semaforo #3 aprile 2016

semaforoColonialismo

Quattro ore prima di atterrare in Australia per la ventesima Biennale di Sydney il mese scorso, [l'artista anglo-colombiano Oscar] Murillo ha buttato il suo passaporto britannico giù nella toilette dell'aereo. L'atto ha spinto le autorità di frontiera australiane a trattenerlo per due giorni e alla fine a espellerlo dal paese. L'atto è emerso solo in seguito, a un panel di Art Basel a Hong Kong (ed è stato confermato dal gallerista di Murillo David Zwirner). (…) Durante l'incontro Murillo ha spiegato il suo disappunto di fronte alle oppressioni sistemiche e perduranti inflitte dal colonialismo.

Nate Freeman, Oscar Murillo Deported From Australia, ArtNet News, 11 aprile 2016

Schiave

Venti mesi fa lo Stato Islamico (Isis) ha rapito migliaia di donne e ragazze Yezidi a mano a mano che il gruppo estremista procedeva attraverso i villaggi nel nord dell'Iraq nel corso di una terribile estate. Molte sono state costrette a diventare schiave sessuali per i combattenti del gruppo. Centinaia di loro sono tuttora schiave e tante di quelle che sono fuggite non smettono di rivivere il trauma e spesso non ottengono l'aiuto di cui hanno disperatamente bisogno.

Skye Wheeler, Why has the world forgotten Islamic State's Female Sex Slaves?, Newsweek, 14 aprile 2016

Schiavi

Cercate su Google le immagini per "schiavi" e vedrete solo maschi africani in catene.

Fay Short, Tracy Lloyd, We need to change what people think modern slavery is, The Conversation, 13 aprile 2016

 

L’ideologia della rete

Franco La Cecla

Provate a cercare Google su Google. E non troverete nulla. Il che dimostra che non è vero che su Google c’è tutto. Il più grande monopolio delle informazioni mai esistito è così. Vi offre l’accesso a tutto tranne che a sé. È come il ristorante di Alice, “you can have everything you want but Alice”.

Così se passeggiate per la innevata New York e sbucate all’angolo tra la 14esima e la ottava strada, scoprite che Google ha acquistato un enorme palazzo della amministrazione di New York per metterci i suoi laboratori di ricerca.

E se passeggiate per Chinatown, all’altezza di Christie e di Delancey, una delle parti del Lower East Side di Manhattan che ancora rimangono popolari, piene di fruttivendoli e pescivendoli cinesi, tilapia, rane e granchi, vi accorgete che tutta la zona è in procinto di cambiare. Google vuole costruirci il suo Campus, una città dei “creativi” e dei dot.com. Certo si dovrebbe essere felici. Se non vi assalisse il dubbio che questo monopolio è un po’ incontrollabile e incontrollato. Un articolo recente sul New Yorker raccontava come Apple e Google siano state “esenti” dalle inchieste sul crollo finanziario, e che è stato un intervento diretto di Obama a renderle tali, visto che la sua campagna è stata costruita per gran parte da loro.

È difficile trovare molti dati in rete, anche se cominciano ad esserci articoli e libri che si pongono il problema di questo monopolio. Che non sempre crea posti di lavoro, anzi distrugge interi settori, come è successo per la musica. Sempre all’insegna della gratuità della rete, gratuità che però non esclude che Google o altri motori di ricerca ci lucrino sopra abbondantemente. Così adesso tocca all’editoria e chissà come finisce.

C’è da augurarsi che questa volta non vinca la gratuità. Ma nell’insieme il vero problema è la non trasparenza di tutto ciò. Se questo è un tema spinoso per Obama che non si capisce se voglia Snowden in carcere o fargli un monumento, rimane però una vera incognita per tutto il mondo, non solo per l’America.

Lo raccontano bene in Italia quelli del collettivo Ippolita che tempo fa fecero un ottimo libro su Google ed i suoi pericoli. Il problema grosso è che essere “contro” Google o Facebook è preso come un atteggiamento reazionario e spesso lo è. Ma sono pochi i lavori critici interessanti su quanto sta avvenendo. Se questo è il centro dell’Impero è vero che le promesse di un futuro per la creatività sono sempre meno credibili. Un articolo della rivista online www.salon.com raccontava qualche giorno fa come in america la classe creativa sta sparendo invece che aumentare.

