Cosa vuole l’Europa?

Slavoj Žižek

In una delle sue ultime interviste prima della caduta, un giornalista occidentale ha chiesto a Nicolae Ceaușescu come potesse giustificare il fatto che i cittadini rumeni non potevano viaggiare liberamente all’estero sebbene la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta seguiva il meglio del sofisma stalinista: è vero, la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto del popolo a una patria sicura e prospera. Abbiamo quindi un potenziale conflitto di diritti: se ai cittadini rumeni fosse stato concesso di lasciare liberamente il paese, la prosperità della patria sarebbe stata minacciata e sarebbe stato messo in pericolo il loro diritto alla terra d’origine. In questo conflitto bisogna fare una scelta, e il diritto alla prosperità e alla sicurezza della patria gode di una chiara priorità...

Sembra che lo stesso spirito del sofisma stalinista sia vivo e vegeto nella Slovenia contemporanea dove, il 19 dicembre 2012, la Corte costituzionale ha rilevato che un referendum sulla legislazione fatta per istituire una “bad bank” e sulla partecipazione sovrana sarebbe stato incostituzionale, di fatto cancellando un voto popolare sulla questione. Il referendum era stato proposto dai sindacati contro la politica economica neoliberale del governo, e aveva ottenuto abbastanza firme per essere obbligatorio. Vi era infatti l’idea di trasferire tutti i crediti cattivi delle principali banche in una nuova “bad bank” che sarebbe poi stata salvata dal denaro statale (cioè a spese dei contribuenti), impedendo ogni seria indagine sui responsabili di questi crediti.

Perché quindi proibire il referendum? Nel 2011, quando il governo greco di Papandreou ha proposto un referendum sulle misure di austerity, c’è stato il panico a Bruxelles, ma perfino in quel caso nessuno ha avuto il coraggio di proibirlo. Secondo la Corte costituzionale slovena il referendum “avrebbe causato conseguenze incostituzionali”. Insomma, nel valutare le conseguenze del referendum, la Corte costituzionale ha semplicemente accettato come un fatto indiscutibile le ragioni delle autorità finanziarie internazionali che stanno facendo pressione sulla Slovenia affinché adotti ulteriori misure di austerity: non obbedire ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (ovvero non soddisfare le loro aspettative), può condurre a una crisi politica ed economica ed è quindi incostituzionale.

Forse la Slovenia è un piccolo paese marginale, ma la decisione della sua Corte costituzionale è il sintomo di una tendenza globale verso la limitazione della democrazia. L’idea è che, in una situazione economica complessa come quella odierna, la maggioranza della popolazione non sia qualificata per decidere: la gente vuole solo mantenere i propri privilegi, ignara delle conseguenze catastrofiche che si produrrebbero se le sue domande fossero soddisfatte. Questa linea di argomentazione non è nuova.

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Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Lungo queste linee, Fareed Zakaria ha sottolineato come la democrazia possa “prendere piede” solo in paesi economicamente sviluppati: se i paesi in via di sviluppo sono “prematuramente democratizzati”, il risultato è un populismo che finisce nella catastrofe economica e nel dispotismo politico. Non c’è da stupirsi che i paesi del Terzo mondo che hanno ottenuto i maggiori successi economici (Taiwan, Corea del Sud, Cile) abbiano abbracciato la democrazia solo dopo un periodo di regime autoritario. Questa linea di ragionamento non fornisce anche la migliore argomentazione a favore del regime autoritario in Cina?

Con il perdurare della crisi cominciata nel 2008, questa stessa sfiducia nella democrazia, una volta limitata ai paesi in via di sviluppo del Terzo mondo o post-comunisti, sta adesso prendendo piede negli stessi paesi occidentali sviluppati. Quello che uno o due decenni fa era un consiglio paternalistico per gli altri, ora riguarda noi stessi. Ma cosa succede se questa sfiducia è giustificata? E se solo gli esperti possono salvarci, anche a costo di meno democrazia? Il meno che si possa dire è che la crisi offre ampie prove di come non sia la gente, ma gli stessi esperti a non sapere quello che stanno facendo. Nell’Europa occidentale stiamo in effetti assistendo a una crescente incapacità della classe dirigente: sempre meno sanno come dirigere.

