La verità sulla Grecia

Lettera aperta all’opinione pubblica internazionale

Mikis Théodorakis

Un complotto internazionale è in corso e mira a portare a termine la distruzione del mio paese. Gli assalitori hanno incominciato nel 1975 con, come bersaglio, la cultura greca moderna, poi hanno perseguito la decomposizione della storia recente e della nostra identità nazionale e oggi tentano di sterminarci fisicamente con la disoccupazione, la fame e la miseria. Se il popolo greco non si ribella per fermarli, il rischio di scomparsa della Grecia è veramente reale. Lo vedo arrivare nei prossimi 10 anni. Il solo elemento che sopravvivrà del nostro paese sarà la memoria della nostra civiltà e delle nostre lotte per la libertà.

Fino al 2009 la situazione economica della Grecia non aveva nulla di gravissimo. Le grandi piaghe della nostra economia erano le spese senza moderazione per l’acquisto di materiali di guerra e la corruzione di una parte del mondo politico, finanziario e mediatico. Ma una parte di responsabilità appartiene anche agli stati stranieri tra cui la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro ai danni della nostra ricchezza nazionale con la vendita annuale di materiale di guerra.

Questo sanguinamento costante ci ha schiacciati e non ci permetteva più di andare avanti, mentre costituiva la fonte di ricchezza di altri paesi. Si può dire la stessa cosa per il problema della corruzione. Per esempio la società tedesca Siemens aveva una branchia speciale per corrompere dei greci per meglio piazzare i propri prodotti sul mercato greco. Così il popolo greco è stato vittima di questo duo di predatori, tedeschi e greci, che si arricchivano a spese della Grecia. E’ evidente che queste due grandi piaghe avrebbero potuto essere evitate se i dirigenti dei due partiti politici pro americani non fossero stati infiltrati dalla corruzione. Questa ricchezza, prodotto del lavoro del popolo greco era così dirottato verso le casseforti dei paesi stranieri.

I politici hanno tentato di compensare questa fuga di denaro facendo ricorso a dei prestiti eccessivi che risultavano in un debito pubblico di 300 miliardi di euro, ovvero 130% del PIL. Con questa truffa, gli stranieri guadagnavano il doppio. Da un lato, attraverso la vendita di armi e dei loro prodotti e dall’altro, attraverso gli interessi sul denaro prestato al Governo, e non al popolo. Come abbiamo visto, il popolo greco era la principale vittima nei 2 casi. Un solo esempio basterà per convincervi. Nel 1986, Andreas Papandreou ha ottenuto un prestito di un miliardo di dollari da una banca di un grande paese europeo. Gli interessi di questo prestito sono stati rimborsati solamente nel 2010 e si elevavano a 54 miliardi di euro.

L’anno scorso, M. Juncker ha dichiarato di avere notato lui stesso la massiccia emorragia finanziaria dovuta a spese eccessive (e forzate) per l’acquisto di materiali bellici– dalla Germania e dalla Francia in particolare – ed ha concluso che questi venditori ci portavano ad un disastro certo. Purtroppo ha confessato che non aveva fatto nulla per opporsi a questo, per non nuocere agli interessi dei paesi amici. Nel 2008, la grande crisi economica è arrivata in Europa. L’economia greca non è stata risparmiata. Eppure, il livello di vita che era fin lì assai alto (la Grecia era classificata tra i primi 30 paesi più ricchi del mondo) è rimasto praticamente immutato nonostante l’aumento del debito pubblico. Il debito pubblico non si traduce necessariamente attraverso una crisi economica.

Il debito di grandi paesi come Stati Uniti e Germania sono stimati in migliaia di miliardi di euro. I fattori determinanti sono la crescita economica e la produzione. Se questi due fattori sono positivi, è possibile ottenere dei prestiti presso le grandi banche ad un tasso di interesse inferiore al 5%, finché la crisi non sia passata. Nel 2009 (a novembre) al momento dell’arrivo di G. Papandreou al potere, eravamo esattamente in questa posizione. Per far capire perché il popolo greco pensa oggi della sua politica disastrosa, mi basti citare 2 cifre: alle elezioni del 2009 PASOK – il partito politico di G. Papandreou - ha ottenuto il 44% dei voti. Oggi i sondaggi gliene danno soltanto il 6%.

M. Papandreou avrebbe potuto far fronte alla crisi economica (che rifletteva quella dell’Europa) con prestiti di banche straniere al tasso abituale ovvero inferiore al 5%. Se lo avesse fatto, il nostro paese non avrebbe avuto problemi. Siccome eravamo in una fase di crescita economica il nostro livello di vita sarebbe migliorato. Ma M. Papandreou aveva già cominciato la sua cospirazione contro il popolo greco nell’estate del 2009, quando ha incontrato in segreto M. Strauss-Kahn, con lo scopo di far passare la Grecia sotto tutela del F.M.I.. Questa rivelazione è stata divulgata dal vecchio presidente del F.M.I..

