Perì di noi gran parte

Paolo Terni

Le colline di Cesare Pavese e di Beppe Fenoglio – quelle Langhe variamente ripartite a seconda dell’altitudine, della distanza dal Tanaro, da Alba o del graduale loro intuire il mare – occupano ancora uno spazio letterario dignitosamente mitico pur consolidato, con orizzonti diversi, dall’aura leggendaria che irradiano storici pionieri locali, come Luigi Einaudi e Nuto Revelli. E il Buon Governo, la Resistenza o altri universi ideali da loro praticati e celebrati sono lì dotati di solidi radici comuni, frutto della coerente lettura delle viti, ceppi, vigneti, del Barolo, Dolcetto e Nebbiolo che ne costituiscono il concreto modello di riferimento.

Modello non privo di stranezza e follia laddove – in aree segretissime, imprevedibili, note solo a cani bastardi, banali e inoffensivi (ma in realtà amatissimi animali devozionali, onorati come lo sono, in India, alcuni sacri bovini) – capricciosamente generino (e poi gelosamente celino) il corposo e squisito, tartufo bianco… E i figli delle Langhe abitano lo stesso modello ove terragna solidità non disdegna capricci, stranezze o follìa in saporiti amalgami…

Giulio Einaudi non ha mai tradito questo suo modello e l’ormai ottantenne sua casa editrice ne è stata la fedele rappresentazione, sicuramente finché Giulio ne determinò compiutamente le sorti. E lo stesso poteva dirsi quando, con l’intento di onorare la memoria del padre Luigi appena defunto, non condivise il proposito di un tradizionale monumento funebre ma ideò una iniziativa sorprendente, anch’essa un po’ folle, immaginando di definire e realizzare il prototipo di una moderna biblioteca civica a Dogliani, luogo dei «Poderi Einaudi» faticosamente acquistati, lavorati e ampliati dallo stesso Luigi intorno alla magnifica dimora di famiglia in località San Giacomo.

E intorno all’idea di Giulio fu mobilitata una cospicua équipe di talenti ove spiccavano Bruno Zevi, che ne firmò l’architettura e lo storico Delio Cantimori, personaggio di riferimento della miriade di persone interpellate con questionario per suggerirne il catalogo ideale. E «la folle impresa» nacque sulle rive del Torrente Rea in forma metallica, luminosa, rossa, ornata di una splendida stele – alta, elegante, nera – dello scultore Nino Franchina: e fu, cinquant’anni or sono, una gran festa non solo ufficiale ma assai partecipata.

A qualche mese di distanza seguì la pubblicazione del catalogo in forma di Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata, opera ove un’ampia dissertazione del suo primo padre spirituale – lo stesso Cantimori – ne accompagnava le scelte e ne commentava la metodologia. Il mondo di una conservazione bibliotecaria allora retriva e timorosa e di un pensiero politico strutturalmente foriero, ahimè, degli attuali oscuri sviluppi, reagì con evidente ostilità: notevole eccezione fu invece quella, illuminata, di alcune istituzioni e associazioni umanitarie e civiche o di lotta all’analfabetismo operanti nel Mezzogiorno cui furono assegnati fondi pubblici, mirati proprio alla riproposta del modello nelle loro diverse realtà…

Proprio oggi si celebra il cinquantenario dell’iniziativa che, ormai, meriterebbe più di quanto sinora (e comunque) è stato correttamente documentato: una storia completa, valutazioni compiute, ulteriori possibili sviluppi… La sorte ha voluto che venisse a mancare – proprio in questi stessi giorni, come a ulteriormente sanzionare la fine di un’epoca – l’ultimo Presidente della casa editrice, Roberto Cerati, carissimo amico e storico «complice» dell’editore Giulio.

Chi scrive è stato attivamente partecipe dell’allora temerario progetto e delle prime, delicatissime, fasi della sua realizzazione: e oggi osserva questa Langa ormai turistica, colonizzata da nuovi residenti di ogni ricca provenienza, anche cementificata… E vede quello strano congegno scarlatto accanto alla sua metallica stele nera con sentimenti misti di nostalgia e di speranza…

E viene tentato dal riproporre quanto ebbe a scrivere in prefazione dell’ultima edizione della Guida alla formazione di una biblioteca (elaborata assieme a Ida Terni Einaudi e Piero Innocenti) ossia: «Si tratta di una nostra rabbia, lucida e testarda. La rabbia di chi pubblica libri letti da pochi e vorrebbe che i pochi fossero tutti. La rabbia di vedere tanti libri resi sordi e muti per la paura di lasciarli parlare. E la rabbia per il poco sforzo che ci sarebbe da fare – e che non si fa – per capovolgere la situazione, per dare a tutti gli strumenti dell’intelligenza e la forza della parola».

Cinquant’anni di un’utopia in forma di biblioteca