L’incontenibile. Rebora nei «Meridiani»

downloadMatteo Giancotti

 

Il «tutto Rebora» proposto nella collana dei Meridiani Mondadori è una novità assoluta: Poesie, prose e traduzioni non erano infatti mai state riunite prima d’ora. Per avere tutto, bisognava procurarsi Le poesie (l’ultima stampa è la Scheiwiller-Garzanti del 1994), le prose critiche e gli articoli nell’edizione Arche di noè (Jaca Book 1994), le traduzioni dal russo e dall’inglese in altri quattro volumetti. Questo è il primo evidente pregio dell’edizione curata da Adele Dei con la collaborazione di Paolo Maccari: offrire una considerazione globale della scrittura e del pensiero di Clemente Rebora (Milano 1885-Stresa 1957). Per ragioni non solo editoriali, non è mai stato facile avere una visione d’insieme dell’opera di Rebora, il quale, convertitosi nel 1929 e ordinato sacerdote nel 1936, ha tagliato in due la sua vita, considerando «morto e seppellito», dalla conversione in poi, il Rebora nato e cresciuto in una famiglia laica e mazziniana, giovane tormentato, autore di settantadue poderosi e spesso espressionistici Frammenti lirici (1913) e dei pochi, enigmatici e quasi sapienziali Canti anonimi raccolti da Clemente Rebora (1922); autore mancato, inoltre, di quello che, come ha scritto Andrea Cortellessa, sarebbe stato davvero, se pubblicato, «il libro della guerra italiana», un libro di poesie e prose dallo stile «esplosivo» e sorprendente, opera con la quale Rebora, tornato dal fronte malato e al limite della follia, intendeva documentare l’orrore dalla prospettiva di coloro che in guerra erano stati polverizzati senza possibilità di parola e di testimonianza. Un libro fatto di documenti e allucinazioni trattati alla stessa stregua, che Rebora, per guarire dal suo personale trauma, abbandona nel 1917, lasciandone solo dei residui, una ventina di testi potentissimi pubblicati all’epoca su rivista e naturalmente accolti nel Meridiano a rappresentare, come scrive la curatrice, probabilmente «la sua più alta stagione».

Rebora aveva una «coscienza spietata». Maturando la conversione, annientò insieme all’uomo vecchio anche la sua letteratura, stracciando le proprie carte. Da allora, i suoi primi due libri saranno da lui semplicemente definiti «qualcosa ch’io ora detesto». Se lo sprofondamento di Rebora nell’apostolato rosminiano si fosse saldato per sempre all’abiura della poesia, la valutazione della sua opera sarebbe stata, anche nei risvolti filologici, più semplice. Invece il sacerdote torna a scrivere versi: prima per obbedire alle richieste dei superiori e per le esigenze didattiche dell’insegnamento nei collegi; poi assecondando una spontanea fioritura, favorita anche dalla ripubblicazione delle sue vecchie poesie da Vallecchi nel 1947 – da lui non approvata né ostacolata – e dai contatti sempre più assidui, dal 1954 in poi, col giovane editore Vanni Scheiwiller, che incoraggia e stampa l’estrema sua poesia in tre momenti ravvicinati: il Curriculum vitæ, revisione autobiografica alla luce della fede, nel 1955; i Canti dell’infermità, magra silloge composta e organizzata con mano malferma dal sacerdote malato, nel 1956; e i Canti dell’infermità «raccolti da Vanni Scheiwiller» nel 1957 in una nuova edizione molto accresciuta che muta il disegno della precedente.