Per riuscirci, la situazione economica del nostro paese doveva essere deformata affinché le banche straniere avessero paura ed aumentassero i tassi di interessi del prestito a cifre proibitive. Questa operazione onerosa è cominciata con l’aumento artificiale del deficit pubblico dal 12% al 15% per l’anno 2009. (nota del traduttore francese: M. Andreas Georgiou, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Nazionale di Statistica, ELSTAT, ha improvvisamente deciso nel 2009 senza chiedere l’accordo né tanto meno informare il proprio Consiglio di Amministrazione, di contabilizzare nel calcolo del deficit pubblico certi organismi ed imprese pubbliche che non lo erano mai state  prima in nessun altro paese europeo con eccezione della Norvegia. L’obiettivo era di far passare il deficit della Grecia al di sopra di quello dell’Irlanda – 14%- affinché fosse la Grecia ad interpretare il ruolo di anello debole dell’Europa.)

Per questo forfait il procuratore Peponis ha aperto un procedimento nei confronti di M. Papandreou e M. Papakostantinou, 20 giorni fa. M. Papandreou e il ministro delle Finanze hanno fatto una campagna di discredito per 5 mesi, nel corso della quale hanno tentato di persuadere gli stranieri che la Grecia, come il Titanic sta affondando, che i greci sono corrotti, fannulloni e dunque incapaci di far fronte ai bisogni del paese. Dopo ognuna di queste dichiarazioni, i tassi di interesse salivano affinché la Grecia non potesse più fare prestiti e con lo scopo di dare un carattere di salvataggio alla nostra adesione alla F.M.I. ed alla Banca Europea. In realtà era l’inizio della nostra fine.

Nel maggio del 2010, un ministro, quello delle Finanze, ha firmato il famoso Memorandum (Mnimoniumo, in greco) ovvero la nostra sottomissione ai nostri creditori. Secondo il diritto greco l’adozione di un tale accordo necessita di essere messa ai voti ed approvata da 3/5 dei deputati. Dunque, il Memorandum e la Trojka che ci governa, funzionano illegalmente –non soltanto rispetto al diritto greco ma anche a quello europeo.

Da allora, supponendo che il nostro percorso verso la morte sia rappresentato da una scala di 20 gradini possiamo dire di averne percorso più della metà. Immaginate che il memorandum accorda agli stranieri la nostra indipendenza nazionale ed il tesoro pubblico, ovvero: i nostri porti, aeroporti, il rete stradale, l’elettricità, l’acqua, tutta la ricchezza naturale (sotterranea e sottomarina) ecc. Persino i nostri monumenti storici, come l’Acropoli, Delfi, Olimpia, Epidauro, ecc. dopo aver rinunciato a tutti i nostri diritti. La produzione è stata frenata, il tasso di disoccupazione è balzato al 18%, 80.000 negozi hanno chiusi, così come migliaia di fabbriche e centinaia di aziende artigianali. Un totale di 432.000 imprese hanno depositato il bilancio.

Decine di migliaia di giovani ricercatori lasciano il nostro paese che affonda sempre di più nelle tenebre del medioevo. Migliaia di persone che erano benestanti fino a poco tempo fa, sono adesso alla ricerca di cibo nei cassonetti e dormono sui marciapiedi. Intanto, si suppone che noi si viva grazie alla generosità dei nostri prestatori di soldi, le banche europee e l’F.M.I.. Di fatto, l’integralità del pacchetto di decine di migliaia di euro versati per la Grecia ritorna al mittente mentre noi siamo sempre più indebitati a causa di interessi insostenibili. E poiché è necessario far funzionare lo Stato, gli ospedali e le scuole, la Trojka carica la classe media ed inferiore della nostra società con tasse esorbitanti che portano direttamente alla fame. L’ultima volta che abbiamo vissuto una situazione di fame generalizzata nel nostro paese era all’inizio dell’occupazione tedesca nel 1941 con più di 300.000 morti in sei mesi soltanto. Ai nostri giorni lo spettro della fame ritorna nel nostro paese infortunato e calunniato.

Se pensate che l’occupazione tedesca c’è costata un milione di morti e la distruzione completa del nostro paese come possiamo accettare, noi greci, le minacce di Mme Merkel e l’intenzione dei tedeschi di imporci un nuovo Gauleiter che però questa volta indosserebbe una cravatta. Il periodo di occupazione tedesca del 1941 fino all’ottobre del 1944, prova fino a che punto la Grecia sia un paese ricco, e a che punto i greci siano lavoratori e coscienti (coscienza del dovere della libertà e dell’amore per la patria).

