Sulla guerra giusta

Marco Pacioni

Nel ‘500, proprio quando la politica registra un ulteriore indebolimento delle istituzioni universali del papa e dell’imperatore (significativa è in tal senso anche la parabola di Carlo V), si consolida una nuova universalità: il diritto internazionale. Lo ius inter nationes è il diritto che esiste come relazione fra stati che non riconoscono sovrani a loro superiori.

In uno scenario nel quale le monarchie assolute sono sempre più le protagoniste e le conquiste coloniali rivelano nuovi popoli e civiltà, il nascente diritto internazionale può essere fondante soltanto se esso riesce a basarsi su una dimensione che va oltre la civiltà europea e l’ortodossia cristiana. Tale nuova dimensione universale è quella di una natura comune che è umana perché capace di vita politica. Vitoria, Grozio, Gentili, che sono ritenuti essere tra i fondatori del diritto internazionale, nei vari temi che affrontano non a caso passano attraverso la questione filosofica e teologica, prima che giuridica, della natura politica dell’umanità.

Tutti i popoli, anche quelli non europei e cristiani, sono o no umani perché capaci di organizzarsi o di essere organizzati in comunità politiche? Questa è una delle domande fondamentali alle quali dà diverse risposte il nascente ius inter nationes e di cui è eco la celebre disputa tra Las Casas e Sepúlveda sulla natura politica o la naturale schiavitù degli indios. È in questo nuovo contesto del diritto internazionale che si colloca anche la vexata questio della guerra giusta affrontata da un altro protagonista dello ius inter nationes, il gesuita Francisco Súarez (1548 – 1617) nel De bello, parte del più ampio De triplici virtute theologica pubblicato postumo nel 1621. Curato in un’ottima edizione con testo a fronte e saggio introduttivo da Aldo Andrea Cassi, Sulla guerra (Quodlibet, 2014) costituisce una delle più dettagliate formulazioni del bellum iustum. Da quella che oggi chiamiamo – con sconsolante ossimoro – guerra umanitaria, alla violenza privata del duello, alla rivoluzione e guerra civile – definite da Súarez casi di «sedizione».

L’autore delle Disputazioni metafisiche e del Trattato delle leggi e di Dio legislatore anche nel De bello si ricollega alle posizioni aristoteliche elaborate da San Tommaso, ma con una più decisa intenzione di attribuire al politico la funzione di elemento essenziale che definisce ontologicamente l’umano. Prima di ogni forma di civiltà e religione, per Suarez è il politico l’elemento universale del genere umano. Ed è per questo motivo che la guerra non può essere un mezzo lecito per esportare la civiltà ai selvaggi e la «vera religione» agli infedeli. Per Súarez addirittura «ci sono molti infedeli meglio dotati che certi cristiani e più disposti verso la vita politica». Nel caso in cui l’umanità politica non fosse rispettata, persino i non cristiani avrebbero diritto di avvalersi della guerra contro i cristiani. È ciò che ad esempio accade nella storia raccontata dal film Mission che vede protagonisti una comunità di indios e due gesuiti che si scontrano con i cristiani civilizzatori.

Non alla fede e alla civiltà, ma alla violazione dell’umanità (l’aristotelica vita capace di politica) Sùarez ristringe la possibilità della guerra giusta – benché egli continui a dare una sfumata preminenza ai prìncipi cristiani nell’amministrarla. E tuttavia anche su questo è netta la distanza di Sùarez da chi, come il maestro Vitoria, legittima alla guerra umanitaria soltanto i sovrani cattolici. La definizione politica dell’essenza umana da parte di Súarez induce a considerare con più pregnanza il fondamento politico dell’interscambio fra antropologia e legge – interscambio avversato oggi dalla neutralizzazione tecnico-economica della governance che spoliticizzando l’umano lo induce a riconsegnarsi a identitarismi escludenti e aggressivi mai del tutto sopiti.

Francisco Suárez
Sulla guerra
Quodlibet (2014), pp. 192
22,00

Dopo Parigi

G.B. Zorzoli

È giusto, è doveroso sottolineare l’importanza e il significato delle reazioni, non solo francesi, agli attentati contro la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato kosher, culminate nella straordinaria marcia per le strade di Parigi. Sarebbe però sbagliato, e alla lunga foriero di altre tragedie, passare sotto silenzio le ombre che hanno accompagnato questa vicenda e l’eventualità di un’altrettanto tragica eterogenesi dei fini.

