La guerra di Tsipras

Roberto Ciccarelli

“L’Europa è lo spazio di una battaglia comune - disse Alexis Tsipras il 2 febbraio 2014 al teatro Valle, allora occupato, dove il leader di Syriza che oggi ha vinto le elezioni con il 36,3% dei voti apriva la campagna elettorale europea - Dobbiamo rompere il muro di vetro dogmatico del neoliberismo”.

Queste frasi generarono una seduta di training motivazionale nella platea italiana. Per due volte dal pubblico salì un moto di sfiducia in se stesso, nella sinistra, nell’Europa, nella vita. Quando Tsipras ribadì che per Syriza è stato fondamentale il patrimonio culturale dei comunisti italiani e della sinistra No Global, la platea rise istericamente. Tsipras provò a rassicurarla: «Nessuno è profeta in patria – disse - invece di autofustigarvi prendete le cose positive, andate avanti”. Ci furono applausi non troppo convinti. Le cose positive le ha prese Syriza, mentre in Italia la mancanza di politica continua a generare mostri.

Contro il sovranismo e il nazionalismo
L'aneddoto restituisce una visione politica difficilmente applicabile in Italia, ma operativa nel resto del continente. La vittoria di Syriza si spiega con la proposta di un nuovo spazio politico in Europa. Né liberale, né socialdemocratico, tale spazio non è mai esistito dalla creazione dell’Europa unita a oggi. L’affermazione di Podemos in Spagna alle elezioni di novembre potrebbe rafforzarlo.

Tale spazio è antitetico rispetto a quello delle destre xenofobe e nazionalistiche che hanno cercato di intestarsi questa vittoria anti-austerity. Nel prossimo biennio l'Europa verrà squassata da un'alta volatilità politica che potrebbe rovesciare il bipolarismo connivente tra socialisti e democristiani, aprendo a due opzioni: le destre sovraniste contro l'europeismo politico delle nuove sinistre. Questo conflitto si spiega con la caduta rovinosa del pactum sceleris tra l’Europa conservatrice e quella socialdemocratica in nome del neoliberismo e dell’austerità. Resta da capire quale sblocco avrà la crisi: se a destra o a sinistra. O resterà fermo, paranoicamente, al centro.

Prima di arrivare alla definizione di un simile campo, c'è da capire come si comporterà Syriza a cui sono mancati due seggi per raggiungere la maggioranza assoluta. In maniera spregiudicata, Tsipras si è alleato con la destra anti-austerity di Anel per ottenere la massima unità sul tema del debito, forse a discapito delle questioni sociali o dell'immigrazione. Tsipras punta sulla sua forza elettorale, anche se non è escluso che gli equilibri parlamentari potranno cambiare. A causa dell'esito del voto, questo nuovo spazio politico resta in gestazione, anche se la vittoria di Syriza ne ha rivelato i lineamenti decisi.

Quando l'austerità è una guerra
Il progetto di Syriza resta minoritario, ma dimostra un potenziale di crescita. Al momento le proposte di Tsipras restano compatibiliste e finalizzate alla ricostruzione di un legame tra capitalismo e democrazia. Più in là, non può andare, né forse vuole andare. Tuttavia, la paradossale debolezza di Syriza apre già oggi uno spiraglio impensabile in Europa. Il suo tentativo andrebbe sostenuto tatticamente per rafforzare un’alleanza politica contro l’Europa germanizzata e contro l'estremismo centrista e liberista di partiti come il Pd in Italia.

Se l’”austerità è una guerra”, dice Tsipras, e il primo fronte è quello dei “paesi dell’Europa del sud”, allora questa guerra va combattuta. Non è detto che il suo esito porterà ad un nuovo patto tra il capitalismo e la democrazia in nome di un riscoperto neokeynesismo. Una soluzione economica tutta ancora da inventare, in realtà. La crisi ha spostato la produttività del capitalismo verso la finanza, lasciando macerie nella realtà. E nessuna risorsa per lo Stato sociale.

Tra mille difficoltà Syriza potrebbe rappresentare il primo passo verso ipotesi più radicali di governo in Europa. Ma tutto questo è prematuro e forse non ci sarà mai una risposta. In compenso, dopo i primi cinque anni di guerra, Tsipras ha in registrato due punti contro il social-liberismo e il nazionalismo sovranista di sinistra che nel 2004 affossò il referendum sulla Costituzione europea. Non che oggi essa vada difesa, anche perché le critiche al suo impianto neoliberista erano, e sono, ragionevoli.

