Il Traghettatore

Paolo Fabbri

In politica le metafore fanno il lavoro notturno e si vogliono tutte vere. «Peones» e «pontieri», per esempio, sono le figure esatte del movimentato firmamento grillino. Ma il termine più adatto è Traghettatore. Ruolo obbligato quando i governi sono a mezzo servizio, frutto di nozze combinate e di convenienza tra partiti allergici nei valori ma in unione di fattaccio.

Non servono le allegorie militari: armistizio, fine di guerre civili, pacificazioni tra «pezzi di società» o «tribù sociali». Il governo in corso richiama piuttosto i separati in casa, l’unione tra anziani e badanti o le nozze gay con suoceri invadenti. Sono i linguaggi naturalistici e neodarwiniani che ci forniscono le appropriate metafore biologiche. Le campagne elettorali hanno rivelato malformazioni politiche congenite – il grillino – e condotto a un ibrido governativo.

Senza contare i nati morti, i gemelli evanescenti – esseri «papiracei» come Fini, Casini, Monti –, le elezioni hanno prodotto all’interno dei partiti coppie siamesi o altri tipi di chimere, con impronte digitali ideo-compatibili (PD-L). Una progenie interspecifica tra partiti estranei e correnti interne, che riesce solo nella fertilità coatta della cattività o nella fecondazione in vitro. Un inciucio cellulare tra corredi cromosomici che si proclamavano diversi e sono felicemente degeneri. Come i muli e i bardotti, il beefalo (vacca e bufalo), lo zebrallo (zebra e cavallo), il leopone (leopardo e leone), il came (cavallo e cammello) e soprattutto il cognuomo (ottenuto nel 1983 con cellule umane e ovuli di coniglio). Tutti ben portanti, ben oltre la modesta Fattoria degli animali di Orwell.

Difficile quindi definire il cosiddetto «non-self» in questo brodo primordiale senza discriminature assiologiche; più difficile ancora anticipare le infiammazioni, i rischi di trombature e i possibili rigetti, che sono attualmente cronici ma potenzialmente iperacuti.

Meno male che il Traghettatore c’è. Lui si crede necessario: senza passatisti e progressisti tocca infatti ai passatori, cortesi o suscettibili che siano. Come tenere sullo stesso Lettino guelfi e ghibellini dell’insegnamento, gli estremisti del pubblico impiego e chi chiama autonomi gli evasori del privato? I frugalisti e i consumasti? I no-questo e i no-quello? Mentre i governi ponte fanno decreti ponte, il Traghettatore flessibile deve inventarsi tamponi e ammortizzatori nelle strettoie della politica. Turare nasi e orecchie, mettere guanti e sordine, allenare i muscoli del sorriso.

Questo Caronte di anime erranti nelle nebbie e tra le correnti deve farla da semiconduttore: intermedio tra il conduttore televisivo e l’isolante economico, fa passare uno e intercetta altri. Deve rendere sostenibili le reazioni di rigetto – i vari Occupy – aumentando gli immunodepressori. Deve diminuire gli anticorpi e livellare le antimenti e anticoscienze. Inventando formule strabilianti come: «i correntisti da caminetto portano allo sconfittismo»! Senza avere altro potere se non quello del portavoce e/o del portasilenzio.

E senza andare in piazza col sindacato, per non turbare il (PD)L. Perché accetta il Traghettatore? Perché la funzione del partito è comunque l’office seeking? Per la carenza di impieghi sindacalmente garantiti? Perché i suoi percorsi sono brevi e gli basta mantenersi alla superficie dei problemi? In realtà il travet del traghetto lavora duro, almeno quanto l’arrampicatore su vetro. Rischia il disturbo bipolare, ma ha la garanzia dell’approdo perché l’arte di arrangiarsi è nel Dna della nostra politica.

Il trasformismo ricombinante è un chimerismo congenito e i governi italiani sono da sempre ermafroditi potenziali. Allora, serve davvero il Traghettatore? Chissà! Nella nostra politica nessuno è mai morto di contraddizione.

