Oh my lord!

Ilaria Bussoni

Un rapporto di coppia, tra amanti, si apre su una separazione. Tangeri, da un lato. Detroit, dall’altro. Un luogo di broccato, cavigliere, falcate sul selciato, fonemi gutturali. Un altro di linee rette, riproduzioni analogiche del suono, cavi, elettricità. Due poli della civiltà, Oriente e Occidente. Distanti. E il titolo ci dice di un legame, the lovers. Sì, di una relazione d’amore tra un uomo e una donna. Trama banale, in apparenza, quella dell’ultimo film di Jim Jarmusch.

Eppure nel titolo sta un epigramma. Il sostantivo plurale, lovers, è qualcosa in più di una relazione di coppia. Non semplici amanti l’uno dell’altro. Universo chiuso di un amore biunivoco o palleggio di posizioni. Nessun oikos, nessuna economia domestica, da accumulare, difendere, preservare insieme. In questo film, l’amore non ha un recinto. E non perché l’alternativa al due che si fa uno stucchevole sia l’appetito ingordo dei corpi consumati a mo’ di diversivo o di sostanza eccitante che è eccezione alla regola. Nemmeno l’accumulo di godimento che prende vorace ciò vuole. Nonostante qui sia questione di vampiri. E tantomeno la sua rinuncia in forma di una morale di temperanza.

Adam e Eve sono vampiri. Già in Marx, Karl, metafora parassitaria per eccellenza. Il Capitale vampirizza e succhia il lavoro vivo. In fabula, il vampiro, non vivo e non morto, si nutre di vita, in assenza di una sua propria. Nel farlo non ha limite alcuno, prigioniero di un godimento che è eterna condanna alla predazione. Nella sua lunga narrazione storica il vampiro va a occupare il posto dell’aristocrazia rentière, dell’estrazione di plusvalore e, infine, dell’intima adesione soggettiva al consumo di merce. Questo fino al film di Jarmusch, che rompe con la rappresentazione del vampiro in quanto agente reificante o figura reificata senza dimenticare la tradizione dalla quale proviene. E infatti anche in questo film il vampiro continua a stare all’incrocio tra forze produttive e improduttive, tra vita e predazione, tra lavoro vivo e Capitale. Ma la sua collocazione cambia, perché qui sono «solo» i vampiri a restare vivi. Innanzitutto a restarlo. Ultima forma di vita che ritaglia i propri margini rispetto a un movimento che sembra voler estinguere qualunque altra.

Eppure la vita sul e intorno al pianeta non è svanita del tutto. Le vestigia della coltre industriale di Detroit, di una civiltà del lavoro che ha estratto, risucchiato, sputato e lasciato esanime ciò che ha toccato, non ricoprono di morte qualunque cosa. L’esotismo del paradiso dei piaceri di Tangeri non ha contaminato e corrotto del tutto ogni abitante della Qasba. Tanto al paradigma estrattivo dell’Occidente quanto a quello consolatorio dell’Oriente qualcosa continua a sfuggire: un piccolo mammifero che si aggira di notte, un’erba infestante che si radica lungo una casa, l’evoluzione energetica di una stella, la voce di una cantante in un caffè.

Ma Adam ed Eve sembrano essere gli ultimi in ascolto della vita che resta, a vederla e a nominarla, a esserne colti da meraviglia e nel riconoscerla e nel darle un nome a poterne godere. Per questo i termini pronunciati in latino riferiti alle specie animali e vegetali non rimandano alla topica dell’erudizione aristocratica che compete ai vampiri, ma al gesto primordiale con il quale Adamo ed Eva danno un nome alle cose: meraviglia, nominazione, piacere.

I vampiri Adam ed Eve sembrano gli ultimi esseri viventi ad aver mantenuto un contatto con la vita e a riuscire davvero a goderne. Ma non in quanto coppia amorevole richiusa sul proprio universo di preservazione ed edonismo, o per l’assenza di alternativa. Piuttosto come una vita che sa darsi l’unica forma possibile: quella della continua creazione, della messa alla prova di sé dentro una pratica di creazione presieduta dall’amore. Ed è in questo, «solo», che si resta vivi. In questo, «solo», c’è bios. Come se la vita per l’animale parlante fosse anzitutto una pratica, un’arte del vivere, dove stile, cura, responsabilità, le fanno da architettura. Alternativa alla quale resta solo una vita dispersiva e informe, che consuma e si consuma, quella degli zombi-umani. Mera zoe, con la quale dover convivere.

