L’arma nucleare: segnali di guerra, segni di pace

Paolo Fabbri

Una celeste piaga, /non ci dà altro segno,/che l'interna differenza /in cui siedono i significati.

Nessuno può insegnarla /Suo suggello è l'angoscia,/Imperiale afflizione/Che dall'aria ci viene.

Quando viene, l'ode il paesaggio/E l'ombre trattengono il respiro. /Quando va, somiglia alla distanza /Sul sembiante della morte.

Emily Dickinson, There's a certain Slant of light, 1861

Aveva ragione Umberto Eco, almeno in questo: andiamo indietro, in pace e in guerra, a passo di gambero. Questa volta è un passo al bordo dell’abisso, l’abisso del temuto conflitto nucleare. Mentre la Corea del Nord esperimenta, realizza e trasporta ordigni col potere detonante di un terremoto, il Pentagono, su dettato presidenziale, riprogramma la propria strategia con l’impiego di bombe nucleari pudicamente dichiarate a “basso rendimento” (Nuclear Posture Review).

Immersi nella distrazione social, confusi dalle fake news, scarichiamo tante informazioni irrilevanti da dimenticare l’incubo di questa idra a 17.275 testate (v. Istituto per la pace di Stoccolma) che odia e sogna in fondo al mare – nei tubi di lancio dei sottomarini; al suolo – sulle rampe di lancio o acquattata nei silos di profonde caverne. Un mostro vorace che assorbe spese paurose di manutenzione e d’adeguamento tecnico e la cui sola passiva presenza dovrebbe agire da deterrente alla Quarta Guerra Mondiale (la Terza è la Guerra Fredda, da poco conclusa o appena rinviata).

Le tecnologie dette “dolci” della comunicazione, diffuse, incorporali e invisibili, armeggiano con i cifrari delle cyberguerre, come se l’odierna società, informatizzata e globalizzata, fosse l’esito naturale della militarizzazione del Secondo Dopoguerra. Ci occultano però la gravità materiale, la tecnica “hard” dell’armamento atomico. Letale e totale, incomparabile per capacità devastatrice rispetto alle tante bombe che alimentano l’affollato mercato internazionale: incendiarie, chimiche, al fosforo, a grappolo, a frammentazione, volanti, plananti, in profondità; che esplodono a tempo, a urto, a prossimità; intelligenti o sporche, smart o pulite. Della bomba GB28 per es., l’antibunker, conosciamo carica, diametro, peso, autonomia di volo, vettori di lancio e prezzi di mercato - resta solo da ordinarla su internet! Chi più ne ha più ne vende, insomma e chi più spende è pronto ad allestire un “teatro” delle operazioni per poterle usare. L’industria non produce solo armi per la guerra, ma guerre per le armi.

Gli esiti apocalittici della guerra nucleare condotta con bombe dette stellari sono stati largamente descritti e profondamente pensati (v. Günther Anders e le sue lettere con il pilota americano di Hiroshima) e i trattati di non proliferazione accanitamente discussi e accuratamente redatti. In effetti, per citare il maggior studioso di strategia, Thomas C. Schelling, “l’’evento più spettacolare” degli ultimi decenni “è quello che non si è mai verificato: ci siamo goduti quasi un secolo, senza che le armi nucleari ci annientassero”. (Anche se nella crisi dei missili cubani il rischio è stato estremo e l’esito quasi fuori controllo). Ma la forma-Stato aspira per vocazione a entrare del club esclusivo dei detentori di questo ordigno terminale (“ordine” è l’etimo di “ordigno”!). E la competizione egemonica dei nazionalismi coloniali e postcoloniali li avvia all’ineluttabile scalata agli estremi. Si è calcolato che se ogni Stato membro del "club dell'atomica" impiegasse, in un conflitto globalizzato, l'equivalente di 50 bombe comparabili a quelle di Hiroshima e Nagasaki, il pianeta entrerebbe in un prolungato, durissimo inverno: si estinguerebbero molte forme di vita, tra cui quella umana. I mezzi insomma distruggono i fini – il che sembrerebbe irrazionale se il primo compito del razionalismo non fosse quello di non illudersi sull’efficacia persuasiva della ragione.