I media hanno puntato i riflettori sull’assenza di Obama o del suo vice alla manifestazione di Parigi, ma i vuoti sono stati molti di più e non privi di significato. Quanti capi di stato dell’America Latina erano presenti? Molti i “buchi” relativi all’Africa sud sahariana non francofona. Se si possono comprendere le ragioni della mancata partecipazione ad alto livello da parte di alcuni paesi della penisola araba, considerazione analoghe non valgono ad esempio per India, Cina, Giappone.

In sostanza, la risposta popolare, quasi plebiscitaria, venuta dall’intera Europa agli attentati parigini, che si è riflessa nella presenza a Parigi dei capi di stato o di governo anche di paesi non facenti parte dell’UE, ha trovato analogo riscontro quasi esclusivamente nei rappresentanti di alcune nazioni ad essa geograficamente o storicamente limitrofe. Nel suo insieme il mondo, a differenza di ciò che qualcuno ha retoricamente scritto, non si è fermato sbigottito di fronte ad azioni che trascendono la di per sé esecrabile violenza su esseri umani, in quanto sono dirette contro diritti inalienabili, come la libertà di opinione e l’uguaglianza di donne e uomini, indipendentemente dalla loro razza e dalla religione che professano. E non ha manifestato in forme tangibili la propria solidarietà alle vittime e la ferma condanna degli obiettivi politici perseguiti dai terroristi.

Non riesco a formulare una spiegazione soddisfacente per queste assenze: probabilmente le motivazioni sono più d’una e differiscono per ciascuna delle parti del mondo che non hanno ritenuto di marcare in modo adeguato il proprio sostegno. Alla necessità di approfondire i perché di una risposta agli attacchi terroristici, in larga misura solo europea, va però affiancata una riflessione di tutt’altra natura.

Quale può essere la reazione di un nigeriano di fronte a un'Europa capace di dimostrare una straordinaria capacità di mobilitarsi per un episodio di terrorismo, che potrebbe però sembrare minimale e circoscritto ai suoi occhi, abituati al terrore quotidiano di Boko Haram (centinaia di morti in pochi giorni), ma – basta ricordare l’episodio delle ragazze rapite mesi fa – sostanzialmente inerte di fronte al terrore, alle violenze e ai massacri quotidianamente perpetrati nel paese africano? O di un libico, con la vita sconvolta e minacciata da conflitti tra gruppi rivali, provocati dall’intervento di paesi europei (in primo luogo proprio la Francia), che hanno tirato il sasso e ora assistono impassibili alle conseguenze del loro operato?

Dell’abitante di un paese, la Siria, dove la guerra ha già causato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, mentre gli stati UE non trovano nemmeno un’intesa per accogliere in modo decoroso chi rischia la morte in mare per arrivare da noi? Di un iracheno, che non può dimenticare come le menzogne di Bush (esplicitamente o implicitamente condivise da troppe nazioni europee) siano all’origine non solo delle centinaia di migliaia di morti dal 2003 a oggi, ma del caos in cui il paese è attualmente precipitato?

Le manifestazioni di solidarietà, di cui noi in questi giorni diamo giustamente una valutazione positiva, possono dunque essere vissute da quelli che Fanon definiva i dannati della terra come un’ennesima riprova dell’egoismo di nazioni ai loro occhi ricche, pronte a reagire contro le minacce al proprio status (non solo economico), ma indifferenti a crimini ben peggiori, e in parte a loro attribuibili, quando avvengono altrove. Un altrove che, per certi aspetti, include anche i quartieri delle città europee, dove gli immigrati sono di fatto richiusi. Un terreno, questo, sul quale è facile far crescere i terroristi di domani.

Se non ci abituiamo a leggere con gli occhi degli altri anche ciò che noi consideriamo positivo, rischiamo la stessa fine dei boscaioli di Brecht, che “segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce la loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare”.

Alle radici del terrorismo al servizio della guerra permanente

Salvatore Palidda

Quando, perché, come e dove si genera il terrorismo che il 7 gennaio ha massacrato Charlie Hebdo, ma prima s’è manifestato in tante occasioni e non solo col marchio “islamista”? La letteratura sull’argomento è ormai enorme, ma anche le descrizioni a volte corrette sono lacunose e mancano della lettura sufficiente per capirne le “radici” e gli eventuali rimedi.

