Movimenti e realpolitik

Benedetto Vecchi

Il governo tecnico del professor Monti è la traduzione italiana di quel mutamento autoritario del sistema politico che vede la cancellazione dell’equilibrio tra il potere giudiziario, legislativo e esecutivo che ha caratterizzato, nel bene e nel male, la democrazia del lungo secolo alle nostre spalle. Antonio Gramsci avrebbe parlato di rivoluzione passiva. Più prosaicamente quello che si è consumato è l’adeguamento della forma Stato alla vocazione globale del capitalismo contemporaneo che ha nella finanza una forma inedita di governance dell’accumulazione di capitale.

Rimane inevaso il nodo della legittimità del potere esecutivo, visto che la sua fonte non è più solo nella volontà popolare, ma attinge nei vincoli degli organismi sovranazionali – la troika in Europa – o viene investito di autorità dalla mano molto visibile dei mercati. Dagli inizi della crisi economica si è dispiegata una controrivoluzione dall’alto che ha definitivamente svuotato la democrazia rappresentativa di ogni credibilità. È in questo contesto che il tema dei beni comuni si è imposto come tema politico, interpretati come l’ultimo argine a una radicale e irreversibile mercificazione della vita associata.

Questo l’ordine del discorso di molti movimenti sociali nel Nord e nel Sud del pianeta, ma anche di molti giuristi e economisti, premiati anche con il Nobel per il loro contributo intellettuale teso alla salvaguardia dei beni comuni (la statunitense Elinor Ostrom). Eppure, ogni analisi sui beni comuni risulta incompleta se è assente un'altrettanto articolata elaborazione dei rapporti sociali di produzione, a partire dalla eterogenea composizione del lavoro, composta da lavoratori della conoscenza, lavoratori manuali delle imprese dei servizi, operai ancora alla catena di montaggio e di quella costellazione a geografia variabile di lavoro e non lavoro, figure tutte accomunate dalla precarietà, eletta a norma universale per i rapporti tra capitale e lavoro.

I beni comuni non sono però un’oasi che rende accettabile il deserto del regime di accumulazione dominante. Sono semmai l’esito tangibile, anche nella sua forma digitale o «immateriale», di una cooperazione sociale e produttiva sottoposta allo stigma del lavoro salariato. La politicità di un discorso sulla espropriazione delle terre in India, Africa o sul diritto di accesso alla Rete o nel rivendicare la formazione permanente o nel criticare le norme sulla proprietà intellettuale sta proprio nello svelare l’arcano di come viene prodotta la ricchezza su scala globale; e di come l’accumulazione originaria è un atto che si rinnova ogni volta che il capitalismo si riproduce, allargando la sua zona di influenza. Può riguardare le terre espropriate dal complesso agroalimentare in Africa o quelle sottratte all’uso civico per costruire qualche grande diga, come è accaduto e accade in India o Cina; o come l’intelligenza collettiva viene «catturata» per diventare mezzo di produzione.

Ogni volta che si rinnova la violenza dell’accumulazione originaria, la forma Stato muta. È una tendenza globale, non solo italiana. Nel nostro paese accade semmai che la Costituzione uscita dal Secondo conflitto mondiale sia ridotta a carta straccia. Affermare tuttavia che la Costituzione italiana ha perso il suo potere performativo non è un delitto di lesa maestà, ma la constatazione di ciò che è già accaduto. La controrivoluzione dall’alto si è già infatti consumata in questi ultimi decenni. Il governo dei tecnici la ratifica, stabilendo che l’insieme dei diritti, delle norme, dei valori stabiliti dalla Costituzione non è più l’unico fondamento della democrazia italiana. Ce ne sono altri, che vanno cercati a Strasburgo, Bruxelles, nella sede del Fmi a Washington. Nell’azione delle grandi corporation finanziarie.

