Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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La stanza dei bottoni

Alberto Burgio

Mentre scriviamo il senatore a vita Mario Monti è in piena campagna elettorale, cosa che ancora un mese fa escludeva con sdegno. Sforna una promessa propagandistica dopo l’altra (sulle tasse, le armi, il numero dei parlamentari…) e rende sempre più evidente che, di tecnico, la sua performance a palazzo Chigi aveva soltanto l’etichetta. A venti giorni dal voto Berlusconi ha movimentato la scena con la solita trovata a effetto (il rimborso dell’Imu) seminando il terrore in campo avverso. Al che il segretario democratico non ha trovato di meglio che rifugiarsi proprio sotto l’ala del «professore» e di proporgli un patto di collaborazione. Dopotutto, si dirà, fino a ieri il Pd ha convintamente sostenuto il suo governo e ne ha elogiato la credibilità in sede europea: perché non avrebbe dovuto convolare con Monti – il «professore degli anni Dieci» – dopo avere a lungo amoreggiato con Prodi, il «professore degli anni Novanta»?

Già, perché? In realtà, per una serie di ragioni lunga come un treno. Il senatore Monti non fa mistero di che sorta di «democrazia» vorrebbe. Dopo avere «tecnicamente» saccheggiato i lavoratori dipendenti per gratificare i suoi amici banchieri, ora che «politicamente» cerca voti attacca ad alzo zero i partiti «vecchi» (quelli nati per fare la lotta di classe) e i sindacati (che – lamenta – hanno il torto di rappresentare «solo una parte della collettività»). Che pacchia una società senza rappresentanza (se non degli interessi padronali) e senza conflitto (se non dall’alto, come desidererebbe il compagno Marchionne!).

Nuova, forse, una società così non sarebbe, considerato che la modernità nasce, qualche secolo fa, nel segno del totalitarismo del capitale privato, e che il fascismo sogna di realizzare proprio questa utopia, bandendo i partiti e i sindacati indipendenti. Ma di certo sarebbe «un sacco bella!». Nell’evocarla, il senatore a vita sa benissimo di non parlare al vento, e di dar voce ai sentimenti della parte più retriva della borghesia italiana, visceralmente ostile alla democrazia.

Dopodiché, anche la reazione dei suoi «avversari» è interessante. Berlusconi, per non essere da meno, si è subito messo in testa il fez e ha promesso che azzererà i rimborsi elettorali: tanto, per il suo partito basta e avanza il suo argent de poche. Bersani, invece di sentirsi onorato per il riferimento di Monti al «vecchio» Pci, si è detto indignato: che diavolo c’entra il Pd col movimento operaio, la Resistenza e la lotta contro l’imperialismo americano? Veltroni sarebbe stato una svista? Così torniamo al matrimonio del centrosinistra col nuovo «professore», contro natura soltanto in apparenza.

In fondo, il Pd che cos’è? In una battuta, è l’organizzazione delle forze che scommettono sulla capacità del neoliberismo di governare la globalizzazione in forme democratiche. Per il Pd il neoliberismo è un dato indiscutibile, giudizi di valore a parte. Ci si debbono fare i conti «temperandolo», non già immaginare di cancellarlo. Per questo il suo gruppo dirigente difende a spada tratta il bipolarismo e da vent’anni accetta di buon grado che la politica sia commissariata dalle banche e dal mercato. Quanti governi «tecnici» si sono susseguiti col suo consenso, da Amato, Ciampi e Dini sino a noi? Così stanno le cose, piaccia o no. E questo fatto spiega molte cose.

Spiega in primo luogo perché il primo partito del centrosinistra consideri «una risorsa per il paese» un oligarca formatosi alla scuola dei Chicago boys (e di Thomas Malthus). Spiega perché in Italia chi ha la fortuna di lavorare guadagni meno che in tutta Europa (fatta eccezione per la povera Grecia). E spiega anche perché un comico prestato alla politica mandi in visibilio «folle oceaniche» allorché invita al Qaeda a bombardare Montecitorio. Quando, circa vent’anni fa, qualcuno s’inventò la storia della fine della storia, ci fu chi, dalle parti della Bolognina, si entusiasmò, prevedendo che presto avrebbe espugnato la sospirata stanza dei bottoni. È andata così, salvo che quei bottoni hanno continuato a funzionare nello stesso modo, chiunque fosse lì a schiacciarli.