Il “profilo” più credibile descritto da alcuni autori è che si tratta di giovani marchiati dalla disgregazione sociale, marginali spesso diventati devianti (alcool, droghe, spaccio, piccola delinquenza). Ma, come s’è visto anche a Londra e altrove, si tratta anche di giovani di buona famiglia, senza passato deviante, magari scolarizzati sino alla laurea eppure convertiti al radicalismo islamista sebbene prima atei o cristiani, o persino ebrei. Sarebbero tutti "infatuati" dal neo-mito (ma quanto vecchio) dell’“eroe negativo” che trova nello jihadismo una sorta di maniera di definirsi positivamente rispetto alla sua condizione di esclusione economica, sociale, culturale o dovuta a quel razzismo perfido di cui sono intrisi anche i ceti medio-alti. Non sopporta la mancanza di pari dignità, di rispetto per lui e i suoi simili, non trova lavoro o gliene offrono solo malpagato, inferiorizzato, nocivo o da delinquente, se laureato non ha le stesse chances di chi è wasp o di origini “DOC”.

Cerchiamo di andare alle radici: questi “radicalizzati” sono il prodotto di un preciso contesto (frame), cioè il frutto di una precisa costruzione sociale. È esattamente la conseguenza della profonda destrutturazione liberista dell’assetto economico, sociale, culturale e politico della società industriale in cui prima si situava l’immigrazione e i figli di immigrati e in generale delle classi subalterne o anche delle classi medie (che anche allora si rivoltavano diventando criminali – si pensi alla banda Cavallero e altri casi del genere - e in alcuni casi anche terroristi – si pensi a diverse biografie dei “rossi” e dei neri in Italia e altrove). Il liberismo ha smantellato il welfare, l’inserimento pacifico, l’assimilazionismo, l’integrazione sociale e culturale (di destra e di sinistra) (vedi Robert Castel) e ha innescato la criminalizzazione razzista. Le rivolte nelle banlieues cominciano nel 1985 ed emerge allora anche il lepenismo dapprima come razzismo anti-immigrati e antisemitismo e via via contro l’égalité e la solidarité...

Liberismo oblige: l’accanimento per aumentare i profitti impone l’inferiorizzazione a cominciare dagli immigrati e dai loro figli per poi estenderla alla maggioranza della popolazione. Le rivolte delle banlieues sono palesemente contro il liberismo che fa dei giovani del popolo la "posterità inopportuna" (vedi Sayad), la racaille (feccia). E devastante e criminogena è la risposta a queste rivolte che da allora non smettono di riprodursi sia perché il liberismo si accanisce accentuando l’esclusione, la marginalizzazione in tutti i sensi, sia perché la risposta le alimenta. I governi da un lato perseguono la pura criminalizzazione razzista e dall’altro elargiscono qualche "caramellina" distribuita ai "docili" (una piccola minoranza dei giovani marginalizzati).

Per questo lavora in subappalto la schiera di educatori, assistenti sociali, psicologi, islamologi, antropologi, sociologi e politologi e varie ONG, spesso embedded, cioè il “terzo settore” di cui si serve la governance liberista privatizzando il welfare ed escludendo ogni effettivo risanamento delle cause che aggravano la disoccupazione, le economie sommerse, la destrutturazione economica e sociale. In trent’anni questa è la "carotina" elargita a una minoranza della "posterità inopportuna", mentre alla maggioranza è rifilata la criminalizzazione razzista, sistematica e spesso assai violenta (vedi Rigouste e D. Fassin) in Francia con Sarkozy e poi con Valls. Di fatto si alimenta soprattutto la clientela elettorale dei partiti al governo parallelamente al business del sicuritarismo (più soldi alle polizie e ai dispositivi di sicurezza).