Nonostante, o forse a causa della riconosciuta follia della corsa agli armamenti (MAD è Mutua Distruzione Assicurata), la riduzione delle testate nucleari – ciascuna tra i 100 e i 450 chilotoni, rispetto ai 15 di Hiroshima – è sempre in forse e gli accordi raggiunti tenacemente aggirati. Sappiamo, da inchieste recenti, che almeno 70 di queste fatidiche ogive si trovano negli aeroporti di Ghedi (Brescia) e di Aviano, scortati dai marines americani e pronte a involarsi con aerei italiani. Non mancano d’altronde i nostalgici della guerra fredda che assicurava, pare, un certo equilibrio dl terrore e impediva le tante guerre calde e il terrorismo contemporaneo. Un’indubbia efficacia a cui va però aggiunta una componente altamente significativa: il non uso delle armi nucleari va attribuito alla costruzione condivisa d’un tabù simbolico e culturale, ben argomentato dal discorso di Schelling alla ricezione del Nobel per l’Economia, 2005: “Sessant’anni incredibili: l’eredità di Hiroshima”. Dopo la devastante esperienza giapponese, le armi nucleari sono oggetto di una generale maledizione, indipendente dalla loro potenza d’annientamento. Ci sono infatti armi convenzionali più distruttive, come la MOAB, la “madre di tutte le bombe” non nucleari, sganciata in Afganistan nell’aprile scorso. Ma “è tradizione consolidata che le armi atomiche siano differenti” da quelle convenzionali e che “vengono percepite come uniche”. Come e più dei gas nella prima guerra mondiale. Per Schelling “esistono fenomeni percettivi e simbolici – noi diremmo semiotici ed emozionali – che persistono e ricorrono e aiutano a rendere il fenomeno nucleare meno enigmatico “e “che “travalicano i confini culturali”. Si tratta di un “sentimento” d’avversione e ripugnanza al di fuori delle possibilità speculative delle scienze strategiche, che fonda un “un assioma, un primitivo” volto a impedire l’estensione dell’uso e a non legittimare la scalata agli estremi. Un’interdizione che estende tanto alle esplosioni sotterranee per scopi pacifici quanto alle bombe a neutroni le quali, bontà loro, distruggerebbero solo (!) gli esseri viventi con mutazioni letali e rotture del DNA, ma nel rispetto delle infrastrutture inorganiche.

Per Schelling, che fu, con Herman Kahn, il maggior stratega della Guerra Fredda, estendere l’inibizione all’uso della forza nucleare è costato moltissimo in uomini e di materiali, a tutti i contendenti, ma è stato “importante quanto estendere il trattato di non proliferazione nucleare”. È quindi necessario coltivare questa consolidata tradizione del non uso e non offuscare la distinzione – l’“argine antincendio” semantico e passionale – tra il nucleare e il convenzionale. “L’investimento volto a limitare l’utilizzo delle armi nucleare era reale, ma allo stesso tempo simbolico” (Schelling). Per lo storico (K. Pomian) la bomba è un “semioforo”, appeso come la spada di Damocle sulla soglia categoriale d’una discontinuità qualitativa di senso. La virulenta tradizione contro l’utilizzo dell’’arma atomica è stata qualificata e rafforzata attraverso dispositivi mitici e rituali come la “beatificazione di Hiroshima”, un “evento mistico con la forza di un accadimento biblico” (Schelling). Una commemorazione e un’affermazione costituita da manifestazioni simboliche, monumenti, parchi, rituali e cerimonie mediatiche mondializzate contro la “forma ultima dell’inumano” (Obama). Per il fisico nucleare A. M. Weinberg la “santificazione di Hiroshima è uno degli sviluppi più promettenti dell’era nucleare” perché mantiene e aumenta il potere collettivo di deterrenza. E un modo, aggiungerei, per tradurre il significato di un evento “subliminale” cioè sovradimensionato rispetto a conseguenze che non riusciamo a capire e ad immaginare (G. Anders)

Si vis pacem para signum. Gettare l’anatema sull’arma nucleare non equivale alla pace. Com’è accaduto in Africa, si possono uccidere milioni di persona con il solo machete; e non c’è neppure bisogno dell’apparato industriale del nazismo. La pace però non è uno stato naturale perturbato dai conflitti; è un evento pratico per il quale si deve agire senza la certezza di garanzie definitive; una pausa, un armistizio tra i conflitti. Per ottenerla, la pace, ragione e religione non bastano -possiamo sempre darcele di Santa Ragione. Noi Pacifondai, crediamo alla pace come i Guerrafondai credono alla guerra: non ci sono alternative all’olocausto d’una guerra atomica totale. Possiamo perciò rinsaldare simbolicamente la barriera tradizionale tra convenzionale e nucleare perché dia senso e forza a una ferma presa di posizione. Contro i negazionisti, come la Corea del Nord, alla ricerca di una parità strategica nella mutua distruzione con gli Usa. E contro il tentativo, più surrettizio e forse più rischioso, di rispondere all’incremento potenziale dei vettori russi e cinesi con bombe atomiche, cosiddette “tascabili”. Passare furtivamente sotto una soglia simbolica fondata su di una tradizione mutuamente condivisa sarebbe un gesto ancor più apocalittico di Hiroshima.

Ricordiamo l’ammonimento di Kafka: al Giorno del Giudizio il Messia arriverà in ritardo, forse il giorno dopo.

