Sfollati a Lesbos

Antonella Anedda

Volevo scrivere di un’isola che non fosse nata dalla separazione ma emersa dall’acqua e scavata di lava. Di una terra spenta e fertile. Volevo vedere i luoghi di Alceo e soprattutto di Saffo, sulla cui poesia ha scritto la mia autrice contemporanea preferita, Ann Carson. Volevo andare a Lesbos perché Aristotele in esilio nel 344 d.C. ha scritto là la sua opera più protoevoluzionistica, l’Historia animalium, esaminando i pesci e fossili di una delle due lagune, quella sul Golfo di Gera. Volevo vedere la foresta pietrificata dal vulcano, e Mitilene ed Eressos, dove sono nati il pittore Teophilo e il filosofo Teofrasto e appunto Saffo. Volevo andare nell’isola che il poeta Odisseus Elitis, la cui famiglia era di Lesbos e al quale è dedicato l’aeroporto, ha paragonato a una foglia di platano.

Siamo arrivati al mattino con un volo che partiva da Roma alle 5 e la prima cosa che ho visto non è stata la laguna, ma una giacca femminile abbandonata sulla strada che a Mitilene, la capitale dell’isola e il suo porto principale, costeggia il mare. Era una giacca inusuale, di buona fattura orientale, nera e rossa, ma strappata. A poca distanza c’era un gommone grigio scuro quasi sgonfio e ancora un salvagente. I primi Siriani me li ha raccontati la mia amica Carla che era andata a chiedere una cartina in un ufficio turistico. Mi ha detto che le avevano chiesto di prenderne una anche per loro perché non volevano entrare. Mi ha detto che il governo greco aveva vietato ai taxi di prendere i migranti. I primi Siriani infatti li abbiamo visti camminare verso di noi che andavamo in senso contrario verso le spiagge di Anaxos. Erano relativamente pochi, quasi tutti uomini, giovani, forse qualche adolescente. Bene – mi sono detta – la situazione non è drammatica come dicono, possiamo affrontare questi sguardi, andare in vacanza. Mi sbagliavo. Non sapevo che la vacanza poteva coincidere solo con la distanza di Lesbos dalle coste turche, solo nei tratti in cui è impossibile o difficile sbarcare, all’interno o a occidente. Là non arriva nulla, il turismo scorre indisturbato. I belvedere restano fedeli al loro nome, belli da vedere, panorami che sigillano un’idea di armonia, l’illusione di una creazione in sintonia con la gioia.

LAGUNE

Ho visto la laguna, anzi le lagune, laghi che a un certo punto si sono arresi al mare che ha trovato un fiotto ed è potuto entrare. La più grande, Kolpos Kallonis, ha un fondo di sabbia scura e l’acqua è così ferma e salata da sostenere il corpo quasi senza movimento. Kolpos è il nome greco di golfo che resta immutato in ginecologia: colposcopia. Se si guarda la mappa come sto facendo ora effettivamente entrambe le lagune hanno la forma del bacino con il mare aperto che passa dai due stretti. Ma questa è una sovrapposizione perché in realtà i Greci chiamavano kolpos il rimbocco della stoffa sopra la cintura del peplo. Tessuto dunque e non carne.

Sulle sponde di Kolpos Kallonis un tardo pomeriggio avremmo osservato con il cannocchiale alzarsi in volo una moltitudine di fenicotteri, rossi e neri all’interno delle ali e bianco-rosa sui dorsi. La laguna più piccola, quella di Aristotele sul golfo di Gera, Kolpos Geras, è la più bella. Diversamente da Kolpos Kallonis ha l’acqua bassa e tersa ed è circondata da colline fitte di olivi. A occidente c’è il villaggio di Agiassos con ancora l’albero cavo con dentro una sedia dove si rifugiava il pittore Teofilo al quale Elitis ha dedicato uno dei suoi saggi più belli intitolato La materia leggera. Avremmo poi visto il suo museo, su una collina vicino Mitilene, a est un terreno curato con gli stessi alberi che ci sono ad Agiassos, platani, olivi, ciliegi, ma non la sorgente di acqua dolce e il torrente e la specie di piscina dove nuotano le papere

Agiassos è in collina, lontano dai tanti ma silenziosi stabilimenti che costellano la lunga spiaggia della laguna. Sulle rive ci sono casette-spogliatoio pitturate di azzurro che ricordano quelli che quando ero piccola si chiamavano «casotti», case provvisorie sulla spiaggia in cui si poteva cucinare e che si vivevano solo d’estate.

Dico questo perché nello spazio di questa tregua molti dettagli avevano lo stesso ritmo di un’Italia anzi di un Sud anzi di una Sardegna fine anni ’50 primi anni ’60. Il nostro albergo era moderno ma nelle cucine le donne avevano i vestiti dello stesso nero-marrone delle donne nel Nuorese.

Dal balcone si vedeva una campagna che conviveva con il mare. Il sole odora di fichi. Lesbos non ha nulla in comune con altre isole greche da cartolina come Santorini o con un parco divertimenti come Mykonos. È un’isola di casa, silenziosa, vulcanica ma mite tanto questa memoria di fuoco è remota.