Quando le S.S. e la fame uccidevano un milione di persone e la Wehrmacht distruggeva il nostro paese, confiscava tutta la nostra produzione agricola e l’oro delle nostre banche, i greci hanno potuto sopravvivere grazie alla creazione del Movimento di Solidarietà Nazionale e di un esercito di partigiani che contava centomila soldati –costringendo i tedeschi a mantenere 20 divisioni nel nostro paese. Allo stesso tempo non soltanto i greci erano sopravvissuti grazie alla loro applicazione al lavoro, ma ha avuto luogo in condizioni di occupazione un grandissimo sviluppo dell’arte greca moderna più particolarmente nel campo della letteratura e della musica.

La Grecia ha scelto la via del sacrificio per la libertà e per la sopravvivenza contemporaneamente. Siamo stati attaccati, abbiamo risposto con solidarietà e resistenza e siamo sopravvissuti. Facciamo ora esattamente la stessa cosa, con la certezza che il popolo greco sarà alla fine vincitore. Questo messaggio è rivolto a Mme Merkel e Mr. Schauble, sottolineando che rimango un amico del popolo tedesco ed un ammiratore del suo grande contributo alla scienza alla filosofia, all’arte ed in particolare alla musica. La migliore prova di questo è nel fatto che abbia affidato l’integralità della mia opera musicale a due editori tedeschi, Schott, e Breitkopf, che sono tra i più grandi editori al mondo e con cui la mia collaborazione è di grande amicizia.

Minacciano di espellerci dall’Europa. Se ci fosse almeno un motivo per fare a meno di noi, ne abbiamo almeno 10 noi per fare a meno di loro, dell’Europa di Merkel-Sarkozy. Oggi, domenica 12 febbraio io e Manolis Glezos –l’eroe che ha strappato la svastica dall’Acropoli, dando così il segnale d’inizio, non solo della resistenza greca, ma di quella europea contro Hitler- ci prepariamo a partecipare ad una manifestazione ad Atene. Le nostre strade e piazze saranno riempite da centinaia di migliaia di persone che manifesteranno la loro rabbia contro il governo e la Trojka.

Ho sentito ieri il Primo Ministro banchiere dire, rivolgendosi al popolo greco, che abbiamo quasi toccato il fondo. Ma chi ci ha portato a questo punto in due anni? Sono gli stessi che invece di essere in prigione minacciano i deputati perché votino per il nuovo Memorandum, peggiore del primo, e che sarà applicato dalle stesse persone che ci hanno portato lì dove siamo. Perché? Perché quello che l’F.M.I. e l’Eurogroup ci costringono a fare dicendoci minacciosi, che se non obbediamo sarà fallimento.

Qui siamo al teatro dell’assurdo. I circoli che ci odiano (greci e stranieri) e che sono i soli responsabili della situazione drammatica del nostro paese ci minacciano e ci ricattano, per poter perseguire la loro opera distruttrice fino alla nostra estinzione definitiva.
Nel corso dei secoli siamo sopravvissuti in condizioni difficilissime. E’ certo che i greci non soltanto sopravvivranno ma potranno rivivere se ci portano con forza al penultimo gradino della scala prima della morte.

In questo momento consacro tutte le mie forze all’unità del popolo greco. Tento di convincerlo che la Trojka e l’F.M.I. non sono una strada a senso unico, che c’è un’altra soluzione: cambiare l’orientamento della nostra nazione. Orientarsi verso la Russia per una cooperazione economica e la formazione di partnariati che ci aiuteranno a mettere in valore la ricchezza del nostro paese in termini favorevoli al nostro interesse nazionale.

Propongo di non acquistare più materiale bellico dai tedeschi e dai francesi. Faremo di tutto perché la Germania ci risarcisca i danni di guerra. Sanzioni che corrispondono con gli interessi a 500 miliardi di euro. La sola forza capace di fare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco unito in un Fronte di Resistenza e Solidarietà, perché la Trojka (F.M.I. e banche europee) sia cacciata dal paese. Parallelamente, bisogna considerare come nulli tutti gli atti illegali (prestiti, debiti, interessi, imposte, acquisti della ricchezza pubblica). Certamente i loro partner greci –che sono già stati condannati nell’animo del nostro popolo come traditori- devono essere puniti. Sono totalmente concentrato su questo scopo (unione del popolo in un solo fronte) e sono persuaso che lo raggiungeremo.

Mi sono battuto armi in pugno contro l’occupazione hitleriana. Ho visto i covi della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai tedeschi e sono sopravvissuto per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM (Patriotiko Metopo -Fronte Patriottico), la prima organizzazione di resistenza contro la giunta militare. Mi sono battuto nella clandestinità. Sono stato arrestato e imprigionato nel mattatoio della polizia della giunta ed alla fine sono ancora sopravvissuto.