Il popolo dei Monti

Maurizio Ferraris

Quanto sia centrale la cultura nell’agenda Monti lo si arguisce da una semplice circostanza. Il fatto che non vi compaia mai la parola «scienza». Compare certo più volte la parola «ricerca», da motivare, controllare, premiare se valida (perché l’implicito è che generalmente non lo sia) ecc. ecc. Sono pagine generiche, grigie, senza idee, che potrebbe aver scritto chiunque. Sono invece, più avanti, la bellezza, l’arte, la moda, il turismo, che infiammano l’entusiasmo dell’agenda. La ricerca è tutta da verificare. Invece quando si arriva sulla Bell’Italia tutto va bene, guai a chiedersi se la qualità dei cibi non sia da controllare, e se magari la moda sia poi quella bellezza. Si dirà: perché non costano, anzi, fanno guadagnare.

Benissimo. Ma veniamo all’Italia come museo a cielo aperto, massimo contenitore d’arte dell’orbe terracqueo. Si tratta di una definizione futile e tautologica. In Italia abbiamo una grande concentrazione di arte italiana e, prima, romana. Così come in Grecia abbiamo una grande concentrazione di arte greca, in Egitto di arte egizia, in Messico di arte messicana e in Tailandia di arte tailandese. Solo un irreale etnocentrismo può anche pretendere che questa sia l’arte più grande, più bella ecc. ecc.

Quella di Monti è paradossalmente un’agenda nostalgica e retrospettiva. In effetti quell’arte l’hanno fatta i nostri antenati, all’epoca in cui anche la ricerca scientifica andava a gonfie vele. Ora, di capolavori, spesso tenuti molto meglio che i nostri, sono piene, per esempio, la Francia e la Germania. E sarebbe davvero miserevole se Hollande o la Merkel traessero da questo patrimonio l’idea di un primato europeo. Il primato non si fa con i musei, ma con la ricerca di base. Proprio quello che non ha interessato, nell’ordine, il centro-sinistra di Giovanni Berlinguer e di Fabio Mussi e il centrodestra di Letizia Moratti e di Maria Stella Gelmini.

Vorrei sottolineare un aspetto. Si è parlato moltissimo di «declino italiano», ma in questi giorni ho fatto tardivamente una lettura molto istruttiva, i Diari di Galeazzo Ciano. Vediamo un’Italia ancora più miserabile, arruffona, gaglioffa della nostra, per cui non c’è dubbio che, per paradossale che possa apparire, tra Mussolini e Berlusconi l’Italia è progredita. In tutti i campi, tranne però in quello della cultura. Perché? Perché è prevalsa, presso gli stessi uomini di cultura, l’idea che la cultura debba essere immediatamente redditizia e professionalizzante. O altrimenti da tagliare. Quando è evidente che la cultura deve essere strutturalmente in perdita, e che solo da quelle perdite può dare degli autentici vantaggi.

Ma le generiche indicazioni dell’Agenda Monti, così come, temo, quelle di qualunque altra agenda che abbia interiorizzato l’idea che la redditività sia il primo valore in ogni campo certo non possono accettare questa prospettiva. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Come ai tempi di Lamartine, siamo «il popolo dei morti», anzi dei Monti, o dei Tremonti, quello che ha scoperto che non si può imbottire i panini con Dante.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Manicomi criminali

Gian Piero Fiorillo

L’anno 2013 si apre con l’aspettativa del superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG). Il periodo indicato dalla legge varata un anno fa dal governo Monti sull’onda dell’emozione seguita a un documentario RAI, a sua volta frutto di un’inchiesta guidata dall’onorevole Ignazio Marino (PD), è il bimestre febbraio-marzo, ma efficaci manovre dilatorie hanno reso impossibile l’attuazione della norma nei tempi stabiliti.