Il regime di sovranità limitata in cui opera ormai lo Stato-nazione ha dunque bisogno di una risposta adeguata all’avvenuta destrutturazione dell’impianto costituzionale della forma-Stato. Una risposta, va da sé, che non può che partire proprio dai movimenti sociali, senza chiudere gli occhi sulla loro crisi, la loro intermittenza, la loro irrappresentabilità, che li porta ad avere un rapporto ambivalente con gli istituti della rappresentanza. Nei mesi scorsi, tuttavia, c’è chi ha lamentato il silenzio dei movimenti sociali, puntando l’indice sull’assenza in Italia di un equivalente degli indignados spagnoli o di Occupy Wall Street.

Oppure c’era l’invito a considerare il populismo digitale del Movimento 5 stelle come l’approdo di quella eterogenea composizione della forza-lavoro che si riflette nei movimenti sociali, rimuovendo il fatto che ogni volta che c’è un’insorgenza sociale o culturale, è proprio quella eterogeneità la cruna dell’ago dove passare, sgomberando il campo dal futile mugugno degli orfani del Quarto Stato e senza cadere nella tentazione di dare vita a un revival di un palingenetico fare società. Così, quando tutto attestava la deriva populista tutta italiana del mitico 99% su cui ha molto discusso l’esperienza di Occupy o il silenzio dei movimenti, in questo autunno le strade si sono di nuovo riempite di volti, storie, esperienze che vogliono misurarsi proprio con gli effetti non più collaterali della controrivoluzione dall’alto, riducendo finalmente al silenzio il coro stonato di chi alimenta passioni tristi o di chi invoca il primato della realpolitik, spacciandola come un salvifico ritorno alla realtà.

Ancora una volta, la barbarie

Augusto Illuminati

Oddio, ancora gli invocati barbari di Verlaine e Kavafis, di nuovo un elogio benjaminiano della barbarie? Non preoccupatevi, è solo un riflesso involontario, l’impulso a vomitare quando vi ficcate un dito in gola. Il dito o l’intera mano in questione è l’imperversare del termine civico o civile, variamente associato a “lista”, “scelta”, “società” o “rivoluzione”, che ammorba il dibattito pre-elettorale italiano. Non diamone, per carità, la colpa a Hegel o Koselleck. Lo sappiamo che bürgerliche Gesellschaft contiene quell’ambiguità per cui bürgerliche significa allo stesso tempo “civile” e “borghese”, ci rendiamo conto che l’opposizione impolitica liberale all’assolutismo, passando per salotti, giornali, massoneria e opinione pubblica, si è installata al vertice della società politica e a sua volta ha chiuso la porta ad altri strati emergenti.

Mica stiamo a pettinare i concetti o a inseguire sui tetti il tacchino della civiltà. Però quel civico-civile, versione urbanizzata dell’antipolitica urlata a 5 stelle, ci sa di fregatura, mischia giustizialismo ed elitarismo, si colloca oltre destra e sinistra, antepone la criminalità dei mafiosi e degli evasori fiscali al normale e legale sfruttamento di classe, mette in mano l’Italia a un ceto di tecnici o di magistrati, la cui personale correttezza (ma ci sono anche Casini e Fini con parenti al seguito, tanto per non far nomi) non garantisce l’imparzialità sociale, ci accontentiamo di poco.

Nessun elogio dell’incivile-barbarico, allora, della pancia o delle curve, ma cosa sta alla radice del fastidio per le litanie sulla società civile? Innanzi tutto il disgusto per l’ipocrisia dell’operazione. Invece di cambiare il ceto politico o di mettere in questione la stessa categoria di rappresentanza, di regola l’appello al civico-civile è un modo di parare le critiche della cosiddetta antipolitica, affiancando una lista di eminenti esponenti (cattolici e bancari) della suddetta società civile ai più malfamati arnesi della politica politicante (la Scelta civica di Monti, correntemente soprannominata Scelta cinica, affiancata a Udc e Fli), oppure addizionando ai rappresentanti di un altro e forse miglior settore i più o meno presentabili segretari di piccoli partiti al momento extra-parlamentari o in via di diventarlo, come nel caso di Rivoluzione (che parola grossa) civile, versione benintenzionata e sfigata dell’impettito Centro tecno-senatoriale. Ah, veder sfilare les grands Barbares blancs...