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni
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Augusto Illuminati, Don't panic
Maurizio Ferraris, L'eroe di sinistra
Lucia Tozzi, Vogliamo anche le case
cover ab2 luglio

Il raddoppio

Ida Dominijanni

L’eclissi dell’ordine del padre è la cornice simbolica in cui in tanti ci siamo spiegati il regime del godimento di Silvio Berlusconi. Mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e più femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato, nell’età e nell’incarico, come Giorgio Napolitano, non prima però del duplice parricidio consumato dal gruppo parlamentare del Pd, anch’esso giovane e femminilizzato, impallinando due padri fondatori in ventiquattr’ore.

Il disordine simbolico comincia a essere troppo grande per darsene conto in qualche modo. Salvo che quel raddoppio, che ha tutte le caratteristiche di un rappezzo, non stia lì a confermare che il posto del padre è davvero vuoto, e per questo va riempito, appunto, con la supplica a un padre raddoppiato, come se un eccesso potesse davvero saturare una mancanza. Nell’ordine costituzionale, invece, le cose sono più semplici e più chiare.

Una ridicola schiera di colonnelli pdini dell’ordine ricostituito si è speso davanti alle telecamere, nelle ore successive al voto che aveva reincoronato Re Giorgio, per avocare al loro partito suicidatosi il giorno prima il merito di essere risorto il giorno dopo e di aver pure "ricomposto una difficile e pericolosa crisi istituzionale". Un’altra schiera di costituzionalisti si affanna adesso a dire che tutto è regolare, assolutamente regolare, e che l’irregolarità sta casomai nelle parlamentarie e nelle candidature alla presidenza della Repubblica fatte via web.

Ma tutti noi sappiamo, e tutti loro non possono non sapere, che ciò che chiamiamo la nostra democrazia vive da diciotto mesi in qualcosa di molto simile a uno stato d’eccezione permanente, cominciato con la nomina di Mario Monti a presidente del consiglio nel novembre 2011, confermato col mancato rinvio alle camere di Mario Monti dimissionario dalla presidenza del consiglio nel dicembre 2012 e riconfermato con la sospensione della formazione del governo e con la nomina suppletiva dei dieci saggi poche settimane fa.

Sappiamo anche, e loro non possono non sapere, che due governi del presidente consecutivi e l’inedito assoluto del raddoppio del settennato di Napolitano configurano di fatto un presidenzialismo privo dei contrappesi del sistema americano e di quello francese, che assomiglia parecchio, se non fosse ridicolo dirlo, a una monarchia. Lo sanno tanto bene, loro, che già si affannano a stilare la madre di tutte le riforme che il prossimo governo dovrà fare: non la riforma elettorale, che tanto può aspettare, ma la riforma presidenzialista, in modo che almeno il nome corrisponda alla cosa.

L’ordine politico però sta a metà e pencola fra (dis)ordine simbolico e (dis)ordine costituzionale, e si vede dallo stato in cui versa. Una terza schiera si scalda già ai bordi del campo, per puntualizzare che la consegna a re Giorgio II non implica nessuna pacificazione: Bindi contro Letta, Marini contro Renzi e contro tutti, altri pdini illusi (in mala fede) che l’incoronamento non porti di per sé al governissimo, il corteo dei berlusconiani, diventati improvvisamente uomini di stato armati contro il populismo eversivo di Grillo e dimentichi del populismo eversivo del Cavaliere, che scommettono sulla restituzione dell’Imu, le misere guarnigioni del Professor Monti, improvvisamente ringalluzzite, che ritirano fuori dall’armamentario della campagna elettorale l’unione dei riformisti perbene contro l’intrusione permale di Vendola.

Come se niente fosse successo: potenza della coazione a ripetere. La stessa coazione che muove i passi sicuri del re. Che tramite i suoi quirinalisti di fiducia fa sapere che ora non si scherza: niente elezioni all’orizzonte, e "un governo non precario, pienamente politico, forte e vero, di salvezza nazionale, per il quale vuole carta bianca". Quando era ancora Giorgio I, pochi giorni fa, commemorando il suo amico Gerardo Chiaromonte il re aveva già detto chiaro e tondo che per risolvere la crisi di oggi altra strada non c’era che questa: salvezza nazionale, unità nazionale, larghe intese. La sua coazione a ripetere sta in questa giaculatoria.

Noi che abbiamo la fortuna di ricordare come andò nel biennio ’76-’78 sappiamo che significa una cosa sola, questa. Quando di fronte a una crisi sociale che non vuole vedere e all’irruzione di linguaggi alieni che non vuole capire un sistema politico si irrigidisce e si arrocca su se stesso, fino ad espungere perfino un uomo come Stefano Rodotà reo di dialogo con quei linguaggi alieni, quel sistema politico è destinato a spezzarsi. C’è da sperare, stavolta, senza le tragedie e le vittime sacrificali che chiusero quella stagione allora.