Oggi 6 settembre, domenica, sento che a Mitilene la polizia ha sparato lacrimogeni per disperdere i migranti che cercavano di imbarcarsi. Ieri su Al-Jazeera hanno mostrato uno sbarco in diretta in una delle spiagge in cui avevamo fatto il bagno. I rifugiati – ammesso che questo termine possa essere usato, come ha scritto Hannah Arendt in We refugees, e che l’Europa sia davvero un rifugio – aumentano di ora in ora. I due bambini affogati con la mamma la cui foto gira per tutte le televisioni sono morti nell’unico giorno in cui a nord-est di Lesbos il mare era agitato. Quando siamo arrivati di notte in uno dei villaggi sulla costa orientale a nord di Mitilene l’acqua era nera come il cielo, le luci sulla sponda turca tremavano nell’afa del temporale che gonfiava le onde. Devono essere morti sbalzati dal buio nel buio senza salvagenti, appesantiti dai vestiti.

L’indomani il mare si è calmato, c’è il sole. Dal terrazzo si sentono due bambine giocare. Sono sulla spiaggia. Quando mi affaccio mi guardano ed entrano in mare seguite da quello che deve essere il loro cane.

PIETRE

«e così tacque anche la pietra»

Paul Celan

Una delle attrazioni di Lesbos è la foresta pietrificata. Le foto dei tronchi folgorati dalla lava sono esposte insieme ai versi di Elitis con la poesia The other Lesbos, sulle pareti dell’aereoporto. Abbiamo dunque organizzato la gita, siamo scesi con la macchina da Anaxos e da Petra e per fare questo abbiamo di nuovo incrociato il bivio per Mitilene.

Di colpo siamo dovuti andare a passo d’uomo, la strada infatti era fitta di persone, uomini, donne e questa volta anche molti bambini. Probabilmente erano sbarcati nella parte nord dell’isola che è ugualmente vicina alla Turchia. Nessuno parlava, i bambini non piangevano – se erano molto piccoli dormivano sulla spalla degli uomini, altrimenti camminavano presi per mano dagli adulti o dai fratelli di poco più grandi.

L’accesso alla foresta era chiuso. Se ci si arrampicava però come abbiamo fatto noi si vedeva qualche tronco come scorticato e arrossato circondato da transenne.

In realtà siamo noi a esserci sentiti pietrificati quando sulla strada di ritorno abbiamo di nuovo dovuto rallentare per quante persone camminavano stavolta nel buio più assoluto. Nessuna richiesta. Solo qualcuno con la torcia – se aveva la torcia – segnalava il gruppo alle auto di passaggio. Ci ha impietrito l’impotenza di fronte a una realtà vista senza lo schermo del televisore, oltre il vetro, la concretezza dei bisogni, del cibo, della paura, ma anche della speranza e della spinta verso un’altra forma di esistenza, più forte della disperazione. Tutte quelle persone sembravano completamente sole, esauste, ma sostenute da qualcosa che non so definire se non come il coraggio dell’attesa. Non si vedeva nessuno, solo un poliziotto greco altissimo con un manganello lunghissimo è sceso lentamente, come in sogno, da una jeep ed è sparito tra le strade. It is closed gridava un guardiano all’entrata dello stadio di lato al porto. L’afa – dopo giorni in cui il meltemi aveva portato da nord-est aria secca e cielo nitido – era insopportabile. Gli unici volontari che abbiamo visto sono stati un uomo e una donna dell’UNHCR. Nessuna auto-ambulanza. Le persone più che ostili sembrano immerse in una specie di stupore, siedono nei caffè che costellano il lungo-mare e parlano apparentemente senza reazioni. Però ho visto un uomo provocare un giovane siriano gridandogli what do you want per la strada sbattendogli il petto sul petto. Lui non ha reagito, avrebbe potuto fracassare facilmente la testa al suo aggressore. Ha visto che io avevo visto e mi ha sorriso mitemente.

Ci sono trentadue gradi ma tutti sono coperti, soprattutto le donne e i ragazzi. Hanno cappotti e sciarpe. Non credo sia per obbedienza religiosa quanto perché scappando devono portare più cose che possono. Non è forse quello che fanno Anna Frank e la sua famiglia quando devono nascondersi?

Quando saliamo verso la città altra di Molivos, che sta in alto su una rocca con la grande baia a picco su un’ acqua quasi bianca e tranquilla, vediamo che prima del bivio per le spiagge dove suonano i tamburi della disco-music c’è un giardino pubblico trasformato in accampamento. Una giovane Siriana stende su una staccionata un vestitino, mutandine, dei pantaloncini su una panchina e di colpo mi ricordo e non vorrei farlo di quello che scrive Primo Levi in Se questo è un uomo della notte passata al campo di Fossoli quando racconta delle madri che stendevano i panni sul filo spinato ad asciugare prima della deportazione.

Davvero non voglio e l’unica cosa che posso fare con tutta la forza è invece augurare che abbiano un destino diverso, che non incontrino altro male, che abbiano una normale vita quieta, anche se sarà duro, arrivare in un paese nuovo in luoghi tanto diversi, distanti con diverse desolazioni.

Torno in paradiso, nella baia di Skala Mistegnon, con le tamerici sul mare e il mare quasi fin dentro il caffè dove scrivo queste pagine. Non c’è quasi nessuno tranne una coppia di anziani turchi che, si è capito, qui giocano il ruolo degli americani un tempo perché rispetto ai greci sono ricchi. Prendo appunti, cerco di ricordare non solo quello che ho visto ma quello che ho pensato, la luce o l’ombra di quei pensieri. Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo. Ieri la luna è salita dalla laguna di Kalloni lentamente mentre facevamo il bagno posando i piedi su un prato di alghe non secche ma vive, piegate impercettibilmente dalle correnti. Da una casa si sente un muggito e il rumore isolato di una moto. Le macchine sono rare e i loro fari l’unica illuminazione nelle strade dell’interno.