G. Anders, Il mondo dopo l’uomo, Mimesis, Milano, 2008

K. Pomian, Che cos’è la storia, Bruno Mondadori, Milano, 2001. (Cap. 5, “Storia culturale, storia dei semiofori”).

Th. C. Schelling, La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2006 (1980) e Micromotivazioni della vita quotidiana, Bompiani, Milano, 2008 (1978)

La guerra, a colori e in bianco e nero. “War is over” a Palazzo Braschi

guerra 1 (saracinesche come vele a Genova)Andrea Cortellessa

Sul marciapiede a brevi passi, senza affanno, cammina una donna. In braccio ha un involto che non sembra pesarle troppo; fra le mani raccolte sul grembo tiene un’altra busta, più piccola. Osserva, senza particolare curiosità, chi la sta fotografando; la sua espressione è calma, forse assorta. I capelli, si direbbe bianchi (la foto è in bianco e nero), sono resi ancor più chiari dalla luce, vivida e fredda, che la illumina da dietro; e che sul marciapiede ai suoi piedi proietta un’ombra dura e aguzza. Anche tenendo conto della strada in salita, il taglio dell’inquadratura è obliquo, asimmetrico. Al margine inferiore si vede la strada; c’è dell’acqua, forse è piovuto da poco; più probabilmente è esondato un tombino, attorno al quale si notano dei detriti; forse spazzatura, forse frammenti di calcinaccio. Dietro la donna, il punctum: sotto le finestre, dalle imposte ben chiuse, sfilano le vetrine di un locale (si legge un’insegna a grandi caratteri modernisti, GRANDE ALBERGO PALAZZO), anch’esse ermeticamente serrate. Ma le saracinesche, sottili, aggettano sul marciapiede come vele gonfiate dal vento. La didascalia, lapidaria, recita: «Gli effetti del bombardamento, Genova 1943». Sopra, a mo’ di timbro a stampa, si legge «CENSURATO». Non sappiamo di quale bombardamento si tratti, se quello dell’8 agosto o del 29 ottobre di quell’anno (dall’abbigliamento della donna si direbbe quest’ultimo), ma in effetti la città ne subì molti, sino al maggio del ’44, a causa delle sue attrezzature portuali e cantieristiche (quello che ai genovesi resta più nella memoria non venne dall’aria, ma appunto dal mare: fu uno dei primi, quello delle corazzate inglesi che sorprese la città il 9 febbraio 1941; come una reliquia resta nel Duomo di San Lorenzo il proiettile da 381 mm che vi cadde inesploso – se non è invece un diverso proiettile installatovi a posteriori, dopo la rimozione del pericoloso residuato reale). In un film del ’49, Le mura di Malapaga di René Clement, Jean Gabin e Isa Miranda si aggirano in una città che ancora conserva – in certi punti quasi come la Berlino di Germania anno zero, girato da Rossellini l’anno prima – segni evidenti della guerra.

I segni della guerra, ecco. Pochi repertori, come quello fotografico esposto a Palazzo Braschi da Gabriele d’Autilia ed Enrico Menduni, riportano con tanta ricchezza i paradigmi di questa semiotica del disastro. Quelle che vediamo qui per la prima volta, le saracinesche-vele di Genova che saldano nel metallo lo spostamento d’aria causato dalle esplosioni, potrebbero essere per esempio l’equivalente per l’Italia bombardata (trauma in sostanza rimosso – come lamentava vent’anni fa, per la Germania, il Sebald di Storia naturale della distruzione – prima delle notevoli ricerche di Umberto Gentiloni Silveri e Maddalena Carli, Bombardare Roma, il Mulino 2007; e di Marco Gioannini e Giulio Massobrio, Bombardate l’Italia, Rizzoli 2007) delle invece celeberrime fotografie delle «ombre» dei cittadini di Hiroshima dissolti dall’atomica, il 6 agosto del ’45: nella coscienza collettiva, per decenni, uno dei segni della guerra in assoluto più eloquenti (ma che oggi forse persino il Giappone comincia a dimenticare, se ha appena modificato la propria Costituzione passando dal «pacifismo passivo» a quello «attivo» – colla solita coazione all’eufemismo propria del lessico bellicista contemporaneo).

A guidare il visitatore, ancorché senza tecnicismi, c’è in effetti un preciso percorso di semiotica dell’immagine. Il repertorio non potrebbe avere una suddivisione più netta e, è il caso di dire, icastica. Da una parte ci sono le immagini in bianco e nero (come quella della nostra Genova dal vento che uccide), recuperate dall’Archivio dell’Istituto Luce, in maggioranza dalla sezione «Riservato» (che, sottolinea Menduni, è un eufemismo per «Censurato»): sono quelle realizzate dal «Reparto Attualità» (se sul territorio italiano) e dal «Reparto Guerra» (se abroad). In quest’ultimo sono stati ritrovati, e qui esposti per la prima volta, ben 2581 negativi classificati come «riservati» (su un totale di 71.648, buona parte dei quali consultabili on-line sul sito dell’Istituto). Dall’altra parte, i fotocolor: che invece sono stati realizzati in territorio italiano, dopo lo sbarco in Sicilia del luglio ’43, dagli U.S. Signal Corps (e sono oggi conservati a Washington presso la NARA, National Archives and Records Administration). Anche gli americani usarono prevalentemente il bianco e nero ma, a titolo fra lo sperimentale e il propagandistico, portarono con sé anche della pellicola a colori, sebbene fosse costosa e più difficile da sviluppare (era stata introdotta, del resto, solo a metà degli anni Trenta).