Questo articolo è già comparso su http://idadominijanni.wordpress.com/

Il mistero buffo della rielezione

Carlo Formenti

Come definire la rielezione di Giorgio Napolitano? Non parlerei di golpe perché, in questo coup de theatre, il dramma si mescola alla farsa, per cui preferirei definirlo (in omaggio a Fo) mistero buffo. Ma veniamo alle performance degli attori; a partire dai media,
i quali, invece di recitare il ruolo di cronisti sono stati fin dall’inizio parte in causa, incalzando la “casta” perché svolgesse diligentemente il compito di passiva esecutrice dell’interesse dei mercati.

Così Michele Ainis (sul Corriere del 21 aprile) ha salutato la rielezione di Napolitano come sbocco inevitabile del “tempo dell’eccezione” (citazione schmittiana?), e il giorno dopo il duo Alesina - Giavazzi ha indicato sulle stesse pagine la via obbligata tracciata dallo “stato di necessità”: ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica. Intanto nessun giornale, a parte Micromega, dedicava uno spazio adeguato alla notizia che i due massimi teorici dell’austerità, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, avevano ammesso che i loro dati erano sbagliati (ennesimo scacco per la teoria secondo cui non si esce dalla crisi senza ridurre il debito pubblico).

Passiamo a Napolitano. Come è stato autorevolmente argomentato, non c’è stata violazione della Costituzione. Il vero punto è un altro: che senso ha parlare di stato di eccezione se non esiste un sovrano? O meglio, se sovrano non è lo stato nazione, che Napolitano dovrebbe incarnare, bensì i mercati? In effetti Napolitano è stato rimesso lì proprio per servire il vero sovrano, ruolo che aveva già assolto egregiamente chiamando Monti alla guida di un governo che ha fatto strame delle nostre condizioni di vita.

Chi ce lo ha rimesso? Tutte le componenti di un sistema democratico in stato di decomposizione avanzata (non a caso molti hanno evocato lo spetto di Weimar), ma il vero regista del mistero buffo è stato il Pd, o meglio la sua attuale, palese impotenza, approdo finale della lunga deriva iniziata con il compromesso storico, con il definitivo accantonamento della sua identità di classe e la conseguente trasformazione in uno dei tanti partiti che si dicono interpreti dell’interesse generale e del bene comune – pompose espressioni dietro le quali (come ben sapevano i vecchi militanti del Pci) si nasconde appunto l’interesse del mercato sovrano.

Ora Vendola (e Barca?) si candidano a rifondare una “vera” sinistra riformista, degna di sedere al fianco delle socialdemocrazie europee. Ma è un’operazione fuori tempo massimo, visto che anche quei partiti, sebbene con stili più dignitosi, accettano passivamente i diktat di istituzioni europee che agiscono come una cupola regionale del finanzcapitalismo globale. Perché il Pd non ha votato Rodotà, si sono chiesti i milioni di elettori di Sel, 5Stelle e dello stesso Pd.

Ebbene, il Pd non poteva votare Rodotà e non tanto perché, come si è detto, ciò avrebbe spaccato il partito (che probabilmente si spaccherà comunque), ma perché a proporre Rodotà è stato 5Stelle, un movimento che – sia pure rozzamente e senza un vero progetto politico – rappresenta quella rabbia popolare contro l’austerità che terrorizza un sistema di cui il Pd è parte integrante; e ancor più perché Rodotà incarna una cultura politica e giuridica che tenta di fare sintesi fra principi e valori della sinistra tradizionale e la domanda di nuovi diritti che sale dai movimenti (parla troppo di beni comuni e troppo poco di bene comune).

Tentativo senza dubbio problematico e in ogni caso troppo radicale per non risultare indigesto all’establishment. Infine due parole su Grillo. La sua reazione è stata significativa: ha gridato al golpe ma poi ha edulcorato il giudizio parlando di “golpettino furbetto”; ha evocato la piazza ma poi si è ben guardato dal mobilitarla.