L’ultimo giorno a Mitilene. Per andare al museo archeologico sbagliamo strada e dunque attraversiamo a piedi tutto il lungomare. È pieno di famiglie, triplicate rispetto ai giorni precedenti. I bambini dormono sui prati, sui gradini delle case, ammucchiati in una specie di garage davanti a una villa fine secolo. Quelli che dormono sulla pietra degli scalini sono della stessa misura dello scalino. Mi ripeto mentalmente la poesia di Alcmane che dal primo momento in cui l’ho letta per me coincide con una specie di preghiera o almeno di pace: «dormono le cime dei monti e le gole, i picchi, i dirupi, dormono».

Le ragazze sorridono, spesso camminano a braccetto e quando diamo loro delle bottiglie d’acqua dicono merci.

Dice merci anche la madre giovanissima alla quale do il mio cappello per la bambina, per il sole e il ragazzo che si schermava dal caldo con un cartone al quale Carla dà a sua volta il suo cappello.

Entriamo nel museo archeologico. Ci sono i resti di una villa chiamata detta di Menandro il drammaturgo, i frammenti di marmo di tombe con una iconografia che si chiama Cena dei morti, un banchetto di dei che mangiano col morto o con la morta. Una donna cavalca verso l’Ade tra foglie di acanto, un uomo diede davanti a un dio. Le sale sono in penombra, c’è un grande silenzio. Il pavimento del mosaico racconta un altro frammento, una vita di agio, giochi, cultura. Rosa, grigio, ritratti di qualcuno che è stato vivo e la memoria di Menandro, solo il nome perché la sua opera, fatta di commedie raffinate che sembra siano servite da modello per molti autori dopo di lui, è perduta. Menandro ruota nell’aria mossa dai climatizzatori. Chiniamo gli occhi sulle pietre sminuzzate che compongono bestie: conigli, daini, leoni. Un corridoio è lastricato di pesci stilizzati. Le finestre che danno su un cortile mostrano archeologi e operai che puliscono e catalogano cocci di oinokoe, assorti dentro il ritmo dei gesti. Sembrano separati dal mondo, immersi in un’estasi che coincide con il loro silenzio. Fuori a poca distanza, vicino all’ingresso del Museo, c’è una presa dove a turno i Siriani più giovani fanno la fila per ricaricare i cellulari. I custodi sembrano convivere con ciò che succede con la stessa naturalezza con cui staccano i biglietti. Su tutti il sole che adesso è più clemente, il cielo che vira verso il viola e un po’ di meltemi che ha ripreso a soffiare e muove gli oleandri e i pini .

Questa bellezza, questa pace non bastano e resta sempre ferma la stessa domanda: cosa rende gli esseri umani crudeli? Il fatto di stare in un’aiuola? è l’aiuola che ci fa tanto feroci? E se era percepita così ristretta da Dante chissà come la chiamerebbe ora.

Non avevo mai visto un profugo. Finora avevo visto persone che chiedevano, alle quali magari fare un’elemosina frettolosa e vergognosa per poi tornare all’interno di una protezione fatta di sapone, acqua, luce, termosifone se fa freddo, ventilatore se fa caldo.

Negli sguardi, nei movimenti, nel comportamento di queste persone c’era iscritta solo una cosa, la necessità della fuga. Erano sfollati e di colpo mi sono ricordata – era questa la parola usata da mia nonna e da mia madre che allora era ragazzina: sfollati, via dalla folla e dalla follia.

Eravamo sfollati, bombardavano, non avevamo da mangiare, avevamo perso tutto.

Il pianoforte di casa per lo spostamento d’aria era finito nella piazza. I treni erano affollati e bui, bisognava lottare per salire. Quando però siamo arrivati nei paesi dell’interno tutti, dai più poveri ai più ricchi hanno fatto a gara per sfamarci.

Forse l’unica cosa che gli esseri umani possono fare è imparare e imparando cambiare, guardando davvero le persone negli occhi, una a una. È davvero impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti – almeno una volta – quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra? È davvero una follia pensare una politica che sia anche poesia piuttosto che una poesia spesso desiderosa di emulare la politica? Possiamo almeno impedire che l’inferno, come dice ancora Hannah Arendt in We refugees diventi «una cosa concreta come una casa, una pietra o un albero».

C’è un’educazione, un rispetto verso la fragilità dei vecchi, dei più deboli che forse va ricostruita come si ricostruisce una casa distrutta, lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro, come se fossimo, e non possiamo esserlo, invidiosi.

Cos’è la patria del tedesco?

Franco Berardi Bifo

Domenica, silenzio. Non giungono segnali dalla piazza. Come reagiscono i greci alla sconfitta di Tsipras, all’umiliazione clamorosa cui il gruppo dirigente europeo ha voluto sottoporli, alla vendetta tedesca per la ribellione del No al referendum? Come si preparano a vivere gli anni a venire che saranno ancora più disperati e miserabili dei cinque anni che hanno appena vissuto? Nei prossimi giorni capiremo se a questo punto piegheranno la testa, e accetteranno ciò che il destino sembra imporre, o se continueranno nella ribellione anche senza e anche contro Tsipras. O se - come è più probabile, a questo punto emergeranno i nazisti di Alba Dorata in un nuovo girone dell’inferno in cui l’Unione Europea li ha condotti. Si prepara imo sciopero dei dipendenti pubblici per la giornata di mercoledì, quando il Parlamento dovrà votare il diktat della Troika.