Poi la bizzarria di affidare l’immaginaria complessità compositiva della società civile – plurale, differente, variegata, wow! – a un Capo, un Nome, un Calato dall’Alto (Quirinale o Guatemala che sia, sebbene in notorio contrasto), prendendo sul serio l’indicazione (costituzionalmente nulla) del leader sulle schede. M5S, per non farsi mancare niente, ha addirittura una coppia: l’imam comico sul proscenio, Grillo, e l’imam nascosto dai lunghi capelli, Casaleggio, segreto ma non troppo. C’è quasi da congratularsi con la sobrietà dell’inventore della personalizzazione, Berlusconi, che finge di allontanare dalle labbra il calice amaro della premiership, e di Bersani che si limita a buttar lì un po' di società civile assortita (filosofe e filosofi, commercianti, economisti liberali ecc.) senza troppo mettersi in mostra, secondo la regola del vantaggio.

Anche perché aveva già dato (e preso) nella brillante sceneggiata delle primarie. Il paradosso è duplice: 1) più la rappresentanza è in crisi e il ceto politico sputtanato, più si concentra in una persona, 2) più a comandare sono i mercati finanziari e anonimi organismi sovranazionali, più si enfatizza un inesistente decisionismo individuale, il Capo che però deve obbedire all’Europa o alla Bce o ad altri capi sovraordinati, si chiamino Obama o Merkel. Ahimé, è scesa la notte e i barbari non sono arrivati, peccato erano una qualche soluzione, giatí enúktose k’oi bárbaroi den elthan... oi ánthropoi autoí esan mia kapia lusis.

Andiamo allora alla radice, la società civile. Non perdiamo tempo con le versioni circensi a destra (Samorè, Briatore, Minetti...) ma pure a sinistra (appena uscito l’on. Calearo, arriva niente meno che l’assessore siciliano Zichichi), e contempliamone la componente più seriosa: benefattori, finanzieri, imprenditori, magistrati ecc. Si tratta dell’ultima e degradata versione del popolo sovrano di un tempo, cui viene restituita una pretesa di rappresentanza, proprio nel momento in cui il vero potere sta abbandonando la logica della rappresentanza a favore di un esercizio tecno-elitario. Una copertura simbolica con cui i veri padroni (Marchionne, Passera, perfino l’umbratile Montezemolo) non si sporcano le mani, dove invece si affollano faccendieri di ogni tipo, brave persone che “lavorano nel sociale”, intellettuali assortiti, tanti volenterosi cattolici e operatori intermedi della governance.

Pastori in rappresentanza del gregge, anzi addobbati in pelli di pecora per la gestione molecolare e mediatica della democrazia del pubblico – per usare una definizione che comprende varie sfumature di populismo e de-autorizzazione o espropriazione dei soggetti politici. In conclusione, repulsione e diffidenza per il termine hanno buone ragioni e suggeriscono una presa di distanza, l’avvio di una ricerca costruttiva su quanto si colloca al di là del civico-civile e del popolare, su una democrazia del comune ben differente dalla democrazia del pubblico.

Grillo e il Quinto Stato

Carlo Formenti

Il successo elettorale del Movimento 5 Stelle sollecita un approfondimento dell’analisi in merito alle ragioni per cui non esiste una Occupy italiana. Molti attribuiscono questa assenza alla persistente egemonia delle sinistre radicali «classiche» (recentemente confermata dalla mobilitazione del No Monti Day). Personalmente ritengo più interessante ragionare sulla peculiarità della composizione di classe della nostra società, caratterizzata, da un lato, dalla relativa tenuta di strati proletari di tipo tradizionale, tuttora capaci di agire da attrattori politici per una parte dei lavoratori precari, dall’altro lato, dal limitato peso numerico e politico dei knowledge workers.