La conversione di Rebora e il suo rifiuto della vita precedente hanno determinato la vulgata della suddivisione della sua opera in due fasi, laica e religiosa, che tuttavia non ha niente di critico, derivando da una semplice presa d’atto. Giova di più, forse, ripensare il suo percorso tenendo conto dei diversi atteggiamenti di Rebora nei confronti della poesia. Il giovane che pubblica la sua prima raccolta nel 1913 crede forse più nel linguaggio vitale delle improvvisazioni al pianoforte e nelle impetuose lettere mandate agli amici che nei versi stampati; tuttavia li pubblica, accettando il rischio di una parziale perdita di verità e di energia. Già dall’anno dopo, quando Rebora sfiora l’amore di Sibilla Aleramo e inizia con Lydia Natus una relazione stabile, e, ancor più, dopo l’orribile esperienza sul fronte goriziano nel ’15, il quadro cambia: la poesia, pure tentata, e ad altissimi livelli, gli si rivela insufficiente a «contenere» l’esperienza inenarrabile della guerra. Il Rebora che nel ’22 pubblica i Canti anonimi sta ormai compiendo il percorso di inabissamento del proprio io nell’anonimato e non si riconosce già più come autore. Dopo la conversione, dapprima rinnega la poesia, poi inizia a scriverne in umile funzione strumentale. Dal ’49 in poi si riavvicina consapevolmente al «canto», arrivando ad attribuirgli una funzione anche più certa di quella riconosciuta alla lirica in giovinezza: «Far poesia è diventato per me, più che mai, modo concreto di amar Dio e i fratelli». Il livello «artistico» di ciò che scrive in vecchiaia è molto diseguale ma non pochi momenti del Curriculum vitæ e dei Canti dell’infermità si esprimono in una nodosa e icastica potenza, insistendo su una sofferenza non solo individuale ma universale. Chi conosce i primi libri di Rebora ritrova in questi versi, come afferma Adele Dei, «una voce nuova e sorprendente, eppure del tutto riconoscibile». La consapevolezza «autoriale», in quest’ultimo periodo, è però assai vaga, involontariamente ambigua: Rebora talvolta avanza timide iniziative, ma per lo più si ritrae dalla responsabilità editoriale e preferisce delegare ad altri (ai superiori, al fratello Piero, all’editore) le scelte relative alle pubblicazioni. In un importante articolo uscito nel 2006 su «Lettere italiane» Attilio Bettinzoli individuava «il vero problema della filologia reboriana» proprio in questo «ritrarsi [del poeta] dai propri testi», che rende difficoltoso ricostruire l’ultima volontà dell’autore sia in quanto all’organizzazione delle raccolte, dove spesso intervengono altri, sia talvolta nelle singole lezioni dei testi, che Rebora scrive ormai con difficoltà, avendo sempre più bisogno di farsi aiutare o di dettare. Bettinzoli arrivò allora comunque a stabilire, basandosi soprattutto su fattori interni alle raccolte, che, delle due edizioni dei Canti dell’infermità – la prima, assai parca (otto testi) del 1956, e la seconda accresciuta da Scheiwiller nel 1957 – la sola pensata dall’autore è quella del 1956.

E qui torniamo al Meridiano, che proprio nell’ordinamento delle poesie reboriane, più preciso e rigoroso che nelle precedenti edizioni complessive, specie per quel che riguarda le liriche religiose segna un altro importante passo in avanti. Adele Dei sceglie giustamente, come proposto da Bettinzoli, di privilegiare l’edizione 1956 dei Canti dell’infermità, in quanto silloge d’autore, offrendo comunque al lettore, ma separatamente, i molti testi aggiunti nell’edizione del 1957 (alcuni dei quali, come La cima del frassino e Il pioppo, sono peraltro notevoli). Rispetto alla grande mole di materiale estravagante, poetico e non, recepito in modo «inclusivo» dall’edizione precedente, cioè dall’«Elefante» Garzanti curato nel 1994 da Scheiwiller e Gianni Mussini (erede a sua volta di una stratificazione testuale complessa iniziata proprio coi Canti dell’infermità del ’57), la curatrice opera poi in modo netto, escludendo tutti i testi «religiosi» pubblicati postumi. L’effetto che ne deriva – riduzione del corpus, e una specie di «reset» del Rebora religioso che rende più definito il profilo del poeta – dipende dalla scelta di un criterio uguale e contrario, nell’escludere in blocco, all’inclusione in blocco operata da Scheiwiller e Mussini: anche questa nuova opzione, che ricorre alla cronologia come a un «criterio oggettivo» e produce un risultato in definitiva apprezzabile, finisce cioè per sottrarsi alla responsabilità di un giudizio critico non facile su quel materiale eterogeneo, spesso letterariamente irrilevante e di incerta tradizione.