Il terrore finanziario che ammutolisce la Grecia porta un messaggio chiaro per tutti gli altri: per gli spagnoli, i portoghesi, gli irlandesi che nei prossimi mesi andranno alle urne. Ora sappiamo che non esiste una via d’uscita elettorale. Il debito infinito cresce ogni anno, dato che per pagare il debito si deve sprofondare ogni anno di più nella recessione. Ma con gli strumenti della democrazia non se ne esce. Syriza ha vinto le elezioni, poi ha vinto clamorosamente un referendum, ma la vendetta tedesca ha stroncato tutte le speranze. È una lezione che il gruppo dirigente dell’Unione intendeva impartire a Podemos.

Che senso ha a questo punto votare per Podemos alle prossime elezioni spagnole? Che senso ha in Italia affannarsi a costruire un’alternativa elettorale, organizzare referendum per riconquistare qualcosa di ciò che ci è stato tolto? Nessun senso, dal momento che tutti gli strumenti della democrazia elettorale sono neutralizzati dal pilota automatico o dal terrore finanziario. Perché il pilota automatico della finanza possa funzionare, l’Unione europea procede da un colpo di stato all’altro: prima fu il siluramento di Papandreou, poi fu l’imposizione di Mario Monti in Italia, ora è il terrore contro Syriza. Perché insistere nel provarci? La strada della democrazia è chiaramente preclusa. Ne esiste un’altra? Un paese che in fatto di terrore ha un’esperienza consolidata si è incaricato di terrorizzare la Grecia per imporre la volontà della finanza globale.

Ora occorre interpretare il modello che emerge dal colpo di stato che si è compiuto il 13 luglio: occorre un concetto che ci permetta almeno di capire in quale mondo siamo entrati. L’era neoliberale che iniziò ufficialmente l’11 settembre del 1973 a Santiago entra ora in una nuova fase che chiamerei neocolonialismo finanziario. Attraverso l’imposizione di un debito che cresce man mano che lo si paga, diventa possibile per il paese colonialista (nel nostro caso la Germania) sottrarre senza limiti di tempo risorse ai paesi colonizzati (in questo caso la Grecia).

L’Unione europea è ormai tenuta insieme soltanto dalla forza del ricatto, ma c’è ragione di temere che presto si tratterà di forza punto e basta. Il leader di Alba dorata ha dichiarato oggi che adesso è il loro momento. In piazza Syntagma si bruciano bandiere dell’Unione. Syriza è stata forse l’ultimo argine contro il fiume in piena dei nazionalismi. Quell’argine è stato sgretolato dall’assedio della finanza e dalla vendetta tedesca. Anniversario del massacro di Srebrenica. Occorre ricordare il ruolo che la Germania di Kohl svolse nell’avviare la guerra civile jugoslava, perché la guerra jugoslava si avvia a diventare lo scenario d’Europa. E la Germania è ancora il primattore.

Quand’ero bambino mio padre raccontava ogni volta che se ne presentava l’occasione la storia della sua detenzione ad opera dei nazisti nel carcere di Osimo. Non mi insegnò a distinguere tra la parola “nazisti” e la parola “tedeschi”, per la ragione facilmente comprensibile che i soli tedeschi che aveva conosciuto in vita sua erano militari della Germania nazista. Poi venne il ’68 e lessi i saggi di Rudi Dutschke e compresi che non esistono i popoli ma le persone, le classi e i movimenti. Ma il 25 aprile del 1968 un lettore dei giornali di Springer sparò un colpo di pistola a Rudi Dutschke.

Pur sapendo che la parola tedeschi e la parola nazisti sono da distinguere mi rimase il sospetto che il lettore di Springer rappresentasse la maggioranza della popolazione di lingua cultura e nazionalità germanica. Dato che le emozioni sono importanti nella storia almeno tanto e forse più di quanto lo sono i concetti razionali, temo che prossimamente sarà difficile evitare che l’emozione suscitata dal pogrom ai danni del popolo greco sfoci in odio per i tedeschi. Nonostante la mia formazione internazionalista e il mio rifiuto dell’identificazione nazionale, mentirei se dicessi che il mio subconscio riesce a distinguere oggi tra la parola Germania e la parola nazista. È forse questa la cosa che mi fa più paura.

Iene della tastiera o allocchi?

Augusto Illuminati

Ricordate le ždanoviane “iene con la macchina da scrivere”? Ricordate, insomma, si fa per dire, perché per averne sentito parlare occorre avere una certa età e non è facile neppure rintracciare l’espressione su Google. Comunque all’epoca, nei tardi '40 del secolo scorso, veniva detto in genere a torto e spesso di bravissime persone, tipo Sartre o Camus quando deragliavano dall’ortodossia cominformista (ancora googlare, per i militanti più giovani).

Problemi a rilanciare la formula, come un qualsiasi oggetto vintage? No, gli obbiettivi adatti abbondano – basta leggere gli editoriali sulla Grecia di Repubblica, Corriere della Sera e dello spinelliano Foglio (di cui appunto è amministratore delegato il rag. Spinelli, sì, proprio lui, il pagatore non utilizzatore delle olgettine). Per imbarazzo sul nome del fondatore e per irrilevanza mediatica tacciamo dell’Unità, “monumento equestre di Renzi”. L’unico problema è sostituire quell’arcaico oggetto museale con una banale tastiera. Iene con tastiera, ecco. La buonanima si stira nella tomba, le sue vittime d’allora pure e gli editorialisti d’assalto (sempre a quel tempo si diceva “sicofanti”, il liceo classico funzionava) hanno l’epiteto che si meritano.

