È possibile un campo comune?

Uno speciale sulle pratiche artistiche e agricole a partire dalla mostra Grow it Yourself al PAV Parco Arte Vivente.

COMMON ART?
Piero Gilardi

L’arte come bene comune sociale e generalizzato oggi non è più una utopia, come appariva negli anni ’60 e ’70, ai tempi del connubio arte-vita, che aveva segnato la nascita dell’Arte povera e della “scultura sociale” di Joseph Beuys nell’orizzonte dell’autocreazione dell’arte, come pratica di vita di tutti.
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GROW IT YOURSELF
Marco Scotini

Sembra strano, ma il giardinaggio emergerà tra le importanti forze economiche della resistenza al capitale. Le politiche del cibo si ripropongono come fuoco culturale e simbolico al centro delle odierne disparità economiche, senza dubbio accelerate dalla crisi presente. Le implicazioni politiche che convergono verso questo fulcro sono molte, se non altro, come afferma Silvia Federici, quelle che connettono direttamente la distruzione del potere economico e sociale delle donne nella transizione al capitalismo con il governo alimentare nel capitalismo stesso.
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UN NUOVO PAESAGGIO SI APRE
Wapke Feenstra

La transizione da un’economia agricola e mineraria a un’economia di servizio e, soprattutto, non basata sulla terra ha puntato il nostro sguardo sul paesaggio. Possiamo applicare questo sguardo anche sulla campagna?
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INLAND: VILLAGE MODEL
Fernando Garcia-Dory

La concentrazione della popolazione nelle città, in particolare nella seconda metà del XX secolo, ha lasciato vaste aree dell'Europa rurale disabitate e incolte, oltre a migliaia di villaggi abbandonati. Queste aree sono situate principalmente nelle regioni di montagna e in luoghi remoti, non possono dunque offrire risorse economiche di valore – siano esse industrie, estrazione di minerali, turismo o produzione di energia elettrica.
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Grow It Yourself

Marco Scotini *

Sembra strano, ma il giardinaggio emergerà tra le importanti forze economiche della resistenza al capitale. Le politiche del cibo si ripropongono come fuoco culturale e simbolico al centro delle odierne disparità economiche, senza dubbio accelerate dalla crisi presente. Le implicazioni politiche che convergono verso questo fulcro sono molte, se non altro, come afferma Silvia Federici, quelle che connettono direttamente la distruzione del potere economico e sociale delle donne nella transizione al capitalismo con il governo alimentare nel capitalismo stesso.

Dopo il progetto espositivo dello scorso anno, Vegetation as a political agent, che intendeva restituire una storia politico-sociale al mondo vegetale, Grow It Yourself si concentra su alcune recenti esperienze internazionali di forme cooperative di riproduzione alimentare e del comune. Dalle pratiche collettive del farming, alle organizzazioni comunitarie, dal sistema agroecologista delle fattorie, al crescente movimento degli orti urbani, l’esposizione raccoglie una serie di esperimenti in cui la produzione agricola, nell’autogestione delle risorse naturali e nelle sue conseguenze sulle politiche alimentari, traccia un rapporto costitutivo tra pratiche artistiche e abilità sociali. In un momento di crisi dei sistemi di vita come quello attuale è possibile resistere alla subordinazione ai rapporti neoliberisti di produzione e sottrarsi al controllo dell’economia monetaria e di mercato? In altri termini: è possibile un uso non capitalistico delle risorse naturali, un’opposizione al modello di sviluppo espropriativo ed estrattivo che viene imposto in ogni latitudine del globo? Come reagire, per esempio, di fronte alla recente approvazione del Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP, tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea? Può l’esperienza dei Commons essere pensata quale fondamenta di un nuovo modo di produzione?

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Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

Gli esperimenti sociali raccolti nella mostra Grow It Yourself affermano, nelle loro articolazioni e nella messa in campo di micropolitiche al confine tra pratiche artistiche e arti rurali, come oggi l’agricoltura possa divenire terreno di resistenza a partire dal quale tessere soggettività collettive. Ma, assieme, come l’agricoltura possa oggi contribuire a riformulare l’arte di scambiare, di attivare economie alternative e nuove canali di distribuzione. Come possa riproporre un discorso sul contesto locale, su narrative diverse, geografie abbandonate. In sostanza Grow It Yourself s’interroga sulla possibilità di modelli diversi di relazioni sociali ma, soprattutto, sulla necessità di un differente concetto di valore, non più dipendente dall’economia di mercato.