Oggi, ho 87 anni, è molto probabile che non sarò vivo il giorno del salvataggio della mia tanto amata patria. Ma morirò con la coscienza tranquilla perché avrò continuato fino alla fine a fare il mio dovere verso gli ideali della libertà e del diritto.

Atene, 12 febbraio 2012

(traduzione dal francese di Francesco Forlani)

Grecia, la fiera della miseria politica

Dimitri Deliolanes

Il sentimento dominante è la disperazione. Più che la rabbia. Arrabbiati sono in tanti, ma alla fine sono minoranza. Disperati lo sono tutti. Dal premier Yiorgos Papandreou fino all’ultimo immigrato afghano, trascinato in condizioni disumane fino a questo estremo lembo di Europa per trovarsi intrappolato e solo, senza possibilità di lavoro e senza una lira in tasca.

Gli arrabbiati si sono radunati per lungo tempo a piazza Syntagma, di fronte al Parlamento, la «Boulè degli Elleni». È là la Puerta del Sol, la piazza Tahrir dei Greci. «Ladri! Ladri!», hanno inveito contro il mondo politico. Tutti gli danno ragione. Mai come in questo momento la classe politica incontra tanto disprezzo da parte dell’opinione pubblica. Leggi tutto "Grecia, la fiera della miseria politica"

Anomalia greca

Vassilis Vassilikos

Leggendo l’articolo Sottocultura e nuovo fascismo di Pier Aldo Rovatti e l’intervista di Slavoj Žižek L’effetto Berlusconi sul n. 04 di «alfabeta2», mi sono convinto che dovevo analizzare la parola anomalia prima dal punto di vista etimologico.

Anomalia deriva dal rovesciamento di senso della parola omalòs, che vuol dire piano, regolare: c’è un a privativo con l’aggiunta di una ν, poiché la parola seguente comincia da vocale e bisogna evitare lo iato. Il sostantivo normalizzazione (sempre derivante da omalos) non ha come contrario la anormalizzazione ma più semplicemente l’anomalia. Leggi tutto "Anomalia greca"

La modernizzazione può attendere

Andrea Fumagalli

È molto istruttivo l’editoriale di Giavazzi sul Corriere della Sera pubblicato il 5 giugno scorso. Non tanto per quello che dice ma soprattutto per il tono che utilizza.

La tesi di Giavazzi è molto semplice ed è riassumibile nelle seguente affermazioni: “È ormai evidente che i greci non pensano che la loro società debba essere modernizzata e resa più efficiente” e, poco oltre: “E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare. Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto, metà dell’Irlanda, inferiore a Slovenia e Corea del Sud, che fra qualche anno verrà superato dal Cile”.

Di conseguenza che se ne escano dall’Euro, dall’Europa e si arrangino. È colpa loro se non si vogliono “modernizzare” e diventare “efficienti”. Già, perché la modernizzazione e l’efficienza è, ovviamente, quella che può essere raggiunta solo seguendo le politiche neo-liberiste, quelle stesse che Giavazzi propaganda da anni senza mai chiedersi, però, quali risultati abbiano sortito.

A Giavazzi sarebbero più che sufficienti le risposte date da Tsipras nella lunga intervista sempre sul Corriere della Sera del 9 giugno e quindi non entriamo nel merito. Entriamo nel merito invece di alcuni fatti (tra i tanti) che Giavazzi dovrebbe sapere e che si guarda bene dal denunciare.

1. Giavazzi lamenta che troppi sono stati i crediti concessi alla Grecia, ma si esime dal dire che tali crediti non sono andati al governo ellenico (comunque sdraiato, prima di Tsipras, ai diktat della Troika) bensì al salvataggio delle banche tedesche e francesi più esposte. Come emerge dall’analisi dei documenti della Commissione europea, del Fmi e del Governo greco, nel periodo 2010-2014, la Grecia ha ricevuto 23 tranches di finanziamenti per un totale di 206,2 miliardi (non i 400 miliardi millantati da Giavazzi). Di questi, solo 27 miliardi (pari al 13%) sono stati utilizzati per sostenere il bilancio greco. Il 32% è stato adoperato per pagare il debito in scadenza e ben 83,7 (pari al 33%) miliardi sono serviti a pagare gli interessi ai creditori (di cui 9,1 miliardi sono andati al Fmi). Infine, 48,2 miliardi – dietro input della Bce e degli accordi Basilea 3 – sono finiti nella ricapitalizzazione delle banche greche (vedi qui: http://effimera.org/grecia-la-danza-sullabisso-di-francesca-coin-e-andrea-fumagalli).

