Cinquant’anni dopo

gruppo 63 - Gruppo 63 archivio Giovannetti/effigie - Fotografo: nn
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Angelo Guglielmi

Il 21 e 22 ottobre il Gruppo 63 ha riunito a La Spezia i protagonisti ancora viventi; l’occasione è stata la ricorrenza del cinquantenario di una analoga riunione che il gruppo tenne nella stessa città di La Spezia nel 1966 (appunto cinquant’anni fa).

Il Gruppo ’63 (che è stato la conclusione di un percorso iniziato molti anni prima) ha significato per noi il recupero della buona letteratura (italiana e soprattutto straniera) degli anni venti e trenta, e quindi Pirandello ,Svevo, Joyce, Proust, Gadda, Musil, senza dimenticare il Moravia degli Indifferenti (la vera unica proposta di novità dello scrittore romano) e alcuni saggisti e critici, per me soprattutto Spitzer e la critica stilistica. Da questo complesso di libri (romanzi, prose narrative e saggi) non era difficile prendere atto della necessità di superare il naturalismo con i suoi scivolamenti nell’intimismo e nel risaputo e della possibilità di una nuova idea di realismo che rifiutava di coincidere con la rappresentazione della realtà della cronaca .

Così rimanevo stupito che negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra (gli ultimi quaranta e i primi e non solo anni cinquanta, che erano stati gli anni del mio esordio come critico letterario) proprio quell’idea di naturalismo scivolante verso il crepuscolarismo tornava a vincere e proprio il realismo (perfino nella letteratura resistenziale, vedi La ragazza di Bube) non rinunciava alla facile emotività (a scadimenti sentimentali)

La ribellione fu naturale e tanto violenta quanto la meraviglia che nonostante le scoperte garantite da tanta letteratura contemporanea europea e anche italiana dei decenni passati (quelli in cui noi eravamo nati) e nonostante il grande sconvolgimento sociale di cui era stato oggetto il Paese, con i contadini diventati operai e gli analfabeti in grado di scrivere, si continuasse a pubblicare romanzi come se nulla fosse accaduto in una Italia non più a trazione agricola..

Che la situazione andasse rovesciata alla ricerca di una lingua e contenuti diversi diventava un obbligo. Il problema era capire che cosa potesse significare trovare una nuova lingua e nuovi contenuti. Capimmo subito che non si trattava di due problemi ma di uno solo e che trovare nuovi contenuti era trovare una nuova lingua. La narrativa di rappresentazione aveva esaurito il suo corso cedendo il passo alla narrativa di espressione.. Ce lo gridava, almeno per me con autorità incontestabile, il grande Gadda, per altri Joyce, Musil, Mann, Beckett ecc., e a questa nuova coscienza si conformò il Gruppo. La cosa provocò un vero subbuglio nella cultura e tra gli scrittori italiani e si determinò almeno per una paio di anni una sorta di paralisi: nessuno aveva più il coraggio di scrivere; ma quando ritrovarono il coraggio in realtà ritrovarono la loro viltà e ripresero a scrivere nel modo morto in cui lo avevano fatto fino allora o forse da sempre.

Questo capitava allora; ma da allora sono passati più di cinquant’anni.

