Speciale La voce-corpo / La voce come enigma e mistero

Valentina Valentini

Nella voce si esprime l’essere nel mondo corporeo di colui/colei che proferisce, e a sua volta la voce si rivolge all’essere nel mondo di chi che la percepisce: essa riempie lo spazio tra loro e stabilisce fra di essi una relazione. Nella voce sono legate insieme sonorità, corporeità e spazialità. Carlo Serra, autore del volume Lo spazio e la voce, parla dell’espressività del vocale, estrinsecazione della materia fonica, come materia enigmatica. Giorgio Agamben, in Experimentum Vocis propone una distinzione tratta dai grammatici greci, tra una voce comprensibile attraverso le lettere, e una voce confusa, di natura eminentemente timbrica, non formalizzabile attraverso la scrittura.

Al tema della vocalità abbiamo dedicato una giornata di studio, nel contesto della mostra Il corpo della voce (Palazzo delle Esposizioni, 9 aprile -30 giugno), tema interrogato da una prospettiva particolare, quella del femminile inteso in senso archetipico, il materno : laringe è un organo genitale, un grembo un utero in cui si genera la parola; la terra accoglie il seme;.l’atto d‘ascolto è ricettivo, è obbedienza, abbandono. In questa prospettiva rientrano le numerose figure del repertorio mitologico: Eco è una delle ninfe delle montagne che rappresenta l’integrità spezzata, la totalità inafferrabile, perché costretta da Era a dover ripetere solo le ultime parole che le venivano rivolte o che udiva. Ma Eco è anche la voce senza corpo, pura voce perché il corpo si è liquefatto con le lacrime per il dolore di aver perso Narciso. Insieme a Eco, la seduzione del canto delle sirene che ha sollecitato l’immaginario di tanti scrittori, da Kafka a Brecht, a Calvino . La giornata di studio ha raccolto le riflessioni sul tema di numerose studiose femministe, come la filosofa belga Luce Iragaray che scrive : « Uomini e donne non riservano lo stesso privilegio allo sguardo. La vista, più degli altri sensi, oggettifica e domina. Stabilisce una distanza, mantiene la distanza. Nella nostra cultura, la sua supremazia su olfatto,gusto, tatto e udito ha condotto all’impoverimento delle relazioni fisiche.Nel momento in cui la vista domina, il corpo perde la sua materialità, vale a dire si trasforma in immagine». Adriana Cavarero nel volume La voce delle Sirene, rimette alla metafisica di Platone la responsabilità di aver tracciato una distanza incolmabile fra il regime della vista e quello dei suoni.«Nell’ottica del platonismo, quando il dia-logos silenzioso dell’anima con se stessa si vocalizza, esso transita in un elemento estraneo, corporeo, instabile,inaffidabile» .Un ruolo fondamentale è da attribuire al repertorio dei gesti vocali (il pianto, la risata, il grido, l'urlo, il bisbiglio, il richiamo)che per Julia Kristeva denomina chora, quello spazio antecedente al logos, ritmo e piacere per la sonorità, un discorso privo di telos, timbro e rifiuto dell’imperativo logico-linguistico dell’identità. La voce e la vocalità appaiono nella documentazione antropologica come segni che evidenziano e garantiscono l'ispirazione/possessione del profeta, la Pizia, testimoniando come attraverso quel corpo, attraverso quella voce, sia in qualche modo la stessa potenza divina a parlare . Vocalità è essere parlato da un altro.