Nel frattempo, i discorsi più mediatizzati hanno confortato la governance che rifiuta di riconoscere le vere cause della fracture sociale, ossia dell’anomia prodotta dal liberismo. Tanti classificati come democratici o di sinistra da trent’anni veicolano bla-bla sulla crisi dell’identità, sulla crisi dei "valori", genericamente contro il razzismo e l’antisemitismo, prescrivendo ricette a-sociologiche e a-politiche a favore di un trattamento psico-sociale di quasi nulla utilità (tranne che per i boss dell’"umanitario" che spesso sfruttano giovani precari malpagati). Da parte degli ideologi del liberismo, abbiamo avuto una produzione letteraria che, da Huntington e Fallaci a Houllebecq, ha sistematicamente rilanciato il sostegno alla guerra permanente/infinita (come diceva esplicitamente G. W. Bush).

È questo l’elemento chiave che marchia in maniera decisiva il frame liberista che s’è riprodotto soprattutto dall’inizio degli anni 1970: la rivoluzione liberista è stata la sovrapposizione di quella finanziaria/economica, di quella tecnologica e di quella politica, passata innanzitutto con la RMA (revolution in military affairs che è anche rivoluzione negli affari di polizia, vedi Alain Joxe). Il liberismo è sostenuto innanzitutto dalla lobby finanziaria-militare-poliziesca che ha assolutamente bisogno della riproduzione permanente delle guerre (unico modo per consumare i suoi prodotti... terribile ironia di questa guerra liberista: Coulibaly ha ucciso 4 persone nel supermercato casher con una mitraglietta israeliana). Questo alimenta il continuum delle guerre permanenti che diventano guerre per la sicurezza urbana, contro le rivolte nelle banlieues, la criminalizzazione razzista di rom e immigrati e persino la persecuzione dei barboni e la reintroduzione delle pene corporali per i minori al primo sospetto di loro devianza.

L’accanimento della carcerizzazione e della penalità e l’escalation delle violenze e torture con la conversione militare-poliziesca anche nelle carceri e il ricorso frequente a criminali e mafie per il lavoro sporco diventa un nuovo potente fattore criminogeno. La stigmatizzazione dei giovani che si sentono rigettati nella marginalità, insultati e senza futuro, spinge alcuni a cercare riconoscimento, gratificazioni o persino gloria nella loro stessa autodistruzione (sacralizzata nei media… lo jihadismo come ogni terrorismo dà l’illusione di un riconoscimento mondiale rispetto alla marginalità sociale e politica).

La “distrazione di massa” e la “distrazione” delle polizie e di parte della magistratura le orienta verso la criminalizzazione razzista (in nome della guerra all’islamismo radicale, all’antisemitismo, alla delinquenza giovanile quasi sempre classificata come manovalanza delle mafie, ai nemici della democrazia). Diventa allora ben prevedibile la deriva terrorista di “schegge impazzite” che trovano rifugio nelle proposte jihadiste o radicali, così come negli esempi di stragismo nichilista o di "umani-bomba". Un comportamento non nuovo nella storia dell’umanità, cioè tipico di chi non intravede alcuna possibilità di negoziazione pacifica per soddisfare le sue rivendicazioni di miglioramento della propria vita.

È questo che il liberismo è riuscito a realizzare: l’erosione dell’agire politico, l’impotenza dell’azione politica per negoziare col potere. L’asimmetria di potere che s’è sviluppata con il liberismo ha eroso le possibilità di agire collettivo pacifico. Ecco perché il fenomeno del radicalismo islamista, come altri radicalismi o anche l’auto-distruzione e i suicidi “postmoderni”, è un “fatto politico totale”: investe tutti gli aspetti e sfere dell’organizzazione politica della società e degli esseri umani.

Ora, dopo il massacro di Charlie Hébdo, è probabile un nuovo rilancio della guerra permanente a tutti i livelli, subito invocata da alcuni che trovano ampio spazio mediatico. Mentre l’a-sociologia e i benpensanti si contenteranno di provare a suggerire qualche piccolo tampone per limitare il danno.

 

L’età dei disastri

Andrea Cortellessa

The Age of the Extremes s’intitolava, giusto vent’anni, fa il libro di Eric Hobsbwam tradotto da noi come Il secolo breve. Un secolo incorniciato dal bang di Sarajevo, 28 giugno 1914, innesco della Grande Guerra, e dal whimper del 9 novembre 1989, crollo del Muro che pone fine della Guerra Fredda. Il secolo breve è abbreviato, brutalmente scorciato: compresso, sino a esplodere, dalla violenza organizzata dell’uomo sull’uomo. È il secolo posto «sotto il paradigma della guerra», ha riassunto Alain Badiou nel suo libro che proprio Il secolo s’intitola (2005, tr. it. Feltrinelli 2006). Prendendosela però con l’«inflazione morale contemporanea», la quale farebbe sì che «il secolo venga da ogni parte giudicato e condannato».

