Granta, geografia della morale

Giancarlo Alfano

I temi legati allo spazio e alla sua percezione e rappresentazione, a quel che si è chiamata per secoli «geografia», cioè scrittura della terra (trascrizione della superficie terrestre sopra un’altra superficie), sono diventati sempre più importanti negli ultimi due decenni. Tra i tanti «turn», o svolte, che avrebbero marcato il nostro mondo occidentale dalla caduta del Muro e del comunismo sovietico fino a oggi, quella «visual», visiva e iconica, pare infatti aver assunto un ruolo particolarmente significativo. In gioco è il conflitto tra paradigmi dell’interpretazione, ma anche tra campi accademici e tra modelli culturali in competizione: del resto, se è vero che l’antico capo indiano spiegò ai primi conquistadores che la loro forza non era nelle armi da fuoco, ma nelle cartine geografiche con cui segnavano il territorio, è forse inevitabile – come ha spiegato in Italia per primo Franco Farinelli – che al tempo della globalizzazione e dell’abbandono delle forme fisiche e militari della colonizzazione si sia tornato a riflettere proprio intorno alla geografia. Ed è probabilmente per questo motivo che i contributi più interessanti del settimo volume di «Granta. Italia», intitolato appunto Geografia, siano quelli che ragionano a partire dal colonialismo e dalla sua evoluzione al tempo delle grandi migrazioni verso il Nord.

Nonostante la rilevanza del tema e il prestigio della sede editoriale (il ruolo della versione anglosassone di «Granta» è stato davvero fondamentale negli anni Ottanta e primi Novanta), nel complesso la lettura lascia però delusi. Certo, gli interventi pubblicati offrono diverse possibilità di approccio alla questione, ma non prendono quasi mai sul serio la questione propriamente geografica, cioè di rappresentazione linguistica e concettuale dello spazio. E, bisogna dirlo, le prove meno interessanti sono quelle in lingua italiana.

Al di là della delusione, è interessante che nella maggior parte dei quindici contributi narrativi, di finzione e di reportage, la rappresentazione dello spazio è presentato soprattutto come problema della costruzione o decostruzione dell’identità (attraverso lo spazio). Sebbene la presenza di alcuni cartogrammi (francamente illeggibili) offra anche un esempio del modo in cui la disciplina geografica raccoglie e organizza visivamente informazioni intorno allo spazio, la geografia presentata in questo numero di «Granta» è soprattutto rappresentazione individuale e «individuata» dello spazio vissuto. Si tratti di pianure nel Centroafrica, di fabbriche in Alaska, della Val di Susa, delle città piccole o grandi della Siria, o di luoghi rappresentativi per la loro semplice carica simbolica (il «fiume»), la gran parte dei racconti pubblicati sono basati sulla costruzione di un certo punto di vista che rivela la natura di quello spazio e soprattutto il modo in cui lo si abita.

Nella presentazione editoriale Walter Siti spiega a questo proposito che lo straniamento e il relativismo sono la traccia, rispettivamente stilistica e ideologica, che trama questo numero di «Granta». Probabilmente è così. Ma forse qualcosa in più emerge dai racconti di Jhumpa Lahiri e Dave Eggers e dal notevole reportage di Janine di Giovanni. Sono esempi diversissimi del tentativo di mettere in forma narrativa non solo la parzialità del proprio punto di vista, ma la dialettica che lo spazio impone alla parzialità. Osservare da una finestra di casa e scoprire di essere stati nel frattempo osservati da chi si stava guardando; raccontare l’arrivo della guerra sabotando la cronologia narrativa così da riquadrare il punto di vista dei protagonisti-vittime attraverso la temporalità (e l’identità di donna e madre occidentale) di chi ne raccoglie la testimonianza; proporre un piccolo aneddoto morale a metà tra il cinico e il sardonico smontando l’ideologia dell’ospitalità e mostrandone il carattere vincolante e ricattatorio: questi racconti, tratti dall’invenzione o dalla realtà poco importa, utilizzano le logiche dello spazio, dei confini, delle opposizioni dentro/fuori e chiuso/aperto per mostrare il radicamento materiale e non-naturale di ogni forma dell’abitazione.