2. Si noti che tali scopi erano ben noti al Fmi, che nei propri documenti interni, era ben cosciente che l’imposizione dell’austerity non avrebbe potuto consentire la riduzione del rapporto debito/Pil in seguito all’impatto recessivo di tali misure sullo stesso Pil (calato di oltre il 25%). Il 7 ottobre 2013 il Wall Street Journal pubblicava un articolo titolato Past Rifts Over Greece Cloud Talks on Rescue, nel quale Thomas Catan e IanTalley rendevano pubblici documenti confidenziali secondo i quali il Fmi nel 2010 avrebbe accettato di erogare prestiti a favore della Grecia nonostante la consapevolezza dell’insostenibilità del debito greco.

3. Quattro anni di politiche d’austerity hanno messo in ginocchio la Grecia. Un recente dossier della Caritas Italia denuncia le gravi condizioni economiche, abitative, sanitarie in cui versano le famiglie greche – e in particolare i bambini, molti dei quali restano senza cure sanitarie essenziali: la mortalità infantile è aumentata del 43 per cento dall’inizio della crisi. Inoltre è del 336 per cento l’aumento del numero dei bambini abbandonati in cinque anni. È in corso anche la più grande fuga di cervelli della storia recente da un’economia occidentale avanzata: oltre 200 mila giovani dallo scoppio della crisi sono emigrati all’estero. A ciò si aggiunge che la spesa previdenziale si è ridotta del 44%. Quasi il 40 per cento dei pensionati greci già ricevono un assegno mensile inferiore alla soglia di povertà dell’UE (pari € 665). Erano meno del 20% prima della crisi del 2009. Il numero dei poveri ha raggiunto la quota del 30% e la sanità pubblica greca è al collasso.

Certo si tratta di fatti e informazioni che non interessano a Giavazzi. Ma che interessano tutti noi, perché se seguissimo le sue indicazioni di politica economica, il nostro destino (sicuramente non il suo) non sarebbe molto dissimile da quello della Grecia.

Lessico postorwelliano

Giorgio Mascitelli

Confesso che, quando ho letto sui giornali i resoconti degli incontri tra governo greco e autorità finanziarie varie e in particolare del divieto per il primo di compiere “azioni umanitarie unilaterali”, ho pensato a un errore di traduzione dall’inglese causato da qualche falso amico o da qualche espressione ambigua. In realtà non c’è alcun errore e anzi, grazie alle preziose segnalazioni di Italo Testa, ho scoperto che il sintagma è effettivamente usato nel vocabolario giuridico-politico internazionale.

In pratica un’azione umanitaria unilaterale è l’intervento di uno Stato nel territorio di un altro senza avvallo del consiglio di sicurezza dell’ONU, ma con la giustificazione di bloccare una catastrofe umanitaria in corso: un esempio è quello dell’intervento del Vietnam in Cambogia nel 1979, che fermò i massacri di Pol Pot. Ora evidentemente che si usi una categoria del genere per designare i provvedimenti di un governo legittimamente eletto nell’ambito della propria giurisdizione territoriale significa che esso è stato espropriato, anche dal punto di vista formale, della propria sovranità in una sorta di riedizione in chiave di diritto internazionale dell’antica schiavitù per debiti.

Ma in fondo questo già si sapeva, ciò che mi appare sorprendente è che in una serie di comunicati ufficiali a nessuno sia venuto in mente di camuffare con la solita perifrasi eufemistica un’idea tanto brutale. Si converrà che, se vietare azioni umanitarie unilaterali presso istituzioni come le monarchie di Assurbanipal o di Saul quando era incazzato con Davide era un provvedimento abbastanza prevedibile, risulta invece singolare presso istituzioni come l’Unione Europea o il Fondo Monetario Internazionale, soprattutto se non sembra esserci all’orizzonte nessuna azione umanitaria di tipo condiviso.

Con il suo romanzo 1984 George Orwell ha reso nota, in una forma divulgativa e un po’ semplificatoria, la fondamentale ipocrisia del potere di fronte al linguaggio: tutti i suoi lettori ricordano la neolingua del Grande Fratello, che chiama la guerra pace, l’odio amore e così via. Ora nella realtà naturalmente le formulazioni sono sempre state più complesse, ma non c’è dubbio che la scelta attuale di utilizzare una terminologia così diretta e così controproducente per l’immagine di coloro che vi ricorrono sembra aprire una fase, o più verosimilmente una parentesi postorwelliana nel linguaggio del potere.