Ecco, propaganda. Era quello il fine dell’apparato mediatico, in entrambi i casi del tutto embedded nelle rispettive unità da combattimento: se non l’unico, quello dichiarato e comunque prevalente. Sicché risultano della massima eloquenza semiotica, appunto, sia il confronto tra l’immagine che di sé e dell’Italia vogliono trasmettere i «liberatori» con quella che producono gli «invasi» (con l’ulteriore sfumatura, ben sottolineata da Menduni, fra l’immaginario fascista pre-43 e quello tetro e e terribilista ormai «targato» R.S.I.) sia i connotati di quanto, del repertorio del Luce, rimase «Riservato»: ritenuto controproducente, appunto, ai fini propagandistici. Sin dalla sua fondazione, nel 1926, il Luce fu sotto stretto controllo personale del Duce, che come ricorda una ben nota aneddotica si faceva sempre proiettare i cinegiornali in screening privati a Villa Torlonia. Memore della propria esperienza giornalistica, Mussolini aveva le idee chiare e le applicava con ducesca decisione, vergando i suoi «Sì» e «No» al verso di ciascuna fotografia. «Il cinema», scandiva un suo celebre slogan, «è l’arma più forte»; ma l’assunto vale anche per le immagini fisse. L’istinto visivo degli operatori Luce ha una lucidità, scrive Menduni, «qualitativa e quasi neorealista», anche se poi deve passare sotto le forche caudine della censura: tanto che la stampigliatura CENSURATO funziona oggi, a posteriori, quasi come un sigillo di qualità.

RGR00000623 copiaEliminate – secondo una norma ancor oggi vigente – sono le immagini di morte violenta, le cerimonie funebri, il rientro in patria delle salme dei caduti; ma anche quelle delle fucilazioni (ribelli, spie, eccetera; al tempo della R.S.I. invece, a scopo intimidatorio, queste immagini conosceranno particolare fortuna). Una fantastica immagine di bersagliere all’assalto sulla neve russa, nel ’42 (che per dinamismo ricorda quella celebre dell’Armata Rossa all’attacco, scattata l’anno prima da Dmitri Bartelmants), fa le spese del cadavere congelato che ha appena superato di slancio ma che è visibile, perfettamente a fuoco, in primo piano. Un soldato esausto, raccolto in preghiera, non può essere mostrato per i fori di proiettile ben visibili dietro l’altare. Impresentabile la foto di un muro sul quale campeggia la targa VIA BENITO MUSSOLINI in quanto, dietro il muro, nulla di quella casa è rimasto in piedi.

Sconveniente, in generale, l’eccessivo realismo: specie, si capisce, ove esso documenti l’insufficienza e l’approssimazione degli armamenti, delle divise, degli alloggi dei soldati. Troppo intima l’immagine di un soldato appartato in un loculo a cielo aperto, in trincea, colle pareti di legno tappezzate di foto di dive (siamo in Africa nel ’42: impossibile non pensare alla Pin up girl di Vittorio Sereni, in Diario d’Algeria). Bloccata anche la foto di Mussolini, in visita a un ospedale, che si piega a parlare con un ferito: lo sguardo che gli rivolge il soldato non sembra precisamente adorante (ma pare che fra le norme del Duce vi fosse anche quella di non mostrarlo mai in compagnia di persone malate, o anche solo troppo anziane). Ma vengono censurate anche, in qualche modo viceversa, le immagini troppo allegre e spensierate: che contraddicono il «tipo umano serio, tendente al tenebroso, gerarchico, compreso delle proprie funzioni e dei superiori destini» (Menduni) del perfetto soldato fascista: via allora la foto, di irresistibile spontaneità, del carrista in giubbotto di pelle, gli occhialoni sul casco, che si affaccia dallo sportello blindato del suo mezzo e sorride a tutta dentiera. Per i fascisti, prosegue Menduni, «in guerra non si può sorridere: ma una foto del genere sarebbe stata un’ottima foto di copertina di un rotocalco come Life».