E allora si deve salutare con compiacimento la decisione redazionale di chiudere questo numero di «Granta» con alcuni estratti della grande opera di un italiano del Seicento, Daniello Bartoli, gesuita che non riuscì mai a partire per le missioni in Oriente e così conseguire il sospirato martirio, ma che, stanziato a Torino, compilò pagine e pagine di scritti sui mondi lontani e vicini: una «geografia trasportata al morale», appunto, che è l’indicazione forse più intelligente per ragionare sul nostro essere allocati e collocati nel mondo spaziale, che è, prima di ogni altra cosa, mondo linguistico. Nonostante i visual turn.

Granta Italia 7, Geografia

Rizzoli, 2015, 270 pp., € 22

Da domenica 11 ottobre, alle 22.10 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Prima puntata: Amare (con la partecipazione, fra gli altri, di Luisa Muraro, Massimo Recalcati, Walter Siti).

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci

 

Ogni dipendenza è debito

Marco Dotti

1. Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato. Pronunciata la formula di rito – «quod tu mihi iudicatus (sive damnatus) es sestertium decem milia, quandoc non solvisti, ob eam rem ego tibi sestertium decem milium iudicati manum inicio», Gaius, Inst. 4-21 – il debitore poteva soltanto sperare nelle parole di un garante (vindex), se ne aveva uno, sconfitto il quale il magistrato confermava la dichiarazione del debitore sancendo l’addictio.

Nella terza delle Dodici tavole – la più antica codificazione romana che, se stiamo a Livio, risalirebbe al 451 e al 450 a.C – si prevedeva infatti che in «caso di riconoscimento in giudizio del debito o di condanna pronunziata, vi saranno trenta giorni fissati dalla legge». Scaduto il termine, condotto davanti al pretore, la legge disponeva che: «se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi»1. L’addictus – così, nel diritto arcaico, veniva chiamato colui che subiva la procedura esecutiva dell’addictio – cadeva nella totale e materiale disponibilità dell’altro. Pur senza uscire dallo status che gli conferiva cittadinanza romana e libertà, l’addictus entrava in una condizione di schiavitù de facto che lo assoggettava a una doppia dipendenza: dalle catene e dal debito.

Il creditore poteva trascinare con sé il debitore, legarlo per sessanta giorni e presentarlo alla vendita in tre mercati successivi, purché compresi nel limite di quei sessanta giorni. Un terza dipendenza, oltre a quelle delle catene e del debito, faceva così la sua comparsa: la dipendenza dalla sorte. Sarebbe stato comprato? Sarebbe stato venduto? Sarebbe stato messo a morte o smembrato? Il destino del debitore era inesorabilmente legato al lancio di una moneta o di un dado. Nessuna dialettica, qui, tra servo e padrone, nessun rovesciamento di campo appare possibile, c’è solo la sorte, nuda come la vita dell’addictus. Qualora non si fossero trovati acquirenti, infatti, il creditore poteva provare a vendere trans Tiberim il debitore. Oppure lo poteva uccidere seduta stante e, qualora intervenissero altri a vantar crediti nei suoi confronti, dividerne il corpo in parti eque.

2. A questo fondo oscuro, di totale e aberrante assoggettamento ma anche di inevitabile devozione, sembra in qualche modo collegarsi una parola inglese, concettualmente più mobile – come rileva Michele Mari in apertura del fascicolo di Granta – rispetto all’italiano «dipendenza» e all’omologo inglese dependence, ma che nel suo etimo richiama proprio l’istituto del diritto romano arcaico: addiction. C’è un’addiction per tutto, un’addiction come estensione di una economia dell’io definita proprio dal suo essere socialmente e costantemente in debito2.

E c’è pure, inevitabile, una debt addiction individuale e collettiva (per un singolare paradosso, sono i liberisti americani i più lesti a tacciare le istituzioni e governi di questa debt addiction), tendenza all’indebitamento eccessivo che conferma la globalità del processo di asservimento al debito. Mentre la definizione classica di dipendenza ruota attorno a una sostanza, al suo uso ripetuto e rituale e al malessere provocato dalla mancata assunzione, l’addiction sembra più concernere la devozione verso la dipendenza stessa, dipendenza da una sostanza o da una pratica.