Possiamo considerare questa parentesi come un sintomo linguistico della confusione anche concettuale che accompagna questo periodo in cui il nuovo ordine fondato sulla sovranità del denaro ha sostituito quello basato sulla sovranità popolare senza però aver trovato ancora tutte le categorie giuridiche, politiche e retoriche che soppiantino quelle del vecchio sistema. È probabile, infatti, che l’uso, peraltro distorto e fuori contesto, della nozione di azione umanitaria unilaterale sia nelle riunioni tecniche l’unico fragile paravento giuridico per non far emergere che il fondamento delle attuali imposizioni al governo greco è la legge del più forte.

Dal punto di vista mediatico, tenendo conto dell’impossibilità di impiegare con successo le solite finzioni umanitarie o legalitarie, il ricorso a questo tecnicismo giuridico è sentito come il male minore, più nella speranza che non venga pienamente compreso che per una qualche efficacia persuasiva, anche perché con ogni probabilità presso i tecnocrati vi è un certo grado di anestetizzazione agli effetti di ridondanza del linguaggio tecnico che si riverbera in quello comune.

È talmente ovvio che vi è un’ironia sottesa in questa espressione per un potere come quello neoliberista che ha cominciato con guerre umanitarie per proseguire impedendo ad altri atti umanitari non bellici, che l’amante del sarcasmo per evocarla troverà in un solo istante mille formule taglienti. Quanto a me, ho voglia solo di ricordare i vecchi versi di Agrippa d’Aubigné, già usati da Montale in calce a La bufera: I principi non hanno occhi per vedere queste grandi meraviglie / Le loro mani servono solo a perseguitarci

Tre riflessioni sull’orlo dell’abisso

Franco Berardi Bifo

L’errore del 2005

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna. I socialisti francesi come i democratici italiani hanno tradito le loro già pallide promesse di opporsi all’oltranzismo austeritario, hanno gestito in prima persona la mattanza sociale, e ora fanno le vittime, si lamentano perché il popolo non li segue e gli intellettuali non si impegnano. Lasciamo perdere gli intellettuali francesi che non esistono più da almeno venti anni, a meno di considerare Bernard-Henri Levy un intellettuale mentre a me pare che si tratti di un imbecille molto pericoloso, come dimostrano le sue campagne a favore dell’intervento in Siria e in Libia.

Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra. Non so come andranno le elezioni. Le sorprese sono possibili perché il sentimento anti-razzista dei francesi potrebbe alla fine sottrarre al Front National la vittoria. Ma è improbabile. Solo il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 avrebbe potuto rappresentare le ragioni di un europeismo progressista, libertario, egualitario, ma il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 non ha più alcuna credibilità almeno a partire dal 2005.

In quell’anno i francesi (e anche gli olandesi) furono chiamati a votare su un referendum a favore o contro la Costituzione europea che rappresentava la definitiva torsione in senso liberista del progetto europeo. L’attenzione si concentrò sulla questione del mercato del lavoro: per il ceto politico europeo l’obiettivo era soggiogare definitivamente il lavoro e ridurne il costo sfruttando il vantaggio della globalizzazione del mercato del lavoro.

Ma i lavoratori francesi (e olandesi) compresero che il sì a quel referendum avrebbe sancito definitivamente la sottomissione del loro salario alle regole ferree del neo-liberismo: competizione feroce tra i lavoratori, riduzione costante del salario, aumento costante del tempo di lavoro. Dani Cohn Bendit e Toni Negri insieme si pronunciarono a favore del per il superamento dello Stato-nazione. Questa scelta sanciva l’irrilevanza della cultura di origine sessantottina (e della cultura in generale) rispetto ai destini dell’Unione, ma soprattutto dimostrava che non avevamo capito cosa fosse l’Unione europea. Il discorso anti-sovranista si riduceva a un’affermazione puramente formale: opporsi alla cessione di sovranità è regressivo.

È vero, ma a chi si stava cedendo sovranità? Non a una forma politica democratica post nazionale, bensì a un organismo intergovernativo che aveva, e ha, la sola funzione di imporre gli interessi dell’accumulazione di capitale finanziario, e di ridurre in completa soggezione il lavoro. Dopo il 2005 solo la destra ha finito per rappresentare la resistenza contro la violenza finanziaria. A partire del 2005 è così iniziata l’ascesa del nazionalismo, che si presenta come difesa nazionalista contro la dittatura finanziaria. I lavoratori francesi (e olandesi) sconfissero l’offensiva neoliberista con il sostegno delle forze nazionaliste e delle forze più retrograde del movimento operaio. Da quel momento in poi solo la destra è in grado di opporsi alla violenza finanziaria, al prezzo di un’altra violenza che rischia di inghiottire il continente.

Il futuro d’Europa

L’austerità ha devastato l’economia greca tanto quanto la sconfitta militare devastò la Germania dopo la prima guerra mondiale: il prodotto nazionale lordo greco è caduto del 26 per cento dal 2007 al 2013, mentre quello tedesco declinò del 29 per cento tra il 1913 e il 1919.