111-C-2919Specularmente inverso, infatti, l’immaginario degli U.S. Signal Corps. Sarà per la vividezza squillante (ma a quanto parrebbe non post-prodotta) dei colori, ma l’immagine che trasmettono gli americani è quella di «una guerra allo stesso tempo reale e mitica, rassicurante e pubblicitaria, per certi versi “hollywoodiana”» (D’Autilia). Impressionanti i modelli maschile e femminile rispettivamente incarnati dal soldato forzuto, a torso nudo e coperto di cartucciere, con in mano un bossolo d’artiglieria gigantesco e inequivocabilmente fallico – già Rambo e già icona camp –, e dall’ausiliaria ospedaliera, truccatissima e parruccatissima su sfondo turchese shocking, abbigliata «in modo attraente» con una divisa, recita la didascalia originale, «pratica e confortevole», che scruta intensa una beuta contenente un non meglio identificato fluido rosa – e siamo già a Tim Burton. D’involontario surrealismo l’immagine delle infermiere e dei soldati che sguazzano felici, à la Esther Williams, nella piscina del Foro Mussolini (l’attuale Foro Italico) appena conquistato, e prontamente trasformato in Rest center della Quinta Armata.

Non c’è dubbio che, alle spalle dei fotografi, vi fosse in ogni caso una memoria cinematografica: da una parte l’American way of life, tutto sorrisi ottimismo e benessere, che già lavora in previsione del dopo («il passato è ormai un grigio ricordo e il futuro è a colori», conclude D’Autilia), e dall’altra il melodramma italiano dal cipiglio più serio e compreso di sé (non è un caso che molti primi piani di ufficiali italiani ricordino irresistibilmente Amedeo Nazzari). Eppure, al di là di tutti questi schermi ideologici e delle più sofisticate tecniche propagandistiche, filtra sempre da queste immagini – con tanto maggior forza quanto più involontaria – un’irresistibile autenticità. La bufera della storia – come nell’icona di Klee, commentata da Benjamin giusto tre anni prima che venisse scattata quella foto, a Genova – si fa udire distintamente, filtrando prepotente tra le imposte chiuse.

111-C-1744Non sono commentate in catalogo, purtroppo, ma nell’allestimento a Palazzo Braschi si possono vedere anche delle immagini in movimento. Sono quelle dei Combat Films nelle cui troupes, al seguito della Quinta Armata che risaliva la Penisola, militavano registi come John Ford, George Stevens e William Wyler (fantastici i suoi travelling sulle jeep che entrano a Roma, nel giugno del ’44) – tutti al comando di Frank Capra. Sono immagini già note al pubblico televisivo, eppure le si ri-guarda – dopo aver attraversato quel mare di mistificazione a colori – con spirito diverso. Già dal titolo, la serie Why We Fight rientra evidentemente nella sfera della propaganda. Eppure le immagini dell’Italia vinta, qui, non sono così facilmente edulcorabili come nei fotocolor, se non post-prodotti, sempre accuratamente «in posa». Una vera e propria scoperta è poi The Battle of San Pietro di John Huston: immagini miracolose girate nel dicembre del ’43, alla fine di un violentissimo scontro coi granatieri corazzati tedeschi, e montate in una mezz’ora di cinema di esemplare asciuttezza con un uso modernissimo, straniante, della musica (siamo già, stavolta, ad Accattone). Ma immagini che vennero a loro volta scartate. Probabilmente per la pietas e insieme la fermezza – davvero una pietà oggettiva, per dirla con Elio Pagliarani – dello sguardo sulla tragedia della guerra. Quel film, in tutti i sensi, era in bianco e nero.

War is over! L’Italia della Liberazione nelle immagini degli U.S. Signal Corps e dell’Istituto Luce, 1943-1946

a cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni

Museo di Roma, Palazzo Braschi, 26 settembre 2015-10 gennaio 2016

Catalogo Contrasto, 2015, 203 pp., € 24,90

La rivolta che non crede nel futuro

Franco Berardi Bifo

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della Presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale:

«Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse»

scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della città il film di Ibrahim El Batout,
El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

1943: Carnevale di guerra

Carlo Antonio Borghi

Cagliari, Febbraio 2013. I Musei Civici cagliaritani lanciano un pubblico e accorato bando per la raccolta di immagini e documenti d’epoca provenienti dai comò e dagli album di famiglie che hanno visto con i loro occhi la tragedia dei bombardamenti aerei sulla città. Destinazione: una mostra collettiva e partecipata, da allestire nei sottopiani liberty dell’attuale Palazzo di Città o Municipio (spazio SEARCH da febbraio a maggio). Paesaggi di famiglie in tempo di guerra: testimonianze, fotografie, diari e lettere. È Carnevale. Le pasticcerie friggono tutti i santi giorni.