E che da questo punto di vista TED, le conferenze MIT messe on line, come diceva il Guardian del 2 Gennaio (We need to talk about Ted di Benjamin Bratton) sono un disastro in mano a divulgatori e non a scienziati (seguitevi il dibattito sulla censura da parte di Ted della conferenza di Rupert Sheldrake sulla “Science Delusion”). E l’idea che innovazione corrisponda a benessere è un altrettanto disastroso modo di devastare i veri campi di ricerca e di competenza.

Insomma se il futuro della democrazia è in mano alla rete siamo un po’ fritti, soprattutto perché la rete è non solo strumento, ma anche ideologia. E dietro la sua ideologia si nascondono interessi di monopolio e di dominio sulla ricerca.

L’utopia? Non è in rete

Lelio Demichelis

«Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca». Inizia così questo breve ma delizioso testo di José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, del 1997. Che qui rileggiamo (Saramago ci perdonerà) per confrontare l’affascinante idea di navigazione da lui narrata (meglio: il voler cercare un’isola sconosciuta) - un navigare metaforico, ma molto reale - con l’altro navigare fatto oggi in rete, virtuale ma molto falso.

Falso perché in rete l’esplorazione è illusoria, le rotte sono già tracciate dalla rete stessa, non si va alla ricerca di isole reali davvero sconosciute. Tutto ciò che oggi facciamo lo facciamo tramite la rete e la rete è (ahimè) l’unica mappa che utilizziamo e che riconosciamo come vera. Per navigare davvero dovremmo avere mappe nostre, diverse da quelle che hanno tutti. Navighiamo invece grazie ai navigatori satellitari e ai motori di ricerca (che fanno la ricerca per noi), ma con la rete abbiamo perduto la capacità e il desiderio di andarenoi alla ricerca di isole sconosciute (un’utopia; un pro-getto; noi stessi; un amore che sia un’avventura-insieme; gli altri-diversi-da-noi).

Dunque, racconta Saramago, un giorno un uomo andò a bussare alla porta di un re. «E voi, a che scopo volete una barca», «Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato», isole sconosciute non ne esistono più, «sono tutte sulle carte». Sulle carte «ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca», disse ancora il re; al che l’uomo, «Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta» – ma è comunque «impossibile che non esista un’isola sconosciuta».

Alla fine il re concede la barca, «ma l’equipaggio dovete trovarlo voi». D’accordo, dice l’uomo avviandosi al porto, ora seguito dalla donna delle pulizie del palazzo del re che si era messa a seguirlo «uscendo per la porta delle decisioni» convinta «che non ne poteva più di quella vita» a palazzo. Avuta la barca dal capitano del porto («una ancora del tempo in cui tutti andavano alla ricerca di isole sconosciute»; con l’ulteriore domanda: «Sapete navigare, avete la patente nautica», e la risposta: «Imparerò in mare»), l’uomo va dunque in cerca dell’equipaggio, ma torna a mani vuote e alla donna confessa: «non è venuto nessuno. Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più e che, anche se ci fossero, non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case e la bella vita delle navi da crociera per imbarcarsi in avventure oceaniche, alla ricerca dell’impossibile». E tuttavia, pur deluso da tanto conformismo e dubbioso sul da farsi – ma subito sostenuto dalla donna - l’uomo non rinuncia a cercare la sua isola sconosciuta perché «voglio sapere chi sono quando ci sarò»; perché «se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei».

Ma se questo è il vero navigare, allora navigare in rete ne è l’esatto contrario:la rete ci offre l’illusione di molte rotte ma ci chiude in un autismo tecnologico e ci offre un chi siamo compensativo (il nostro avatar, il nostro profilo), di cui ci accontentiamo ma che non ci fa smuovere dalla mappa e dai saperi della stessa rete. L’uomo che voleva una barca per cercare l’isola sconosciuta aveva ancora un pensiero pro-gettuale e lungi-mirante («queste cose non si fanno da un giorno all’altro, occorre tempo»). In rete invece abbiamo un pensiero simultaneo e istantaneo, breve e compulsivo, senza tempo e senza futuro; e tante comunità/navi da crociera, comode sì ma che ci impediscono (la rete in sé ci impedisce) di navigare alla ricerca di realtà diverse da quelle offerte dal potere (Google, Facebook, Apple) e delle sue mappe di senso, di scopo, di conformismo di rete.