Così Paul Krugman in un articolo intitolato Weimar on the Aegean. Il Congresso di Versailles spinse la Germania in una situazione catastrofica e preparò la strada all’ascesa di Hitler. Il governo tedesco sta seguendo oggi esattamente la stesa direzione che condusse alla distruzione d’Europa. La vendetta della classe finanziaria contro il popolo greco è ingiustificata perché i greci non sono responsabili per i misfatti del sistema bancario. Spinta dagli zeloti dell’austerità l’Unione europea sta uccidendo se stessa.

La vittoria elettorale di Syriza ha aperto una prospettiva di discussione, ricontrattazione dei rapporti interni all’Unione e quindi di trasformazione dell’Unione. Il governo greco ha tentato di dare priorità al salvataggio umanitario, come è stato chiamato, ha tentato di attenuare il rigore austeritario. Per quanto possiamo giudicare, dopo la firma di un accordo il 20 febbraio, la strada verso una riduzione umanitaria del rigore finanziario è stata chiusa dagli zeloti dell’austerità. I pensionati greci possono morire di fame, la gente può essere cacciata di casa se non può pagare l’affitto, i lavoratori pubblici che sono stati licenziati dal governo Samaras non saranno riassunti. Non si possono mantenere le promesse perché l’ordine dell’algoritmo ha preso il sopravvento.

Non penso che Tsipras e Varoufakis siano dei traditori. Penso che abbiano tentato di fare qualcosa che non si può fare: hanno tentato di opporre la democrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irreversibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce l’hanno fatta. Piantiamola con la retorica della democrazia. Democrazia è divenuta una parola ripugnante e ipocrita. Qualcuno del partito nazista di Alba dorata ha detto qualche settimana fa: “Adesso Syriza ci proverà e fallirà. Dopo verrà il nostro turno.”

Abbiamo il dovere intellettuale di riconoscere la realtà. Adesso è il turno della violenza scatenata del Finanzismo, e la sola opposizione al Finanzismo è il fascismo identitario. La sola opposizione all’ordine violento dell’austerità ordo-liberista è il disordine della destra che cresce in tutta Europa,e presto travolgerà gli argini, distruggendo l’Unione e scatenando in tutto il continente un’ondata di violenza razzista, e paradossalmente ultraliberista. Quando la matematica cancella il corpo, il corpo ritorna sotto orribili spoglie.

L’algoritmo finanziario non può comprendere la sensibilità, e la matematica non può comprendere l’imperfezione umana. La guerra verrà a ristabilire aggressivamente i diritti del corpo contro il dominio arbitrario dell’astratto. Dopo la sconfitta di Syriza, Jugoslavia ’90 è il futuro d’Europa.

Greci ed ebrei

In un articolo del 1918 scrive Carl Gustav Jung:

Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio. (Jung, Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la belva bionda (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

Naturalmente tutti sanno che la Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure la sfiducia e il disgusto che il contribuente tedesco prova di fronte ai Greci contemporanei (sfiducia e disgusto che il gruppo dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante) sembrano ripropongono talora i sentimenti che la belva bionda provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa.

Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso. Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali, pigri, ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno invece deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria.

E poi cosa gli accadrà? Saranno espulsi, gettati nell’isolamento e nella miseria, esposti alle furie dei mercati dopo l’impoverimento imposto dalla troika? E poi? Sopravviverà l’Unione alla punizione degli insolventi? Oppure l’Unione è condannata a crollare? Oppure quelli di Alba Dorata hanno ragione nel dire che Syriza sarà sconfitta (con l’aiuto della Merkel e di Draghi) e sarà finalmente il momento del nuovo fascismo, non in Grecia soltanto?

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Europa significa ampio sguardo

Giacomo Pisani

La vittoria di Tsipras in Grecia e il successo crescente di Podemos in Spagna tirano in causa anche l’Italia. La vittoria di Syriza lancia una sfida all’Europa dei mercati e dell’austerity, aprendo un fronte internazionale che rimette al centro una politica dei diritti e della dignità, a partire dai processi di soggettivazione e dai conflitti territoriali che si sviluppano autonomamente nel tessuto sociale. Non si tratta di proporre aggiustamenti o di ammorbidire gli imperativi della troika. È necessario ripartire dalla materialità della vita, che sempre più preme alle porte di un mercato del lavoro che svilisce la dignità e cancella il futuro, per riprendersi diritti e costruire nuovi modelli di sviluppo e di cooperazione sociale. La vittoria di Tsipras non è la composizione astratta di un cartello elettorale, come molti in Italia si affrettano a fare in questi giorni, attraverso accordi di segreteria e apparenti aperture alla società civile.