Leggerla è comunque istruttivo: gli OPG dovranno essere superati per moltiplicazione. Infatti dovranno essere chiusi gli attuali sei dislocati sul territorio nazionale, ma in compenso verranno istituite strutture regionali, in misura di una per regione, provviste di “attività perimetrale di sicurezza e vigilanza esterna”. Ma cos’altro è una struttura sanitaria espressamente dedicata a forme antisociali di disagio psichico e provvista di sorveglianza perimetrale armata, se non un OPG? Inoltre, non vengono messi in discussione i principi di reclusione, pericolosità sociale, infermità mentale. E grazie alla giustificazione terapeutica, che stranamente trascura in toto le acquisizioni della psicologia sociale, l’individuo viene ristretto e consegnato per la rieducazione ai poteri medico e giudiziario, capaci entrambi di segnarne prepotentemente la carne.

Con tardivo atto di insubordinazione le associazioni psichiatriche di area democratica si sono dissociate, e hanno proposto un’alternativa di sapore salomonico: doppia tutela e cittadinanza sorvegliata. L’imputato, anche se riconosciuto malato di mente, dovrà essere giudicato in tribunale; quindi, se condannato, tradotto in carcere. Qui verrà curato dai servizi locali di salute mentale che, al momento del ritrovato equilibrio psichico, lo prenderanno in carico sul territorio. In questo modo sarebbero salvi i diritti del soggetto alla difesa e alla cura, e ne sarebbe riconosciuta l’eguaglianza con tutti gli altri cittadini. Piccatissimo, Marino ha replicato sull’Unità: Curare in carcere? Hanno idea di cosa voglia dire oggi pretendere qualsivoglia cura in carcere?

Diceva Mencken che per ogni questione complessa c’è una risposta semplice e sbagliata. Talvolta anche più d’una, come si può vedere. Ma quando la questione si sottrae a tutte le risposte, bisognerebbe almeno avere il coraggio di ammettere la difficoltà. E scartare quelle soluzioni utili solo a soddisfare l’ibseniano esattore dei crediti ideali, che alberga oscuramente in ciascuno di noi.

Agenda Monti

Augusto Illuminati

«Cambiare mentalità, cambiare comportamenti». Confesso di aver provato un brivido di inquietudine leggendo siffatto titolo di paragrafo nell’agenda Monti (su traccia Ichino) testé divulgata, pochi giorni dopo la mancata fine maya del mondo e nel bel mezzo del sopore natalizio. Sarà che non mi piace che qualcuno voglia cambiare la mia mente, tanto meno i miei comportamenti. Ma chi cazzo siete per darmi questo suggerimento o peggio quest’ordine? Ma cambia tu modo di ragionare, visti i disastri che hai combinato. E per dirla tutta: non mi piace neppure la leggerezza con cui sentenzi ignorando ansie e sofferenze quotidiane della grande maggioranza e pretendendo una cambiale in bianco per governare ancora, dopo essere stato paracadutato senatore a vita e premier. Opinioni mie, d’accordo.

Però mi inquieta pure l’uso della parole, una specie di neo-lingua tecno-liberista della radical centrist politics («The Economist») che ricorda altri infausti e ilari eufemismi totalitari. «Modernizzazione del mercato del lavoro» è uno di questi, soprattutto se si collaziona tale promessa con le implementazioni suggerite: liberalizzazioni sfrenate, culto della competizione, smantellamento dei contratti nazionali di lavoro a favore di accordi aziendali, di cui abbiano avuto triste esperienza con le discriminazioni marchionnesche contro la Fiom. A leggere che si vogliono «ridurre le differenze fra lavoratori protetti e non», torna in mente la vecchia barzelletta sul devoto pellegrino che si reca a Lourdes con una mano paralizzata e invoca: Madonnina, fammele eguali, con il risultato che gli si paralizza l’altra...