L’esito delle lezioni siciliane sollecita un’ulteriore riflessione sul secondo punto: mi pare ormai evidente che ampi strati del nostro «Quinto Stato» trovano rappresentanza nel Movimento 5 Stelle più che nell’area politico culturale di ispirazione neo/post autonoma. I giovani esponenti delle nuove professioni si riconoscono in 5Stelle per varie ragioni: sia perché ne condividono le scelte organizzative – una federazione di gruppi locali con forte autonomia –, sia perché ne apprezzano l’ideologia radicalmente «impolitica» (posto che l’etichetta antipolitica, coniata da partiti e media, ha valore puramente propagandistico), vale a dire il netto rifiuto del nostro marcescente sistema di democrazia rappresentativa, unito alla ricerca di modelli alternativi di democrazia diretta, nei quali ritroviamo aspetti – mandato imperativo e revocabilità della delega, scelta dei candidati via Web, allineamento degli stipendi degli eletti a quelli dei lavoratori comuni – che sembrano «copiati» da quelli adottati dagli insorti della Comune di Parigi.

Come spiegare la contraddizione fra questi princìpi e la leadership «monarchica» di Grillo (non molto dissimile, per inciso, a quella fra la leadership carismatica di Vendola e la base del suo movimento)? Si tratta di una contraddizione apparente, visto che stiamo parlando di soggetti sociali atomizzati ed eterogenei, che tentano di riaggregarsi attraverso un medium – la Rete – che promuove un paradossale mix di comunitarismo e individualismo, di orizzontalità democratica e di concentrazione/personalizzazione del potere. Sono caratteristiche che marcano i limiti di un’esperienza che, mentre appare destinata a ottenere lusinghieri risultati elettorali, rischia di afflosciarsi rapidamente in assenza di un chiaro modello interpretativo della società italiana, e di un conseguente progetto politico – soprattutto se e nella misura in cui, all’originario nucleo «creativo», verranno aggregandosi altri soggetti (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, ecc.), accomunati dalla rabbia contro la «casta» ed esasperati dalla crisi.

La domanda cruciale è tuttavia la seguente: esistono progetti politici alternativi, in grado di presidiare lo spazio politico fra i «vecchi» movimenti, egemonizzati dalla sinistra radicale, i grillini? L’area post operaista, che non a caso auspica più di ogni altra la nascita di una Occupy «made in Italy», sembra volersi candidare a svolgere tale ruolo. Il problema è che non esiste alcuno spazio politico da presidiare: da un lato, la sinistra radicale, con tutti i suoi limiti, incarna la resistenza operaia alla ristrutturazione capitalistica, dall’altro lato, 5Stelle rappresenta già, di fatto, una sorta di Occupy italiana. In mezzo, si vedono solo discorsi teorici sui beni comuni al di là della dicotomia pubblico/privato, su una riforma del welfare fondata sul reddito di cittadinanza, sul presunto «potere costituente» delle moltitudini.

Si tratta tuttavia di temi e parole d’ordine che, opportunamente tradotti e banalizzati, possono essere tranquillamente digeriti e incorporati sia dalla sinistra radicale «classica» che dai grillini. Il che rafforza un dubbio che, chiunque si consideri ancora comunista, non può evitare di provare leggendo il «non manifesto» di Negri e Hardt (appena uscito da Feltrinelli): è possibile che l’eresia marxista del postoperaismo si sta trasformando in una filosofia liberale di (estrema) sinistra? Il che spiegherebbe, per inciso, la fortuna della «italian theory» fra gli accademici d’Oltreoceano.

Dal numero 25 di alfabeta2, nelle edicole, in libreria e in versione digitale

La politica del comune

Raimundo Viejo Viñas

Una vecchia idea ossessiona la sinistra, è l'idea della Grande Rivoluzione. Secondo quest'idea un movimento sociale ben organizzato e inquadrato all'interno di una strategia unitaria di conquista del potere e sotto la guida di un soggetto antagonista - un partito, oppure un sindacato - una volta conquistato il potere riuscirà a sconfiggere il neoliberismo.