Adam ed Eve sanno della responsabilità che portano in quanto vita, che non si tratta di un attributo in sé a prescindere dalla forma che gli si vorrà dare. Sanno anche che non dovranno risponderne a un Dio o a un principio morale, ma unicamente a loro stessi. Per una brutta vita non c’è punizione diversa dalla brutta vita.

A rendere Adam ed Eve forse gli ultimi superstiti di una vita con forma non è il fatto che siano artisti. Non è il loro genio o la loro capacità creativa individuale. La loro salvezza non sta nell’ergersi in quanto eccezione virtuosa di fronte a una massa priva di talento. Né nel fare di questa differenza qualitativa della loro specifica intensità biologica il diritto di un dominio sugli altri e sul mondo. Il dato biologico, la loro straordinaria capacità artistica, non li rende di per sé migliori. Per questo non ambiscono ad alcun governo degli altri e del mondo, ad alcuna gerarchia tra le vite. Per questo rifuggono l’adulazione del loro talento, il desiderio di umana servitù nei confronti della loro eccezione.

Perché la capacità creativa non è semplicemente «loro». Per loro transita, come per tutto il resto. In una voce di donna, in uno strumento musicale artigiano. In loro assume una forma, perché non si sottraggono all’arte e all’impegno di dare forma alla vita. Senza la cristallizzazione dell’individuo, senza la chiusura della coppia. È a questa capacità che occorre inchinarsi, per questo Eve può dire ad Adam Oh my lord!, amandolo, senza essere schiava.

 

Grapes of Love

Ilaria Bussoni

C’è qualcosa che scorre nel film di Jonathan Nossiter, Resistenza Naturale, e non si tratta banalmente del vino dei vignaioli protagonisti. Qualcosa scorre dalla prima all’ultima immagine, sulla pelle bagnata dei bambini, sulla schiena di Valeria Bochi in vigna, sulle lentiggini di Stefano Bellotti, sulla risata di Elena Pantaleoni. Scorre sui corpi, tra i movimenti, sulle parole, tra i discorsi, scivola lungo un sentiero, lambisce una strada bianca, riparte dalle foglie di vite e da una zolla e di nuovo ritorna su cani, gatti, anatre e capre. Forse nessuno è riuscito a filmare questo flusso linfatico prima di Jonathan Nossiter. Senza lo sguardo del naturalista. Senza l’estetica del pittoresco. Senza il gusto dell’esotismo.

Siamo in campagna, tra tralci, viti, uve, in giornate estive. Siamo in un paesaggio che prende forma dietro le parole di chi lo abita, di chi lo anima e lo lavora, di chi lo fa esistere. Non la Toscana, il Piemonte, le Marche delle riviste patinate o degli uffici del turismo, bucolica immagine fissa. Estetica di consolazione. Il paesaggio si fa insieme ai suoi uomini e alle sue donne, insieme ai gesti dei protagonisti di questo film, si fa quando lo indicano, lo descrivono, ne distinguono le forme. Sotto i nostri occhi grazie ai loro, quando cogliamo la loro presenza di guardiani, custodi, interpreti e traduttori di un territorio.

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Per questo la terra parla, una vite si esprime, un vino racconta. Nel guardare Resistenza Naturale ci accorgiamo che qui non sono metafore da sommelier. L’aggettivo «organico» fa da sottotesto a ogni scena, senza mai rimandare a un’origine, a un’autenticità perduta. La natura non è elemento fisso, rigidità acquisita. Qui non si filma l’incontaminato. Si filma quel lento lavoro quotidiano che ripristina, in via sempre provvisoria, l’equilibrio «di natura» che l’agricoltura rompe. Non c’è alcuna natura malevola benché incolpevole, forza primordiale che spinge alla migrazione irata o che diventa pretesto per l’artiglio dell’industria e del Capitale. Altrove, non c’è alcun Eldorado a cui tendere e dal quale sperare di attingere a piene mani grappoli di felicità. Non c’è il rovescio che sul crollo del sogno umano si abbatte perché è così che si abbatte. E nessun ritorno a quanto c’era prima. Nessuna nostalgia, o rimpianto.