Cagliari, Febbraio 1943. Era Carnevale (Carnasciali o Carrasegare, in sardo) anche allora. Uno stormo di fortezze volanti angloamericane scarica sulla città tonnellate di bombe ad alto potenziale. I bombardieri passano e ripassano e rigirano la frittata. Del Carnevale non resta traccia e, quasi quasi, non resta traccia neanche dell’intera città. Non è stato il prologo di un’invasione via mare con truppe e mezzi da sbarco ma solo un test mirato di bombardamento a tappeto. Cagliari come Coventry e più in là come Dresda. Le rovine (ruinas, in sardo) occupano la scena urbana. Intanto, il Comando Alleato progettava lo sbarco in Sicilia. Ancora, dalla terra e dal mare, riemergono esemplari inesplosi di quegli ordigni. Erano passati 150 anni dall’ultimo bombardamento sopportato dalla città, quello dell’armata navale francese nel 1793.

I nati sotto le bombe del 43 hanno compiuto 70 anni. I nati sotto le bombe illuministe del 1793 avrebbero compiuto 220 anni. A Cagliari nel 1943 non c’erano tanti musei quanti se ne trovano ora, radunati in sistema o rete museale. C'erano una Pinacoteca Nazionale e un Museo Archeologico altrettanto nazionale: Retabli spagnoleggianti e Bronzetti nuragici. Tutta la città di allora era fuori di sé, sfollata nelle campagne, in cerca di rifugio e di cibo contadino. Cagliari (già Karel punica, poi Karales romana, poi ancora Kaller spagnola) vantava nel suo grembo un grandioso e mirabile edificio d’uso pubblico: il Partenone. Non un tempio sulla sua castellana acropoli ma un Mercato Civico in puro stile Decò, dove granito, ferro e vetro si fondevano in un articolato e funzionale complesso modernista. Tra le due guerre mondiali era il fiore all’occhiello della città, a due passi dal porto. Le bombe volanti del 43 lo spazzarono via. L’attuale Municipio, di fattezze liberty e suo coetaneo, si salvò a stento dallo spezzonamento.

Ora assessori, direttori e curatori della cultura municipale aspettano di ricevere, in comodato d’uso, le tracce familiari e domestiche di quella tragedia che ingoiò case, chiese e botteghe. Fu pesante come un terremoto. Intanto si frigge a volontà: zeppole, fatti fritti, frittura araba, meraviglie, ravioli dolci (culurzones durches, in sardo) fritti e ripieni di pasta di mandorle. Il Carnevale, di norma, esorcizza il Generale Inverno e anticipa la rinascita di Primavera. In politica, il Carnevale impazza tra mascheroni, mascherine e nasi finti con infingimenti e travestimenti… e le Stelle (filanti) stanno a guardare, prima di votare.

Ludi africani

Augusto Illuminati

Un governo “tecnico” sfiduciato, in carica per l’ordinaria amministrazione, e un Parlamento sciolto, con una cospicua percentuale di componenti inquisiti per reati infamanti e una maggioranza che aveva certificato Ruby nipote di Mubarak, hanno ratificato i primi passi per un coinvolgimento militare dell’Italia a fianco della Francia nel Mali. Operazione schiettamente neo-coloniale, prosecuzione “infinita” del fallimentare intervento in Libia, tanto che il riflessivo B. Valli invoca su Repubblica la presenza di meno compromessi partner europei proprio per attenuare quel brutto odore francese. Come per le altre missioni militari all’estero, si tratta di professionisti, quindi chissenefrega, al massimo dovremo sorbirci qualche alato richiamo di Napolitano e neppure saremo afflitti dal fratello-d’Italia La Russa in mimetica.

La causa è nobile – combattere l’estremismo, magari si potesse fare così anche in Italia –, ci sono le donne da salvare, i bambini-soldato idem, i mausolei danneggiati di Timbuctu, in una parola i valori non negoziabili dell’Occidente, inclusi la vera religione, l’uranio, il petrolio e il gas. Si profila l’asse Bersani-Hollande e la tradizione dei ricognitori che poi si scoprono sganciare bombe è assolutamente multi-partisan: da Cocciolone, Irak 1991, VI governo quadripartito Andreotti con i giurassici Martelli vice e De Michelis agli Esteri, Kosovo 1999 sotto il governo D’Alema, Berlusconi-Frattini, Libia 2011, nell’opportuno centenario coloniale. La solita gioiosa macchina da guerra...

Certo, ci sono cose più urgenti da discutere: bipolarismo o tripolarismo, vocazione maggioritaria o alleanze, Imu e Irap, le liste pulite, le liste pulite! E il nuovo realismo per i più acculturati, nonché le imperdibili Baricco Lectures. Però, sentire il nostro ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola, dichiarare «non metteremo boots on the ground» (la parola d’ordine della contro-insorgenza, secondo cui per battere il nemico bisogna “scendere a terra con gli stivali”) e promettere che non supereremo la soglia di 4-500 istruttori militari ricorda tristemente le promesse di Kennedy, che si limitò ad avviare l’aggressione al Vietnam con 900 istruttori, escludendo ogni altro coinvolgimento diretto...