È lo scenario ad essere cambiato. Così lo ha descritto Tsipras: con la crisi l’Europa è diventata lo spazio della lotta di classe, sociale ed economica, il campo privilegiato per cambiare gli equilibri a favore di chi lavora, di chi è precario o disoccupato. La guerra che combattiamo non è tra gli Stati o tra i popoli tornando alla svalutazione competitiva delle monete nazionali. È contro i banchieri e il capitale finanziario. Per questo dobbiamo cambiare la costituzione politica e materiale dell’Europa”.

I soggetti della lotta di classe
Con quali soggetti condurrà questa lotta di classe per una nuova costituzione europea? Non con i comunisti del KKE che hanno impedito la formazione di un governo di sinistra in Grecia. Per loro quello di Tsipras è un tentativo “neo-capitalista” e “pro-euro”. Sono scenari, e disastri, già visti in Europa.

Il giornalista del Guardian Paul Mason segnala che la crisi ha generato in Grecia (e non solo in Grecia) nuove classi sociali. Il voto a Syriza è infatti trasversale. Ci sono i poveri e i disoccupati, il ceto medio, e poi una generazione ispirata alla “fiducia in se stessi, alla creatività, alla propensione a trattare la vita come un esperimento”. È la generazione senza futuro. Sulle sue spalle gli oligarchi hanno scaricato il peso dell'austerità che non intendono pagare. Il voto a Syriza è una rappresaglia contro la loro corruzione. L'appello ai ricercatori e alla Grecia della creatività, rivolto da Tsipras nel discorso di domenica 25 gennaio, è rivelatore.

Questa è anche la base della nuova economia sociale che si è affermata in Grecia. Comprende il mutualismo dei gruppi di acquisto, delle cooperative, dell'economia della condivisione e del cowork (Impact Hub promuove impresa sociale e l'innovazione). È a questo quinto stato che si rivolgono esperienze di autorganizzazione come la rete Solidarity for All. Un modello ricavato dalla Piattaforma degli Ipotecati in Spagna che ha lanciato una campagna anti-sfratti, sgomberi e pignoramenti. Poi ci sono le esperienze di mutualismo sui medicinali, le mense popolari, le fabbriche recuperate, il commercio dei prodotti alimentari in circuiti auto-gestiti. Tutto questo non fa una classe in sè, ma è parte di un esperimento fondato su pratiche emergenti, dal basso verso l'alto.

Come far durare un movimento?
Per esistere Syriza dovrà coesistere con questi movimenti, tutelando la loro autonomia fino al punto di scontrarsi. Senza il movimento la sua debolezza politica travolgerà il governo di Tsipras. Pur con una base militante limitata (30 mila iscritti) Syriza vuole unire la resistenza dal basso con le lotte dei lavoratori e dei precari, i movimenti di solidarietà, il mutualismo e l'economia della condivisione creati nell’ultimo terribile quinquennio. Per resistere, queste pratiche vanno strutturate e politicizzate in organismi autonomi sostengono i loro protagonisti.

Si sta parlando di pratiche istituenti, quelle descritte dal filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. L'autore de L’istituzione immaginaria della società sosteneva che il sociale non significa molte persone. E il politico non è l’istanza verticale che serve a decidere. La ricchezza della “società civile” non viene sintetizzata nella persona unica del sovrano. Syriza, come Podemos in Spagna, non occupano il posto al vertice e non governano lo spontaneismo delle masse. La miseria della sinistra europea sta nell’ostinata riduzione della politica alla psicologia collettiva, mentre il progetto di Syriza, e domani di Podemos, non è il risultato della connessione sentimentale tra un Capo (o un “ceto dirigente”) e le masse.

Il progetto di Tsipras è invece basato sull’istituzione. Tutto parte dalle pratiche che formano regole le quali costituiscono organi collettivi che modificano comportamenti individuali. Poi c’è la creazione di circuiti e flussi che attraversano forme politiche nelle quale singoli e gruppi riversano la propria volontà di esistere e si riconoscono in base alle azioni e ai rispettivi benefici. Parliamo di istituzioni auto-governate che generano decisioni politiche. Sono ricavate da una ricostruzione microfisica di un tessuto sociale all’interno di uno spazio politico aperto sul futuro non determinato.

Questo sporgersi sull’ignoto consiste nel tentativo di ripopolare dispositivi che sembravano desueti: innanzitutto il mutualismo, riemerso dopo 70 anni di Stato sociale, 40 di neoliberismo, 5 di austerità. Al governo di Syriza spetta il compito di riconoscerlo.