I protagonisti ancora viventi del Gruppo 63 si sono riuniti qui a La Spezia per riflettere su questi 50 anni passati; lo abbiamo fatto rievocando la stessa riunione (ma più numerosa di partecipanti) che il Gruppo organizzò in questo stessa città nel 1966. Io di quella lontana riunione poco ricordavo, quel poco erano le letture dei poeti Vicinelli, Torricelli e Rosselli e lo stupore (come di cosa nuova) che avevano suscitato. Queste letture erano state piuttosto delle performance cioè delle esibizioni dove gli autori si rappresentavano combinando parole gesti immagini visive rumori ( sonorità di varia provenienza - vocale e materiale). Quello stupore esigeva di essere indagato. E fu confusamente chiaro ( e solo negli anni successivi divenne una convinzione) che con quei poeti la poesia usciva dal libro come era accaduto alla pittura che già da tempo era uscita dal quadro.I Novissimi, che erano la base capitale del Gruppo 63, avevano aperto alla poesia una spazio infinito di ricerca e di sperimentazione consentendole di raggiungere forme espressive avanzate e impreviste. Questo per la poesia, ma per la narrativa? Gli spazi di sperimentazione di cui poteva approfittare erano più limitati? Questo non lo, so ma certo so che la narrativa non può uscire dal libro; ma se non può uscire dal libro (e pensarsi oltre il libro) certo può guardarsi dentro (riflettere su se stessa). E la riflessione significa il metaromanzo (il romanzo del romanzo), significa la destrutturazione ironico-comica della trama, la contaminazione di narrativa saggistica, e perché no poesia, significa pastiche linguistico incrociando (mischiando) lingua, forme dialettali di varia estrazione e ogni altre convenzione verbale o semplicemente segnica di ieri e di oggi . Significa ogni altro approdo che la riflessione su di sé consente. Ma certo il romanzo non può uscire dal libro. Le suggestione più comunemente (e certo più superficialmente ) ricavabili dal Gruppo 63 e cioè illeggibilità e l’irrealismo che hanno permesso (benefiche!) alla poesia di avventurarsi in soluzioni le più alte e ardite, si rivelano alla prova per la narrativa di efficacia più ridotta L’illeggibilità ebbe la maggiore diffusione con Manganelli, l’autore di La letteratura come menzogna che con l’illeggibilità riassumeva sua idea di menzogna in quanto possibilità della parola di dire la verità solo arrotolandosi intorno al non senso. Manganelli costruiva poemi di parole inseguendole in eroiche avventure. Le parole erano i suoi Orlando, Ulisse e Donchisciotte. L’irrealismo (lo abbiamo più sopra anticipato) era ed è la ferma denuncia che la realtà non è dove si crede (non coincide con quella che troviamo la mattina uscendo di casa ) ma è altrove. E dove ce lo dice il grande romanzo contemporaneo Di lì abbiamo appreso che il romanzo non deve rappresentare la realtà perché la realtà è sempre la realtà del momento, quando è già finita, ma deve raccontare il mondo, come fa Joyce con Ulisse, Musil con L’uomo senza qualità , Beckett con Aspettando Godot; o Faulkner che ne L’urlo e il furore ne evidenzia l’intrico discordante e l’impossibilità di uscirne, o Wallace che con Infinite Jest ne epicizza il dissolvimento e fa la conta dei cocci che sono infiniti come le oltre mille pagine del romanzo.

E per rimanere nei nostri confini patri, prendiamo il caso di Balestrini, il più avanguardista del Gruppo. Scrive le prime poesie col computer e ne scrive ancora oggi col metodo combinatorio e la serialità digitale, ma quando scrive romanzi scrive Vogliamo tutto o I Furiosi(e tutti gli altri a seguire). Romanzi leggibilissimi, costruiti con un intervento di montaggio creativo sulle parole del metalmeccanico della Fiat o quelle delle bande di tifosi infuriati sugli spalti di San Siro. E Eco, l’autore di Opera aperta, in cui indicava un nuovo modo di leggere (e vedere) l’arte contemporanea rendendo comprensibile ciò che fino allora era parso oscuro e indigeribile, quando decide di scrivere un romanzo scrive Il nome della rosa, un romanzo fin troppo leggibile, costruito approntando un ordigno artificiale tra giallo e filosofia.,

Dunque non era l’illeggibilità la chiave per entrare in un narrativa credibile e non era nemmeno l’indifferenza alla realtà dell’esperienza ( l’uno e l’altro avevano rappresentato una spinta non piccola per la fortuna della poesia). Certo vi era stata la sciagura del neorealismo letterario rivelatosi più un ritorno al naturalismo ottocentesco sommamente deprecabile, ma c’era stato, sommamente interessante e apprezzabile, il neorealismo cinematografico. Paisà e Ladri di biciclette della realtà valorizzano non l’aspetto subdolamente emotivo ma quello materico; la realtà non è pianto, è un precipitato di materia incandescente. Che è poi l’aspetto che apprezzavamo leggendo Il Pasticciaccio e quello che ci esaltava nel Capriccio di Sanguineti. E (aggiungiamo) quello che mancava nei romanzi romani di Pasolini.