Guardiamo a come l’Europa sta affrontando la crisi greca, facendo pressione sulla Grecia per ripagare i debiti, ma allo stesso tempo rovinando la sua economia con l’imposizione di misure di austerity e rendendo perciò certo il fatto che il debito greco non sarà mai ripagato. Alla fine del dicembre 2012 lo stesso Fondo monetario internazionale ha pubblicato una ricerca in cui si mostra come il danno economico di misure di austerity aggressive possa essere fino a tre volte più grande di quanto era stato previsto, cancellando quindi i suoi consigli sull’austerità nella crisi dell’eurozona.

Adesso il Fondo monetario ammette che costringere la Grecia e altri paesi indebitati a ridurre i loro deficit troppo velocemente può essere controproducente... Adesso, dopo che centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati perduti a causa di simili “errori di calcolo”. Qui risiede il vero messaggio delle “irrazionali” proteste popolari in giro per l’Europa: i manifestanti sanno bene di non sapere, non pretendono di avere risposte veloci e facili, ma ciò che il loro istinto sta dicendo è comunque vero, ossia che anche chi è al potere non sa. Oggi in Europa i ciechi guidano i ciechi.

Pubblichiamo un estratto dal libro di Slavoj Žižek e Srécko Horvat (prefazione di Alexis Tsipras), Cosa vuole l'Europa? in libreria in questi giorni per ombre corte.

No signal

Vassilis Vassilikos

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la chiusura della radio-televisione pubblica ERT, del sito Internet e dei canali satellitari, non è altro che un colpo di stato mediatico, il primo a livello mondiale. Neanche la giunta militare arrivata al potere con i carri armati il 21 aprile 1967 aveva decretato la chiusura della radio pubblica (all’epoca non c’erano radio private né una stazione televisiva). Si era limitata a trasmettere marce militari e i proclami deliranti dei colonnelli.

Quello che voglio dire è che la “chiusura”, il “lucchetto”, la “cancellazione”, l’apparizione del “no signal” nel piccolo schermo, dal punto di vista semantico segna un ritorno alla barbarie. Parafrasando il “socialismo o barbarie” di Cornelius Castoriadis, di fronte al dilemma “capitalismo o barbarie” il signor Presidente del Consiglio Antonis Samaras ha optato senza dubbio per la seconda.

Avendo ricoperto l’incarico di vice direttore generale dell’ERT negli anni 1981- 1984, conosco bene il ruolo svolto dalla Tv per quanto riguarda i problemi di difesa del paese, ma soprattutto per quel che riguarda i greci della diaspora, che sono di numero pari ai residenti nel paese: circa undici milioni di ellenofoni che risiedono oltre le frontiere del paese, sparsi nei cinque continenti. Tutti costoro sono rimasti all’improvviso orfani, privati dell’unico legame ombelicale che li teneva in contatto con la madre patria.

La televisione privata ha fatto la sua apparizione nel 1990 in maniera arbitraria e sregolata, e il suo status rimane invariato fino a oggi. I suoi programmi si caratterizzano per populismo e volgarità e i suoi tg sono asserviti agli interessi dell’editore. Questo ha fatto in modo che i telespettatori si spostassero in massa verso la televisione pubblica, specialmente negli ultimi anni, come assetati nel cuore del Sahara in cerca di un’oasi di qualità dove abbeversarsi. Ovviamente, i pubblicitari hanno sistematicamente manipolato le loro misurazioni dell'audience e non hanno mai assegnato alla ERT gli indici di ascolto dei suoi tre canali sul digitale terrestre, più uno satellitare, più sei programmi radiofonici con copertura nazionale.