Il lettore che vorrà valutare i testi ora espunti potrà risalire in ogni caso all’«Elefante» Garzanti, i cui criteri costitutivi, come già vide Bettinzoli, rispondevano a un orientamento culturale «di documentazione e di testimonianza», dettato da una profonda partecipazione alla vicenda umana e poetica di Rebora, specie nella sua ultima fase. Questa adesione dei curatori alla sensibilità del vecchio poeta aveva portato a scelte filologiche talora opinabili, opportunamente segnalate nel Meridiano (che a sua volta, in alcuni punti, potrà essere discusso), ma non ha impedito a Scheiwiller e Mussini di dare avvio, con le loro edizioni, sostanzialmente attendibili per i testi scritti prima della conversione, a un circolo virtuoso di lettura e produzione critica, da cui risulta oggi, se non altro tra gli studiosi, un giudizio di valore largamente condiviso sulla grandezza di Rebora. Su questo lungo processo di costruzione culturale e sociale di un valore letterario si innesta, rappresentandone il coronamento, la nuova iniziativa editoriale mondadoriana, dalla quale è lecito attendersi ulteriore rilancio e diffusione dell’opera del poeta milanese, anche in ambienti finora sordi al suo nome: è perciò sperabile che il Meridiano ottenga il massimo della meritata risonanza.

Quanto al taglio critico degli apparati, va osservato che Adele Dei e Paolo Maccari hanno preferito un approccio documentario più che ermeneutico, ricostruendo, dove possibile, la storia dei testi, spesso con l’aiuto del fondamentale epistolario, e attingendo fin troppo selettivamente dalla bibliografia. I lettori che vorranno approfondire l’interpretazione di poesie e prose liriche spesso ostiche dovranno ricorrere ad altri studi, come anche chi cerchi di orientarsi nella vasta bibliografia della critica, mancando il Meridiano di una sintesi sulla fortuna critica reboriana (è poi curioso che negli apparati non venga mai citato lo studio di Fernando Bandini del 1966, Elementi di espressionismo linguistico in Rebora, imprescindibile per capire le strutture della poesia di Rebora e la loro rispondenza a una forma di pensiero; un lettore nuovo potrebbe faticare a individuarlo in mezzo alle molti voci di minor rilievo della Bibliografia della critica).

Ma il Meridiano, che non poteva essere un’edizione critica, poiché il fondo reboriano di Stresa non è stato ancora interamente ordinato, ha il merito – come dicevamo – di dare ora insieme tutti i testi che rappresentano altrettanti capitoli di una straordinaria vicenda letteraria e umana: compresi, oltre alle traduzioni da Andreev, Tolstoj, Gogol’ e dal Gianardana, i due importanti e noti saggi pubblicati dal giovane Rebora sulla «Rivista d’Italia», elaborazioni della tesi e della «tesina» di laurea, vale a dire Per un Leopardi mal noto (illuminante anche per Leopardi, non solo per Rebora) e G. D. Romagnosi nel pensiero del Risorgimento; e altri articoli da poco riemersi, di minore impegno ma significativi del lungo travaglio che, negli anni Venti, porta Rebora alla conversione.