Anche il secolo che gli è seguito è iniziato con un atto di guerra, un nuovo bang: la matrice di ogni trauma, l’11 settembre 2001. Eppure resistiamo a definirla guerra, quella che funesta il nostro tempo. Basta non chiamarla così, si crede, per evitare di far fronte ai conflitti morali – altro che inflazione – che così si risveglierebbero. Basta chiamare terrorismo, e viceversa polizia internazionale, gli atti di guerra che, sempre più frequenti, trasformano quello che assedia il nostro presente in un campo di battaglia. L’età dell’estremismo, ha parafrasato Marco Belpoliti nel suo ultimo libro (ne abbiamo parlato qui https://www.alfabeta2.it/2014/04/30/unarcheologia-futuro/); e parla ora (http://www.doppiozero.com/materiali/editoriale/leta-delleccesso) di età dell’eccesso: ma descrivendo il nostro presente, non il Novecento passato remoto. Un presente – quello di queste ore – in cui a un atto di indescrivibile violenza si risponde elaborando ulteriore irresponsabile violenza – per il momento culturale e politica, in attesa che torni il tempo di quella militare (come nel 2003, in Iraq: coi risultati che si sono visti).

Se non possiamo più isolare, forcludere il Ventesimo come il Secolo della Guerra – perché lì è cominciata una spirale nella quale siamo tuttora presi, lì s’è prodotta la crepa nella quale siamo da allora sprofondati – allora i centenari, le ricorrenze – quelle del 1914, del 1915, del 1939, del 1945, del 1989 – non possono essere vissuti col sussiego asettico col quale l’industria dell’intrattenimento ci ha ormai assuefatto a impacchettarli in serie. Il modo in cui possiamo, dobbiamo impiegarli è invece quello che ci ha mostrato Paul Ricoeur (Ricordare, dimenticare, perdonare, 1998, tr. it. il Mulino 2004; La memoria, la storia, l’oblio, 2000, tr. it. Cortina 2003): contrariamente al nevrotico (che – spiega Freud giusto nel 1914 – riproduce il trauma «non sotto forma di ricordi, ma sotto forma di azioni; li ripete, ovviamente senza rendersene conto»), spiega Ricoeur che quello della memoria non può essere un intrattenimento o un obbligo di circostanza. Dev’essere invece un «lavoro»: analogo a quello che lo stesso Freud, nel ’15, definisce Durcharbeiten («elaborazione» o, piuttosto, «rielaborazione del lutto»). Questo lavoro, spiega Ricoeur, è «simmetricamente contrapposto a coazione: lavoro di rimemorazione contro coazione a ripetere».

Mettere in mostra la guerra, le guerre del Secolo breve – come si fa in queste settimane a Londra, a Roma e a Trieste: ma anche al Mart di Rovereto, dove sino a settembre si può visitare la ricchissima mostra sulla Grande Guerra (e post-) alla quale Cristiana Collu ha voluto dare il titolo brechtiano La guerra che verrà non è la prima –, nell’annata interminabile della doppia coazione anniversaria, non può dunque riproporre le parate festanti che, nell’agosto del ’14 e nel maggio del ’15, accolsero il Disastro (nelle città e fra le classi agiate, ché altrove circolavano sentimenti ben diversi). Deve viceversa aprire e far aprire gli occhi a chi ancora oggi – e anzi di nuovo oggi, in tempi di pelosi revisionismi anti-antibellicisti – coltivasse la tentazione di nuove parate, nuove guerre-lampo, nuove reni da spezzare agli infedeli.