Grillo “cavalca” la rabbia popolare ma al tempo stesso la teme, ha paura che gli sfugga di mano perché non è in grado di governarla politicamente. Per farlo ci vorrebbe una sinistra antagonista che oggi in Italia non esiste. Tocca dunque sperare che i tanti progetti paralleli di rimetterla in piedi la smettano di contemplarsi l’ombelico, e diano vita a un serio progetto di aggregazione a partire dall’obiettivo comune: rendere la vita difficile al sovrano.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

La Sinistra di re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo Paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza.

Non si può dire che non abbiano ascoltato il Presidente. Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del PD, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Ciò che non s'era riuscito (ancora) a fare per la formazione del governo, si farà nell'elezione del Presidente della Repubblica. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Così: "deve essere un cattolico".

E allora recuperiamo l'uomo della CISL, insieme cattolico ed eroe della concertazione: Marini. Poi, quando pure ci si è spinti a rompere l'intesa e ad arrivare a un nome votato dal solo centrosinistra, allora è stato Prodi: mai Rodotà. Ma perché l'interdetto, quando in fondo, e lo ha pure rivendicato più volte, Rodotà proviene, nel bene e anche nel male, da quella stessa storia?

Più che per il marchio M5S, Rodotà è subito sembrato un extraterrestre, anche e proprio rispetto alla sua stessa storia, per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.
I beni comuni: in un partito diviso tra priorità del mercato e nostalgie statualiste, il solo evocare uno spazio non tradizionalmente pubblico e non proprietario è concepito come incomprensibile. Il reddito di base? Bersani e Fassina hanno scelto come bandiera, nella discussione della riforma Fornero, l'innalzamento della pressione fiscale sul lavoro precario, sognando evidentemente di spingere così al tempo indeterminato per tutti. Con gli esiti disastrosi già registrati.

E questi velleitari tardosocialisti, che risolvono la precarietà ammazzando il precariato, possono mai capire la rilevanza politica del reddito di base? Per chi ha il calendario che segna 1976, tutto questo è eresia. E allora, contro l'eresia, è evidente che bisogna ritornare ai Padri che più Padri non si può, e reincoronare re Giorgio. E certificare così l'ibernarsi definitivo di un'intera cultura politica. Anche in questo, davvero, hanno seguito il 1976: nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Fortunatamente, a sera, abbiamo finalmente lasciato questo eterno '76. Le piazze si sono riempite: e non era l'effetto della chiamata di Grillo, il quale, anzi, ha innestato la retromarcia non appena ha capito che Piazza Montecitorio non sarebbe stata un "suo" teatro. Piuttosto, abbiamo visto, per una sera, anche a Roma qualcosa di simile alle convocazioni spontanee attorno ai palazzi arroccati della rappresentanza, le modalità di dissenso tipiche dell'Europa dell'indignazione di questi anni.

Ma anche qui, poco ci hanno capito, i reduci del '76: quella gente è populista, è fascista, dicono. Rodotà stesso invita, come per la sua cultura è quasi inevitabile, a manifestare dissenso solo "nelle sedi istituzionali".

Eppure, quello che si è visto non è che quello che nell'Europa della crisi accade spesso. Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, evidentemente ancor meno ne può sapere di indignados e di acampadas. Starà ancora rincorrendo gli "untorelli" e maledicendo il '77.

If…

Augusto Illuminati

Se qualche commentatore avesse notato gli impercettibili segni di stranezza che qua e là affioravano nella vita politica e sociale italiana, tipo infinite discussioni e poi DL con relativa conversione, decreti applicativi e circolari interpretative – per che cosa? per stabilire che lo Stato e le amministrazioni locali dovevano pagare nel giro di due anni prestazioni private regolarmente fatturate. Roba che se io non saldo una multa mi pignorano la casa e se prendo la merce e scappo il negoziante chiama la polizia o magari mi mena.

