Vita di Pi

Valerio Coladonato

La Vita di Pi non è così sorprendente come il protagonista del film di Ang Lee vorrebbe far credere. Nato e cresciuto all'interno dello zoo gestito dai genitori, Pi si imbarca con la famiglia e gli animali su una nave mercantile che attraversa il Pacifico. Il bastimento affonda ma Pi si salva, trovandosi a dividere con una tigre la scialuppa e le poche provviste. La maggior parte del film è dedicata alla loro deriva in mare aperto, e alla sfida per la sopravvivenza. Dal diluvio universale al Robinson Crusoe, da Il vecchio e il mare a Moby Dick, si tratta di una serie di motivi narrativi che il mito, il romanzo di formazione e il film d'avventura hanno frequentato spesso e con ben altri risultati.

La ricerca visiva del film è, in confronto, più coraggiosa. Gli episodi della sopravvivenza nell'oceano sono dinamizzati da continue invenzioni figurative, come le spettacolari riprese aeree o appena sotto la superficie dell'acqua, o le immagini in cui balene, pesci volanti o venti di tempesta mettono a repentaglio la scialuppa. I riflessi e le turbolenze dell'acqua e del cielo sono coreografati con maestria. E il personaggio della tigre è perfettamente funzionale all'esibizione delle capacità tecnologiche della macchina produttiva hollywoodiana: l'animazione digitale le conferisce un'espressività sorprendente, tale da permettere ad alcuni primi piani della tigre di competere con quelli del protagonista.

Dovremmo allora concludere che Vita di Pi si esaurisce negli effetti speciali e in una storia trita e convenzionale? È quello che i detrattori del blockbuster post-classico spesso sostengono. Ma uno schema di questo tipo porta ad archiviare frettolosamente il film, e non permette di cogliere alcuni aspetti del suo funzionamento culturale. Al di là del giudizio estetico, infatti, pellicole come questa registrano - in modo obliquo e latente, ma non per questo meno efficace - alcune tendenze profonde del mondo in cui viviamo.

Proviamo ad avanzare una lettura diversa. Nella parte iniziale, Pi ripercorre gli anni della sua formazione: egli cresce a Pondichéry, un ex insediamento francese in India. Lo zoo in cui abita è stato inaugurato per celebrare la fine della dominazione straniera, e ha quindi un valore simbolico, fondativo dell'ordine post-coloniale. Durante l'infanzia, Pi negozia le istanze della tradizione - ad esempio la religione indù, ma poi anche il cattolicesimo e l'islam - con il sopraggiungere della modernità e della razionalità occidentale verso cui lo indirizza il padre. Quando le speranze di prosperità legate al processo di decolonizzazione vengono frustrate, la famiglia decide di cercare fortuna in Canada.

La parte centrale del film rimuove i conflitti sociali e culturali evocati sin qui. Ma nella dimensione fiabesca che Pi evoca con il racconto del naufragio, sono condensate alcune delle strutture simboliche che caratterizzano il colonialismo: l'opposizione tra “selvaggio” e “civilizzato”, la scissione del soggetto e la sua ambivalenza. Uno studioso come Homi Bhabha ha mostrato, da un lato, l'importanza delle narrazioni nella costruzione dell'identità nazionale e, dall'altro, come il soggetto coloniale sia preso tra identificazioni e credenze contraddittorie. Nella catena di associazioni attivate dal film, la nazione indiana è sostituita dalla tigre; e Pi svelerà che, nel racconto, la tigre è anche un suo alter ego. Inoltre il nome dato alla bestia è Richard Parker, come il cacciatore che l'ha catturata e ridotta in cattività. Quindi Pi è legato a doppio filo alla vittima e all'oppressore, all'India arcaica e all'Occidente.

Quando si trovano in mare aperto, il rapporto tra il ragazzo e la tigre è strutturato in tre fasi. La prima consiste nel reciproco tentativo di sopraffazione: la brutalità e l'istinto dell'animale si confrontano con la “supremazia” della scienza e della religione. Pi afferma: “forse Richard Parker non può essere addomesticato, ma con la volontà del Signore, può essere ammaestrato.” La seconda fase vede il faticoso processo di separazione e delimitazione dei reciproci spazi. Nella terza, il rapporto si spezza definitivamente, e la tigre abbandona Pi. Questo evento sembra sconvolgere il protagonista più della morte della sua intera famiglia: è come se egli fosse incapace di superare il lutto nei confronti delle componenti perdute della sua stessa identità. La narrazione del naufragio che egli costruisce appare allora, retrospettivamente, come un tentativo irrisolto di elaborazione della nuova condizione diasporica del protagonista, della rottura con la dimensione tradizionale dell'India.

Una lettura di questo tipo non è suggerita esplicitamente dal film: anzi, l'apparente rimozione dei conflitti identitari è problematica da un punto di vista politico. Ma tali tensioni rimangono e segnano in profondità Vita di Pi. Ed è indicativo che proprio Ang Lee abbia voluto con insistenza l'adattamento del romanzo di Yann Martel, una scelta che lo stesso sceneggiatore ha definito complessa. Il regista taiwanese padroneggia i meccanismi produttivi di Hollywood, e allo stesso tempo è in grado di ibridarne i linguaggi e l'immaginario con una serie di influenze esterne. Ma il risultato è, in questo caso, deludente: in Vita di Pi mancano sia l'efficacia del racconto a cui ci ha abituato il cinema americano, sia una convinta esplorazione della condizione diasporica contemporanea.