La natura nel film di Nossiter non è un terreno di conquista oltre l’aia domestica, non è il Klondike al quale sottrarre pepite, anche a colpi di virilità. È il continuo rimando tra una natura naturans e una natura naturata e nel mezzo il lavoro artigiano di quattro vignaioli (ad exempla) che accompagnano il suo divenire. Che sanno leggerlo, assecondarlo, pensarlo in ogni suo istante e ricavarne una forma provvisoria, a sua volta mutevole, a sua volta animata, che evolverà nel tempo, che cambierà profumo e struttura e colore, e che qualcuno berrà come un vino.

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Per questo i vini di Stefano Bellotti, Corrado Dottori e Valeria Bochi, Elena e Anna Pantaleoni e Giulio Armani, di Giovanna Tiezza e Stefano Borsa non sono più buoni, o migliori di altri, sono «perfetti». Hanno la perfezione di un’opera d’arte, risultato di una tecnica tanto più sottile ed evoluta, attenta e sofisticata, quanto capace di lasciar fare. Di stare in ascolto più che imporre, di indurre con cura più che con forza. Sono la massima espressione di quel vigneto, di quel vitigno, a quelle temperature e con quelle precipitazioni annuali, con la vita autoctona di erbe e animali lasciata proliferare (sorvegliandola) intorno ai tralci. Sono la traduzione di una natura parlante.

Ha ragione Jonathan Nossiter quando insiste nell’indicare nella strada aperta dai vignaioli che ha scelto di ritrarre in questo film una via maestra che non parla ai gourmet, ai viveurs, ai goderecci, agli esteti del sapore. E nemmeno ai nostalgici di un passato fissato per sempre, richiamo del binomio identità e territorio. La via indicata è quella del lavoro artigiano, del lavoro d’artista, di chi alle prese con una materia vivente sceglie l’azzardo non del suo mero dominio ma di vagliare le proprie condizioni di creazione, le proprie condizioni di produzione, rinnovando continuamente la domanda: sono un artista o un servo?

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E lo fa ribaltando, appunto, tutta quella tecnologia e cultura agricola che dal dopoguerra sono state, ovunque nel mondo, alla base dell’agro-industria, della rivoluzione verde, dello sfruttamento del territorio, della nocività, della migrazione forzata dalle campagne. Lo fa sovvertendo le regole dell’agro-chimica, dell’agro-finanza, dell’agro-mercato, per scommettere su un salto arrischiato che crede nel mondo e nelle nuove possibilità di vita. E infine propone un vino che è differenza, esperimento materiale di una differenza, di un pezzetto di terra parlante e in chi lo beve sorpresa, spiazzamento, curiosità, risveglio.

Certo Resistenza Naturale non è un semplice documentario sul ritorno in campagna. Linea verde per radical chic. È a sua volta l’opera di un cineasta che padroneggia le condizioni della propria creatività, che sa degli effetti del visibile sulla percezione, che a sua volta rinnova a se stesso (e non solo) la domanda: sono un servo o un artista? La risposta per Jonathan e gli altri, ça va sans dire.

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Utopia for Sale!

Ilaria Bussoni

«Se sei un falegname e stai facendo un bellissimo cassettone, non userai un pezzo di compensato per il retro anche se finirà contro il muro e non lo vedrà nessuno. Tu lo sai che sta lì, per questo userai un bellissimo pezzo di legno anche per il retro. Perché tu possa dormire la notte, perseguirai l’estetica attraverso la qualità». Chissà se l’autore di questa sentenza dal sapore di maestranza artigiana considerava i propri dipendenti della fabbrica di Shenzhen alla stregua del falegname, o del compensato.

Se avrebbe scovato un’estetica nell’opera del cinese Li Liao, Consumption, composta da un contratto di lavoro alla catena di montaggio della fabbrica cinese della Apple, una lettera di licenziamento, un camice bianco a mo’ di tuta blu e l’iPad mini comprato con il salario di 45 giorni di alienazione. Di certo, nel Li operaio, Steve Jobs non avrebbe visto un soggetto dedito all’applicazione di un’arte manuale. Probabilmente, nel Li artista, non avrebbe visto l’ostinata persecuzione di un’estetica. Forse, avrebbe persino trovato discutibile quel punto interrogativo alla fine della frase Utopia for Sale?, titolo della mostra omaggio ad Allan Sekula (a cura di Hou Hanru e Monia Trombetta) dedicata dal MAXXI all’artista americano scomparso nel 2013.

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Perché che altro vende la Apple se non quel surplus non misurabile di valore, quel prototipo di un’immagine declinabile per qualunque immaginario, che ammanta tale un’aura una merce altrimenti prodotta in serie, fatta di circuiti elettrici, plastica e minerali in esaurimento? Senz’altro Steve Jobs avrebbe rivoltato la frase: Utopia for Sale! Del resto, è l’unico modo per vendere. Da tempo la dirigenza d’impresa si è fatta artista, e ben lungi dal limitarsi a proporre un semplice manufatto le tocca piazzare quell’intangibile che assume i tratti di uno scorcio di futuro, di una relazione, di un affetto, di un mondo desiderabile, meglio se libero. Difficile vendere un prodotto che promette perenne dittatura.

Ma la dirigenza d’impresa non si ispira a un artista qualunque, guarda piuttosto al trompe l’oeil dell’Aleotti (purché duri il tempo di un matrimonio), perché dietro la verosimiglianza devono stare le compatibilità, i margini di guadagno, i flussi e nel vendere utopia le tocca mascherare l’abuso di compensato operaio. Da tempo la merce non è più incarnazione di materia, sostanza al cui peso corrisponda un valore. Il valore della merce non è il sempre minor numero di ore di lavoro necessario a produrla, non è la materia di cui è fatta, non è l’originalità della matrice della quale è serie. Il valore della merce è, dopo Bretton Woods, una tautologia. Un decreto al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di mercato.

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Di come sia fatta e da dove arrivi una merce ce lo riepiloga l’artista Allan Sekula nel suo The forgotten Space, film documentario (girato con Noël Burch) dedicato alle rotte del trasporto globale e ai poli della logistica portuale. Dove all’utopia in vendita si sostituisce la concretezza del container che al mercato globale, al dumping sui prezzi, alla corsa al ribasso sui salari sta come la macchina vapore per la rivoluzione industriale. Tra navi cargo e slot, tonnellate di diesel e gantry cranes, automazione e cicli dello shipping, Allan Sekula ci mostra come, grazie a chi, per quali strade si realizzi quell’epifania scintillante che tanto rende utopiche le vetrine d’Occidente, e non solo.

Un mondo dell’armamento affatto immune da una certa stagionalità finanziaria (come ha più volte mostrato Sergio Bologna nel suo lavoro), che convive con retaggi di multiculturalità e tolleranza in tutto e per tutto topica (prerogativa dei porti) e forme residuali di cultura e solidarietà operaia. Nel mostrarci gli approdi delle rotte oceaniche e la vie intermodali del trasporto a terra, il film restituisce fisicità all’idea di circolazione, tracciando una concreta mappa dei flussi che è il precipitare del cielo dell’immaterialità finanziaria. Una terra ai più sconosciuta quella della logistica portuale globale, dove Amburgo, Rotterdam, Anversa si contendono a colpi di gru e banchine il ruolo primario di scalo europeo, diventando piccole comparse se paragonate a Los Angeles e il declinante Hong Kong.

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Il film di Allan Sekula, opera centrale di Utopia for Sale?, è un lavoro di critica che toglie alla merce qualunque aura, per questo non la si vede mai se non imballata, stoccata, contenuta, impilata. Unica eccezione è il capolino di un desiderio da parte di due giovanissime operaie cinesi, in cerca di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Far trapelare con grazia un desiderio, in questo sta la grande critica, prerogativa dell’artista Sekula.

E non a caso una delle chiavi di lettura della mostra sta nelle prime opere esposte, di Amie Siegel. Provenance, un video che mostra il movimento di sussunzione del mercato dell’arte di quel modernismo architettonico nato in primis non per essere venduto, ma per proporre il «valore» di una buona vita. E, poi, Lot 248, che segue quello stesso movimento, continuo e inarrestabile, nell’istante in cui a un’asta di Christie’s trasforma in merce quella stessa critica dell’artista Siegel. Non più solo sussunzione, meta-sussunzione. Resta un margine? Per l’arte, per la critica? Per un valore che non sia quello del prezzo? Forse sì. È quello di un reggiseno imbottito chiaro per l’estate. Di un desiderio di libertà. E di chi, con grazia, riesce a filmarlo.