Intanto volge al termine il secondo mese di governo assente nell’incessante degrado dell’economia e della società, a dimostrazione che la catastrofe è che tutto continui come prima. Dalla finestra guardiamo il nostro futuro in terra greca.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di capire come mai il principale partito della sinistra italiana, il Pd, avesse fatto una sfrenata campagna elettorale a favore dell’alleanza con Monti e poi, a elezioni svolte con magri risultati per entrambi, avesse corteggiato con altrettanta frenesia e palese masochismo (i colloqui riservati sputtanati in streaming) il M5S, per ripiegare infine sulle larghe intese con Berlusconi, ma soprattutto perché in quest’ultima fase fosse nata una robusta corrente che invocava a nuovo segretario un ministro dell’uscente governo Monti, Fabrizio Barca, neppure iscritto al Pd – altro che primarie! Il quale Barca, benigno, declina l’offerta di segreteria e si dice disposto soltanto a iscriversi come membro del gruppo dirigente. Il bello è che probabilmente è meglio degli altri concorrenti e perfino Sel è entusiasta di lui. Difficile immaginare un Papa straniero ai tempi di Togliatti, devo proprio essere invecchiato.

Invece i grillini si girano i pollici, occupano simbolicamente il parlamento e discettano sulle commissioni ordinarie senza governo e sul costo della vita romana per i deputati. Non sfruttano minimamente la loro forza parlamentare (né per compromessi governativi né per ribellioni di sistema) e neppure la supportano con iniziative fuori dai palazzi. Il Terzo Stato si riunì (non simbolicamente) nella sala della pallacorda. I bolscevichi sgombrarono l’Assemblea costituente. Dissero che il Terzo Stato era tutto e che la guardia era stanca, seguirono determinati fatti. Qualcosa frena invece il M5S. Non si capisce cosa.

A dire il vero, non si capisce neppure perché il Pd non abbia colto l’occasione per fare pressione sul suo progetto “di battaglia”, evidentemente in via di dismissione. I palazzi si sono lentamente svuotati, man mano che gli occupanti uscivano a far pipì. Forse potrebbero imparare dagli occupanti le case di Caltagirone, quelli che fanno gridare all’anarco-terrorismo la stampa padronale e il sindaco Alemanno.

Se qualche commentatore si fosse preso la briga di studiare tale sintomi, avrebbe pure notato la stupefacente somiglianza (a parte i capelli) fra l’arrogante ottusità dell’analista bancario Davide Serra («uno dei migliori al mondo» per autobiografia, sponsor e ideologo economico di Matteo Renzi) e Gianroberto Casaleggio, profeti rispettivi della finanza come servitrice del risparmio e del web come democrazia assoluta, entrambi fautori dell’uno vale uno (le libere decisioni dell’investitore e del cittadino-utente in rete). Anche lo stile delle loro affermazioni apodittiche e di come insultano i contraddittori risulta palese. Questo alla voce “il nuovo che avanza”. Fa quasi rimpiangere la palude dei partiti, l’affidabile routine della corruzione clientelare. Ultimo tentativo di restaurare la rappresentanza lucidando le scarpe sfasciate.

Per un teologo (sia pur dilettante), i segni sono chiari: è arrivato l’Anticristo, la scimmia della rivoluzione. Arriva di soppiatto, anche l’imitatore viene «come un ladro nella note», sparpaglia tracce e produce eventi assurdi, installa la catastrofe nella forma che tutto procede come prima, che i cambiamenti sono strillati ma inavvertibili, la sovversione liscia e appiccicosa. Non è servito il katechon (anzi, quello Cacciari-Napolitano era complice), perché l’Anticristo e i suoi fautori non si sono presentati come in Rosemary’s Baby – malgrado le fattezze inquietanti del profeta di Gaia – ma si sono calati con tutte le scarpe nella stupidità abissale di cui la banalità del Male si compiace e avvale.

Satana è la fuga di specchi all’infinito, la mise en abîme, appunto, dove ogni uno non solo vale ma si replica in infiniti uno. Il seriale, il merito certificabile mediante CV, la trasparenza, il certificato penale pulito a dimostrazione che non ci è mai opposti al male rischiando di agire. La legge del mercato e il Codice: una coppia vincente sin da Napoleone.

Ordine Nuovo a Cinque Stelle

Andrea Cortellessa

«Gaia: un Nuovo Ordine Mondiale è nato oggi, 14 agosto 2054.
I conflitti razziali, ideologici, religiosi e territoriali appartengono al passato. Ogni uomo è un cittadino del mondo, soggetto alla stessa legge». È l’inizio di Gaia. The future of Politics, un video d’animazione lungo sette minuti e mezzo, con un testo in inglese letto da una voce di donna fuori campo, diffuso in Rete da Casaleggio e Associati il 21 ottobre 2008: a metà strada dunque fra il successo del V day,  l’8 settembre 2007, e la fondazione del Movimento Cinque Stelle, il 4 ottobre 2009.