Aprire gli occhi sui «disastri della guerra» – quelli che come spiega Jean-Luc Nancy nel catalogo del Mart, da Callot a Goya sino all’Herzog di Lektionen in Finsternis (1992), ci oscurano, ci abbagliano, appunto ci chiudono gli occhi – significa in primo luogo «svelare» la storicità, la politicità di quei disastri: che in prima battuta non possono che colpirci, invece, alle viscere – a un livello arcaico e prepolitico. È quello che Fredric Jameson (nel suo libro su Brecht e il metodo, Cronopio 2008) ha definito effetto V (dalla freudiana Verfremdung). Ed è quello che va rivendicato: in un tempo come il nostro in cui si vorrebbe consegnare, al contrario, anche il Secolo breve all’asettica imparzialità colla quale studiamo le guerre puniche, o le scorrerie degli Hyksos. Non è possibile: se è vero – come in tutti i modi ci ricordano le scritture, le immagini provenienti da quel tempo – che siamo anche noi, uomini del Ventunesimo Secolo, figli di quelle guerre, di quei disastri. Noi, che abbiamo la sventura di viverne di nuovi, abbiamo il compito di riconoscerli.

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Guerra / Brindisi
Comando supremo del R. Esercito a S. E. Monsignor A. A. Rossi Arcivescovo di Udine. Eccellenza, gli auguri che V. E. in nome proprio e in quello del clero dell'arcidiocesi volle cortesemente indirizzarmi per la ricorrenza del mio onomastico mi sono giunti assai graditi e altamente apprezzati, tanto più che agli auguri V. E. si è compiaciuta di unire parole di fervida speranza nelle fortune militari d'Italia. Voglia pertanto l'E. V. accogliere l'espressione della mia viva riconoscenza ed i miei ringraziamenti per il dono gentile delle preziose bottiglie del vecchio vino della abbazia di Rosazzo. Oggi con gli ufficiali del mio Comando ho brindato con lo squisito liquore di Picolit che unanimemente è stato riconosciuto - come appunto scrisse l'E. V. - degno di mense regali. Sono dell'E. V., con particolare ossequio, dev.mo L. Cadorna
Paolo Ferrari, Alessandro Massignani, 1914-1918. La guerra moderna (con documenti inediti), Franco Angeli 2014, p. 225

Guerra / Bugie
Se vi chiedono perché ci è toccato morire / dite loro che i padri fan questo: mentire.
Rudyard Kipling, Formula, in La guerra d'Europa raccontata dai poeti, a cura di Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri, nottetempo 2014, p. 41.

Guerra / Cantastorie
Avevo compiuto da poco ventisei anni quando la scheggia di una granata mi uccise. Ovviamente, è uno dei ricordi più chiari che mi siano rimasti di tre anni trascorsi a far la guerra in Italia, dove non ero neanche nato e dove avevo scelto di venire a combattere arrivando dal Brasile nel luglio del 1915. (....) Questa storia la voglio dunque da me raccontare come se fossi un reduce che narra le sue imprese a distanza di decenni o meglio ancora come un cantastorie che abbia raccolto varie memorie altrui facendole proprie con giusta ragione senza che mai, si intende, debba venir fuori il mio nome. Il motivo di questa reticenza è facile da intendersi: per tutti in Italia sono il Milite ignoto ed è opportuno che, anagraficamente parlando, io tale rimanga.
Emilio Franzina, La storia (quasi vera) del milite ignoto, raccontata come un'autobiografia, Donzelli 2014, pp. 3-4.

Guerra / Divorzio
Don Giovanni Bevilacqua, parroco di Peio dal 1906, commentò lo scoppio della guerra, stando sulla sponda austriaca, con le seguenti parole: “I popoli hanno scosso il giogo soave del Signore; si diedero in braccio alle passioni, si ribellarono a Dio. I Governi scacciarono Dio ed il suo Cristo dalle aule legislative, dalla scuola, dissacrarono la famiglia col matrimonio civile, sancendo le leggi del divorzio. E non potendosi avere pace, ove non c’è Dio, necessariamente vi dev’essere guerra. E la guerra ci fu e terribile”.
Bruno Bignami, La Chiesa in trincea. I preti nella Grande Guerra, Salerno 2014, p. 43

Guerra / Esperienze
Dal 10 agosto 1914 al 5 gennaio 1915 ho passato una vita completamente diversa dal solito, una vita barbara, violenta, spesso pittoresca, spesso anche di una cupa monotonia con parti comiche e parti crudelmente tragiche. In cinque mesi di guerra chi non accumulerebbe una ricca messe di esperienze? (...) È tempo di aprire un'inchiesta seria sulle false notizie della guerra perché i quattro anni terribili già si allontanano verso il passato e prima di quanto si creda le generazioni che li hanno vissuti cominceranno lentamente a sparire.
Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), traduzione di Gregorio De Paola, Fazi 2014, pp. 80 e 128.