Si potrebbe cominciare a tracciare una genealogia in cui le pratiche artistiche s’incrociano con il mondo agricolo per identificare negli anni ’70 un precedente a cui ancorare le nuove ricerche in corso: da The Farm di Bonnie Ora Sherk all’Agricola Cornelia di Baruchello, dalla Bolognano di Beuys alla Malpartida di Wolf Vostell. Ma è lo sviluppo crescente del movimento degli orti comunitari all’interno delle realtà metropolitane ad essere un elemento interessante da non sottovalutare al fine di una rivalorizzazione e reintegrazione dell’agricoltura nelle nostre vite che ha come obbiettivo quello di costruire una società autosufficiente e non di sfruttamento. Gli orti comunitari sono di fatto degli spazi verdi aperti e polivalenti che mettono in atto procedure elementari di organizzazione, produzione, manutenzione e distribuzione. Essi rivendicano una produzione alimentare di sussistenza e consumo diretto al posto di una produzione per profitto che crede che soltanto il capitalismo e le tecnologie possano ricreare la natura.

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Futurefarmers, Amy Franceschini, Grow It Yourself, veduta della mostra PAV 2015.

L’esposizione si sviluppa attraverso la ricerca dei collettivi Futurefarmers, Myvillages, Inland-Campo Adentro (ideato da Fernando Garcia-Dory con differenti artisti partecipanti) ed, infine, tramite un inedito contributo di Piero Gilardi. Esperienze, situate tra pratiche artistiche e agricole che, volontariamente, si propongono come alternative ai modelli dominanti del capitale e alla logica consumistica del mercato neoliberale, dei grandi apparati della distribuzione e i loro effetti sulla società contemporanea e sull’ambiente, sia fisico che sociale, fino all’affermazione della “sovranità alimentare”, in un processo di riavvicinamento alla terra e di “ruralizzazione urbana”. Infatti in Grow It Yourself vengono indagate le politiche agro-alimentari e le dinamiche della produzione, i rapporti di potere che regolano i modi e le forme attuali in cui un prodotto della terra possa diventare cibo.

L’educazione alimentare e la salute individuale e collettiva non sfuggono certo alla prospettiva conflittuale sui beni comuni. Tale è lo spazio in cui si colloca Grow It Yourself, che, a partire dall’etica e dalle pratiche Do it yourself mette in discussione le dinamiche monopolistiche della grande distribuzione agricola a favore dell’autoproduzione, quale pratica indispensabile se vogliamo recuperare il controllo sulla produzione alimentare, rigenerare l’ambiente e provvedere alla sussistenza.

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Wakpe Feenstra, Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

Il collettivo Myvillages (fondato da Kathrin Böhm, Wapke Feenstra ed Antje Schiffers nel 2003) interviene in mostra con il risultato di veri e propri sforzi collettivi, con i lavori Made in Zvizzchi, Company. Movements, Deals and Drinks, I like being a farmer and I would like to stay one. Sarà inoltre presente un’esposizione dei prodotti acquistabili nei “punti vendita” della serie The International Village Shop, progetto in cui la creazione artistica interviene direttamente tra le maglie dei rapporti di produzione e di commercio.

I Futurefarmers (Amy Franceschini, Anya Kamenskaya, Stijn Schiffeleers, Michael Swaine e Lode Vranken) presentano la documentazione video di alcuni lavori realizzati in situ nel corso degli anni. La mostra ospiterà Erratum: Brief Interruptions in the Waste Stream, Soil Kitchen, Annual Harverst . In particolare This is Not a Trojan Horse, esposto sia in forma video, sia in forma scultorea, è un progetto condotto in Abruzzo nel 2010. Una sorta di primitivo Cavallo di Troia è stato per un mese il centro mobile e simbolico di un dibattito sociale su questioni legate alla rigenerazione rurale. Non si tratta di rimpiangere il tempo in cui in Abruzzo i cavalli pascolavano liberi ma di creare un nuovo pensiero che non si riconosca immediatamente nello sviluppo neoliberale.

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Inland - Campo Adentro, courtesy Fernando Garcia Dory.

Fernando Garcia-Dory presenta il lavoro condotto in Spagna nell’ambito del progetto Inland – Campo Adentro, nato dall’esigenza di stimolare nel contesto metropolitano un dibattito in merito alle tematiche e le urgenze dell'ambiente rurale. L'esplorazione del territorio spagnolo e della pastorizia diventano lo stimolo per ripensare nuove strategie per vivere la campagna e la città, abbattendo la visione dicotomica tra caratterizza il rapporto tra esse. La pratica artistica, in questo senso, vuole porsi come chiave per la transizione della società verso un futuro più sostenibile. Fernando Garcia-Dory ha elaborato una panoramica di questo articolato progetto appositamente per Grow it yourself, in cui saranno presenti i lavori di Mario Garcia Torres, Susana Velasco e del duo Espada y Monleon.