Marco Belpoliti su doppiozero  ha avuto buon gioco a decodificarne l’inconscio grafico da meeting aziendale (e il sincretismo del logo di Indymedia con un’infografica da aeroporto),
la musica da sigla di telegiornale e l’immaginario fricchettone e New Age (lo stesso termine «Gaia» è preso dal popolare libro di James Lovelock, che nel 1979 profetizzava una Nuova era glaciale).

Vale la pena ascoltarla però, questa voce calda e quietamente imperativa, anche per quello che dice. Dopo un bigino di storia universale riletta alla luce dell’estendersi delle comunicazioni – dal sistema viario dell’Impero romano all’Encyclopédie –, il punto zero «all’inizio del 21° secolo» viene descritto così: «le sorti del mondo sono ancora determinate da gruppi massonici, religiosi e finanziari. 130 tra le persone più influenti del mondo, il Gruppo Bilderberg» (sullo schermo appare un logo con tre omini reclinati su un tavolo a complottare), «tengono riunioni private ogni anno per discutere del futuro dell’economia mondiale». Perché «prima della Rete, comunicazione conoscenza e organizzazione appartengono al Potere. Con la Rete appartengono al Popolo».

Certo, per giungere a tale Controllo dal Basso tocca passare per una guerra che dura vent’anni, dal 2020 al 2040, tra «l’Occidente della democrazia diretta e del libero accesso a Internet» da una parte e, dall’altra, «Cina, Russia e Medio Oriente con dittature orwelliane e l’accesso a Internet sotto controllo». Imperturbabile come uno Stranamore, la voce assicura che la popolazione mondiale si ridurrà purtroppo a un miliardo di individui ma alla fine, per fortuna, l’Occidente vincerà e così, nel 2047, ciascuno dei superstiti avrà la propria identità garantita «in un social network mondiale creato da Google chiamato Earthlink».

«Per esistere», intima la voce, «devi stare in Earthlink o non esisti». (Per fortuna che le «dittature orwelliane» hanno perso la guerra.) Su con la vita: «le organizzazioni segrete» (torna il logo coi tre omini a capo chino) sono state nel frattempo «abolite»: «in Gaia partiti, politica, ideologie, religioni scompaiono. L’uomo è l’unico fautore del proprio destino». L’uomo, s’intende, in quanto cliente di Google: sennò deve far parte di un’organizzazione segreta da abolire.

Su YouTube si legge che «Gaia non rispecchia in alcun modo le intenzioni o la volontà né di Casaleggio, né del Movimento Cinque Stelle», ma la struttura retorica del testo – sospeso fra la storia e la visione del futuro che la prosegue senza soluzione di continuità – ne denota una piena appartenenza alla tradizione dei manifesti politici, come quello di Marx ed Engels – o Mein Kampf di Hitler. Dall’analisi della situazione attuale, e da una più o meno ampia memoria del passato personale e/o collettivo, si prende lo slancio per l’enunciazione di un programma volto, com’è ovvio, a un compimento futuro.

Relativamente nuova è però la componente apocalittica con cui viene esposto questo programma a metà strada fra Imagine di John Lennon e la Scientology di Ron Hubbard, e vengono ripetute le classiche parole d’ordine sul complotto pluto-giudaico-massonico (ancorché si è spesso ripetuto quanto vicino a Bilderberg sia quell’Enrico Sassoon che infine, a settembre dell’anno scorso, ha scelto di lasciare la Casaleggio Associati di cui era socio di minoranza). Un portato delle letture di science-fiction non proprio di prima qualità di Gianroberto Casaleggio, o qualcosa di cui cominciare a preoccuparsi?

 

Franceschiello e Masaniello

Alessandro Dal Lago

Come esempio della confusione che, soprattutto a sinistra, avvolge la figura di Grillo si possono citare un interessante intervento del comico-attore sul suo celebre blog e alcuni articoli stampa a proposito di papa Francesco. Ma andiamo con ordine. Ecco che cosa ha scritto Grillo sul suo blog il 16 marzo 2013: "L’importanza di chiamarsi Francesco, […] Stanno già scavando nel suo passato, dalle letterine di scuola delle compagne, alla sua vita prima di diventare prete, ai rapporti con la dittatura argentina, per trovare ogni più piccola ombra e questo me lo rende simpatico. Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?”