Anche in questo caso, come durante la primavera araba e ora in Turchia, Internet ha funzionato come provvisoria valvola di sfogo per i gas tossici del golpe mediatico. Inoltre, due canali televisivi, uno della Sinistra Radicale SYRIZA e un altro più piccolo, hanno continuato a trasmettere i programmi con le interviste e i dibattiti con coloro che facevano visita ai coraggiosi giornalisti dell’occupazione, in studios provvisori dentro la sede centrale dell’ERT, mentre migliaia di cittadini li proteggevano da una probabile invasione dei celerini. I quali, alla fine, non hanno osato enrare in azione ad Atene, mentre hanno sgomberato con le maniere forti la sede del canale pubblico regionale ET3 a Salonicco.

Un sondaggio effettuato durante i giorni dell’occupazione dell’ERT ha mostrato che il 70% degli intervistati, in ogni angolo del paese, si è espresso contro la chiusura della televisione pubblica. I cittadini hanno mandato un messaggio chiaro al premier che ha preso la decisione di chiuderla in maniera unilaterale, tenendo all’oscuro gli altri due partiti che partecipano alla coalizione di governo, i socialisti del PASOK e la Sinistra Democratica.

La verità è che non avevamo fatto in tempo a digerire pienamente la notizia di aver evitato il grexit che ci è capitata tra capo e collo il “no signal” delle frequenze della TV pubblica. Avevamo aperto con tanto ottimismo le porte dell’estate ai circa 17 milioni di turisti previsti, e di colpo ci siamo trasformati in un paese antieuropeo agli occhi di tutto il mondo.

È stato un errore imperdonabile. E insistere nell’errore, come il partito di centrodestra ha continuato fare nelle settimane seguenti, è ancora più imperdonabile. Certo l’ERT non era un’impresa perfetta. Dominavano le cordate sotterranee, le clientele, le raccomandazioni, il sistema di governo tipico del periodo in cui, per quattro decenni, si alternavano al governo i socialisti del PASOK e i conservatori di Nuova Democrazia.

Ci fu un tentativo di risanamento durante il governo di George Papandreou, ma si scontrò in Parlamento con l’allora opposizione di Nuova Democrazia di Samaras. Quello stesso Samaras che ora ripropone praticamente lo stesso piano di risanamento, ma compresso nell’arco di tre mesi. Con alcune modifiche sostanziali: coloro che saranno riassunti dovranno avere un dottorato di ricerca e passeranno al vaglio dell’organismo per i concorsi pubblici ASEP.

Ma i giornalisti, i producers, i registi e tutti coloro che in qualche modo lavorano nel mondo dell’informazione e dello spettacolo, non devono avere per forza titoli accademici di alto livello. Forse i capi dei servizi tecnici, ma certo non gli operai, i cameraman, i fonici. In conclusione, tutto appare per il momento confuso. L’unica cosa inammissibile è l'oscuramento delle frequenze, il buio pesto della cultura e dell’informazione pubblica.

 

Contro lo sgombero del teatro Embros

Manuela Gandini

Il clima ad Atene è pesantissimo e la guerra civile è un pericolo incombente. Dopo le ultime elezioni, nelle quali il partito neonazista Alba Dorata ha conquistato il parlamento con una ventina di seggi su 300, le violenze xenofobe sono all’ordine del giorno. La retorica basata sull’esaltazione della nazione, della famiglia, della normalità, assorbe consensi a non finire. Il risultato è una politica brutale, repressiva e fortemente autoritaria che si è imposta sulla città, in nome della “sicurezza” e della “pulizia”. Gli extracomunitari viaggiano in gruppo per potersi difendere; i gay si stanno compattando per scongiurare aggressioni; alle manifestazioni i picchiatori di Alba Dorata stanno al fianco dei celerini pronti ad attaccare i manifestanti. Qualche settimana fa, due deputati di Alba Dorata e una trentina di attivisti, rasati e in maglietta nera, hanno fatto irruzione in un mercato alla periferia della città, chiedendo documenti a tutti i venditori stranieri e distruggendo selvaggiamente i banchi e la merce di chi ritenevano non fosse in regola. Il portavoce del partito, Ilias Kasiriadis, ha affermato che: “AD interverrà con la forza ovunque vengano offese le sensibilità religiose e la storia della Grecia”.