Non solo i Livini, Bonanni, Cerasa, ma tutta la genia dei sondaggisti che, davvero ci meravigliamo, non scoppino a ridere incontrandosi per strada, secondo il mirabile detto di Catone riportato da Cicerone (qui mirari se aiebat, quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset). Riassumiamo la farsa, esonerando i giornalisti onesti e i sondaggisti non prezzolati, che sbagliano in proprio. Scoppiata la mina del referendum, i giornalisti di regime si sono affrettati a dichiararlo illegittimo, affrettato e sbagliato (mica era il famoso 40,8% del Pd alle europee, do you remember?).

Poi, un passo alla volta. In soli cinque giorni: 1) i sondaggi dànno una chiara maggioranza al SI, 2) i NO sono passati in testa, ma i SI sono in risalita, 3) drammatico testa a testa, con i SI in lieve vantaggio. Fonti prima anonime, poi eterogenee e oscure, mentre i vari istituti italiani si guardavano bene dall‘avanzare pronostici o commentare i criteri di rilevazione. Conclusione: OXI al 61% e rotti. Parlare di manipolazione greca, di complicità italiana e di giornalismo allocco è semplicemente misericordioso. Quando il margine di errore balza al 13%, si direbbe che siano entrate in scena le agenzie che hanno truccato anni fa i conti greci…Se si fosse trattato di un sondaggio su un prodotto, le denunce sarebbero fioccate. Abuso di credulità popolare, se non circonvenzione d’incapace, tenuto conto del declino dello spirito critico nel pubblico medio dei lettori di quotidiani. Discorso a ruota per le Tv, con sporadiche eccezioni.

Certo, i giornalisti in questione sono uomini d’onore e si sono lasciati trarre in inganno dai sondaggi falsificati – che peraltro non hanno denunciato ex post, proclamando anzi all’unisono che loro si erano ben resi conto dell’imminente vittoria del No, solo che non erano riusciti a trasmettere in tempo la loro convinzione alla redazione.

Dunque i commenti, ben ritmati con il Communicator in chief, Matteo –che adesso tace, e come si fa? Il referendum è uno scarico di responsabilità. La scelta è fra euro e dracma. Angela e Matteo vi guardano dall’alto nel segreto dell’urna. Se votate No verrà la peste e il terremoto. Avete votato No e adesso pagate le conseguenze, brutti fannulloni che avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi e a spese nostre. Arridateci i nostri 40 o 80 miliardi, maledetti baby pensionati! Tutti armatori ed evasori! Grexit subito. Naturalmente grande accodo ai deliri di Schulz, che promette “aiuti umanitari” ai greci ridotti alla fame, ma forse per “umanitari” pensava ai bombardamenti. Il tutto corredato da annunci catastrofici (il pane è finito nelle isole! Non ho trovato il viagra in farmacia!) e da foto e video da day after: il pensionato che si sventola sui gradini della banca o quattro clienti in fila al bancomat, tipo la sera a Sanlo prima della pizza. Mi dicono invece che la metro funziona meglio delle linee A, B e ½ C a Roma ed è pure gratis.

La danza degli avvoltoi impazziti (ma forse solo allocchi ingrifati) si è poi distribuita per cerchie più strette – a volte miserelle (a Exarchia ha vinto il Si! )– e l’obbiettivo più ghiotto è stato il grande Ianis Varoufakis, prima durante e dopo le dimissioni. Non serve Freud e manco 'a zingara per decifrare il groppo di invidia politica ed erotica, odio di classe e desiderio frustrato che, ben distribuito per gender, ha animato il giornalettismo italiano. Diciamo che le argomentazioni anti-keynesiane non sono state prevalenti.

Ok, mi fermo qui. Ci vorrebbe un Kraus per una disamina più attenta, ma che dico? Sarebbe sprecato per le bassure in questione. Basterebbero i cassonetti dell’Ama, se non fossero già strapieni.

La sfida della democrazia

Gianni Vattimo, Giacomo Pisani

Il referendum in Grecia riapre la partita con la storia. I media italiani, ma anche i vari Renzi e compagnia, si sono impegnati per ridurre la posta in gioco ad un accordo negoziale, al “sì” o “no” all’euro, al rispetto degli impegni e alla necessità di onorare i debiti. Di fronte all’irrigidimento della troika e alla chiusura a qualsiasi controproposta, Tsipras risponde investendo sulla democrazia. Molti in questi giorni hanno liquidato la scelta di indire un referendum come una mossa populista e comoda. In ogni caso la colpa sarebbe del popolo, non di Tsipras, che non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità politica di una scelta.

Innanzitutto Tsipras ha annunciato le dimissioni in caso di vittoria del sì, che significherebbe accettare le condizioni infernali imposte dalla troika. Inoltre, quando le politiche di austerity minacciano la dignità e i diritti fondamentali delle persone in carne e ossa, il sociale si fa eccedente e il politico non può più essere considerato come qualcosa di autonomo e staccato rispetto ad esso. La mossa di Tsipras è un formidabile tentativo di politicizzazione del sociale, che richiede un atto di soggettivazione e di coraggio. Proprio investendo sulla capacità dei soggetti di ribellarsi al ricatto e di autodeterminarsi, spostando l’asse del conflitto laddove più incisivo è il dispositivo del debito e dell’assoggettamento, che prolunga l’emergenza e costringe al senso di colpa e alla paura, Tsipras riapre la partita, rimettendo tutto alla politica. E alla possibilità di sfidare il dogma dell’austerity attraverso un atto di coraggio in cui il popolo greco si assume la responsabilità di mettere in discussione l’ordine neoliberale.