Infine Piero Gilardi propone Ecoagorà, installazione che consiste in un piccolo anfiteatro ottagonale di legno, luogo di discussione e confronto, che ospita, oltre alle persone, oggetti simbolici della riconversione ecologica (attrezzi per l’agricoltura biologica, alimenti e manufatti creativi) e che ha come sfondo immagini emblematiche del disastro ecologico. Ecoagorà non si limita al mero piano della rappresentazione, ma sarà fattualmente teatro degli incontri e dei dibattiti che la struttura vuole evocare. Nel corso della stagione estiva, infatti, il PAV ospiterà intellettuali, artisti e figure provenienti dal mondo rurale (tra cui Christian Marazzi, Silvia Federici, ecc), in un susseguirsi di momenti di riflessione stimolati dalle tematiche affrontate dalle opere in mostra.

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Piero Gilardi, Ecoagora, Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

* Pubblichiamo qui il testo scritto dal curatore in occasione della mostra. 

Un nuovo paesaggio si apre

Wapke Feenstra

La transizione da un’economia agricola e mineraria a un’economia di servizio e, soprattutto, non basata sulla terra ha puntato il nostro sguardo sul paesaggio. Possiamo applicare questo sguardo anche sulla campagna?

Possiamo individuare dei punti di riferimento – momenti di memoria – all'interno ed attorno al paesaggio, facendo sì che si verifichi un incontro tra la storia, la terra e le esperienze; e quindi raccontare nuovamente la storia medesima tramite parole ed immagini. […] Si tratta di arte concettuale ed inclusiva. Un evento performativo che investe le nostre esperienze iu una dimensione culturale ed immediata, creando un'altra immagine di ciò che ci circonda qui ed ora. Un nuovo paesaggio va realizzandosi.

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Il paesaggio – nella pittura tradizionale – può essere una sfera verde e bucolica,un'Arcadia idilliaca, o un regno oscuro carico di minacce. Perchè sogni, paure ed altri sentimenti indefinibili sono parte integrante del paesaggio. Inizialmente, ero sorpresa dall’incrollabile popolarità delle rappresentazioni bi-dimensionali dei nostri dintorni. Sono nata e cresciuta in un paesaggio, ma sono dovuti passare anni prima che cominciassi a maturare l'idea che potesse esistere un genere d'arte capace di relazionarsi alla terra in maniera diversa da come facevamo noi, nella fattoria. Quest'idea ha cominciato a concretizzarsi alla comparsa del primo turista, mentre mondi distanti venivano trasmessi in televisione e qualche hippy di Amsterdam acquistava una casa nel nostro villaggio.

Il mondo stava diventando più grande e le persone sembravano trovare qualche un qualche tipo di senso nelle mucche al pascolo e negli acri di barbabietole da zucchero: un senso che a me sfuggiva completamente. Non che la mia infanzia fosse stata priva di esperienze estetiche, si trattava semplicemente di qualcosa di diverso. Incontrare gli occhi marroni di una mucca, profondi ed intelligenti, circondate da lucide ciglia corvine. Stendersi sull'erba e fissare le stelle fino a rimanerne storditi. O guardare le differenti forme delle nuvole stagliarsi contro il cielo ogni giorno: sempre lì, ma sempre inafferrabili.

1.  Wapke Feenstra, Grow it Yourself, veduta della mostra, PAV, 2015 (24) (500x333)

Sì, il mio paesaggio è spesso nostalgico, qualche volta distante, ed occasionalmente ingigantito, come se fosse visto attraverso una lente d'ingrandimento. All'inizio di questo secolo, ho voluto espandere la nostra prospettiva sul paesaggio, passare da un close-up ad un'immagine a tutto campo, di modo di quel che vediamo non possa mai congelarsi. Abbiamo bisogno di ri-concepire il nostro paesaggio: ancora ed ancora.