Intanto le micro-comunità artistiche - sorte in questi anni per far fronte alla ferocia della crisi, alla drasticità dei tagli, alla subordinazione nella quale il cittadino è precipitato - si stanno indebolendo. Nel quartiere popolare di Psirri, lo scorso novembre, il collettivo Mavili ha occupato il teatro Embros rimasto chiuso per sei anni dopo la morte del proprietario. Uno spazio misterioso che da tempo non vedeva scene e uomini, e non sentiva calore. Un luogo che è diventato polo d’attrazione per gli artisti, per gli abitanti del quartiere, per gli extracomunitari e per chiunque volesse esserci. A natale, all’Embros, è stato allestito un pranzo aperto a tutti e ciascuno portava quel che poteva.

In breve è diventato il riferimento per lo sviluppo del teatro indipendente di Atene. Da lì sono passati artisti di tutto il mondo, coreografi come Dimitris Papaioannou e studenti come gli olandesi di Das Arts di Amsterdam che hanno fatto uno stage di due settimane. La logica è stata quella di includere anziché escludere, condividere anziché dividere , consolidare orizzontalmente rapporti anziché riprodurre forme verticistiche di potere. All’Embros si viveva, si mangiava, si discuteva, si metteva in scena la tragedia contemporanea adottando nuovi punti di vista e prospettive inedite.

L’Embros, concepito come piattaforma creativa sulla crisi in corso, ora sta per essere chiuso, murato per sempre. A metà settimana, la polizia, su ordine dell’Etad (società per lo sviluppo degli edifici pubblici) sbaraccherà tutto in prospettiva di “un processo di privatizzazione”. Così, di colpo, come sono stati sradicati gli alberi e le piante degli orti urbani coltivati dai cittadini, ora viene chiuso un polmone di cultura. Il messaggio è chiarissimo: eliminare ogni forma di protesta concreta (centri sociali, culturali, artistici). Eliminare ogni tentativo di autogoverno che sorga dal basso. Stroncare ogni iniziativa volta alla sopravvivenza fisica e psicologica indipendente dal sistema. Polverizzare il tessuto popolare eterogeneo che si andava costituendo e, infine, annientare ogni diritto alla felicità.

 alfabeta2 e alfa+più sostengono la raccolta firme contro lo sgombero del Teatro Embros
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Film non raccomandati

Michele Emmer

Si parla molto di valutazione, di merito, di criteri di scelta in questi ultimi tempi. Salvo poi scoprire che la valutazione, il controllo dell’impiego delle risorse riguarda solo alcuni ma non tutti. Voglio parlare di di cinema. Qualche giorno fa il 2 ottobre ho fatto una piccola indagine sulle recensioni dei film su uno dei giornali di grande tiratura. Per la zona di Roma. Non volevo affatto fare una indagine accurata. A Roma ci sono 48 cinema, non considerando quelli d’ Essai. I film proiettati in tutte i cinema, con ovviamente molti che si ripetevano nelle diverse sale, erano in totale 288. I giornali usano dare un giudizio sui film tramite palline, stelline, o altri simboli. Ora di 288 film proiettati nella sale, 230, cioè l’ottanta per cento avevano giudizi da capolavoro da non perdere (un solo film) a da vedere a si può vedere. Solo il venti per cento dei film non aveva nessun segnale, film di scarso interesse.

In particolare praticamente tutti i film in animazione 3D o comunque i film di animazione più o meno per bambini avevano un qualche segno per consigliarne più o meno la visione. Un solo esempio: Ribelle, il film di animazione con la ragazzina coi i capelli rossi, aveva una ottima recensione. Pur essendo un film di una rara noia, in cui la parte centrale è un film senza alcuna inventiva. E il combattimento tra gli orsi finale, non ha nulla a che vedere con il “vero” combattimento tra orsi del film di Werner Herzog Grizzly Man a cui probabilmente si sono ispirati gli autori. La cosa eccezionale del film sono i capelli della protagonista. Quindi stando alle recensioni su un giornale, in una città, ma credo che la cosa sia abbastanza generalizzata, al cinema di questi tempi ci sono molti film di interesse. Vista la massiccia predominanza dei film buoni o passabili, e dato che scorrendo la lista dei film non mi sembrava che fosse così, ho deciso di andare a vedere un film che non aveva nessuna palla: Una stanza ad Atene di Ruggero Di Paola.