Al momento, pare che il governo abbia strappato un consenso di massima a Bersani, mentre Cicchitto si rifugia dietro lo scioglimento delle Camere per prendere tempo e lo stesso ministro Riccardi ammette che il Mali può diventare il nuovo Afghanistan. La vocazione a restare con il cerino in mano è ricorsiva per certa sinistra, mentre gli islamofobi (da Marine Le Pen al nostro Magdi Cristiano Allam) denunciano la contraddizione di sperare nelle primavere arabe e armare una fazione islamica contro un’altra, in Libia come in Siria, invece di condurre una bella crociata contro la Mezzaluna.

Fiorisce intanto la letteratura colonialista d’accatto: A. Mergelletti, su Rai 3, esalta i droni-spia come strumenti pre-cognitivi (povero Dick!), M. Farina sul Corriere si sdilinquisce sul I reggimento di cavalleria della Legione straniera, ricordandone l’illustre genealogia, in realtà una sequela di atrocità e di rumorose sconfitte, dai cosacchi bianchi di Vrangel’ a Dien Bien Phu e all’Algeria. Belmokhtar “il guercio” che vuole scambiare gli ostaggi con lo “sceicco cieco” accende la fantasia di G. Olimpio. Robetta. Siamo solo all’inizio e per di più la destra è fredda e rancorosa nei confronti della Francia. A breve ne leggeremo di ogni. Prima che delle canaglie, il patriottismo è l’ultimo rifugio della mediocrità letteraria. Il confronto con il giovanile divertissement di Jünger è schiacciante.

Carnefici e spettatori

Dal numero 24 di alfabeta2, dal 7 novembre nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Alberto Burgio

La questione che sin dal titolo questo agile saggio critico pone è una delle più complesse fra quelle lasciate in eredità dal Novecento, «secolo armato» che, come Dal Lago annota, ha prodotto con le sue guerre più vittime di quelle causate da tutti conflitti precedenti. Carnefici e spettatori, quasi una citazione di un celebre studio di Raul Hilberg: e il problema riguarda soprattutto il ruolo dei secondi, posto che la funzione dei primi pare di per sé inequivocabile. Il libro snocciola un’enorme massa di interrogativi. Questo è un merito, benché non a tutte le domande sia data una compiuta risposta.

L’impressione è che l’autore abbia avvertito il bisogno di chiarire, intanto a se stesso, la nuova forma che i temi della sua ricerca, da anni incentrata sulla guerra, sono venuti assumendo nel corso dell’ultimo decennio (a partire dalle «guerre democratiche» contro l’Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein), man mano che l’impiego delle armi da parte dei paesi occidentali veniva definendosi in base a un nuovo paradigma ideologico, politico e giuridico. Come se si trattasse ora di prendere congedo da un insieme di ipotesi per avviare il disegno di un nuovo quadro di riferimento.

Qui è possibile appena nominare alcuni di questi interrogativi, giusto per farsi un’idea della loro portata. Si tratta del rapporto tra guerra e cultura occidentale (del «fondamento bellico» di quest’ultima); del rapporto tra principi morali e concrete pratiche sociali (in relazione alla cui contraddittorietà Dal Lago parla di «dissonanza cognitiva»); degli effetti della secolarizzazione (del «ritirarsi della presa del sacro sulle istituzioni umane» che determina la sacralizzazione delle istituzioni laiche e la denegazione della loro crudeltà); delle conseguenze della metamorfosi novecentesca della guerra, a seguito della sua mondializzazione. E, soprattutto, della ricostruzione del processo di neutralizzazione e occultamento della guerra, connesso alla sua esternalizzazione (la guerra si combatte ormai in luoghi remoti, lontani dalla nostra quotidianità) e al suo divenire «una normale caratteristica delle società occidentali».

Il paradosso di questa progressiva «rimozione» (lemma ricorrente nel testo) è che essa culmina proprio quando la guerra diviene totale, pervasiva, illimitata. Dal Lago spiega, nelle sue pagine più riuscite, come invisibilità, afasia e indifferenza trionfino al cospetto di un fenomeno non circoscritto e quindi «indefinibile» e «inesprimibile»: un’intuizione che circola già nelle ultime riflessioni di Foucault, autore a lui caro, e che qui egli approfondisce. Che cosa ne emerge? Un fermo atto di accusa «intellettuale e morale» verso la complice indifferenza degli «spettatori», cioè dell’opinione pubblica, cioè di noi tutti, a cominciare dagli intellettuali democratici fautori delle «guerre umanitarie». Così torniamo al tema di apertura. Centrale resta la complicata questione di che cosa significhi essere spettatori nella «società dello spettacolo», e di quali responsabilità morali e politiche a questo ruolo si leghino.