La vittoria di Tsipras

Dimitri Deliolanes

Una situazione politica complessa che pone alla sinistra questioni difficili ed esige mosse ponderate e attente. Questo è il risultato delle elezioni europee nel paese di gran lunga colpito più duramente dalla crisi e dalle politiche di austerità. Il risultato delle urne ha dato un chiaro messaggio di condanna verso il governo. Nuova Democrazia, il partito di destra del premier Antonis Samaras, ha subito un importante calo del 7% rispetto alle elezioni nazionali del 2012.

Anche i suoi alleati socialisti, il PASOK di Evangelos Venizelos, sono usciti dalle elezioni con le ossa rotte: due anni fa questo partito aveva ottenuto il 12% (subendo già un clamoroso calo rispetto al 44% del 2009), il 25 maggio è ancora sceso all’8%. SYRIZA di Alexis Tsipras ha ottenuto il 26,5% emergendo come primo partito del paese. Una chiara vittoria elettorale e, insieme, un’esplicita condanna del governo in carica.

All’indomani delle elezioni Tsipras si è recato dal Presidente greco Karolos Papoulias e gli ha palesato una situazione di “profonda disarmonia” tra il responso delle urne e la composizione attuale del Parlamento. La richiesta è stata di arrivare “in tempi stretti” allo scioglimento della Camera e a nuove elezioni. Infine, il leader di SYRIZA ha diffidato il governo: non solo non deve prendere nuovi impegni con la troika, ma non deve neanche applicare le misure di austerità già approvate in Parlamento. Come, per esempio, la privatizzazione dell’acqua, la vendita di più di un centinaio tra le coste più belle del paese e la liquidazione delle casse pensionistiche in forte deficit dopo l'haircut del debito del gennaio 2012.

È evidente la volontà del leader dell’opposizione di esercitare la maggiore pressione possibile sulla debole maggioranza in Parlamento (appena 1 o 2 seggi di vantaggio) in modo da provocare defezioni e contrasti capaci di metterla in crisi. Questa tattica è rafforzata anche dal fatto che il più vasto fronte delle forze antiausterità rappresenta complessivamente quasi il 69% dell’elettorato.

Le mosse di SYRIZA però debbono essere prudenti. Malgrado la grande vittoria elettorale, il partito di Tsipras ha ottenuto il primato a causa del crollo degli avversari. Tanto che molti osservatori si pongono il problema se questo 27% rappresenti un tetto all’espansione elettorale del partito. È un problema importante che ne pone a sua volta un secondo: quello delle possibili alleanze di governo. I potenziali alleati sono usciti malconci dalle elezioni europee. Il piccolo partito della Sinistra Democratica di Fotis Kouvelis si è sostanziamente dissolto, ottenendo un misero 1,2% (6,2% due anni fa). Anche il partito di centrodestra antiausterità dei Greci Indipendenti di Panos Kammenos ha subito forti perdite: 3,4% (7,5% nel 2012).

Ne sono usciti invece leggermente rafforzati i comunisti stalinisti del KKE: 6% rispetto al 4,5% del 2012. Il KKE però ha sempre rifiutato qualsiasi accordo con SYRIZA. Anzi, da quando il partito di Tsipras è emerso come primo partito della sinistra, la polemica dei comunisti si è fatta feroce. Il PASOK, da parte sua, ha dimostrato di conservare una parte della sua forza, mentre tutti erano convinti che rischiasse di sparire dalla scena politica. Sicuramente, la piena identificazione del partito con una destra ultraliberista e autoritaria crea seri problemi di identità. Ma quell'ulteriore 4% che ha abbandonato Venizelos non è andato a sinistra ma ha preferito la neonata formazione To Potami (Il Fiume) creata dal presentatore TV Stavros Theodorakis, un raggruppamento piuttosto confuso che a Strasburgo ha aderito al PSE.

Se SYRIZA vuole trovare alleati nel nuovo Parlamento è in questa direzione che dovrà guardare. Ma le leadership delle due formazioni (PASOK e To Potami) non fanno sperare. Venizelos probabilmente teme di finire in galera per chissà quali e quanti vecchi scandali, mentre Theodorakis è apertamente sponsorizzato dai “poteri forti” che controllano il settore radio televisivo. Tsipras deve quindi trovare il modo di parlare ai loro elettori e rendere la sua proposta politica più efficace, più convincente e sicuramente più di governo. Altrimenti le elezioni anticipate richieste a gran voce rischiano di trasformarsi in boomerang.