Guerra / Filo spinato
Nel corso della prima guerra mondiale il filo spinato assieme ad altri congegni come il tribolo e il cavallo di Frisia divennero l'elemento caratteristico nella cosiddetta terra di nessuno, che divideva le linee contrapposte di trincee e in cui si svolgevano gli assalti. Il filo spinato mostrò la sua enorme funzionalità: era leggero da trasportare e facile da installare, i bombardamenti con mortaio e obici difficilmente distruggevano le file successive di filo spinato. Anche se distrutti, i grovigli filo spinato rappresentavano un ostacolo per gli attaccanti: occorreva tagliarlo con apposite pinze o farlo esplodere da vicino con tubi di gelatina. Entrambe queste modalità erano estremamente pericolose. Il numero di vittime fra i tagliafili fu molto alto.
Dizionario della Grande Guerra a cura di Gustavo Corni e Enzo Fimiani, Textus Edizioni 2014, pp. 285-87

Guerra / Moda
I guerrafondai giornalmente insistono per imporre alla donna italiana un solo vestito, quello di gramaglie, unica moda in tempo di guerra.
Intervento di Rosa Geroni, citato in Marta Boneschi, Da pioniera della moda a militante pacifista, in Donne nella Grande Guerra, introduzione di Dacia Maraini, Il Mulino 2014, p. 218

Guerra / Soldati
Nell'orrore della guerra l'orrore della natura: la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise, la forca del Palalto e del Palbasso, i precipizi della Folpola: un paese fantastico, uno scenario da Sabba romantico, la porta dell'Inferno . Non una macchia d'albero, non un filo d'erba tranne che nel fondo delle vallate: lassù un caotico cumulo di rupi e di sassi l'ossatura della terra messa a nudo, scarnificata, dislogata e rotta. Gran parte delle trincee s'eran dovute aprire spaccando il vivo masso, a furia di mine: il monte delle schegge aveva dato il materiale per i muretti e il pietrisco era servito a riempire i sacchi-a-terra. L'acqua mancava del tutto e doveva essere trasportata a schiena di mulo nelle ghirbe, insieme con i viveri. Tuttavia i soldati si erano accomodati anche lì e non parevano starci di peggio umore che altrove.
Federico De Roberto, La paura e altri racconti della Grande Guerra, Edizioni E/O, p. 19

Guerra / Trincee
10 dicembre 1914. Fronte occidentale. Il comandante in capo delle forze britanniche John French visita il fronte e trova le trincee "un unico pantano". I combattimenti proseguono, resi più difficili dalle condizioni atmosferiche. Nelle trincee il fango e l'acqua gelata, che arrivano fino al ginocchio otturano un gran numero di fucili rendendoli inutilizzabili.
Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno. Cronaca di un massacro, prefazione di Guido Ceronetti, Edizioni Clichy 2014, p. 42.

In posa

Alessia Cervini

Dieci anni bastano per acquisire, nei confronti di un oggetto scabroso, la distanza utile a farne, al di là dello scandalo, il focus di un discorso filosofico? Dieci sono gli anni trascorsi dalla prima pubblicazione delle fotografie scattate, all’interno del carcere di Abu Ghraib, dai quei soldati americani che si ritrassero nei panni di aguzzini di detenuti sottoposti a ogni sorta di tortura, esibiti come trofei nelle mani dei conquistatori. Foto che hanno fatto il giro del mondo e che per certi versi non possono che continuare a scandalizzare, perché sono l’indice «della nostra ordinaria e banale brutalità», «della catastrofe che abitualmente abitiamo».

Parole queste di Pierandrea Amato: il cui lavoro ha il merito di sottrarre quelle immagini all’orizzonte sensazionalistico dello scandalo, che procura uno shock ma non dà spazio a una riflessione critica. Si può decidere di chiudere gli occhi di fronte a tanto orrore, o invece tentare di comprenderlo: giustificarlo no, ma capirne le ragioni. Tentativo questo che corrisponde alla necessità, quando è con delle immagini che si ha a che fare, di renderle «leggibili»; di sottrarle al silenzio per restituirle a un discorso che richiede una distanza dall’evento che testimoniano.