In questo senso oggi la Grecia si trasforma per noi in un esercizio di fantasia e - in quanto tale - in un straordinario «altrove» costitutivo al servizio della politica identitaria. Così come l'Italia degli operaisti, la Euskal Herria degli indipendentisti e altri esempi, la Grecia diventa una sorta di territorio immaginario che ci permette di fuggire quella terribile sensazione di impotenza indotta dall'idea della Grande Rivoluzione. Infatti quel che risulta davvero insopportabile per i supporter di quest'idea epica della Rivoluzione, è proprio lo sconsolante divario tra le condizioni effettive di potere sotto la cui oppressione si trovano a vivere e l'esigenza di un cambiamento radicale.

Più esattamente: per la sinistra radicale quella della Grande Rivoluzione è una sorta di favola che funziona come un alibi. È la narrazione nevrotica di un passato vittorioso che, in quanto tale, oggi non si realizzerà. La sua verità è data per scontata e a questa verità si richiede solo di essere ciò che è: un assioma. Ma, soprattutto per chi come noi ha dovuto sperimentare decenni di retrocessione neoliberista, il problema non è fondamentalmente epistemico né psicologico, quanto piuttosto politico: bisogna riuscire a modificare le condizioni effettive di potere sotto le quali il neoliberismo continua a crescere, in modo da rendere possibile un'alternativa reale.

Kazimir Malevič, Cavalleria rossa (1928-1932)

Come rapportarsi allora all' «altrove» greco? Come trarre da quella esperienza una lezione effettiva che vada oltre le proiezioni nevrotiche di impotenza politica? È indispensabile invocare il principio di realtà di fronte alla fantasia, in politica è sempre necessario verificare l'efficacia delle proprie azioni con rigore e senza sconti. Solo così gli sforzi enormi a cui sono chiamati tutti quelli che attivamente partecipano al movimento potranno portare a una trasformazione reale.

Concretamente questo deve tradursi in una valutazione realista dei risultati politici delle mobilitazioni, e questi risultati – occorre sottolinearlo – non si valutano solo a partire dal grado di partecipazione che registrano le mobilitazioni, ma anche e soprattutto a partire da ciò che si sedimenta nel tempo al di là del successo di una singola manifestazione (il ché rimane comunque un risultato importante). Una mobilitazione insomma non dovrebbe esaurirsi nell'arco della giornata, nel giorno della manifestazione o dello sciopero, ma è assolutamente indispensabile – se davvero si vuole cambiare qualcosa – cominciare a proiettare i propri obiettivi al di là di ogni singola giornata di lotta, oltre ogni ciclo di lotte, più in là di ogni ondata di mobilitazioni.

Così diventa possibile ridefinire la politica in una dimensione realmente produttiva: gli scioperi sindacali tradizionali, generali o di settore, si demistificano a favore dello sciopero del precariato metropolitano. Il proselitismo partitico cede il passo alla cooperazione tra singolarità irriducibili, la costruzione di egemonie interne fa un passo indietro rispetto al confronto agonistico tra uguali, e la costruzione di egemonie esterne fugge la disciplina delle negoziazioni e dei patti tra élites... Il risultato di tutto questo è che la politica si ridefinisce in una dimensione in cui il successo partecipativo lo si valuta come tale solo a medio termine, diventa possibile produrre le istituzioni dell'autonomia, e costituire - pertanto - il comune. Ovvero la Repubblica del 99%.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino

La riappropriazione sociale del comune

Antonio Negri

La fase attuale è caratterizzata dalla crisi di tutte le sinistre che non si vogliono costituenti. Viviamo in un periodo di lotte contro la crisi economica e politica del capitalismo – lotte che rivelano in maniera sempre più ampia uno spirito rivoluzionario. I movimenti insurrezionali nei paesi arabi come nei paesi europei si rivolgono contro la dittatura politica di élites corrotte o contro le dittature politico-economiche delle nostre democrazie di facciata. Non intendiamo certo confondere le une con le altre, ma è sicuro che c’è ormai una voglia di democrazia radicale che traccia un «comune di lotta» a partire da fronti diversi. Le lotte oggi si presentono in maniera diversa ma sono unificate dal fatto di ricomporre le popolazioni contro le nuove miserie e l’antica corruzione. Sono lotte che dall’indignazione morale e dalle jacqueries moltitudinarie muovono verso l’organizzazione di una permanente resistenza e l’espressione di potenza costituente; che non attaccano semplicemente le costituzioni liberali e le strutture illiberali dei governi e degli stati, ma elaborano anche parole d’ordine positive come il reddito garantito, la cittadinanza globale, la riappropriazione sociale della produzione comune. Per molti aspetti l’esperienza dell’America latina nell’ultimo decennio del secolo ventesimo può essere considerata preambolo a questi obiettivi, anche per i paesi centrali del capitalismo altamente sviluppato.

Può la sinistra andare oltre il moderno? Ma che cosa significa andare oltre il moderno? Il moderno è stato accumulazione capitalista sotto il segno della sovranità dello Stato-nazione. La sinistra è stata spesso dipendente da questo sviluppo e quindi corporativa e corrotta nella sua attività. C’è anche stata, però, una sinistra che si è mossa dentro e contro lo sviluppo capitalistico, dentro e contro la sovranità, dentro e contro la modernità. È di questa seconda sinistra che ci interessano le ragioni, quelle almeno che non siano divenute desuete. Se la modernità capitalista subisce uno stato di crisi irreversibile, anche le pratiche antimoderne, progressiste nel passato, hanno perso le loro ragioni. Se vogliamo ancora parlare di ragioni della sinistra, oggi vale solo farlo per una «ragione altermoderna», capace di rivitalizzare radicalmente lo spirito antagonista dell’antico socialismo.

Né gli strumenti regolatori della proprietà privata né quelli del dominio pubblico possono interpretare i bisogni di quest’alternativa al moderno. Il solo terreno sul quale attivare il processo costituente è oggi il comune – «comune» concepito come la terra e le altre risorse di cui partecipiamo, e anche e soprattutto come quel comune prodotto dal lavoro sociale. Questo comune, tuttavia, deve essere costruito e organizzato. Proprio come l’acqua non è resa del tutto comune finché non sia montata un’intera rete di strumenti e di dispositivi per assicurarne la distribuzione e l’utilizzo, così la vita sociale basata sul comune non è immediatamente e necessariamente qualificata da libertà e uguaglianza. Non solo l’accesso al comune ma anche la sua gestione devono essere organizzati e assicurati dalla partecipazione democratica. Preso in sé, dunque, il comune non taglia il nodo gordiano delle ragioni della sinistra, ma scopre il terreno sul quale esse devono essere ricostruite.

La sinistra deve capire che solo una nuova Costituzione del Comune (e non più la difesa delle costituzioni ottocentesche o postbelliche) può ridarle esistenza e potenza. Le costituzioni esistenti, come abbiamo già ricordato, sono costituzioni di compromesso, ispirate da Yalta più che dai desideri dei combattenti antifascisti. Esse non ci hanno reso giustizia e libertà ma hanno semplicemente consolidato, con il diritto pubblico della modernità, le strutture capitalistiche della società. Anche negli Stati uniti la sinistra subisce lo stesso ricatto costituzionale. Deve superarlo. Deve farlo per andar oltre la tragica periodica ripetizione di una sinistra al governo che rifinanzia le banche che hanno determinato la crisi, continua a pagare guerre imperiali, ed è incapace di costruire un welfare degno di un grande proletariato com’è quello statunitense.