Terzo e probabilmente maggiore punto di forza di questo Meridiano è la bella Cronologia redatta da Adele Dei, quasi un saggio biografico a se stante, compatto e ricco di riferimenti precisi e puntuali ma sempre attento allo svolgersi della biografia interiore del poeta, così come traluce dalle frequenti citazioni dall’epistolario. Il giovane collaboratore della «Voce», intellettuale in crisi né più né meno di Renato Serra, cantore inascoltato dei dissidi di una generazione, che vuole e disvuole il lavoro e rifiuta le raccomandazioni; l’educatore delle scuole del popolo e il conferenziere eclettico e brillante; l’umile novizio rosminiano; il sacerdote diviso tra molti faticosi incarichi, assolti sempre con senso d’inadeguatezza; il vecchio poeta infermo nell’«alone della santità», visitato da molti per la sua fama: mutato l’orizzonte spirituale e culturale, «Rebora è davvero sempre lo stesso», ossessionato dal senso di qualcosa di imminente che deve compiersi e farsi luce in lui e per gli altri, ogni giorno, fino all’ultimo. La sua opera parla di questo.

 

 

 

Clemente Rebora

Poesie, prose e traduzioni

a cura di Adele Dei con la collaborazione di Paolo Maccari

Mondadori «I Meridiani», 2015, CXXXIV + 1338 pp., € 80

 

Su Alice Munro

Intervista di Sara Sullam

Già traduttrice di un’altra grande “signora del racconto” – Flannery O’ Connor – Marisa Caramella ha fatto conoscere Alice Munro al grande pubblico dei lettori italiani. E nel 2013 ha curato il Meridiano dell’autrice canadese.

Il Nobel alla Munro è il primo Nobel al Canada. Pensi sia un dato significativo?
Io non credo tanto al Nobel al Canada. Nel 2003 ho accompagnato John M. Coetzee a ritirare il premio a Stoccolma: durante la cena mi sono ritrovata seduta accanto all’addetto culturale del Canada e gli ho chiesto subito: “Perché non Alice Munro?” Lui mi ha risposto che prima c’erano Mordechai Richler e Margaret Atwood, molto più conosciuti e popolari, mentre la Munro era troppo schiva; insomma l’avrebbe difficilmente avuto..

E invece…
E invece il Nobel è arrivato: sicuramente ci sono state pressioni, anche se non quelle della “lobby” canadese. In fondo, nel 2009 era già stata insignita di un premio importante come il Man Booker International Prize.

Però in lizza c’era Philip Roth
Roth scrive benissimo: se ti interessano le sue storie, però. E se ti interessa lui. Le scene di sesso sono così aliene! Trovo sciocche le accuse di misoginia ma Roth è troppo spesso autoreferenziale, mentre la Munro è il contrario, parla a tutti.

Perché?
Perché la sua scrittura funziona come la memoria: tira fuori cose che di solito affiorano in tutti noi, che però ignoriamo, e che comunque non siamo capaci di mettere insieme. E questo viene fuori anche dalla sua immaginazione, non dalla sua realtà vissuta: la realtà serve per cominciare, poi la l’immaginazione si scatena e la Munro attinge a cose che ha dentro. E che riesce a comunicarci. La realtà storica, sociale non le interessa, la lascia agli scrittori di sesso maschile. Lo dice lei stessa in una delle prime interviste. Quello che le interessa è la realtà “marginale”.

È per questo che non ha mai scritto un romanzo?
Non so se abbia mai davvero voluto scrivere un romanzo. Ci ha provato, gli editori glielo hanno chiesto. Il tentativo è stato Lives of Girls and Women: ma non è un romanzo. I suoi non detti sono difficili da mettere in un romanzo: diventa noioso. Se si inizia a dare una scansione cronologica a storie come le sue che cosa viene fuori? La storia di un divorzio faticoso con le bambine che restano con il padre: si può benissimo presentare tre famiglie diverse per allargare il contesto, ma alla fine che cosa si ottiene più che con un racconto?