La mossa di Tsipras, indipendentemente dal risultato, mette in questione le politiche di privatizzazione e di smantellamento del welfare imposte dalla troika, e lo fa proprio a partire dal livello statale. In un articolo di qualche giorno fa su queste pagine, Bifo parlava del “nazismo” del Fondo Monetario Internazionale, se è vero che il nazismo è il primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la fragilità dell’organismo umano. È una lettura condivisibile, a patto però di non considerare la finanza europea come un moloch anonimo e impersonale, liscio e contrastabile su un piano esclusivamente orizzontale.

La stabilità delle categorie finanziarie della troika, in questi anni, si è fondata sulle politiche di austerity dei singoli stati-nazione, favorendo l’espansione dei grossi profitti e delle rendite e smantellando tutele sociali e sindacali per poveri e precari, ridotti sempre più ad inseguire la sopravvivenza fra contrattini e stage sottopagati. In questo quadro si sono inserite le politiche securitarie di reclusione ed espulsione dei migranti come mezzo di governo della mobilità internazionale del lavoro, mascherate dalla retorica dell’emergenza e dell’eccezionalità delle misure. In tutto ciò, il debito ha funzionato come dispositivo di gerarchizzazione, colpevolizzazione e ricatto per quei paesi, come la Grecia, la Spagna e anche l’Italia, in perenne stato di “inadeguatezza” e “incapacità”.

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Oliver Ressler, Economie Alternative, Società Alternative
Isola Art Center, Stecca degli Artigiani (2006).

In questi giorni, come apprendiamo dalle fonti greche, il nemico più grosso è la paura. Paura perché nessuno sa quali saranno le conseguenze, e la macchina propagandistica dei tecnocrati è da tempo a pieno regime. Il futuro del “no” al ricatto della Merkel e dell’Eurogruppo non è in una ricetta già pronta: è un futuro da scrivere, tutto politico, in cui in gioco c’è una rifondazione delle istituzioni che riparta dalla redistribuzione delle risorse e dal riconoscimento della dignità e della possibilità di autodeterminazione di ciascuno. In questa direzione andavano le politiche fiscali del governo Tsipras, con misure di sostegno al reddito e fornitura di servizi essenziali a tutti, e proprio questo ha costituito la minaccia più forte all’assolutezza della governance neoliberale, fatta passare come meccanismo naturale e indiscutibile di risoluzione della crisi e di pianificazione dell’economia.

Il referendum indetto da Tsipras, allora, è una sfida alla troika e ai mercati, che investe anche l’Italia e chiama all’apertura di un fronte internazionale per rilanciare la democrazia a livello europeo. È tempo di organizzarsi e di contrapporre alla valorizzazione capitalista, che soffoca capacità, aspettative e desideri, l’autovalorizzazione di cooperazione e creatività sociale. Le istituzioni europee devono esprimere la molteplicità della composizione sociale e delle forme della produzione, riconoscendo a livello sostanziale i diritti fondamentali e la capacità di ciascuno di dirsi e autodeterminarsi, assumendo la centralità dei beni comuni e assicurando a tutti una vita dignitosa.

La battaglia di Tsipras, la sfida del popolo greco, è nel rifiuto di ridurre la vita ad accessorio del capitale. In un’Europa in cui tutto sembrava già scritto e incasellato in numeri e imperativi finanziari, la Grecia chiama l’Europa ad appropriarsi dello spazio della politica, rivendicando diritti e democrazia per tutti.

Grecia: di che cosa è il nome?

Oggi alfapiù speciale: due interventi di Francesca Coin e Franco Berardi Bifo sulla Grecia e il futuro dell'Europa **

OXI. IL MOMENTO DELLA VERITÀ
Francesca Coin

È bastata una parola. Referendum. Re-fe-ren-dum. Sembra una parola banale, ma come un corpo pieno di lividi che innalzi uno specchio davanti al suo aggressore, l'Europa per qualche ora ha perso il controllo.
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NON SI È ANCORA FATTO SERA
Franco Berardi Bifo

Il futuro dell’Unione europea è iscritto nell’esito del referendum che Alexis Tsipras è stato costretto a convocare per il 5 luglio, ma comunque vada questo referendum, - che vinca improbabilmente il no al ricatto e all’umiliazione, o che vinca dolorosamente il sì al ricatto e all’umiliazione, - il futuro d’Europa è segnato.
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Jota Castro, Austerity über Alles - Galerie Barbara Thumm (2012).

Oxi. Il momento della verità

Francesca Coin

È bastata una parola. Referendum. Re-fe-ren-dum. Sembra una parola banale, ma come un corpo pieno di lividi che innalzi uno specchio davanti al suo aggressore, l'Europa per qualche ora ha perso il controllo.

Il comunicato dell'Eurogruppo delle ore 16 del 27 Giugno, poi elegantemente commentato da Varoufakis sul suo blog, era chiaro: i diciotto ministri all'unanimità – cioè, senza il collega greco, in una forma eccezionale di unanimità, diciamo - hanno convenuto che la Grecia avesse rotto “unilateralmente” le trattative, concludendone che, a fine mese, cioé martedì, scadrà il programma d'assistenza alla Grecia, e con esso la possibilità per la Grecia di accedere all'assistenza europea oltre che ai proventi delle privatizzazioni e profitti Anfa e Smp. La reazione dei creditori all'ipotesi referedum in altre parole è stata scomposta, minacciosa, addirittura quasi onesta, come se quella parola proibita “re-fe-ren-dum” avesse innescato un desiderio di vendetta: se tu rivendichi la democrazia noi ti facciamo saltare le banche.