Il successo greco parte dalle piazze, dai conflitti, dalla costruzione di pratiche sociali e di mutualismo per contrastare la crisi non attraverso le restrizioni e la negoziazione di diritti e possibilità, ma per mezzo della definizione di un immaginario comune di pratiche e di relazioni. Di fronte alle privatizzazioni, allo smantellamento del welfare e alla chiusura di scuole, ospedali e servizi, non c’è più da delegare ai poteri pubblici la tutela della dignità come pre-condizione dei diritti fondamentali delle persone. È proprio l’autorità pubblica, infatti, che ha sostenuto in questi anni l’espansione del mercato fino a subordinare l’assicurazione dei diritti fondamentali alle disponibilità finanziarie. Per questo sorge la necessità di ripensare le stesse istituzioni, attraverso un processo costituente che si nutra delle istanze dal basso e che faccia sintesi delle vertenze territoriali.

Anche Podemos nasce dal movimento degli Indignados e sintetizza una storia di lotte, facendola confluire entro una piattaforma organizzata. Veniamo dal basso, per sconfiggere l’alto. L’opposizione del basso contro l’alto è ricorrente e sostituisce quella della sinistra contro la destra, quella sinistra che ha sostenuto in questi anni la razionalità del mercato e la logica delle privatizzazioni, degli sgomberi, delle liberalizzazioni e degli sfratti.

L’eterogeneità della produzione, oggi, si coniuga con una divisione internazionale del lavoro che trasferisce il piano del conflitto a livello trans-nazionale. Il debito, imposto dalle logiche di finanziarizzazione dell’economia, diviene un dispositivo di disciplinamento delle popolazioni in varie parti del mondo. Uno dei pilastri del programma di Podemos in Spagna, è proprio il recupero della sovranità, non in senso nazionalista o identitario, ma attraverso un processo costituente che prenda le mosse dai bisogni e dai desideri dell’eterogeneità dei soggetti sfruttati. Dell’operaio cinese come della studentessa spagnola, del ricercatore italiano come dell’omosessuale.

Certamente anche in Italia si impone la necessità di una coalizione sociale, come la definisce Rodotà in questi giorni, che sappia trasferire il piano della rivendicazione sindacale entro una prospettiva politica costituente. L’affermazione di un welfare universale, di fronte allo smantellamento costante dei diritti sociali ad opera della troika, è la condizione imprescindibile per l’abilitazione dei soggetti ai diritti civili e politici e per dare a tutti la possibilità di autodeterminarsi.

Ma già il percorso dello sciopero sociale, negli scorsi mesi, ha segnato un orizzonte di elaborazione e di conflitto da cui non si può tornare indietro. In una fase in cui la precarietà e il ricatto lavorativo invadono sempre più l’esistenza e assoggettano la vita intera, mettendola al tempo stesso a valore, il conflitto deve tenere insieme la dimensione tradizionalmente sindacale e quella politica. Quando il neoliberismo fa leva sull’autovalorizzazione, sul continuo investimento sul proprio capitale umano, anche attraverso stage e tirocini non pagati, una coalizione sociale che tiene insieme una molteplicità di soggetti – dal precario all’operaio, dal lavoratore autonomo al ricercatore, dal migrante allo studente – supera il tranello della rivendicazione corporativa e comincia ad immaginare un orizzonte politico comune. In cui la libertà non sia indivisibile dalla proprietà e i diritti fondamentali, anziché essere negoziabili, trovino terreno fertile in una politica inclusiva di accesso a quei beni e servizi che ne favoriscono il riconoscimento sostanziale. L’Expo di Milano porta in scena il culmine dell’astrazione del lavoro e dello sfruttamento, attraverso tirocini e stage gratuiti o sottopagati, alimentandosi di quella classe precaria, spesso altamente scolarizzata, costretta a cedere a qualsiasi ricatto pur di accumulare titoli, arricchire il curriculum e sopravvivere.

È importante, allora, organizzare questa piattaforma e tradurla in un soggetto di lotta e di conflitto a lungo termine. Il secondo atto dello strike meeting, previsto a Roma per il 13-14-15 febbraio, va proprio in questa direzione. Non una coalizione elettorale elettorale, ma un processo costituente che parte dalle vertenze territoriali e dai bisogni reali per inserirli in una strategia politica. Un soggetto di movimento, che sfida le maglie del ricatto e dello sfruttamento per rimettere in moto desideri e passioni di una generazione ricca, propositiva, che può ribaltare le politiche delle restrizioni e delle passioni tristi. Non con la negazione, il rifiuto e la chiusura, ma con una spinta verso l’alto, che si appropria del linguaggio della creazione e della cooperazione per ridire il mondo.