LIBRO
Alessandro Dal Lago
Carnefici e spettatori. La nostra indifferenza verso la crudeltà

Raffaello Cortina (2012), pp. 220
€ 13.50

Film non raccomandati

Michele Emmer

Si parla molto di valutazione, di merito, di criteri di scelta in questi ultimi tempi. Salvo poi scoprire che la valutazione, il controllo dell’impiego delle risorse riguarda solo alcuni ma non tutti. Voglio parlare di di cinema. Qualche giorno fa il 2 ottobre ho fatto una piccola indagine sulle recensioni dei film su uno dei giornali di grande tiratura. Per la zona di Roma. Non volevo affatto fare una indagine accurata. A Roma ci sono 48 cinema, non considerando quelli d’ Essai. I film proiettati in tutte i cinema, con ovviamente molti che si ripetevano nelle diverse sale, erano in totale 288. I giornali usano dare un giudizio sui film tramite palline, stelline, o altri simboli. Ora di 288 film proiettati nella sale, 230, cioè l’ottanta per cento avevano giudizi da capolavoro da non perdere (un solo film) a da vedere a si può vedere. Solo il venti per cento dei film non aveva nessun segnale, film di scarso interesse.

In particolare praticamente tutti i film in animazione 3D o comunque i film di animazione più o meno per bambini avevano un qualche segno per consigliarne più o meno la visione. Un solo esempio: Ribelle, il film di animazione con la ragazzina coi i capelli rossi, aveva una ottima recensione. Pur essendo un film di una rara noia, in cui la parte centrale è un film senza alcuna inventiva. E il combattimento tra gli orsi finale, non ha nulla a che vedere con il “vero” combattimento tra orsi del film di Werner Herzog Grizzly Man a cui probabilmente si sono ispirati gli autori. La cosa eccezionale del film sono i capelli della protagonista. Quindi stando alle recensioni su un giornale, in una città, ma credo che la cosa sia abbastanza generalizzata, al cinema di questi tempi ci sono molti film di interesse. Vista la massiccia predominanza dei film buoni o passabili, e dato che scorrendo la lista dei film non mi sembrava che fosse così, ho deciso di andare a vedere un film che non aveva nessuna palla: Una stanza ad Atene di Ruggero Di Paola.

1942. Nella casa della famiglia di Nikolas Helianos, editore abbastanza benestante prima della guerra, entra un ufficiale nazista a cui è stata assegnata la loro casa come alloggio. Nella casa oltre a Nikolas vivono la moglie Zoe e due figli, Leda e Alex. Tutto il film si svolge in quell’appartamento. Siamo in guerra, la Grecia è occupata, il nemico in casa. Bisogna inventarsi una strategia per cercare di sopravvivere. Il capitano nazista è come ci si aspetta, un sadico, privo di intelligenza, con una cultura superificale. A vederlo non si può non ricordare che l’attore che lo interpreta, Richard Sammel, era il nazista cialtrone di quel gran bel film di Quentin Tarantino, Inglourious Basterds.

Il nazista instaura un disciplina ferrea nella casa, sequestra il bagno, costringe a dormire i padroni di casa in cucina. Devono tutti essere i suoi servitori, ha attenzioni solo per la piccola figlia quasi adolescente, attratta dalla divisa. Il padre decide che è meglio non reagire, fare finta di nulla, basta aspettare e sopravvivere. E l’attore Gerasimos Skiadaressis ha esattamente la facce, le espressioni che servono. Che il destino sia segnato lo sappiamo, a renderlo ancora più chiaro il fatto che quando il nazista è seduto per mangiare con tutta la famiglia che deve assistere e servire senza sedersi, dietro di lui, vi è un quadro, una delle versioni de L'isola dei morti del simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901). Tra l’altro Adolf Hitler ne possedeva una versione originale. La situazione precipita quando al ritorno da un viaggio in Germania, Nikolas pensa di intravvedere nell’animo del nazista un qualche cedimento, dovuto alle tragedie familiari che lo hanno colpito in Germania. E quell’attimo sarà fatale a Nikolas. Quella stanza è un campo di concentramento, con le stesse regole, con le vittime che devono distruggere la loro stessa umanità, i rapporti tra di loro, devono essere solo vittime compiacenti. E riconoscere la superiorità.

Il modello del tedesco è Rudolf Höss, per due anni comandante del campo di Auschwitz, che viveva con moglie e figli in una villetta a cento metri da uno dei forni crematori, di cui Primo Levi ha scritto nella prefazione all'autobiografia: “Il libro è pieno di nefandezze raccontate con ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime; il suo livello letterario è scadente; ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual'è, un furfante, stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace... Nelle pagine affiorano ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, ma sono talmente ingenui e trasparenti che nessuno ha difficoltà ad identificarli.” Sarà impiccato davanti al forno crematorio nel 1946 lasciando una commossa lettera al figlio. La moglie è Laura Morante, monocorde nella sua recitazione. Un film interessante, ben raccontato, con i due personaggi del tedesco e del marito ben delineati e credibili. Insomma un buon esordio. Quel venti per cento di film da non considerare gli va molto stretto.