Fantasmi che si aggirano

Barbara Chitussi

Un giorno di primavera, Henry James Sr vide un fantasma. Gli era apparso durante una vacanza in campagna con i familiari: i quali lo trovarono nel tardo pomeriggio, bocconi sul pavimento, terrorizzato e piangente. Un grande rapace, raccontò, aveva tentato di ucciderlo. I suoi figli, William di due anni e mezzo e Henry di uno, non si ripresero per molti giorni e, secondo alcuni, non superarono mai completamente il trauma di quella che doveva essere, ai loro occhi infantili, una visione a sua volta spettrale. Certo, un po’ di abitudine a questo genere di fenomeni l’avrebbero sviluppata. Al padre infatti, teologo swedenborghiano, il fantasma non si era manifestato per caso. La dimora dei coniugi James ospitava abitualmente sedute spritiche e gli amici vi si trovavano per parlare di medianità e chiaroveggenza. Con un simile passato non c’è allora da stupirsi che uno dei fratelli, nei Bostonians, narri di medium ciarlatani, o di piccoli «posseduti» in The Turn of the Screw; né che il sovrannaturale abbia attratto, fin dagli esordi, gli interessi speculativi dell’altro.

Gli scritti di William James sullo spiritismo vengono pubblicati ora da Mimesis: si tratta di testi d’occasione – recensioni ai libri di Frederic W.H. Myers, resoconti dei progressi nella ricerca psichica, descrizioni di sedute con la famosa medium Mme Piper – che l’ampia introduzione di Giacomo Foglietta ha il merito di situare all’interno dell’opera complessiva del filosofo, mostrandone le intime connessioni con le evoluzioni teoriche che la caratterizzarono nel corso degli anni.

L’inizio dell’impegno nella ricerca sull’occultismo risale a1 1882-83, quando William James conobbe i fondatori della Society for Psychical Research, che avrebbe finito per dirigere e della quale, già nel 1885, avrebbe fondato una sezione americana. La società aveva il compito di indagare i fenomeni sovrannaturali che sempre più attiravano l’attenzione degli scienziati nell’epoca in cui, grazie soprattutto a Jean-Martin Charcot, l’ipnosi aveva ormai fatto il suo rumoroso ingresso nella medicina ufficiale. Che agisse su una base fisiologica o fosse invece un fenomeno puramente suggestivo, l’ipnosi risvegliava una parte nascosta della mente, chiamata di volta in volta subcosciente, subliminale, automatica, incosciente o co-cosciente; e così tutti gli stati di alterazione indotti o spontanei, dall’isteria al sonnambulismo, dall’istero-demonopatia fino agli sdoppiamenti della personalità scoperti da Eugène Azam nella giovane Félida X, rivelavano la presenza di una «seconda» vita pronta a prendere il sopravvento sulla prima. In un simile contesto, anche le case infestate, la telepatia e le apparizioni in punto di morte dovevano essere studiate dalla scienza, quali forme di un’esistenza – forse non individuale – che si svolgeva oltre la soglia della coscienza ordinaria. James dovette in ogni caso lottare per difendersi dagli attacchi che lo scetticismo interno ed esterno al mondo della psicologia non mancava di sferrargli. Eppure, come questi scritti dimostrano, proprio l’onestà intellettuale gli imponeva di cercare una spiegazione a fenomeni che, stando alla sua diretta esperienza con le trance di Piper, non erano attribuibili né alla frode né al caso. Riprendendo la teoria di Meyers secondo cui i fantasmi sarebbero «manifestazioni estreme di un nucleo di verità condiviso», legate come da un filo rosso agli stessi stati di distrazione e di automatismo, James attribuisce alla psicologia il compito di scoprire la costituzione e l’estensione di un sé subliminale da cui le coscienze individuali deriverebbero come da una superiore coscienza-madre. L’idea è quella, fortemente ispirata al panpsichismo di Fechner, di un «tessuto mentale» fluttuante nel mondo, comparabile a una riserva cosmica di tutti i ricordi terreni, capace di compattarsi in occasione delle trance medianiche. Ed è in seno a questa instancabile indagine sulla connessione tra l’esistenza terrena e una dimensione «romantica» superiore – dove le distinzioni tra soggetto e oggetto, passato e futuro decadono – che hanno preso forma le più note nozioni jamesiane di «flusso di pensiero» (The Principles of Psychology), «esperienza pura» (Essays in Radical Empiricism) e «pulsazione della vita interiore» (A Pluralistic Universe).