Una spia di quest’ultimo processo la potremmo rilevare nella progressiva scomparsa della distinzione tra abuso e addiction, distinzione sostituita dal plesso disorder-intoxication-withdrawal. Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), manuale dell’American Psichiatric Association, Bibbia di cacciatori di diagnosi e terapeuti globali, pone un discrimine simile. Discrimine poco chiaro, in verità, fra dependence e addiction, ribadendo che «dependence has been easily confused with the term addiction». Ma poi, è lo stesso DSM-V ad abbandonare addiction preferendo ad esso «substance-related and addictive disorder» e per il gioco d’azzardo opta per l’espressione secca «gambling disorder»3.

3. Scrive Mari che «il dipendente è solo uno schiavo, ma l’addicted conserva il suo libero arbitrio nel “dedicarsi” a qualcosa. Il termine addiction tempera il concetto di dipendenza con le idee della cura amorevole, della vocazione e della competenza tecnica (oltre che, laicamente, con l’idea di abitudine: l’addicted come habitué)»4 . C’è qualcosa di religioso, nell’addiction. Quasi fosse la devozione a un idolo da cui si pende e dipende: usuram pendere o culpam pendere significava pagare gli interessi di un debito o espiare un crimine, talvolta con la vita.

Dipendere, dal latino dependere, composto a sua volta da de e pendére (penso, peso), da cui il participio passato pensum. Da qui anche calcolare, pensare. In fondo, ogni vera dipendenza è un processo di «pensiero», ovvero di dipendenza dalla dipendenza stessa. Il «lavoratore dipendente» ha un potere da cui dipendere, ma a sua volta il «libero professionista» è addicted da processi di potere ampiamente interiorizzati. Entrambi non dipendono più, in senso classico, unicamente dal lavoro, ma sono addicted del circuito finanziario che ha inglobato il tempo del consumo nella valorizzazione del capitale.

4. L’homo globalis vede straordinariamente intensificate le ore delle propria giornata e, oscillando tra prestazione e abbandono, tra ricerca di droghe letargiche che compensino i surrogati di un’efficienza che gira oramai a vuoto insegue il privilegio di volersi (e credersi) dipendente da una sostanza. Da sempre la «drogenkultur» rivendica questo privilegio come libertà. Lo fa non per far venir meno la fondamentale ipocrisia del sistema, ma per confermare la propria. Come Zeno Cosini a cui preme – scrive Mari - «vedersi e rappresentarsi come colui che è sul punto di smettere: in questo suo essere sul punto di il dipendente fa paradossalmente coincidere la dipendenza e il suo superamento».

L’homo globalis ha dinanzi a sé orizzonti estesi, ma questo solo in ottica retorica. Praticamente, egli è ripiegato sul proprio micromondo. La figura idealtipica di questo homo globalis non è più il Lavoratore, ma il «giocatore»: l’uomo che di globale ha solo la tendenza (e la dipendenza) ad alimentare un sistema che gli impone sacrifici di spazio e di tempo, chiedendogli in cambio solamente di allineare limoni, cedri o melanzane a una slot machine. Come l’antico addictus egli è cittadino e libero, ma proprio come l’addictus è uno schiavo di fatto, avvinto dalle catene (addicted by) della sorte e del debito.

Spezzarle è impossibile, perché non hanno consistenza materiale. Converrebbe fuggire, ma dove? Edgar Allan Poe, in conclusione del suo Imp of the Perverse, mostra chiaramente lo spaesamento a cui andrebbe in contro chi davvero ottenesse questa libertà: «To-day I wear these chains, and am here! To-morrow I shall be fetterless! — but where?» («Oggi sono in catene e sono qui! Domani sarò senza ceppi... ma dove?»).

«Granta Italia» - Dipendenze
numero 4/2013 a cura di Walter Siti
Rizzoli (2013), pp. 208
€ 17.00

  1. «Se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi con corregge o ceppi di quindici libbre; non più pesanti, ma se vuole di minor peso («ni iudicatum facit aut quis endo eo in iure vindicit, secum ducito, vincito aut nervo aut compedibus xv pondo, ne maiore aut si volet minore vincito». []
  2. Sul fondamento sociale del debito, cfr. Maurizio Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, trad. di Alessandra Cotulelli e Emanuela Turano Campello, DeriveApprodi, Roma 2012. []
  3. American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM 5, Fith Edition, American Psychiatric Publishing, Washington 2013 ad vocem. []
  4. Michele Mari, Schegge di dipendenza, Granta, n. 4 (2013), p. 18. []