Oggi si esige una costituzione del comune, e questa fabbrica del comune esige un Principe. Non crediamo che qualcuno pensi a questo principio ontologico e a questo dispositivo dinamico come lo pensarono Gramsci o i padri fondatori del socialismo. È solo dalle nuove lotte per la costituzione del comune che questo Principe potrà emergere. È solo un’assemblea costituente dominata da una sinistra alternativa che potrà mostrarlo.

Anticipiamo un brano tratto dall'ultimo libro di Antonio Negri, «Il comune in rivolta. Sul potere costituente delle lotte» in uscita il prossimo 26 aprile per ombre corte.

Fare cose con le parole

Lorenzo Coccoli

«Il valore delle cose» di Yan Thomas (Quodlibet, 2015) verrà presentato domenica 29 marzo alle 13.00 nell'ambito di Book Pride - Fiera dell'editoria indipendente a Milano (Frigoriferi Milanesi - via G. B. Piranesi 10). Interverranno Eva Cantarella e il curatore Michele Spanò.

È nota quale sia la «x» che, nel celeberrimo quinto capitolo del Second Treatise, consente a Locke di risolvere il problema della proprietà. Dio ha dato il mondo in comune a tutti gli uomini: com’è possibile allora che essi possano possedere alcunché in privato? La risposta, a suo modo geniale, è però quasi-tautologica: l’appropriazione mediante lavoro è il gesto che, prima e al di là di ogni contratto, istituisce un diritto soggettivo esclusivo sui singoli beni. Nulla di più naturale, nulla di più immediato. Così come naturale e immediata è quella Besitznahme, quella presa di possesso che inaugura per Hegel il ciclo dialettico del diritto astratto, o quel nemein (prendere/conquistare) a cui Schmitt rinvia in quanto radice etimologica e significato primo del termine nomos.

E in effetti, fatte salve oscillazioni, deviazioni e pur cospicue divergenze, il concetto moderno della proprietà pare originare da un medesimo quadro paradigmatico, il cui perimetro è definito da un triplice ordine di priorità. Primato dell’appropriazione, innanzitutto. Ma anche primato del soggetto sull’oggetto – di un individuo possessivo sovrano su un mondo di cose a sua disposizione – e della natura sull’artificio, dell’immediatezza dell’atto appropriativo sulla mediazione dello strumento giuridico.

L’indagine archeologica che Yan Thomas – uno tra i più originali romanisti della seconda metà del Novecento – conduce ne Il valore delle cose [qui un estratto] consente precisamente di mettere sotto cauzione questa genealogia proprietaria, inquietandone e dunque rivelandone l’episteme. L’analisi spregiudicata e filologicamente rigorosa delle fonti del diritto romano gli dà modo infatti di riportare alla luce una costellazione concettuale diversa e addirittura opposta rispetto a quella moderna, e in cui il prius logico non è assegnato al momento prensile e «guerresco» della occupatio ma, tutt’al contrario, alla delimitazione di un ambito primario di inappropriabilità, di indisponibilità all’appropriazione.

È l’ambito delle res nullius in bonis: cose pubbliche, cose sacre, religiose e sante la cui destinazione – rispettivamente: all’uso comune della città o al culto degli dèi – le sottrae perpetuamente alla sfera sociale della proprietà e del commercio, costituendo però allo stesso tempo la precondizione affinché questa sfera possa emergere come tale. La vocazione patrimoniale delle res «non si coglie infatti che per contrasto rispetto al regime di indisponibilità da cui esse sono eccezionalmente colpite […]. Perché appaia esplicitamente la loro natura giuridica di cose valutabili, appropriabili e disponibili, è necessario che alcune tra esse siano state escluse dall’area dell’appropriazione e dello scambio». Lo stato d’eccezione delle cose indisponibili è insomma il dispositivo che permette di liberare quelle disponibili, aprendole al gioco profano del mercato.