I posti cambiano: lo stesso accade all’arte e ai paesaggi. Nelle ultime decadi, il termine paesaggio non si è limitato ad indicare un genere artistico. La contestualizzazione bi-dimensionale è diventata proprietà comune. Guardiamo all’ambiente rurale come ad un’immagine al nostro servizio. La transizione da un'economia agricola e di estrazione ad un'economia basata sui servizi e – soprattutto – slegata dalla terra, ha modificato il nostro modo di guardare al paesaggio rurale. Ora è un oggetto del desiderio: abbiamo costruito l’immagine di quel che desideriamo. Vogliamo una vista panoramica, ma mentre ci lamentiamo dei campi di mail e dei tralicci che inquinano l’orizzonte, i nostri smartphone giacciono sul tavolo e mangiamo una fetta di carne ottenuta da bestiame allevato a mais. Fortunatamente – dimenticandoci per un attimo i dinner party – la decostruzione di qualsivoglia estetica addomesticata è un gioco abbondantemente testato nell’arte. E il “gioco del paesaggio” è alquanto urgente. Il mio contributo, in qualità di artista, sta nel seguire come un’ombra coloro che utilizzano il paesaggio e documentare le loro azioni con fotografie, disegni e parole; in questo modo sono riuscita a smuovere qualcosa nel paesaggio, inteso come genere destinato a proseguire. Nulla è scontato.

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Myvillages è un’iniziativa artistica di carattere internazionale fondata da Kathrin Böhm (Ger/UK), Wapke Feenstra (NL) e Antje Schiffers (D) nel 2003. L’interesse primario del gruppo è l'ambiente rurale in quanto spazio di produzione culturale, nel quale instaurare una relazione con pratiche più tipicamente urbane, diverse geografie e realtà. Le finalità collettive di Myvillages scaturiscono dalla natura contestuale delle specifiche pratiche individuali di ciascun membro e dal comune retroscena biografico: tutti, infatti, provengono da piccoli villaggi. Le attività di Myvillages spaziano da presentazioni informali su piccola scala a progetti di ricerca collaborativa a lungo termine, dal lavoro in spazi privati a conferenze aperte, dalle mostre alle pubblicazioni, dalle questioni personali, al dibattito pubblico. I lavori del gruppo sono stati esposti in svariate istituzioni europee ed internazionali, tra le quali citiamo il Kunstmuseum Thurgau, di Warth (Svizzera), Frieze Art Fair e la Tate Britain a Londra (UK), l'Eastside Projects di Birmingham (UK), la Künstlerhaus Bethanien e l'Haus der Kulturen der Welt a Berlino (Germania), il Bildmuseet di Ulmea (Svezia), e l'Ars Electronica Festival a Linz (Austria). Myvillages è inoltre registrato come Fondazione (Stichting) Internazionale nei Paesi Bassi e al momento i membri del comitato sono Claudia Büttner (curatore, Monaco), Nathalie Houtermans (curatore, Rotterdam) e Gavin Wade (artista-curatore, Birmingham).

Inland: Village model

Fernando Garcia-Dory

La concentrazione della popolazione nelle città, in particolare nella seconda metà del XX secolo, ha lasciato vaste aree dell'Europa rurale disabitate e incolte, oltre a migliaia di villaggi abbandonati. Queste aree sono situate principalmente nelle regioni di montagna e in luoghi remoti, non possono dunque offrire risorse economiche di valore – siano esse industrie, estrazione di minerali, turismo o produzione di energia elettrica. Questi territori offrono la possibilità di sostenere forme di convivenza, economia e creatività all'interno delle comunità autonome - che non potrebbe esser sostenuto in centri metropolitani.

Agricoltura e allevamento si confermano come potenziali fonti di reddito in queste aree recuperate, attraverso la gestione dell'ecosistema e le sue risorse e l’utilizzo di approcci agroambientali alla coltivazione, la terra in queste zone ha la possibilità di recuperare un valore economico, culturale, etico ed estetico. Vivere e sopravvivere grazie alla terra è già di per sé una dichiarazione culturale per il XXI secolo.

Inland sta avviando un'iniziativa sperimentale per recuperare un villaggio abbandonato nelle catene montuose a nord della Spagna. Il progetto non solo fornirà l'infrastruttura per gli aspetti educativi e artistici del progetto - come la Scuola per pastori o i laboratori per gli artisti - ma diventerà anche un’unità produttiva destinata a coprire i bisogni fondamentali della collettività e a proporsi come spazio per una comunità di pratica. Una “comunità di pratica” si riferisce a tutto ciò che esiste al di fuori della sfera dell'arte critica figurativa in tutte le sue forme e discorsi. Utilizzando l’esempio del villaggio come unità di produzione e co-abitazione, si ha la possibilità di progettare e gestire un sistema agroambientale. Vi sono 4 sezioni principali per i 12 ettari di terreno a disposizione: Giardini, Frutteti, Pascoli aperti, Pascoli forestali.