Il saccheggio della Grecia

Dimitri Deliolanes

L’austerità funziona e sta dando risultati. Su questa parola d’ordine si sta giocando la partita per le elezioni europee. Al centro dello scontro, di nuovo, c’è la Grecia, il paese cavia delle politiche imposte dalla Germania e dal Fondo Monetario Internazionale.

Lo show pubblicitario è partito il 10 aprile, con l’improvviso ritorno dei bond greci sui mercati finanziari. Fino a quel momento, il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras assicurava che i tempi sarebbero stati molto più lunghi. Il premier Antonis Smaras ha invece voluto premere l’acceleratore e così l’immissione è stata fatta all’istante: obbligazioni di diritto britannico a scadenza quinquennale per 2,5 miliardi a un tasso di 4,75%. Un vero affare per gli investitori, garantiti dal fatto che lo stato greco non può procedere a nuovi haircut. Un nuovo aggravio di più di 700 milioni per il già pesante debito greco.

Ma non era solo questa la freccia nell’arco del governo greco. Il presunto risanamento delle finanze pubbliche avrebbe raggiunto per la prima volta nel 2013 un surplus primario. Poco più di un miliardo e mezzo, ma tanto basta per segnalare “l’inversione di tendenza”. Di nuovo campane in festa nei media europei ma per i greci è una beffa amara: tutti sanno che quest’obiettivo è stato raggiunto sospendendo tutti i pagamenti dello stato fin dalla fine del 2011: più di 4,5 miliardi di tasse da restituire, 5 miliardi i debiti dello stato verso fornitori, 1,2 miliardi di pensioni non elargite.

Ai toni trionfalistici del governo greco si è aggiunta la cancelliera Merkel, in visita per poche ore ad Atene l’11 aprile per sostenere e avallare i successi del suo allievo prediletto. “La Grecia ha fatto i compiti”, ha dichiarato la cancelliera, aggiungendo però che “molto rimane da fare”. Rimane ancora “da fare” quanto concordato a marzo con la troika (FMI, BCE, Commissione Europea) e poi approvato in un testo di più di 750 pagine diviso in due articoli dal Parlamento greco con una maggioranza da crepacuore: 151 sì (su un totale di 300) per il primo articolo, 152 per il secondo.

È previsto il licenziamento di altri 25 mila impiegati dello stato entro la fine del 2014 (in sostanza significa chiudere altri ospedali e altre scuole), viene protratta l'imposta sulla prima casa e si prevede anche la confisca per chi non la versa, vengono sbloccate le aste giudiziarie per i mutui in sospeso per le prime case e vengono tassati perfino gli appezzamenti agricoli, anche quelli non produttivi. Poi c’è il grande capitolo delle privatizzazioni: al primo posto le società dell’acqua di Atene e di Salonicco, la società elettrica, le due società del gas e tanti immobili.

L’enorme parco del vecchio aeroporto di Ellinikon, pochi kilometri fuori Atene, è stato già venduto per 915 milioni per costruirci casinò e centri commerciali. La prospettiva, ha commentato compiaciuto il premier, è di trasformare tutta la litoranea che va da Falero verso capo Sunion con albergoni e case da gioco. Primi aquirenti le multinazionali tedesche associate con oligarchi locali. I russi, che hanno mostrato interesse verso le società del gas, sono stati bocciati dalla troika, malgrado la loro offerta fosse di gran lunga la migliore. Da tutte queste svendite si calcola di incassare circa 18 miliardi entro il 2015 e un’altra ventina negli anni seguenti. Briciole di fronte ai 340 miliardi del debito greco, il 175% del PIL.

Ecco la grande success story dell’Europa dell’austerità. Saccheggio selvaggio, miseria e perenne dipendenza dai creditori stranieri. Nessuna strategia di sviluppo mentre le condizioni della popolazione non fanno che peggiorare: poco meno di due milioni di disoccupati, il 62% dei giovani senza alcuna prospettiva di lavoro, tre milioni senza assistenza medica, 750 mila sotto la soglia di povertà. Era stato promesso un “aumento della competitività” riducendo il costo del lavoro ai livelli turchi.

Ma l’unica cosa che si è ottenuta è un regime autoritario, quello sì molto simile al modello turco. L’austerità esige un attacco diretto contro la democrazia: svalutare sistematicamente le procedure parlamentari, violare la Costituzione, repressione poliziesca, squadrismo nazista e spudorata disinformazione dei media. Non c’è che dire, la Merkel e la pessima Commissione uscente hanno fatto proprio un bel lavoro.