L'ha scritto Yanis Varoufakis, con la sua solita, spericolata aplomb. “La democrazia aveva bisogno di un incoraggiamento in Europa. L'abbiamo dato. Lasceremo decidere la popolazione. Ma fa sorridere quanto sembri radicale questo concetto!” L'aplomb di Varoufakis, quella stessa postura che gli è stata così spesso criticata, tradisce, infatti, un'ovvietà esplosiva: il fatto cioé che la democrazia non è affatto permessa, oggi. Anzi, la democrazia è proibita, e lo è in modo strutturale. Èquesta la verità proibita che i creditori cercano di occultare.

Vediamo cosa è successo negli ultimi giorni. Dopo la “sorpresa negativa” del referendum, per dirla con Dijsselbloem, ieri la Bce ha rilasciato un comunicato ufficiale. Era sull'Ela, il Programma di liquidità d'emergenza che la Bce fornisce alle banche greche. Il comunicato avvisava che in attesa di nuovi interventi, la Bce avrebbe lasciato il tetto dell'Ela inalterato. Inalterato significa due cose: primo, che la Bce intendeva dare un messaggio di normalità. Però, ed è il secondo punto, mantenere inalterata Ela in un contesto di crescente deflusso di capitali significa perpetuare una minaccia.

Siamo di nuovo al punto di prima: dietro quest'apparente normalità la finalità europea non è cambiata: il fine dell'Europa è e rimane destabilizzare la Grecia e possibilmente sostituirne il governo – ma in modo chirurgico e democratico. La risposta di Varoufakis, da questo punto di vista, è stata, al solito, spericolata e contro-intuitiva. Varoufakis ha fatto sapere a metà pomeriggio che non avrebbe posto capital controls in Grecia. Non avrebbe, in altre parole, introdotto controlli sulla circolazione dei capitali perché questi, parole sue, sono “incompatibili con il concetto di Europa”.

Si è sentito varie volte dire, in questi giorni, che i due uomini chiave di Syriza, Tsipras e Varoufakis, sarebbero ingenui. È stato detto che non hanno un piano B, questo e quello. Rigirata a cotante menti la critica di ingenuità sarebbe però troppo generosa. Quando Varoufakis dice che i controlli sui capitali sono “incompatibili con il concetto di Europa” dice che se l'Europa intende staccare la spina alle banche greche deve farlo in modo manifesto. Dice cioé che i creditori possono annientare la Grecia – in questi rapporti di forza possiamo realmente attenderci il contrario? - ma se vogliono farlo devono mostrare la loro vera faccia.

A che cosa sta pensando Syriza? Sicuramente a molte cose, ma tra queste alla divisione sociale, all'arretramento pauroso della consapevolezza collettiva rispetto alla radicalità di quanto sta avvenendo, a quella che Marazzi ha chiamato una sorta di “guerriglia semantica”, uno scontro di verità dietro al quale si cela un agguato.

Già in un recente articolo scritto insieme ad Andrea Fumagalli avevamo osservato come la Grecia avesse portato avanti le proprie negoziazioni a partire da una posizione di “debolezza coercitiva”, utilizzando cioè la posizione di debolezza del debitore per ricattare i creditori, spingendoli per quanto possibile a ristrutturare il debito greco a partire dalla constatazione che un default avrebbe avuto un effetto domino sugli stati che hanno concesso prestiti bilaterali potenzialmente innescando un evento creditizio sui Cdc. In questo gioco il collaterale del debito greco è la tenuta del sistema finanziario europeo nel suo complesso - l'ordine stesso del mondo per come l'abbiamo conosciuto negli ultimi quarant'anni. Ciò che la Grecia facendo, da questo punto di vista, è arditamente coraggioso: la Grecia sta usando il proprio corpo come esca per disvelare le volontà del creditore. In altre parole sta mettendo in gioco tutta se stesa – consapevole di non avere alternative.

L'hanno ammesso in tanti, in questi anni, incluse voci interne al FMI da Paulo Nogueira Batista al Mea Culpa di Strauss Kahn. La finalità dei creditori in Grecia non è mai stata salvare la Grecia. Come ha spiegato egregiamente Minenna, docente di finanza matematica alla Bocconi:se si ritiene che l’obiettivo della Troika fosse quello di risanare le finanze pubbliche e riportare il debito su una traiettoria sostenibile, si dovrebbe registrare una disfatta su tutta la linea”. Ma non questa è la prospettiva che dovremmo usare.

La verità è che il debito greco per taluni creditori è stato un affare. Sia nel primo che nel secondo salvataggio, il controvalore dei prestiti concessi alla Grecia è stato simile all'esposizione delle banche Francesi e tedesche prima, e poi anglo-americane, configurando il salvataggio del paese ellenico più propriamente come un processo strumentale al completo trasferimento del rischio sul debito greco dai grandi sistemi bancari ai contribuenti dell'Eurozona. La Grecia, da questo punto di vista, è il modello stesso del capitalismo finanziario odierno, un paese da cui estrarre la linfa, risorse, ricchezza, vita, capitale per il sistema finanziario, per quel minotauro globale che, secondo Varoufakis, dalla crisi del Fordismo negli anni Settanta si tiene in vita risucchiando la nostra.

Cosa dobbiamo attenderci, dunque, nei prossimi giorni. Certamente il tentativo di destabilizzare il governo greco con le armi della finanza minacciandone le banche e il governo nel tentativo – vitale per i creditori – di mantenere la Grecia in una condizione di sudditanza.