3. Fernando Garcia-Dory, INLAND _ Campo Adentro, Grow it Yourself, veduta della mostra, PAV, 2015 (32) (500x303)

L’attività principale della fattoria sarà la realizzazione di prodotti caseari, utilizzando latte di capra, pecora e mucca. Le mandrie di vacche si alterneranno su lotti di pascolo aperto, con alcune sezioni dedicate al foraggio animale, come tuberi, mais e legumi. La rotazione integra diversi livelli di uso del suolo, così da mantenere e migliorare la fertilità dello stesso. Il mangime verrà conservato in silos e custodito per l'inverno, assieme al fieno raccolto in estate. Verrà usato anche per alimentare i vitelli durante l'anno e questi, a loro volta, produrranno carne biologica per il consumo. La foresta verrà ripristinata gradualmente a partire dall'attuale monocultura di eucalipti: si è optato per una foresta rada che mescolerà querce e castagni assieme a specie dalla crescita più rapida come noccioli e aceri. Un gregge di capre si inserirà, autosostentandosi, in questo processo di silvicultura per ottenere radure e fertilizzare il terreno.

Durante l'estate, gli animali si sposteranno verso la terra comune, in montagna. Se il gruppo decidesse di produrre il formaggio utilizzando i pascoli estivi, potranno utilizzare i rifugi recuperati appartenenti al progetto della “scuola per pastori”. Le diverse scuderie ospiteranno le mandrie, greggi e cavalli. Un altro edificio sarà destinato a ospitare la latteria, oltre a strutture per altre preparazioni alimentari, così come per la frutta, le conserve di verdura e l’imbottigliamento del miele.

L’edificio principale può ospitare 12 persone nelle diverse stanze. Questo servirà anche come il centro del villaggio, fino a quando le altre case saranno restaurate. Ognuna delle case più piccole può ospitare da 4 a 6 persone. In caso di necessità, i granai di legno potranno anch’essi ospitare persone. Un altro edificio sarà una specie di "ateneo contadino" e servirà come centro culturale e sociale. Ospiterà una cucina in comune e sala da pranzo, studio, spazi per eventi e una biblioteca. Attorno a esso, ci saranno vari tipi di laboratori - per legno, ceramiche e altre lavorazioni - così come basilari camere singole con docce collettive per la “scuola per pastori” e la “Scuola per capi nomadi”. La cappella rimarrà come luogo di riflessione e contemplazione, da utilizzare eventualmente anche come spazio espositivo.

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Il villaggio produrrà mensilmente un cesto con una varietà di prodotti destinati a una comunità di 100 consumatori di città vicine. Organizzerà periodicamente varie attività e scambi con le altre organizzazioni aderenti promuovendo un sistema di adesione turnificato destinato anche allo scambio di diversi prodotti.

Il progetto Inlad - Campo Adentro intende esaminare il ruolo dei territori, delle dinamiche geopolitiche, della cultura e dell'identità nella relazione tra le aree urbane e rurali nella Spagna contemporanea. L’obiettivo è quello di lanciare una strategia culturale a supporto della vita rurale coprendo un periodo di tre anni (2010-2013), elaborando specificamente un programma di conferenze internazionali, produzione artistica tramite un programma di residenze, una mostra e una pubblicazione. Il progetto offre ad artisti, agricoltori, intellettuali, esperti di sviluppo rurale, responsabili di politiche del territorio, curatori e critici d'arte, una piattaforma aperta per presentare le loro ricerche e le loro pratiche. I contenuti vengono sostanzialmente raccolti e sperimentati qui, prima di essere indirizzati al resto della società. Inland - Campo Adentro è stato ideato e realizzato a partire dal 2010 dall’artista Fernando Garcia-Dory (1978). Il lavoro di Garcia-Dory si focalizza specificamente sulla relazione che oggi intercorre tra natura e cultura e il modo in cui tale relazione si manifesta in molteplici contesti, attraversando le dinamiche della crisi (globale), la pulsione all'utopia e un potenziale cambiamento sul piano sociale.

3. Fernando Garcia-Dory, INLAND _ Campo Adentro, Grow it Yourself, veduta della mostra, PAV, 2015 (45) (500x333)

Fernando Garcia-Dory ha studiato Belle Arti e Sociologia rurale a Madrid ed Amsterdam: al momento è impegnato nella preparazione di un PhD in Agroecologia. Alla sua seconda esperienza con il PAV di Torino, dopo la mostra Vegetation as a political agent, il lavoro di Fernando Garcia-Dory è stato esposto in istituzioni internazionali come l'ACC di Weimar (Germania), il Domain de Chamarande di Essonne (Francia), lo IASPIS e il Tensta Museum di Stoccolma (Svezia), la Biennale di Atene (Grecia), Frieze Art Fair di Londra (UK) e dOCUMENTA 13 di Kassel (Germania).