Sulla scena del teatro, quanto premesso comporta attribuire alla parola detta il senso dell'enigma e del mistero, dell'oracolo e della profezia, nel senso che il testo verbale deve tendere a diventare incomprensibile, mescolando lingue straniere, esistenti e inventate, in modo che l'articolazione verbale si produca con fatica: sussurare, farfugliare, esplorare la gamma che va verso l'inarticolato e diventa gesto sonoro. La parola viene proferita, l’attore è portato avanti, spinto da una necessità o costretto da un obbligo a compiere il suo mandato: cavar fuori, letteralmente la parola di bocca per cui si occlude la bocca per impedire alle parole di essere pronunciate bene La vocalità ha qualcosa di incomprensibile come la parola dell’oracolo, come suggerisce la famosa formula di Eraclito , « […] non dice in realtà il destino più di quanto lo nasconda; lo accenna solamente Lo dà a vedere dissimulandolo nello stesso tempo, lo lascia indovinare per mezzo di una parola enigmatica, di un "detto" che funziona come un segno, ma un segno oscuro, difficile da decifrare».

Questi e altri temi sono emersi dai contributi dei partecipanti alla giornata di studio ( Ermanna Montanari, Francesca Della Monaca, Donata Chiricò, Dalila D’Amico, Daniele Vergni, Enrico Pitozzi, Carlo Serra, Ida Alessandra Vinella ) e dalle discussioni che si sono intrecciate animate dalla presenza vivace di Carla Tatò.

A seguire tre interventi relativi allo spettacolo di Chiara Guidi , Edipo ( un coro di cittadini e 4 voci femminili); un laboratorio su come dare forma alla voce e una conversazione con Francesca Della Monica, insegnante e vocalist straordinaria che ha messo in voce partiture complesse di compositori italiani sperimentali come, Bussotti, J. Cage, G. Cardini, A. Clementi, A. Gentilucci, R. Fabbriciani, D.Lombardi, P. Castaldi, G. Chiari, P. Grossi,

 

Speciale La voce-corpo / Esercizio di memoria per Edipo

Coro Edipo - Foto Nicolò Gialain

Daniele Vergni

Sabato 13 aprile, all’interno degli eventi organizzati per la mostra Il corpo della voce, è andato in scena presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma Edipo Re, esercizio di memoria per quattro voci femminili di Chiara Guidi. Nella sala 9 del Palazzo (completamente sold out) quattro attrici donano le loro voci a quartetti di personaggi che hanno come fulcro Edipo. La sintesi dello schema vocale dei personaggi lo troviamo sullo sfondo: l’albero della vita di kabbalistica memoria con le sue dieci Sephiroth rinominate per l’occasione e con Edipo che sostituisce tutti i gradi principali, dal divino all’umano (Edipo sostituisce Kether, Tiferot, Yesod e Malakuth).

Il testo di Sofocle viene ricreato e trattato come partitura vocale. Le quattro attrici, al microfono, cambiano personaggi durante il decorso dello spettacolo. Sono i personaggi vocali qui ad intersecarsi e scambiarsi, sorreggersi ed interrogarsi, proseguendo uno nell’altro. E da queste voci – assieme a quelle del coro di cittadini che nei tre giorni precedenti lo spettacolo hanno studiato con Chiara Guidi – prende forma l’intero spettacolo. L’esercizio di memoria sulle parole di Sofocle diviene scomposizione che mira prima di tutto al portato fonico, alla dischiusura di un nuovo e antico senso, quello che con Giorgio Agamben potremmo chiamare un experimentus vocis, quello in cui «nell’istante dell’enunciazione […] il linguaggio non si riferisce a nessuna realtà lessicale né al testo dell’enunciato, ma unicamente al proprio aver luogo»1. Così questo flusso sonoro – in cui s’innestano suoni e texture create da Scott Gibbons - cui è mancata un’adeguata amplificazione – ci trascina davanti al mito.

Anni fa, seguendo un laboratorio di Chiara Guidi, appuntai alcune sue parole: “la voce è nascosta e può lavorare un testo per far emergere tutto quello che non dice, poiché la voce è puro voler dire che non spiega, non intrattiene, ma scava nel corpo provenendo da un organismo complesso, corpo e ambiente”. Questo Edipo Re è la messa in pratica di questa idea.