1942. Nella casa della famiglia di Nikolas Helianos, editore abbastanza benestante prima della guerra, entra un ufficiale nazista a cui è stata assegnata la loro casa come alloggio. Nella casa oltre a Nikolas vivono la moglie Zoe e due figli, Leda e Alex. Tutto il film si svolge in quell’appartamento. Siamo in guerra, la Grecia è occupata, il nemico in casa. Bisogna inventarsi una strategia per cercare di sopravvivere. Il capitano nazista è come ci si aspetta, un sadico, privo di intelligenza, con una cultura superificale. A vederlo non si può non ricordare che l’attore che lo interpreta, Richard Sammel, era il nazista cialtrone di quel gran bel film di Quentin Tarantino, Inglourious Basterds.

Il nazista instaura un disciplina ferrea nella casa, sequestra il bagno, costringe a dormire i padroni di casa in cucina. Devono tutti essere i suoi servitori, ha attenzioni solo per la piccola figlia quasi adolescente, attratta dalla divisa. Il padre decide che è meglio non reagire, fare finta di nulla, basta aspettare e sopravvivere. E l’attore Gerasimos Skiadaressis ha esattamente la facce, le espressioni che servono. Che il destino sia segnato lo sappiamo, a renderlo ancora più chiaro il fatto che quando il nazista è seduto per mangiare con tutta la famiglia che deve assistere e servire senza sedersi, dietro di lui, vi è un quadro, una delle versioni de L'isola dei morti del simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901). Tra l’altro Adolf Hitler ne possedeva una versione originale. La situazione precipita quando al ritorno da un viaggio in Germania, Nikolas pensa di intravvedere nell’animo del nazista un qualche cedimento, dovuto alle tragedie familiari che lo hanno colpito in Germania. E quell’attimo sarà fatale a Nikolas. Quella stanza è un campo di concentramento, con le stesse regole, con le vittime che devono distruggere la loro stessa umanità, i rapporti tra di loro, devono essere solo vittime compiacenti. E riconoscere la superiorità.

Il modello del tedesco è Rudolf Höss, per due anni comandante del campo di Auschwitz, che viveva con moglie e figli in una villetta a cento metri da uno dei forni crematori, di cui Primo Levi ha scritto nella prefazione all'autobiografia: “Il libro è pieno di nefandezze raccontate con ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime; il suo livello letterario è scadente; ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual'è, un furfante, stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace... Nelle pagine affiorano ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, ma sono talmente ingenui e trasparenti che nessuno ha difficoltà ad identificarli.” Sarà impiccato davanti al forno crematorio nel 1946 lasciando una commossa lettera al figlio. La moglie è Laura Morante, monocorde nella sua recitazione. Un film interessante, ben raccontato, con i due personaggi del tedesco e del marito ben delineati e credibili. Insomma un buon esordio. Quel venti per cento di film da non considerare gli va molto stretto.

Scosse dalla Grecia

Vassilis Vassilikos

C’è un'antichissima espressione greca che rimanda ai responsi di Pizia ed è difficilmente traducibile. Quest’espressione suona così: Η κατάστασις επεδεινουμένη βελτιούται. Che si potrebbe tradurre: «Più le cose vanno male, meglio vanno». In questa battuta, che sembra tratta da un atto unico di Ionesco, c’è la sintesi della situazione attuale del mio paese. Per dirla in altre parole: i tagli a stipendi e pensioni sono arrivati al punto estremo, al «muro della vergogna», con la diminuzione delle indennità, l’aumento di due anni dell’età pensionabile e con l’invenzione di soluzioni alternative a problemi altrimenti insolubili, come quello di evitare la scure sugli stipendi di giudici, generali e poliziotti.