E insieme a Balestrini e Eco, e prima di loro con prodotti autorevoli e più duraturi, c’è: l’agguato parodico al “significato” in Malerba, la narrativa di cumulo di Arbasino che trabocca garantendosi un continuo inizio, l’epicità stranita di Germano Lombardi, il vagabondaggio scrupoloso di Celati, lo smarrimento inseguito di Leonetti, poi alcuni più giovani (ma forse oggi settantenni) che hanno sterzato dalla scelta autobiografica, consapevoli di essere riflesso e non specchio, come Trevisan, Covacich, Pascale e alcuni altri (forse nemmeno tanto pochi) i cui nomi do per conosciuti

Certo vi è poi un forte gruppo di scrittori più sui 50 anni e anche oltre (Ammaniti, Trevi , Pincio, Baiani, Pecoraro, Falco, Vasta e molti altri – fino a dodici dice Cortellessa ) che non hanno come punto di riferimento per la loro formazione e il loro operare il Gruppo ’63 ma altre situazioni, dai Cannibali a Internet e i misteri del web alla complicità con i media freddi dalla musica leggere, ai fumetti, a una più spregiudicata lettura dei classici (magari col rischio di non cogliere gli aspetti visionari della narrativa di Balzac), alla naturalezza (non il naturalismo) dei giovani americani da Franzen a Foer. Hanno allargato l’idea di realtà ricavandone un nuovo senso di responsabilità e pratica di rapporto..

Questo mi pare di avere ricavato dall’incontro di La Spezia meritandomi qualche interesse ma molto disaccordo. A compenso non ho rimpianti convinto (mi capita la prima vola) di avere ragione.

alfadomenica #5 – ottobre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Angelo Guglielmi, Cinquant'anni dopo:  Il 21 e 22 ottobre il Gruppo 63 ha riunito a La Spezia i protagonisti ancora viventi; l’occasione è stata la ricorrenza del cinquantenario di una analoga riunione che il gruppo tenne nella stessa città di La Spezia nel 1966 (appunto cinquant’anni fa). Il Gruppo ’63 (che è stato la conclusione di un percorso iniziato molti anni prima) ha significato per noi il recupero della buona letteratura (italiana e soprattutto straniera) degli anni venti e trenta, e quindi Pirandello, Svevo, Joyce, Proust, Gadda, Musil, senza dimenticare il Moravia degli Indifferenti (la vera unica proposta di novità dello scrittore romano) e alcuni saggisti e critici, per me soprattutto Spitzer e la critica stilistica. Leggi: >
  • Lorenzo Esposito, Ci vado io su Marte! Due film di Herzog sulla connessione: Il vulcanologo Clive Oppenheimer e Werner Herzog approdano in uno sperduto villaggio australiano dove un’antica tribù vive, venerandolo ciecamente, alle pendici di un attivissimo vulcano (la situazione ricorda altri incontri herzoghiani alla fine del mondo e dell’antropologia, come nell’episodio amazzonico Ten Thousand Years Older per il collettivo Ten Minutes Older: The Trumpet). Siamo già Into the Inferno (passato di recente alla Festa del Cinema di Roma, ma già da molti mesi presenza stabile nei festival internazionali, da Telluride a Toronto, e di prossima messa in rete su Netflix che produce). Oppenheimer, che affianca Herzog nei suoi incontri con il capo del villaggio, confessa che la prima volta in cui si incontrarono, all’epoca della spedizione antartica di Encounters at the End of the World (2007), aveva pensato che se lo avessero lasciato troppo fare lui li avrebbe condotti dritti nella bocca del vulcano. Dovette ricredersi, e al contrario stupirsi delle misure e delle attenzioni prese dal regista per non far coincidere il suo desiderio di mai visto col rischio di non vedere più. Leggi:>
  • Semaforo: Adolescenti - Immigrati - Specchi. Leggi:>

 

Da oggi a sabato 5 novembre sulla home page di alfabeta2 The Painted Song di Antonio Fasolo con Alvin Curran e Edith Schloss

Il giuoco con la scimmia

Un estratto dello spettacolo andato in scena all'Elfo Puccini il 26 Novembre a Milano all'interno della manifestazione 63x50: Cinquant'anni del Gruppo 63

Il giuoco con la scimmia
di Enrico Filippini - ideazione e regia Franco Brambilla

I materiali a cui attinge l’autore sono relativamente pochi: un’immagine ambigua di una scimmia di un circo, una bambina d’oro fiabesca, alcuni riferimenti alla corrida, frammenti sparsi di favole da Lo spirito nella bottiglia, le stazioni del Rosarium philosophorum analizzato da Jung in “la psicologia del tranfert”.

L’azione scenica è prevalentemente visiva, essa ha relegato a un ruolo secondario la parola. Questi materiali  sono stati immessi in un teatro grottesco, ironico-parodiaco.L’azione drammatica de Il giuoco con la scimmia è sottratta ai personaggi, che risultano essere più agglomerati di voci e immagini che protagonisti del dramma, essi si muovono all’interno di una struttura circolare che non permette uno sviluppo temporale. Ne risulta un’azione scenica libera e seducente che procede affermandosi e negandosi di continuo senza mai identificarsi con i materiali che hanno originato il lavoro. Le didascalie sono assunte a voce-personaggio con un fine non descrittivo ma intenzionalmente drammatico.

Il filo conduttore dell’azione è Alpha che procede attraverso un monologo che sembra accentrare su di se l’azione stessa invece è soltanto la negazione che spezza e ricompone di continuo il filo conduttore. Il gioco scenico segue la dinamica del sogno e del mondo onirico, dove le immagini, le azioni, le parole fluiscono senza soluzione di continuità.

 

Ai poeti non si spara

Walter Pedullà

Negli anni Sessanta e Settanta Luigi Malerba scrisse per il teatro e per la radio testi che ora Luca Archibugi (meriterebbe qualche riflessione l’intelligente introduzione dell’«addetto ai lavori») raccoglie sotto il titolo di uno di essi: Ai poeti non si spara. In quei due decenni i maestri erano Ionesco e Beckett, ma Malerba non aveva bisogno di andare a scuola da loro per imparare a usare l’assurdo, che peraltro era stato inventato da Achille Campanile.

Ci nuotavano dentro già felicemente i racconti della Scoperta dell’alfabeto e romanzi quali Il serpente, Salto mortale, Il protagonista e Il pataffio, per limitarci al meglio del ventennio più malerbiano (tra parentesi, chiedono di essere incluse Le rose imperiali, e io acconsento con piacere, con l’inalterato piacere della loro lettura). Lo sanno tutti, ma io lo dico lo stesso: è la narrativa la madre di tutte le battaglie di Malerba, che ora si dimostra un valido combattente anche nel teatro. Cosa hanno in comune i due generi?

Il linguaggio, che era tutto per uno scrittore per il quale la realtà non esiste. Esistono solo le parole, che qui appaiono in forma di battute o di didascalie scritte in una prosa ammiccante e sardonica, nonché esilarante. Testi insomma «da leggere», che, prima di mettersi al servizio del teatro, servono se stessi, cioè la letteratura.

Vanno benissimo tuttavia pure sulla scena, l’ho constatato di persona: il surreale prende il sopravvento e ti trovi in un altro mondo che poi sotto sotto è sempre il nostro, solo che non lo vediamo. Ridi, con angoscia. Ma anche questo lo sapevamo dalla sua narrativa, quella in cui tutto è teatro, finzione evidente e inspiegabile. Sono storie di normale follia, di quotidiana frustrazione. Una coppia di attori, in Qualcosa di grave, ha perso una battuta con cui trionfavano in tutti i teatri del mondo e non ne trovano una nuova altrettanto efficace per ridere e per piangere.

Non ci riescono loro, o sono le vecchie battute a non interessare più gli spettatori d’oggi? Si trova in una situazione analoga il marito che non riesce a dire una intera frase «logica e poetica» alla moglie (in Babele). Non va oltre il pronome personale io, potrebbe adattarglisi il verbo essere, che però è intransitivo.

Incapace di qualsiasi azione, l’uomo è negato al verbo con cui si influisce sugli altri, e non basta la musica a sostituirlo nella ricerca del senso della realtà. Agonizza una cultura, irresistibilmente e comicamente prossima al silenzio, anche se chiacchiera più di prima. In Ai poeti non si spara il capo di un’azienda sull’orlo del fallimento ricorre all’aiuto di un robot, che è davvero bravo nella diagnosi e nei consigli. Intollerabile però che la macchina scriva poesie più belle delle sue, perché lui allora spara e ammazza il robot.

Dov’è l’errore? Nello scrivere testi che un computer fa meglio attraverso la rigorosa fedeltà al codice? Nell’incapacità di inventare un linguaggio con cui comunicarsi messaggi emozionanti? Si sente alla fine La risata del diavolo: dove le protagoniste, due cicogne, girano il cielo d’Italia senza trovare un posto su cui posarsi: l’aria è irrespirabile, si soffoca nella civiltà industriale. Così però il linguaggio atterrato nella satira ecologica riscopre la realtà che pareva scomparsa. Il realismo dell’avanguardia – così caro a Pagliarani, Sanguineti e Volponi – ha contagiato pure persino Malerba, che se n’era detto refrattario? Sparando all’avanguardia, si estingue il senso del reale che è pur sempre l’obiettivo di ogni arte?

«Le parole bisogna prenderle a tradimento, all’improvviso», dice un personaggio che attraverso di esse cerca le cose che contano. Ebbene, il testo, avanzando nella selva delle trite frasi della conversazione d’ogni giorno (ad esempio tra coniugi, robot in carne e ossa, come tutti rischiamo di diventare se non buttiamo il linguaggio liso e replicante: se ne può morire in Ossido di carbonio), pronuncia espressioni che assumono un valore di critica morale, o culturale, o esistenziale, che l’autore non sa di possedere.

Preso a tradimento, Malerba confesserebbe d’essere in fondo un moralista. Eccovi una collana di perle false che sembrano vere: «E qui che cosa facciamo?»; «Se qualcuno di voi sentisse dire qualcosa di molto intelligente»; «È così difficile comunicare»; «Da questa parte non si va in nessun posto»; «Non ci vuole più nessuno, finiremo per morire di fame»; «Io posso dirti soltanto che da quella parte non c’è niente, c’è il vuoto»; «Alla fine ha abbracciato la religione cattolica»; «Sono sicura che qualcosa succederà a un certo punto». Tutto ciò è assurdo, ma è la vita. La vita viene meglio, con la letteratura che trova nel vuoto l’energia necessaria alla sopravvivenza.

Ricordate l’omeopatia descritta da Malerba nel Serpente? Scomparsa la materia, resta l’energia, come a teatro. Prese a tradimento, le sue parole vi invitano a cercare in mezzo a loro la formula vincente. Non sappiamo cosa fare, è sempre più difficile dire cose intelligenti, è interrotta ogni comunicazione con l’altro; così non andiamo in nessun posto, continuiamo a inseguire mete dietro le quali c’è sempre il nulla. Finché c’è però la fame, il desiderio d’altro, c’è la vita. Magari la vita dei robot che, privi di scopo, abbracciano la religione. Ma così: «Sei sicura che siamo vivi?».

Luigi Malerba
Ai poeti non si spara
a cura di Luca Archibugi
Piero Manni (2013), pp. 196

Da alfa63 allegato al n.33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013), in edicola e in libreria

alfadomenica novembre #4

Interventi di:
Gianfranco BARUCHELLO - Gea PICCARDI - Lidia RIVIELLO - 
Juan Domingo SÁNCHEZ ESTOP - Duccio SCOTINI -

ELOGIO MATERIALISTA DI PAPA FRANCESCO
Juan Domingo Sánchez Estop

Dal numero 33 di alfabeta2 (novembre-dicembre 2013), in edicola e in libreria da oggi
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Doppia cover  (600x390)

VOTÀN ZAPATA
Duccio Scotini e Gea Piccardi

Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l’autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell’Escuelita.
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DRIVERLESS
non guardate il conducente
Lidia Riviello

linea a attiva
non ci sono conferme.
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50 ANNI DEL GRUPPO 63
a Milano

- Milano, 24 novembre – Castello Sforzeco ore 17.00
- Milano, 25 novembre - Teatro Elfo Puccini ore 21.00
- Milano, 26 novembre - Teatro Elfo Puccini ore 21.00

gruppo-63 (800x550) (400x275)

TRE LETTERE A RAYMOND ROUSSEL (1969-1970) -
Un film di Gianfranco Baruchello


Il film è stato proiettato a Torino, Roma e Milano in occasione dei 50 anni del gruppo 63

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Masterpiece

Gilda Policastro

Il periodo è assai propizio, per parlare di romanzo, mentre si festeggia il cinquantenario del Gruppo 63 e si ripubblica, per i tipi de L’Orma, il da tempo introvabile dibattito sul Romanzo sperimentale.

Un libro che dimostra sostanzialmente due cose (in via, si spera, definitiva): innanzitutto che la neoavanguardia, lungi dall’essere una falange armata unita e compatta contro il nemico del “romanzo ben fatto”, era in realtà il luogo ideale di incontro per un gruppo di persone assai bene assortite, da Sanguineti a Eco, da Manganelli a Balestrini, che pubblicamente e scopertamente se le cantavano assai. In secondo luogo che se non esiste un modello precostituito di romanzo tradizionale, come ha dimostrato uno studio di un paio d’anni fa a firma di Guido Mazzoni, nemmeno esiste il suo controcanto sperimentale, anzi, meno ancora del primo, come modello precostituito e replicabile.

Tutti diversi, perciò, i romanzi sperimentali (evidenza che fa sospettare proprio a Sanguineti che dunque si trattasse di arrovellarsi, nell’occasione del ‘65, su todo y nada). E però è bene uscire qui dal testo e andare al contesto. Magari insieme a Berardinelli, fiero avversario dei nostri, il quale si accanisce a sostenere da decenni che il gruppo altro non fosse da un baluardo contro l’imperizia o l’alterno talento dei singoli neoavanguardisti, i quali in realtà, quegli odiosamati romanzi, non avrebbero mai e poi mai potuto scriverli, per congenita incapacità.

Prova ne sia che oggi, sempre a dire di Berardinelli, Capriccio italiano non lo legge più nessuno. Chissà se Berardinelli, l’altra sera, ha visto come me il reality di Raitre Masterpiece, il cosiddetto talent per scrittori. Cosiddetto perché mancavano all’appello tanto il primo quanto i secondi. Tralasciamo la regia alla X Factor, i primi piani tachicardici, la suspense di maniera, il coach, le situazioni ipertelevisive (ma di una televisione già decrepita, che non a caso ha visto registrare negli ultimi anni la crisi dei talent, l’ultimo di successo dei quali irreversibilmente trasmigrato sulla tivù satellitare). Tralasciamo.

Concentriamoci sulla giuria (De Cataldo, De Carlo, Taye Selasi), sulle motivazioni con cui si scartavano i candidati: la scrittura pareva ed era l’ultima delle preoccupazioni. Sono passati, difatti, aspiranti romanzieri che parlano, nei momenti più ispirati e meno rozzamente enfatici, di «omologazione vestiaria» (con De Cataldo che arriva a entusiasmarsi per questo che definisce «l’elemento di maggior interesse della tua pagina»), di «cuore pulsante», di «graffio dell’anima». La paratassi (sapessero cos’è), tabe della narrativa recente, è proprio il male minore, a sentirli leggere.

Va bene (cioè va male, va malissimo, visto che quello vogliono, o li incoraggiano a fare, nella vita: «il mio sogno da sempre», «gli amici credono in me»): non sanno scrivere. Ce n’est pas grave: anche Maria De Filippi prende spesso gente che non sa cantare o ballare veramente, ma attorno a cui costruire un personaggio. Qui però c’è un’aggravante, perché quello che cercano i giudici è “la storia vera”, cioè il caso umano: «Marta, la tua scrittura non ci interessa, ma sei anoressica, anch’io lo ero». E giù lacrime che manco Sandra Milo (personaggio del trash televisivo realista o pseudotale di recente riesumato dal perturbante Discorso Giallo dei Fanny e Alexander).

«E tu, Lilith, hai un nome da donna». «E però so’ uomo». «Bene ti prendiamo». «E tu, scappato di casa? Bene, passi. E passi anche tu, che sei vergine a trent’anni, e pure ateo». Poi li conducono in un centro accoglienza e in una balera a fare un’”esperienza” su cui di lì a poco dovranno confrontarsi a colpi di pensierini. Gli stessi pensierini che in un rigurgito più che di severità selettiva di puro sadismo del mezzo i giudici finiranno per stracciare, scoprendo solo in quel momento di aver a che fare con persone del tutto prive di sguardo e di penna. E nemmeno allora li buttano fuori, no: ne scelgono invece tutti convinti uno, ed è quello del «graffio dell’anima» (ovvero lo scappato di casa) il primo finalista del talent per scrittori.

Poi seguono, sotto i titoli di coda, i consigli degli scrittori già arrivati (da Muratori a Brizzi, tralasciando La Capria, che pare un marziano), e il quadro di povertà lessicale e ideale è ancora più desolante che per gli esordienti. Manca solo il televoto, ma confidiamo che arriverà, dopo la punizione dello share. Il consiglio ai presunti talenti, a questo punto, è di lasciar perdere lo zio Berardinelli e ascoltare la cugina (o sorella, o quel che vi pare): date retta, leggetevelo, Capriccio italiano. Basteranno due o tre pagine a capire che è giunto il momento, nella vita, di mettervi (o di continuare) sanamente e serenamente a fare altro.

alfadomenica novembre #3

Interventi di:
Alberto ARBASINO - Fausto CURI - Ugo NESPOLO - Vincenzo OSTUNI - 
Mauro PETRUZZIELLO -

SESSANTA E NON PIÙ SESSANTA
Intervista a Alberto Arbasino di Fausto Curi

Dallo speciale sul Gruppo 63 in edicola e in libreria nei prossimi giorni insieme al numero 33 di alfabeta2
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50 ANNI DEL GRUPPO 63
Una settimana di appuntamenti a Roma, Milano e Zurigo

- Roma, 18 novembre - Libreria Feltrinelli, via del Babuino ore 18.00
Zurigo, 20 novembre - Universität Zürich ore 18.15
- Milano, 23 novembre - Castello Sforzesco ore 17.00
- Milano, 24 novembre - Castello Sforzeco ore 17.00

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THE FOUR SEASONS RESTAURANT
Mauro Petruzziello

Forse l’unica cosa che funziona in The Four Seasons Restaurant, il nuovo spettacolo di Romeo Catellucci/Socìetas Raffaello Sanzio (visto il 3 novembre al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival 13) è il suo totale fallimento, ovvero l’impossibilità di tener fede al proposito che lo regge.
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LA VESTE, LA CINTURA E LA GHIRLANDA
Vincenzo Ostuni

(«Se ci si spoglia interi si scompare», mi hai detto,
«assieme a ciò di cui ci si è spogliati;
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LA GALANTE AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL LIETO VOLTO (1967) -
Un film di Ugo Nespolo


Il film è stato proiettato a Torino, Roma e Milano in occasione dei 50 anni del gruppo 63

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.