Ed è da qui che prende avvio il libro di Pierandrea Amato: da una torsione di sguardo che è la molla per cominciare a discutere delle foto di Abu Ghraib. Cosa c’è da guardare in quelle foto? Per certi versi nulla, se esse sono davvero l’espressione di un’ordinaria brutalità. Si potrebbe addirittura dire che per questo scopo siano state scattate: «testimoniare che non sta succedendo nulla di veramente grave e memorabile», «guarda» – dicono quelle foto – «è una situazione come un’altra; vedi non c’è nulla da vedere». Eppure qualcosa stava accadendo, ed è ciò che si è visto (che tutto il mondo, compresa la giustizia americana, ha visto) nelle immagini di Abu Ghraib: violenze e torture compiute ai danni di detenuti inermi da soldati, tutti successivamente condannati per i loro gesti.

Ma c’è dell’altro da guardare, «l’espressione vitrea e sorridente che il carnefice lancia verso la macchina digitale». Quel sorriso diventa per Amato il punctum di tutte le fotografie scattate nel carcere di Abu Ghraib, l’elemento che dieci anni dopo essere state realizzate non cessa di pungere e sollecitare lo sguardo. Dieci anni dopo, gli atti documentati dalle immagini sono passati per l’ordine giudiziario: consegnati a un ordine del discorso, ormai pressoché rappacificato, che Roland Barthes avrebbe potuto definire, di contro, studium.

Se tutto si limitasse a questo potremmo archiviare le foto di Abu Ghraib, consegnarle alla storia di una guerra e dei suoi orrori. E invece quel sorriso continua a pungere e a porre al filosofo domande che finiscono per superare le pareti di un carcere e interessare l’intera cultura occidentale; o almeno una parte importante della sua storia, quella che comincia alla fine dell’Ottocento e incrocia eventi come la nascita della fotografia e delle avanguardie artistiche. Ed ecco la tesi (una delle tesi) del volume di Pierandrea Amato, che merita di essere discussa: «nelle immagini di Abu Ghraib si materializza il lato oscuro che nutre l’intenzione di liberare l’arte dall’autorità dell’opera d’arte», «l’esito imprevisto di una rivoluzione iniziata in America circa mezzo secolo fa: la non-arte come forma d’arte». Da quel momento in poi, al valore dell’opera si sarebbe sostituito infatti il valore della performance che «rischia di saldare definitivamente la produzione d’immagini con il modo di funzionamento spettacolare e informale del potere contemporaneo».

È ciò che accade nelle foto scattate ad Abu Ghraib che non hanno più nulla della testimonianza rubata all’orrore delle foto scattate ad Auschwitz, di cui fra gli altri Georges Didi-Huberman ha mirabilmente scritto. Qui l’orrore è messo in scena, rappresentato in una vera e propria performance che, se da una parte spettacolarizza, dall’altra normalizza la violenza. Come è accaduto tutto ciò? Le risposte possono essere moltissime. Quello che le foto di Abu Ghraib mostrano con ogni evidenza è una certa familiarità con l’uso delle immagini nella loro declinazione spettacolare, anche quando non fanno che immortalare scene di ordinaria e quotidiana crudeltà. In questo senso, esse rappresentano il punto più avanzato di un processo che, lungo tutto il corso del Novecento, ha progressivamente sottratto le immagini al dominio dell’arte per consegnarle all’ordine del comune. Operazioni come quelle di Susan Crile, ricordate da Amato in chiusura del suo volume sono, per il fatto stesso di tentare di riconsegnare all’arte le immagini di Abu Ghraib, segnali di attiva resistenza al dominio incondizionato dello spettacolo.

Ma è la familiarità che gli autori di queste stesse fotografie dimostrano di avere con lo strumento che ne consente la produzione (macchine digitali che hanno, negli ultimi anni, reso ancor più quotidiano il gesto fotografico) a porre la domanda più radicale: quella che non smette di interrogare il nesso fra tecnica, immagini e potere: un nesso che nella prima metà nel Novecento ha interessato soprattutto i regimi dittatoriali e ora (se abilmente messo a fuoco, come fa Pierandrea Amato) può divenire uno strumento per investigare il funzionamento scricchiolante delle democrazie occidentali.

Pierandrea Amato
In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo
Cronopio, 2014, 74 pp.
€ 8,00