Venezia 2017 / Wa Wa Water!

Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri

Le favole fanno sempre troppa paura ai bambini per la loro crudeltà. Così solo i critici più infantili quanto a piaceri ludici si sono scandalizzati e hanno resistito a questo danzante e cupo film. Il Leone d'oro va dunque a The Shape of Water, il film più sperimentale, coraggioso e innovativo tra i due/tre papabili. Di genere (fantasy) e striato da preoccupazioni politiche e sentimentali serissime (proprio come, nel 2016, il “western fordiano” The Woman Who Left di Lav Diaz), è l'opera che ha saputo colpire più in profondità e rimescolare con maggiore efficacia l'immaginario dei giurati, del pubblico e della stampa specializzata. Raramente succede. Geniale Del Toro nel soprannominare la sua statuetta “il mio Sergio Leone d'oro”.

Chi è riuscito a vedere a fine festival le sei puntate della serie Netflix di Errol Morris, Wormwood, avrà apprezzato ancora di più dove va a scavare davvero la love story tra la donna di servizio muta (una adorabile Sally Hawkins) e il mostro della laguna nera (omaggio alla maschera wrestling del Santo) catturato e torturato a morte dai laboratori segreti dei militari nordamericani perennemente maccartisti e di crudeltà inguaribilmente nazistoidi, prima del finale liberatorio e rivoluzionario alla Splash. Solo First Reformed Human Flow (e le moltitudini di profughi politici ed economici che si muovono scompostamente e pericolosamente) possiedono la stessa leggerezza e lucidità nel combattere i mostri a cui è attualmente demandata l'organizzazione socioeconomica del mondo.

Certo il valore sul mercato della statuetta alata non permetterà a Guillermo Del Toro, 51 anni, di finanziare il suo prossimo film, a differenza della Palma d'oro senza la cui vendita niente Mektoub, ma un cineasta messicano di così originale potenza “psicotronica” sul podio più alto, è già un detour salutare per il nostro perbenismo visuale eurocentrico (speriamo che arrivi presto in Italia anche la mostra recentemente allestita al Lacma di Los Angeles dedicata alle sue opere e al suo inconscio ribollente).

Ben fatto Bening & Co. L'intera lista dei riconoscimenti è sorprendentemente equilibrata, a cominciare dal premio speciale della giuria per il magnifico (e un po' sottovalutato dalla critica) Sweet Country del nativo australiano Warwick Thornton. Dall'indicare in Charlie Plummer il più interessante attore emergente (per l'ottimo Lean on Pete di Andrew Haigh). E dal premio per la migliore sceneggiatura, andato a Three billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonaugh, che divertirà i pubblici di ogni genere e grado offrendo la stessa quantità di emozioni e suggestioni di una intera serie tv, ma senza far perdere troppo tempo.

Le Coppe Volpi (ma perché non le chiamano direttamente Coppe Mussolini?) riconoscono le performance affilatissime, sapienti e “brechtiane” di Charlotte Rampling (produzione Rai, super sponsor della Mostra) e Kamel El Basha (attore palestinese di teatro, esordiente nel cinema, del film libanese The insult, un gioiello per il mercato d'essai).

Frutto dei compromessi inevitabili di giuria invece sia il Leone d'argento per la regia al film francese di regime (w la polizia, abbasso i magistrati garantisti) Jusqu'à la garde dello studioso dei piaceri schermici statisticamente tollerabili per lo spettatore medio Xavier Legrand (una sorta di nuovo Kechiche, diversamente puritano).

Che il gran premio della giuria a Foxtrot, dell'israeliano Samuel Maoz (degradato rispetto al Leone d'oro per lo sciovinista Lebanon) grottesco semisatirico sull'esercito, infarcito di allegorie banalissime anti arabe. Probabilmente il presidente della giuria ha pensato bene di equilibrare, per non creare polemiche a Hollywood, il premio a un palestinese.

Comunque. Molti hanno vinto alla Mostra 2017. Ha vinto John Landis che ha dirottato, col suo prestigio, un enorme interesse per gli esperimenti in realtà virtuale (“che non segna la fine del cinema tradizionale” afferma Landis. Sembra piuttosto una intensificazione delle nostre potenzialità ricettive). E il film che ha vinto, d'animazione, Arden's Wake di Eugene Chung ci sprofonda, anche lui, nell'oscurità postapocalittiche dell'Oceano.

Ha vinto Frederick Wiseman, radiografo della Public Library di New York, raccontandoci perché “Trump è la dimostrazione del fallimento del nostro sistema educativo. Come diceva l'acuto intellettuale degli anni ‘20 Henry Louis Mencken “è impossibile sottovalutare la stupidità del pubblico americano”. Ma almeno in Usa il sistema delle biblioteche pubbliche è un valido antidoto al declino esiziale della civiltà.

Ha vinto la Rai che è riuscita a lanciare nel mondo una sua produzione internazionale, Nico 1988, di Susanna Nicchiarelli, copiando il metodo Canal Plus (uso e abuso di Cannes).

Ha vinto Barbera, e il suo gruppo di selezionatori (un cartellone apprezzato, dei premi adeguati) e Baratta (per i miglioramenti logistici della Mostra, ma siamo ancora a inizio cantiere: solo tra 5 anni il Des Bains tornerà quello che era...).

Non commentiamo né le Giornate, né la Settimana, né Orizzonti perché non abbiamo potuto vedere quasi nulla in queste sezioni. Il corpo umano non è ancora capace di quadruplicarsi. A Cannes i critici transalpini vedono tutti i film delle sezioni collaterali prima del festival. Ma lì siamo ad aprile. A luglio e ad agosto la vedo dura. Però una riduzione di film e una organizzazione del palinsesto più efficiente sarebbe auspicabile. A meno che quel che vogliono i produttori è non far vedere i loro film a chi li dovrebbe pubblicizzare. Che i critici siano fatti fuori, sostituiti dagli apologeti corruttibili o meno, è sempre stato un vizio in Laguna. Ricordate il Mose?

Venezia 2017 / Innamorarsi della Laguna Nera, The shape of Water di Guillermo del Toro

Roberto Silvestri

Sarà merito anche dell'imprevisto successo dei giovanissimi vecchi Corbyn e Sanders se oggi, a comunismo reale morto e sepolto, Pinewood e Hollywood fabbricano high concept-movies dove gli eroi sono lavoratori delle pulizie specializzati in cessi (vedi anche Downsizing) e i comunisti - non i russi dissidenti o visceralmente anticomunisti - ma proprio i russi comunisti, certo non di apparato, vengono dipinti con amore e lottano, festivi, insieme a noi.

Spielberg è stato il primo ad accorgersene e Guillermo Del Toro si affianca. C'è in giro così tanta carenza di pensiero laico che sappia sprigionare spiritualità e magie non castranti, ma liberatorie, che viene accolto al Lido da applausi scroscianti The shape of Water il nuovo film di Guillermo Del Toro, il regista messicano di Cronos, Hellboy, Il labirinto del fauno le cui tonalità fantasy sono sempre sorprendenti e spesso volutamente indigeste. Il pubblico va scosso. Scandalizzato. Qualche fiala di anti normalina è ciò che lo infastidisce di più. L'happy end a doppie canne poi darà il colpo di grazia.

Questa volta il cineasta di Guadalajara che adora Disney ed è stato recentemente consacrato al Lacma di Los Angeles da una mostra delle sue opere (anche grafiche) e del suo ricco immaginario visivo e letterario dark e gotico, parte con la complicità di Vanessa Taylor (Il trono di spade) da Il mostro della laguna nera (film di Jack Arnold, variazione lagunare del tema della Bella e la bestia) e ne fa un sequel che è un po' storico, un po' horror, un po' politico e un po' romance e perfino molto musical (parodia di Lalaland compresa). La Creatura è leggermente abbellita e un po' trasformata. Assomiglia più a un lottatore di wresting dalla strana divisa squamosa, e quasi quasi viene da pensare al Santo, il lottatore (comunista) delle periferie di Città del Messico. Sempre dalla parte degli ultimi.

Il comunista in questione, invece, è lo scienziato-spia che lo ha studiato e scoperto e che parteciperà alla liberazione del “Mostro”. Perché sia il Pentagono (è kubrickiano, o peggio aldrichiano, dal punto di vista del quoziente di repulsione, il suo rappresentante) che il Cremlino hanno deciso di ammazzare, per vivisezionarne il corpo i primi e impedirglielo i secondi. Ma l'amore, la forza più gentile e potente dell'universo, fermerà la mano killer di entrambi.

Certo uno scienziato negli horror o nei film di fantascienza è da sempre, per stereotipo, dalla parte delle Creature, perché il suo compito è proprio quello di introdursi/ci nell'ignoto. Ma questo scienziato è anche un artista, è l'alter ego di Del Toro. Il libro di appunti e disegni amazzonici che consegna al laboratorio, è proprio uno dei bellissimi libri-opere d'arte, con disegni e calligrafia di Del Toro esibiti al Lacma.

I diversi, i dimenticati, gli esclusi, i perdenti, i rossi, i licenziati, i gay, i neri, in questo film non sono oggetto di consolazione. Ma lottatori vincenti. Hanno un altro passo. Sono imbattibili perché il loro ritmo è tap dance, imprevedibile, ipnotico, versione Nicholas Brothers più che Fred Astaire.

La forma dell'acqua è in realtà una favola con doppio happy end, che non si racconta, ambientata nel 1962 durante la crisi missilistica cubana, mentre astronauti americani e cosmonauti sovietici stanno contendendosi il primato nello spazio e la vittoria morale della guerra fredda tra Kennedy e Kruscev. Una eccezionale quantità di materiale televisivo e cinematografico dell'epoca, con fantastiche clip prese dai musical di Betty Grable, Rhonda Fleming e Alice Faye, così come di oggetti iconici dell'epoca, dal modello tal dei tali della Cadillac alla fonovaligia, dal Diner razzista al manganello elettrico anti sommossa nera, vengono trasformati dall'occhio di Del Toro da rigatteria nostalgica del modernariato in coprotagonisti animati di una love story che è addirittura un omaggio e un rovesciamento di Splash. E' l'umano donna che potrebbe seguire il mostro della laguna nel suo mondo acquaceo, non Tom Hanks che decide di diventare sirenetto, girando al contrario la ruota dell'evoluzionismo. L'amore scatta dunque tra due alieni, paria della società. Elisa (una Sally Hawkins spettacolarmente dimessa), solitaria donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza, aiutata da una collega african-american che ha la forza della natura di Octavia Spencer, e la Creatura, catturata nel Rio delle Amazzoni, una sorta di divinità locale, maltrattata dai militari nel film come un alieno clandestino nelle mani di Salvini e Grillo, da Michael Shannon, l'addetto fascistoide alla sicurezza, uno degli attori contemporanei capace di dare a ogni ruolo di cattivo fascino e charme maligno. Sarebbe una perfetta Volpe nel prossimo progetto di Del Toro, Pinocchio.

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C'è Rachid Bouchareb, decano dei cineasti arabi di Francia, tra i produttori di L'insulto film libanese di Zaied Doueiri, in competizione. Toni, un meccanico fanatico, militante del partito falangista cristiano e Yasser, un palestinese, capocantiere di squisite qualità umane e professionali, si azzuffano in tribunale, e per ben due volte, perché, per “futili motivi” ma in crescendo di furore emotivo, il palestinese ha offeso il libanese, gli ha anche spezzato due costole e avrebbe messo a rischio la vita sua, di sua moglie incinta e della bambina. Sembrerebbe spacciato, ma.... I futili motivi, infatti, in certe circostanze storiche così complesse, come il rapporto tra profughi palestinesi e i libanesi dopo quel che è successo a Sabra e Chatila e durante la furiosa guerra civile tra musulmani e cristiani maroniti, nascondono fratture razziali, antichi odii pronti a riesplodere e perfino giganteschi rimossi razziali. La causa incendia le due comunità. Ognuno ha una sterminata fila di soprusi e massacri da rivendicare. Certo, i palestinesi di più. Ma Yasser non vincerà la causa per questo. La vince perché una giovane avvocata smantellerà una a una le prove a suo carico, battendo sul suo terreno l'avvocato di Toni, suo padre. Il film processuale è un genere drammatico nobile, ma rischia spesso di ricorrere a trucchetti di scritture perché obbligato a ricorrere a colpi di scena e rovesciamenti di fronte continui. Qui più si va a vanti e più si conosce meglio la storia del Libano. E più si impara dal passato più si capisce che in Libano sarebbe indispensabile un processo di verità, riconciliazione e perdono. E che questo può cominciare solo quando, come Toni e Yasser, si riuscirà a affrontare le questioni private individualmente, attenendosi ai fatti, come avviene qui, senza coprire i propri errori nascondendosi dietro l'onore e la superiorità della propria fazione.