“Stanno scavando”? Il papa “crocifisso”? La verità è che gran parte della stampa italiana dedica una decina di pagine entusiastiche ogni giorno al nuovo papa, mentre accuse circostanziate provengono dal giornalista Horacio Verbitsky, autore di un libro di denuncia della complicità della Chiesa con la dittatura argentina (L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina Fandango Libri, Roma 2006). Una consultazione online del giornale di Buenos Aires “Pagina 12”, su cui scrive Verbitsky, rivela facilmente quanto sia debole la smentita del Vaticano (Cfr. B. Febbro, Una desmentida que no alcanza a desmentir [“Una smentita che non riesce a smentire”], 16 marzo 2013).

Ma il punto è che si tratta comunque di una questione apertissima e che, indipendentemente dal ruolo di Bergoglio al tempo della dittatura, è tutta la Chiesa di Roma a essere stata sempre ambigua e reticente su una persecuzione che ha riguardato anche tanti preti e suore impegnati in attività sociali o di opposizione al tempo dei generali argentini. E ancora più importante è il fatto che Verbitsky veda oggi in papa Francesco un oppositore non tanto e non solo delle sette evangeliche, quanto dei regimi progressisti dell’America latina. Questo è il papa che fa tanta simpatia a uno dei nuovi padroni d’Italia, cioè Beppe Grillo.

Ma il buon Francesco fa anche simpatia a un tal Giuseppe Cassini che sul “Manifesto”, sempre il 16 marzo 2013, vede in papa Francesco I niente meno che un poverello anti-Curia, un fustigatore delle perversioni vaticane. Leggiamo: Aver scelto per sé il nome di Francesco è una chiara sfida alla Curia romana, perché è sinonimo dei migliori “P” del cristianesimo: pietà, pace, preservazione ambientale..[…] perché lascia presagire un arretramento delle milizie integraliste (Opus Dei, Legionari di Cristo) che hanno tradito il Concilio Vaticano II… (G. Cassini, Forse esiste davvero lo Spirito santo, “Il manifesto”, 16 marzo 2013, p. 15).

Io non sono abbastanza addentro ai misteri del Vaticano per sapere se questo papa farà arretrare le milizie dell’Opus Dei (comunque, ne dubito). Ma so che, oltre a essere ferocemente contrario ai matrimoni gay e, come minimo, assai reticente sugli orrori della dittatura argentina, Bergoglio è teologicamente integralista. Nella sua prima omelia, Francesco ha citato il motto “Chi non prega Gesù Cristo prega il diavolo”, che viene dallo scrittore Léon Bloy. E chi era costui? Uno polemista francese iper-cattolico e iper-integralista, poeta visionario e apocalittico, libellista reazionario e antisemita.

Il suo antisemitismo era raffinato ed escatologico, anche se riteneva che la simpatia per gli ebrei fosse una “turpitudine”. Per Bloy, gli ebrei erano un “accidente” della storia, la cui unica funzione è quella di essere stati una condizione del sacrificio di Cristo. La traduzione di un suo libello antisemita da parte di Adelphi (Dagli ebrei la salvezza, 1994) a suo tempo provocò forti polemiche sulla stampa e anche fratture e dimissioni nella casa editrice. Che papa Francesco abbia citato Bloy è dunque una chiara indicazione di rotta, come ha notato “Il foglio” il 16 marzo in prima pagina (è curioso che sia un giornale di destra a farlo, mentre sul “Manifesto” si scomoda lo Spirito Santo per salutare il nuovo papa). Una rotta che non sembra andare proprio in una direzione progressista e anti-fascista.

Quanto a Grillo, dopo le battute mai ritrattate sui “sacri confini della patria” minacciati dagli immigrati, ecco le parole sul poverello di Buenos Aires trapiantato in Vaticano. Niente di meglio per l’Italia che una bella decrescita, un po’ di povertà equamente distribuita, benedetta dall’acqua santa d’Oltretevere. Mentre il povero Bersani corre dietro al Movimento 5 stelle, Casaleggio e Grillo già pensano a quando governeranno da soli e quindi come accaparrarsi le simpatie del Vaticano, condizione indispensabile per la sopravvivenza di qualsiasi governo in Italia.

Questo articolo è apparso il 18/03/2013 su manifestiamo.eu