Parallelamente l’Europa ha dato segni di risveglio. In primis con la mossa di Draghi (che se fosse stata fatta, come era giusto, due anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse) e secondariamente domando la bisbetica frau Merkel. Per il momento, questa svolta al timone della Bce non porterà alla Grecia i vantaggi immediati dell’Italia e della Spagna. Ma l’onda lunga già partita dagli altri paesi mediterranei arriverà tra un paio d’anni anche nelle nostre spiagge. Questa è una prospettiva che crea quell’ottimismo finora mancato. Nel nostro paese, ora che le mucche non hanno più latte da offrire al mungitore/esattore, l’attenzione dei veterinari incaricati della salvezza del paese (cioè i nostri creditori attraverso la troika) si è concentrata sui tori. Notoriamente i tori da monta, ma anche i galli, corrispondono all’1% di mucche o galline. Costoro, i grandi capitalisti (per chiamarli con il loro vero nome) hanno spostato i loro soldi all’estero, in particolare nel paese di Guglielmo Tell, altrimenti detto Svizzera. Ignoti depositanti greci tengono in Svizzera settanta miliardi di euro: due volte il deficit del paese.

Prima però di arrivare a un accordo tra la Grecia e la Svizzera per tassare questi depositi, come ha fatto due anni fa la Germania, lor signori hanno già iniziato a spostare i loro capitali dalla Svizzera verso altri paradisi, magari asiatici. In questo modo, se ci saranno ulteriori ritardi nella conclusione dell’accordo, nel prato fiorito svizzero ci rimarrano solo le ortiche e i cardi spinosi, che, com’è noto, vanno bolliti per ottenere un decotto che dà grande sollievo alle disfunzioni epatiche e ad altri malanni del corpo umano. Ma solo a loro. Divento mio malgrado ironico perché so quello che noi tutti sappiamo, cioè che il denaro non ha patria. Ma quando la patria non ha il denaro necessario per rimanere patria, allora a che serve la parola patriota (a meno che non si riferisca ai missili Patriot), a che servono la bandiera, l’inno nazionale, la lingua, la Chiesa ortodossa d’Oriente e tutto quello che è compreso nella parola «greco»? Arriviamo così a quello che disse il poeta premio Nobel Giorgos Seferis: «Hellas vuol dire disgrazia» (Hélas in francese, con una l).

Ed è veramente questa la situazione in cui ci troviamo: nella «disgrazia». Quello che si sente continuamente nelle tragedie antiche: ahimè e ahinoi! Uccisioni, incesti, stragi, che comunque alla fine portano sempre all'antica catarsi. È proprio questa catarsi che si aspetta il popolo greco, quella che solo un deus ex machina può portare, visto che i nostri antichi antenati, i tragediografi, sono defunti da 2.500 anni. Ma il deus ex machina che ci hanno lasciato in eredità le loro opere rimane ancora la soluzione che porta alla salvezza.

P.S.: Molti amici stranieri mi rivolgono domande su Alba Dorata. Come ha fatto la malapianta a crescere? Io rispondo che, nei periodi più difficili della nostra storia, c’era sempre un 5% che svolgeva lo stesso ruolo svolto ora dai baldi giovani di Alba Dorata. Nel 1931 c’era l’organizzazione Eee che attaccava gli ebrei greci. Durante l’occupazione delle potenze dell’Asse, c’erano i Battaglioni di Sicurezza e il gruppo X. Durante la dittatura dei colonnelli avevamo i delatori senza nome. E ora abbiamo Alba Dorata che è cresciuta nei quartieri più sensibili grazie alle sue “opere caricatevoli” e all’assenza dello stato. Se la prendono con i pachistani, gli srilankesi, con quelli scuri di pelle. L’unica differenza con il Ku Klux Klan è che loro dispongono di seggi nel Parlamento degli Elleni, nel paese in cui è nata la democrazia. Involontariamente però svolgono anche quella funzione di cui parlavo prima, di deus ex machina che risveglia l’elleno dal letargo in cui era caduto per ben 35 anni di benessere in prestito e di un’apparente agiatezza ad altissimi tassi d’interesse.