Su questo palcoscenico, sono le res le indiscusse protagoniste. Secondo, decisivo rovesciamento rispetto alla prospettiva moderna: il paesaggio del diritto romano è un paesaggio a forte connotazione oggettiva, che sospende e anzi ribalta il primato incontrastato del soggetto e il suo rapporto di «libero dominio» con l’oggetto. Come scrive Michele Spanò nella sua bella postfazione, «all’ipotesi secondo cui sarebbe un soggetto (proprietario) a governare un mondo di cose naturalmente disposto all’appropriazione, [Thomas] oppone un mondo di cose qualificate […] dal diritto che distribuiscono titoli e diritti in capo a soggetti». Occorre però intendersi sulle parole (e sulle cose).

Perché la «cattura giuridica» delle res non consiste in una mera operazione di trasposizione di un piano di realtà in un orizzonte di discorso, non si limita a usare parole per descrivere cose che esistono prima e indipendentemente dalla loro enunciazione. Il diritto (romano, ma non solo) fa, letteralmente, cose con le parole: le sue qualificazioni ritagliano le porzioni di volta in volta rilevanti del reale e le costituiscono in res, producendo un mondo preternaturale che però ha il potere di retroagire su quello naturale e di modificarlo.

La procedura è il luogo where the magic happens, dove il linguaggio giuridico – sottolinea ancora Spanò – mostra «al più alto grado» il suo carattere performativo. Di qui l’equivocità strutturale del termine res, che designa «allo stesso tempo la cosa e il processo, il valore e la procedura attraverso la quale esso è stabilito». Il valore delle cose patrimoniali, così come l’invalutabilità di quelle extra-patrimoniali, non sono perciò semplicemente ricavabili dalle loro caratteristiche fisiche o dalle loro qualità ontologiche (dal loro valore d’uso), né sono direttamente desumibili dal loro prezzo (nel senso del valore di scambio), ma sono invece il frutto di una decisione lato sensu politica, si tratti della prescrizione di un magistrato o dell’arbitrato di un giudice.

Da questa de-sostanzializzazione del diritto, che attraversa per intero l’opera di Thomas, deriva infine il terzo e forse più radicale rovesciamento. Perché se assumiamo per vera l’ipotesi che il gesto appropriativo dipenda da una preliminare definizione giuridico-procedurale, e se – come fa Agamben nel saggio che apre il volume – riconosciamo al diritto il suo statuto di «strumento di denaturazione del mondo», dobbiamo allora anche ammettere che il regime proprietario ha davvero ben poco di immediato e di naturale. Ciò peraltro non avrebbe in sé nulla di particolarmente straordinario, non fosse che la «lunga cottura della storia» ci ha ormai abituato a considerare la naturalità della proprietà come un dato incontrovertibile e un tratto inalterabile del nostro essere-insieme.

In un’epoca in cui un secondo movimento di enclosures intacca con sempre maggiore violenza le riserve di indisponibilità antiche (città, teatri, strade, spiagge) e nuove (dal genoma ai saperi alla rete), la lezione di Thomas sta a ricordarci che la proprietà riposa su una fictio, che il suo fondamento non è naturale né teologico ma artificiale, illusorio. Il che non significa ovviamente dichiararne ipso facto la vanità o sancirne in un colpo l’inconsistenza: l’illusio, nel senso bourdieuiano, è al contrario proprio quel rapporto magico che ci tiene avvinti al gioco, che ci spinge ad attribuire valore alla posta in gioco del gioco sociale.

E tuttavia, ecco il punto, ciò significa che con la proprietà si può e anzi si deve giocare, che nessuna legge di natura può pretendere di metterla al riparo dal raggio d’azione della politica e del diritto. La teoria e la pratica dei beni comuni sembrano appunto muoversi in questa direzione, prendendo a divisa il vecchio monito di Rousseau: «Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!».

Yan Thomas
Il valore delle cose
A cura di Michele Spanò
Con un saggio di Giorgio Agamben
Quodlibet (2015), pp. 108
€ 12,00