E il Nobel alla Munro, fin nella motivazione – “maestra del racconto breve contemporaneo” – è anche un riconoscimento a un genere letterario. Bisogna risalire al 1910, al Nobel del teorico della novella Paul Heyse, per ritrovare un precedente simile. Eppure – almeno da noi – i racconti brevi rimangono un genere di minore successo, da cui spesso gli editori rifuggono.
Vero; anche se va detto che la Munro scrive racconti lunghi. In America il genere gode di maggiore successo: basta pensare a Flannery O’Connor, a Raymond Carver, e tanti altri, ma nessuno ha preso il Nobel. Munro però ha una produzione sterminata, e non fa che migliorare.

E non a caso è approdata nei Meridiani. Il volume da te curato è uscito con un tempismo perfetto. Ti aspettavi già il Nobel?
Sì, me l’aspettavo già l’anno scorso, e tremavo perché il libro non era ancora pronto!

Come hai selezionato i racconti? La maggior parte appartengono alla fase più tarda della scrittrice.
Ho cercato di scegliere una quantità equa di racconti delle prime raccolte; quelli che mi piacevano di più, ma soprattutto quelli che hanno conosciuto un’evoluzione in racconti successivi. Questo è importante: per esempio “Botte da re” viene ripreso in Dear Life, diventa un piccolo memoir. E poi da Il sogno di mia madre la Munro diventa molto più brava, non c’è dubbio.

Quindi c’è anche un giudizio di valore
Certo. Lei migliora tantissimo da quando torna nella sua terra, l’Ontario, da quando lascia Vancouver e le figlie – scelta difficile, certo. Gli ultimi dieci anni della sua produzione sono diversi dagli altri. In ogni caso è difficile scegliere: la Munro si sarebbe meritata due Meridiani, per dare conto di tutta l’opera, ma c’era urgenza di pubblicare.

Nell’introduzione al Meridiano ti soffermi a lungo sul rapporto, in Munro, tra scrittura e geografia.
È la cosa che mi interessa di più. In Canada non ci sono altri “scrittori geografici,” tranne la Laurence. Mavis Gallant – che è bravissima – scrive di Parigi o della Guerra Mondiale, che ha vissuto. Richler avrebbe potuto scrivere ovunque, Robertson Davies anche. Lo stesso vale per gli scrittori di lingua francese. E poi non esiste un’epopea della frontiera canadese, che pure c’è stata: del Canada come continente e come geografia non ha scritto nessuno tranne, in parte, la Laurence.

Mentre nella Munro il Canada è molto presente: non tanto negli spaccati sociali, ma nel paesaggio, nella sensazione che ti dà. Non a caso è sposata a un geografo, con il quale ha approfondito le conoscenze che già le aveva trasmesso il padre raccontandole le origini geologiche del continente: in questo senso il ritorno in Ontario ha rappresentato una svolta. Non credo che esista uno scrittore bravo che non si ancori nella sua geografia, anche immaginaria. Ma deve essere radicato da qualche parte.

E tu hai fatto mettere radici alla Munro in Italia.
Sì, l’ho proposta io a Einaudi. Serra e Riva, La Tartaruga ed e/o avevano pubblicato già alcuni racconti, in parte a cura di Oriana Palusci. Poi la sua agente volle cambiare editore e mi propose The Love of a Good Woman (Il sogno di mia madre) e Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage (Nemico, amico, amante).

Allora lavoravo alla Einaudi, che secondo me era il marchio giusto per un’autrice come questa. Ed è stato un successo, anche grazie alla traduzione di Susanna Basso, che è in perfetta sintonia con lo stile della Munro. Poi è arrivata la recensione entusiasta di Pietro Citati. La Munro ha spiccato il volo. E ora, finalmente, è arrivato il Nobel.

Alice Munro
Racconti
Mondadori - I Meridiani (2013), pp. CXVI - 1840
a cura di Marisa Caramella
traduzione di Susanna Basso
65, 00