L’esercizio a cui allude il sottotitolo è quello delle memorie vocali dove si agita sempre qualcosa di nascosto, torsioni e slittamenti che contraddistinguono anzitutto un processo che più che compiersi si dipana tra i personaggi vocali e quindi incide direttamente sulla composizione del linguaggio. È qui che trovano senso i fonemi, le singole lettere, le vocali allungate che sorreggono sentenze e difese. Tutta la narrazione si articola in questi movimenti che ci restituiscono l’idea di una drammaturgia vocale. Non si tratta più allora di rappresentare un testo ma di incrinarlo per portarne alla luce la potenzialità data dall’incontro tra le voci. Proprio da questo incontro Edipo scopre il suo destino e davvero è già tutto compiuto? Il segreto della voce riecheggia nella Sala 9 del Palazzo delle Esposizioni e ci lascia un dubbio riguardante l’immaginazione. La persistenza del suono è più effimera di qualsiasi lampo d’immagine ed è qui il nodo di una drammaturgia vocale. L’immaginazione indirizzata da questo sciame di voci ci restituisce il quadro completo ma il colore sulla tela svanisce e ciò di cui abbiamo fatto esperienza ci richiede uno sforzo maggiore, un decisivo ricorso alla memoria acustica che si alimenta dell’immaginazione, come Edipo che «solo con la voce […] scopre la verità del proprio destino: l’essere figlio immaginario di suo padre»2.

Ad un secondo livello di lettura, questo aver luogo della voce nell’Edipo Re di Chiara Guidi ci mostra la formazione di un soggetto disancorato, appunto “figlio immaginario di suo padre”, slegato da quella legge del padre che crea individualità. Edipo non è individuo ma soggetto a-centrico, e questa de-centratura viene messa in risalto dal trattamento vocale che Chiara Guidi realizza con la sua partitura: «più che opporsi alla scrittura, come avviene nell’ambito degli studi sull’oralità, la voce si oppone perciò […] al linguaggio, ai suoi canoni disciplinati, al gendarme della grammatica e della sintassi»3. Sono le esigenze delle voci a riorganizzare il testo mettendo sotto scacco il linguaggio, così le valenze sonore prendono il sopravvento donando quel piacere ritmico4 in cui Edipo si disperde. Questa disindividualizzazione sembra appartenere a quel divenire-donna indicato da Gilles Deleuze, un’alterità continua nei propri confronti: «Donna è un modo d’essere trans-individuale in perenne divenire. E divenire-donna significa concatenare quanto eccede la dimensione individuale»5. Così Edipo si chiede nel finale della partitura“Dove rapida vola via ora la mia voce?” e solo quando il fato si è compiuto Edipo può rispondere, “Amico, seppure nell’ombra, riconosco la tua voce!”6.

EDIPO RE DI SOFOCLE | ESERCIZIO DI MEMORIA PER QUATTRO VOCI FEMMINILI

da un’idea di Chiara Guidi in dialogo con Vito Matera

suoni originali Scott Gibbons

scene luci e costumi Vito Matera

con Angela Burico, Chiara Guidi, Anna Laura Penna, Chiara Savoi

coro poetico composto da settanta cittadini

produzione Societas

1

 G. Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet, Macerata 2016, p. 45.

2

 Dalle note redatte da Chiara Guidi per lo spettacolo.

3

 A. Cavarero, A più voci. Filosofia dell’espressione vocale, Felitrinelli, Milano 2003, p. 146.

4

 Ivi, p. 149.

5

 G. De Fazio, Etica delle composizioni. Sul divenire-donna e le linee di fuga della corporeità, in «La Delouziana», n. 2/2015, p. 51. Disponibile al link http://www.ladeleuziana.org/wp-content/uploads/2015/12/De-Fazio.pdf

6

 Partitura dell’Edipo Re, esercizio di memoria per quattro voci femminili di Chiara Guidi, p. 49.