Syriza invece ha una carta sola in mano. L'unica carta che può realmente giocarsi è quella della ribellione e della solidarietà sociale. Sta a noi, adesso. Lasciare la Grecia sola o fare sì che da questa sofferenza emerga almeno una visione collettiva. Il cinque luglio non deve essere un referendum. Deve essere un'ovazione, una celebrazione, il volto stesso di una nuova Europa in erba.

Non si è ancora fatto sera

Franco Berardi Bifo

L’Europa è unita come lo fu nel 1941
Il futuro dell’Unione europea è iscritto nell’esito del referendum che Alexis Tsipras è stato costretto a convocare per il 5 luglio, ma comunque vada questo referendum, - che vinca improbabilmente il no al ricatto e all’umiliazione, o che vinca dolorosamente il sì al ricatto e all’umiliazione, - il futuro d’Europa è segnato. Finirà nel sangue, dopo un lungo periodo di miseria e umiliazione. La Jugoslavia del 1993 su scala continentale: questo è ciò che ha prodotto l’arroganza finanziaria, questa è la vendetta del Fondo Monetario Internazionale.

Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere "metafisico" della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò "che ha reso possibile" il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale.

Introducendo l’edizione italiana del testo di Jaspers (La questione della colpa, Sulla responsabilità politica della Germania, Raffaello Cortina Editore, 1996), Umberto Galimberti cita un brano di Gunther Anders: “In una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz Stangl, direttore generale del campo di sterminio di Treblinka, si legge: «Quanta gente arrivava con un convoglio?», chiesi a Stangl. «Di solito circa cinquemila. Qualche volta di più». «Ha mai parlato con qualcuna delle persone che arrivavano?». «Parlato? No... generalmente lavoravo nel mio ufficio fino alle undici – c'era molto lavoro d'ufficio. Poi facevo un altro giro partendo dal Totenlager. A quell'ora, lì erano già un bel pezzo avanti con il lavoro (voleva dire che a quell'ora le cinque o seimila persone arrivate quella mattina erano già morte: il «lavoro» era la sistemazione dei corpi, che richiedeva quasi tutto il giorno e che spesso proseguiva anche durante la notte). [...] Oh, la mattina a quell'ora tutto era per lo più finito, nel campo inferiore. Normalmente un convoglio teneva impegnati per due o tre ore. A mezzogiorno pranzavo... Poi un altro giro e altro lavoro in ufficio». […] «Ma lei non poteva cambiare tutto questo?», chiesi io. «Nella sua posizione, non poteva far cessare quella nudità, quelle frustate, quegli orrendi orrori dei recinti da bestiame?». «No, no, no... Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinquemila e in alcuni campi fino a ventimila persone in ventiquattro ore esige il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema. L'aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile»" (G. Anders, Noi figli di Eichmann, Giuntina,1995, titolo originale: Wir Eichmannsöhne (1964).

Sono parole che andrebbero meditate oggi alla luce dell’incarnarsi del tecnototalitarismo nell’automa finanziario. Può parere eccessivo paragonare l’attuale dominio degli automatismi finanziari sulla democrazia politica al nazismo. Non lo è affatto. L’Europa è unita oggi come lo fu nel 1941, e gli effetti del pieno dispiegamento del nazismo finanziario li conosceremo nei prossimi dieci anni. Al di là del suo determinarsi come evento storico nella Germania degli anni ’30 e ’40 il nazismo è il primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la fragilità dell’organismo umano. Per questo non è affatto improprio dire che il governo tedesco del 2015 è nazista, che Mario Draghi è nazista, che il Fondo Monetario internazionale è l’organo centrale del nazismo contemporaneo.

Nel 1964 scriveva Anders: “La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno-totalitaria". Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare il regno ("Reich") che ci sta dietro come qualcosa di unico e di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per il nostro mondo occidentale, perché l'operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì.” E aggiunge:«l'orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo agghindato da stupida ideologia» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, cit., p. 66).

Greci ed ebrei
La forma universale del nazismo come prevalere automatico del funzionamento rispetto alla singolarità sembra oggi incarnarsi nel prevalere dell’automatismo tecno-finanziario rispetto alla volontà politica della società.

Mario Draghi ha ripetuto più volte che le elezioni greche non cambiano nulla, perché le politiche finanziarie europee (e le loro implicazioni economiche) proseguono grazie al pilota automatico. Votando per Syriza la maggioranza dei cittadini greci ha inteso rifiutare l’imposizione di politiche ultra-liberiste come punizione infinita per il debito che grava sul sistema bancario europeo. Ma l’Unione europea, e particolarmente il gruppo dirigente tedesco, pretendono che il governo greco rispetti gli impegni presi dai governi precedenti, anche se questi comportano una catastrofe umanitaria di cui nessuno può negare la gravità.

Lo pretendono perché la resistenza e la sofferenza dei greci non si adatta alla regola matematica della finanza. Il fastidio dei tedeschi per i greci ha le stesse motivazioni e le stesse tonalità del fastidio che il buon tedesco provava per gli ebrei nel 1939. In un articolo del 1918 scriveva Carl Gustav Jung:“Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio.” (Jung: Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la “belva bionda” (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

La Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure il sospetto e il disgusto che il contribuente tedesco sembra provare di fronte ai Greci contemporanei ripropongono i sentimenti che la “belva bionda” provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa. Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso.

Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali pigri ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria. Per loro è pronta la soluzione finale.