Fabio Mauri, Disegno schermo fine (1962)

Sarà pensar male, ma quando si afferma che «tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre», si potrebbe ipotizzare che in pratica tutti siano licenziabili senza tante storie e la contesa per le posizioni si risolva con la vittoria di chi accetta un salario minore. Per non parlare dell’enfasi sul merito, accertato ai vari livelli attraverso le procedure Invalsi, Indire e Anvur, sì quelle dei quizzoni e di riviste parrocchiali, balneari e di suinicultura assurte a “scientifiche”. Che la dismissione del patrimonio pubblico riguardi poi in primo luogo quello storico-artistico, riprende con terminologia Cee la vendita della Fontana di Trevi immortalata da Totò o l’appalto del Colosseo a uno scarparo.

Il mondo non è finito il 21 dicembre 2012. O forse è finito nel senso che continua ad andare avanti come prima – il contrassegno della catastrofe secondo Walter Benjamin. Litigi di facciata ma accordo sostanziale di quanti giocano le diverse parti in commedia sulla scena politica, concordi a gestire con agende parallele una crisi di cui non sanno a venire a capo se non taglieggiando il 90% e riservando la polpa a gruppi ristretti di super-ricchi, con cospicue briciole al ceto politico e amministrativo di supporto. Che il true progressivism ci risparmi almeno le prediche.

Il discorso sugli studenti

Giorgio Mascitelli

Il discorso sugli studenti è più complesso da tenere di quello sugli insegnanti per coloro che nella nostra società possono tenerlo ossia le persone di fiducia delle èlite internazionali perché gli studenti sono anche giovani e ciò complica obiettivamente le cose. I giovani nel discorso dominante della società sono un capitolo importante, come è spesso successo nel corso della storia, ma mentre nel passato erano la salvezza della società, ora sono loro a dover essere salvati. La situazione dei giovani è resa ancor più grave, in questo discorso, dal fatto che sono minacciati dai privilegi dei loro padri, che coincidono con quello che si chiamava un tempo lo stato sociale.

Essi non possono quindi fidarsi dei loro padri che li hanno messi nei guai, ma non possono neanche fidarsi di se stessi, che non sono educati all’obiettività, devono invece fidarsi delle figure disinteressate che sono state preposte a eliminare questi privilegi con metodi scientifici. Insomma, parafrasando il vecchio slogan sessantottino che esortava a non fidarsi di chiunque abbia più di venticinque anni, il messaggio ai giovani è di non fidarsi di chiunque abbia ancora bisogno dello stato sociale.

Il problema è che questo discorso che riguarda i giovani in quanto giovani si ingarbuglia se riguarda i giovani in quanto studenti sia perché le scuole e le università che essi frequentano, per quanto malconce, sono una parte importante dello stato sociale sia perché molti di questi studenti hanno tempo, che è denaro, per essere studenti grazie ai privilegi dei padri. Dunque in un certo senso il giovane per salvarsi dovrebbe lottare contro lo studente che è in lui, che è senz’altro un buon argomento per un’opera alla maniera di Ionesco, ma come programma politico sociale rischia di non essere particolarmente credibile. Per esempio se giustapponiamo due differenti dichiarazioni del presidente del consiglio onorevole Monti come l’invito a mostrarsi insoddisfatti di come sono stati trattati in passato, rivolto ai giovani in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’università Bocconi, con le esortazioni rivolte a più riprese ad accettare di non avere particolari pretese nel presente, un vago sapore alla Ionesco pervade la sfera di questo discorso pubblico.

Si tratta di un’impressione sbagliata naturalmente perché sono due categorie di giovani diversi quelli a cui il presidente Monti si rivolge nelle differenti circostanze in quanto appartengono a differenti categorie di studenti: gli uni studenti di una prestigiosa università privata, alla quale ci si iscrive grazie ai soldi dei padri, gli altri di scuole pubbliche, che esistono grazie ai privilegi dei padri. È probabile che se il discorso sugli studenti distinguesse sempre a quale tipo di studenti si rivolge nelle sue varie articolazioni diventerebbe meno complicato: ma non credo che questa via così semplice verrà percorsa.

È più probabile che qualcuno pensi di semplificare le cose: per esempio se si provvedesse a eliminare i privilegi dei padri, le scuole pubbliche costerebbero come quelle private e gli studenti di quelle si iscriverebbero grazie ai soldi dei padri oppure smetterebbero di essere studenti e così magari non farebbero più neanche gli schizzinosi.

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.