Stratos, Berberian, Bene: la voce come corpo

Ida Alessandra Vinella (gruppo ácusma)

Stratos alle prese con effetti per preparare la voce legati alla registrazione in solo dal titolo METRODORA, edita per la collana Cramps/Diverso, Milano, 1976
Foto Roberto Masotti. Lelli e Masotti Archivio. Courtesy 29 ARTS IN PROGRESS gallery © Roberto Masotti

La voce, il confine tra materia sensibile e parola, tanto misteriosa quanto ineffabile, diviene finalmente protagonista di un evento di richiamo: la mostra organizzata al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal titolo Il corpo della voce, a cura di Anna Castelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano.

La voce, materia fisica di cui è fatto il suono del corpo, quello che tutti produciamo per esprimerci, aldilà del linguaggio; la voce, elemento essenziale della volontà d’esserci hinc et nunc, in questa mostra è chiamata a manifestare tutta la sua potenza attraverso gli esempi dei tre grandi artisti e sperimentatori dell’Italia del XX secolo: Demetrios Stratos, Cathy Barberian e Carmelo Bene. Non sono gli unici possibili, ma tra i più grandi che hanno segnato l’Italia con il loro passaggio, che hanno lasciato traccia di unicità, mettendo al centro delle loro produzioni, il proprio talento vocale. Del resto la voce è già di per sé portatrice di unicità poiché, prima ancora di entrare nel processo di articolazione, prima che il senso del suo contenuto fonematico, veicola il suono prodotto da una precisa e unica struttura corporea e psichica.

Una mostra difficile: come esporre la voce, come rendere il concetto che la vocalità, ossia la dimensione espressiva dell’emissione vocale, diventa appunto corpo, attraversa lo spazio, colpisce la pelle, assuma una dimensione plastica, rimbalza e si spazializza. Una mostra mancante fino ad oggi e quindi necessaria, in quanto a Roma, né istituzioni musicali né teatrali, né massmediatiche hanno mai pensato di accogliere il fenomeno vocale come soggetto museale. E da qui discende che ad accogliere, promuovere l’esponibilità della vocalità è la Fondazione Palazzo delle Esposizioni, luogo di mostre di artisti plastici e, di recente, in corrispondenza con la presidenza dell’artista Cesare Pietroiusti, aperto ad accogliere anche altri linguaggi, il video con l’installazione multischermo Manifesto di Julian Rosenfeldt, la performance art alla Pelanda e in prospettiva una scuola di alta formazione sulle performing arts. Questo pluralismo di linguaggi, non solo visivi si accompagna a una variazione di formati: non solo opere ma anche seminari, conferenze, processi aperti alla partecipazione dei visitatori (come il laboratorio aperto secondo il metodo Linklater di emissione vocale), volti alla formazione, al fare esperienza.....

A precedere le stanze dedicate ognuna al singolo artista cui la mostra è dedicata, ci imbattiamo in una introduzione tecnica essenziale, dedicata al funzionamento dell’apparato fonatorio, con approfondimenti legati alla produzione del suono attraverso gli organi fonatori e video scientifici ed esplicativi di ciò che non vediamo al momento del passaggio dell’aria attraverso le pliche laringee (corde vocali).

Così, dal vedere la voce in video si passa al suo tocco.

In una tappa lungo il percorso è possibile infatti fare breve esperienza di cosa può essere il “tocco del suono” (nel gergo del Metodo Linklater) della propria voce naturale ricercata da Kristin Linklater nel suo Metodo, qui proposto attraverso un mini laboratorio pratico aperto ai visitatori che vogliano “fare esperienza” vocalica. Si comprende meglio come, la vera materia che si può indagare attraverso la voce, non è solo il significato di cui essa è portatrice, ma la voce in sé e la sua origine fisica e corporea.

La mostra fin qui si ripromette, a mio avviso riuscendoci, di scardinare il pregiudizio innato e maggiormente diffuso, che la voce sia legata esclusivamente alla parola, riportandola così allo statuto di pura phoné e preparandoci quindi ad entrare nel vivo della produzione artistica che attorno ad essa si è mossa.