Nulla è invece più estraneo al sovrannaturale, secondo Paul Valéry, della filosofia. Nell’appassionato saggio su Swedenborg (uscito per la prima volta nel 1936 come prefazione alla versione francese di una monografia di Martin Lamm), Valéry ripercorre la storia del suo interesse per un personaggio, il teologo e spiritista svedese del Settecento il cui solo nome risvegliava in lui, come per magia, «tutto un groviglio di idee confuse». Quell’esistenza, che Valéry aveva iniziato a conoscere molto tempo prima attraverso Balzac e Gérard de Nerval, era divenuta più precisa ma non meno enigmatica: il mistero, che per certi aspetti il libro di Lamm doveva sciogliere, era infatti mantenuto vivo dall’intensità e dalle evoluzioni degli stati psichici che vi venivano descritti. Quale spiegazione si doveva offrire di «una delle più notevoli e complete trasformazioni interiori» della storia dell’umanità? O più radicalmente: «com’è possibile uno Swedenborg?» Sciogliere l’enigma significava per Valéry penetrare la regione in cui alla fase teorica e speculativa era potuta seguire, nella mente di un sapiente, una fase in cui la conoscenza stessa veniva messa in questione, dove alle idee si erano sostituiti eventi interiori, «sentimenti di potenze e di presenze che sono altre da quelle dell’Io». Qui la dimostrazione era stata «spodestata» dalla «certezza immediata e invincibile» di una seconda realtà. A partire dalla Teoria delle corrispondenze, è come se la scrittura stessa di Swedenborg si fosse, potremmo dire, sdoppiata, là dove indicava in ogni elemento del mondo ordinario un’eco precisa del mondo spirituale. Se il vocabolario filosofico pecca nell’ostentare tecnicismi quando «gli mancano le definizioni veramente precise», proprio questa lingua ambigua (il vocabolario mistico è, afferma Valéry, estremamente evasivo) lascia invece intravedere, se non afferrare, il piano degli «stati eccezionali della persona». Ed è a questo piano, insegna Valéry, che bisogna attenersi: come i sogni non possono essere raccontati né tantomeno analizzati, la foresta incantata di Swedenborg deve essere attraversata lasciandosi permeare dalla «sensazione di energia, di felice pienezza» che aveva permesso alle due parti del suo io, al suo ragionare e al suo sentire, di convivere in una complice distanza.

Di spectral turn si parla ormai da anni (l’espressione è stata coniata nel 2002 da Roger Luckhurst), ma è vero che il termine «spettro» viene usato sempre più spesso per definire fenomeni molto diversi tra loro e persino estranei al rapporto tra passato e presente, morte e vita, trascendenza e contingenza che tradizionalmente lo caratterizza. Diviene allora importante indagare la spettralità come «metafora concettuale» e ridefinirne i confini teorici nell’epoca in cui le apparizioni sono «divenute triviali». È quanto si propone di fare un volume edito dal Mulino, Ritorni spettrali. Storie e teorie della spettralità senza fantasma, a cura di Ezio Puglia, Massimo Fusillo, Stefano Lazzarin e Angelo M. Mangini. I saggi che vi sono raccolti inseguono entità più o meno disincarnate nella letteratura o nel cinema, fra televisione, videoarte e manga; le cercano nei rifiuti; fanno parlare il fantasma del desiderio. Se le ombre oggi proliferano, Simona Cigliana ci ricorda che tutto quel che definiamo spettrale, dalle solitudini che si muovono nel web ai migranti, «denuncia un difetto nella nostra visione»: l’esistenza di qualcosa che, pur essendo molto terreno, abbiamo cancellato e reclama la nostra attenzione.

William James

I miei fantasmi. La ricerca psichica sul paranormale

a cura di Giacomo Foglietta, prefazione di Rosa M. Calcaterra

Mimesis 2018, 159 pp., € 15

Paul Valéry

Swedenborg

a cura di Barbara Scapolo

Mimesis, 2018, 54 pp., € 6

Ritorni spettrali. Storie e teorie della spettralità senza fantasma

a cura di Ezio Puglia, Massimo Fusillo, Stefano Lazzarin e Angelo M. Mangini

il Mulino, 2018, 267 pp., € 22