Traduzione dal greco di Dimitri Deliolanes

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post


La politica del comune

Raimundo Viejo Viñas

Una vecchia idea ossessiona la sinistra, è l'idea della Grande Rivoluzione. Secondo quest'idea un movimento sociale ben organizzato e inquadrato all'interno di una strategia unitaria di conquista del potere e sotto la guida di un soggetto antagonista - un partito, oppure un sindacato - una volta conquistato il potere riuscirà a sconfiggere il neoliberismo.

In questo senso oggi la Grecia si trasforma per noi in un esercizio di fantasia e - in quanto tale - in un straordinario «altrove» costitutivo al servizio della politica identitaria. Così come l'Italia degli operaisti, la Euskal Herria degli indipendentisti e altri esempi, la Grecia diventa una sorta di territorio immaginario che ci permette di fuggire quella terribile sensazione di impotenza indotta dall'idea della Grande Rivoluzione. Infatti quel che risulta davvero insopportabile per i supporter di quest'idea epica della Rivoluzione, è proprio lo sconsolante divario tra le condizioni effettive di potere sotto la cui oppressione si trovano a vivere e l'esigenza di un cambiamento radicale.

Più esattamente: per la sinistra radicale quella della Grande Rivoluzione è una sorta di favola che funziona come un alibi. È la narrazione nevrotica di un passato vittorioso che, in quanto tale, oggi non si realizzerà. La sua verità è data per scontata e a questa verità si richiede solo di essere ciò che è: un assioma. Ma, soprattutto per chi come noi ha dovuto sperimentare decenni di retrocessione neoliberista, il problema non è fondamentalmente epistemico né psicologico, quanto piuttosto politico: bisogna riuscire a modificare le condizioni effettive di potere sotto le quali il neoliberismo continua a crescere, in modo da rendere possibile un'alternativa reale.

Kazimir Malevič, Cavalleria rossa (1928-1932)

Come rapportarsi allora all' «altrove» greco? Come trarre da quella esperienza una lezione effettiva che vada oltre le proiezioni nevrotiche di impotenza politica? È indispensabile invocare il principio di realtà di fronte alla fantasia, in politica è sempre necessario verificare l'efficacia delle proprie azioni con rigore e senza sconti. Solo così gli sforzi enormi a cui sono chiamati tutti quelli che attivamente partecipano al movimento potranno portare a una trasformazione reale.

Concretamente questo deve tradursi in una valutazione realista dei risultati politici delle mobilitazioni, e questi risultati – occorre sottolinearlo – non si valutano solo a partire dal grado di partecipazione che registrano le mobilitazioni, ma anche e soprattutto a partire da ciò che si sedimenta nel tempo al di là del successo di una singola manifestazione (il ché rimane comunque un risultato importante). Una mobilitazione insomma non dovrebbe esaurirsi nell'arco della giornata, nel giorno della manifestazione o dello sciopero, ma è assolutamente indispensabile – se davvero si vuole cambiare qualcosa – cominciare a proiettare i propri obiettivi al di là di ogni singola giornata di lotta, oltre ogni ciclo di lotte, più in là di ogni ondata di mobilitazioni.

Così diventa possibile ridefinire la politica in una dimensione realmente produttiva: gli scioperi sindacali tradizionali, generali o di settore, si demistificano a favore dello sciopero del precariato metropolitano. Il proselitismo partitico cede il passo alla cooperazione tra singolarità irriducibili, la costruzione di egemonie interne fa un passo indietro rispetto al confronto agonistico tra uguali, e la costruzione di egemonie esterne fugge la disciplina delle negoziazioni e dei patti tra élites... Il risultato di tutto questo è che la politica si ridefinisce in una dimensione in cui il successo partecipativo lo si valuta come tale solo a medio termine, diventa possibile produrre le istituzioni dell'autonomia, e costituire - pertanto - il comune. Ovvero la Repubblica del 99%.

Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino