tutto ciò che va al di là della ricerca di taglio filologico. Studio materiali d'archivio, spesso inediti, ma ritengo fondamentali gli aspetti relazionali che nascono dall'incontro con la gente e tutte quelle dinamiche che irrompono nell'indagine, coinvolgendo la mia storia personale. Una ricerca che si configura come carattere mobile, senza alcuna presunzione di offrire una lettura definitiva.

 

Taranto fa l’amore a sen$o unico

Stella Succi

La scelta del presente è una piccola e densissima mostra. Un’installazione di Gianluca Marinelli che include un suo documentario sull'artista-operaio Antonio De Franchis e una serie di oggetti, potremmo definirle reliquie, di altri artisti pugliesi, disposte su tre mensole. Attraverso delle cuffie è possibile ascoltare le loro testimonianze, dalla pesante cadenza meridionale. L’estrema sintesi di un’esperienza completamente obliata: l’arte a Taranto nei primi anni dell’Italsider.

L’Italsider negli anni Sessanta e Settanta è una cattedrale nel deserto: e allo stesso modo sono isolate le sperimentazioni materiali e concettuali degli artisti. Nella condivisione di questa realtà, si instaura un dialogo tra industria e sistema dell’arte che in genere viene associato alla produttività nord italiana di quegli stessi anni, il cui apporto è profondo e aperto anche nei confronti di realtà d’avanguardia.

In seno ad esperienze esemplari come quella della Olivetti, è evidente come la relazione tra industria e cultura costituisca un luogo indispensabile di progresso sia dal punto di vista scientifico che comunicativo per entrambi gli attori di questo dialogo. L’industria da una parte apre al mondo esterno, dall’altro offre la possibilità di una formazione ampia e autonoma del personale all’interno dell’azienda stessa.

Sandro Greco, reliquie (1971)

L’Italsider tenta farraginosamente l’attuazione di una politica culturale di questo tipo: sostiene gli artisti attivi sul territorio, come Pietro Guida, al quale fornisce materiali e manodopera per le proprie sculture monumentali di tubi e lamiere. Mette a disposizione la propria tipografia per le ricerche di poesia visiva di Michele Perfetti. Sostiene i propri operai che si scoprono artisti, organizzando mostre presso il circolo del dopolavoro: Antonio De Franchis comincia in questo modo la personale ricerca che lo farà approdare all’arte programmata.

È però una madre cattiva, l’Italsider: nutre i suoi figli, li ammala, li uccide. Attorno ad essa nascono voci critiche. Nel 1971 l’artista Vittorio Del Piano durante una performance collettiva scrive sulla strada «Taranto fa l’amore a sen$o unico. Qui è l’olocausto». Contestualmente Sandro Greco e Corrado Lorenzo spargono boccette di aria, terra ed acqua pulita lungo la centralissima via D' Aquino, in un precoce slancio ambientalista. Oggi l’Ilva non ha cessato di avvelenare la città dei due mari: un prezzo non ancora troppo alto per un territorio drammaticamente lasciato a se stesso.

La condizione di precarietà, di isolamento e di dimenticanza è il cuore del progetto Aboutart curato da Andrea Fiore, una serie di brevissime mostre di cui La scelta del presente costituisce il primo tassello. Un fil rouge, quello della precarietà, che caratterizza tutti i protagonisti di questa mostra. Gli artisti hanno abbandonato o lasciato decantare le proprie ricerche, vittime della totale assenza di un sistema artistico coerente nella propria città. Gli operai dell’Ilva vedono assottigliarsi le garanzie sindacali, e si può dire che siano in buona compagnia. Il giovane curatore della mostra, Andrea Fiore, e il giovane artista, Gianluca Marinelli, entrambi pugliesi, condividono il destino incerto di tanti operatori culturali, degli operai della conoscenza, in un intimo legame con la mostra.

LA MOSTRA
La scelta del presente
Galleria Monopoli via Giovanni Ventura 6, Milano
a cura di Andrea Fiore
artista: Gianluca Marinelli
12-18 marzo 2012