Dopo questo prologo introduttivo sui tratti fisico biologici legati all’emissione vocale, agli organi fonatori, ai tratti distintivi di ogni voce, descritti con ampie didascalie appese alle pareti e con visualizzazioni su schermi video ridotti, si introducono gli artisti. Si passa dalla scienza all’arte vocale, attraverso l’esperienza di Demetrio Stratos, protagonista emblematico di entrambi gli aspetti. Tra foto, immagini di repertorio, ascolti e scritti, ritroviamo la voce Stratos nelle numerose cuffie rese disponibili lungo il percorso, a restituire esempi tratti dalle sperimentazioni che lo hanno reso celebre come ricercatore scientifico oltre che come cantante. Le collaborazioni con John Cage, di cui nel 1974 interpreta Sixty-Two Re Merce Cunningham per voce non accompagnata e microfono. A Metrodora, l’album del 1976 in cui confluiscono le sue ricerche sulla voce, è dedicata una stanza dove la cuffia e il buio permettono un’esperienza immersiva; i dattiloscritti con annotazioni originali sul testo La Milleuna di Sanguineti del 1979, ricordano che non solo la musica, ma anche il teatro e la poesia sono stati per Stratos territori di esplorazione e di espansione vocale. Per arrivare poi alla raccolta Cantare la voce con esempi di possibilità vocaliche, quali le diplofonie, la bitonalità, i fischi glissati e la vocalizzazioni che avevano attirato nel tempo l’interesse scientifico della ricerca in ambito foniatrico.

Accanto all’artista, viene reso disponibile per il visitatore uno strumento di indagine e misurazione: un’installazione interattiva dedicata all’auto valutazione della propria qualità vocalica. Ciò permette di effettuare in itinere un test della propria voce grazie al “Diagramma di Raucedine”, un software che ricava lo stato di salute delle corde vocali attraverso la registrazione di una /a/ prolungata che, captata da un microfono, restituisce all’interno del grafico, la relazione tra il soffio presente nel suono emesso e il “rumore” ovvero l’irregolarità dell’onda sonora.

Nella seconda stanza: Cathy Berberian, cantante mezzosoprano e compositrice statunitense di origine armena, musa ispiratrice dei più grandi tra gli sperimentatori musicali del ‘900. Nella mostra viene messo in risalto il sodalizio artistico con Luciano Berio, le collaborazioni con John Cage, l’interesse di Bruno Maderna, di Igor Stravinskij, di Sylvano Bussotti. Compositori attratti dalla sua versatilità vocalica in grado di produrre i gesti vocali e sonori della nuova musica degli anni ’50 e ‘60. Anche in questo caso immagini di repertorio scritti e ritratti dell’artista affollano le pareti, gli schermi e le cuffie riproponendo alcuni dei suoi più importanti lavori. Tavole originali della partitura manoscritta e autografa di Aria, composto per lei da John Cage nel 1959; stampe di Stripsody, la ricerca intorno ai suoni onomatopeici tratti dai fumetti di Jacovitti del 1966 e infine le partiture personali con note de La passion selon Sade di Sylvano Bussotti, rappresentato per la prima volta a Palermo nel 1965. Tra canto, recitazione e suono, si passa all’ultima tappa del percorso, la stanza dedicata a Carmelo Bene. Anche in questo caso ciò che più ricorre durante il tragitto sono inediti manoscritti, pagine di quaderni, copioni con appunti autografi, lasciando spazio all’emozione unica di immaginare quella scrittura dietro la quale a celarsi è la pura phoné tanto celebrata da Bene.

Come dichiarato nel bel catalogo che raccoglie l’intero percorso della mostra, arricchito di saggi, immagini e articoli da manuale, questa esposizione si ripromette non di esaurire ma di aprire il percorso a un’ indagine ben più ampia e fa da incipit per suscitare l’interesse della collettività su un tema aperto e ancora tutto da esplorare.

Il corpo della voce

a cura di Anna Castelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano

Roma, Palazzo delle Esposizioni

fino al 30 giugno 2019