Alla fine della prima notte passata a bordo, l’uomo si svegliò «abbracciato alla donna delle pulizie, mentre lei lo abbracciava, confusi i corpi, confuse le cabine. Poco dopo, al sorgere del sole, l’uomo e la donna andarono a dipingere sulla prua dell’imbarcazione, da un lato e dall’altro, a lettere bianche, il nome che ancora bisognava dare alla caravella. Verso mezzogiorno, con la marea, L’isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa».

Cosa c’è sulla Cina nei documenti di Wikileaks (per ora)

Matteo Miavaldi e Simone Pieranni

C’era grande aspettativa circa i documenti riservati, svelati da Wikileaks nella serata di ieri. Il mondo dei media è ancora sotto shock per la mole di materiale offerta ad analisti e studiosi. Si tratta per altro solo di una prima parte dei documenti, nei quali supposizioni e ragionamenti su questioni geopolitiche rilevanti, trovano spesso una conferma espressa dai tanti uffici di ambasciate statunitensi nel mondo.

Per quanto riguarda la Cina, sfogliando i cable presentati da Wikileaks sul proprio sito, si ottengono alcune analisi provenienti dagli uffici dell'ambasciata Usa a Pechino, concentrati per lo più sulle relazioni internazionli con un focus particolare su Iran e Corea del Nord, confermando quanto i balletti diplomatici avevano fatto supporre, ovvero il ruolo centrale della Cina nelle politiche Usa relative ai cosiddetti stati canaglia.

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La logica culturale eccetera eccetera

Gherardo Bortolotti

Riporto una citazione dal famoso articolo di Fredric Jameson, Postmodernism, or The cultural logic of late Capitalism (datato 1984):

What has happened is that aesthetic production today has become integrated into commodity production generally: the frantic economic urgency of producing fresh waves of ever more novel-seeming goods (from clothing to airplaines), at ever greater rates of turnover, now assigns an increasingly essential structural function and position to aesthetic innovation and experimentation.

Questo sarebbe il quadro socioeconomico generale in cui il postmoderno si instaura. Non entro nel merito ma riporto la citazione perché ritengo opinione condivisibile che la “frantic economic urgency” sia ancora in moto, eventualmente accelerato, e che, nei suoi ultimi passaggi, abbia generato quella specie di catastrofe semiotica che è la produzione di contenuti sul web.

La differenza introdotta, rispetto alla nascita del postmoderno, sarebbe di scala, ovvero nella quantità ancor più ingente dei prodotti estetici. Addirittura, la quantità di contenuti (è questo che diventano, sul web, tali prodotti) richiesta è tale che si è introdotto nel ciclo di produzione anche lo user-generated content, ovvero il contenuto generato dall'utente. Leggi tutto "La logica culturale eccetera eccetera"

Obama, Google e la democrazia

Carlo Formenti

In un articolo dal titolo “Cyberwar”, apparso su uno degli ultimi numeri dell’Economist – organo internazionale del pensiero unico liberista – viene stilato un elenco apocalittico dei terribili danni (misurabili in denaro e vite umane) che potrebbero derivare da atti di sabotaggio informatico progettati da organizzazioni terroristiche, “stati canaglia” e potenze ostili agli Stati Uniti: distruzione o messa fuori uso di centrali energetiche, raffinerie, banche,sistemi di controllo del traffico aereo, satelliti per le comunicazioni, industrie chimiche, ecc. E’ per far fronte a queste repliche virtuali dell’11 settembre 2001, scrive l’Economist, che l’amministrazione in carica ha creato il Cyber Command, un‘articolazione del ministero della Difesa guidata dal generale Keith Alexander e dotata di tutti i mezzi necessari a sventare eventuali attacchi alla sicurezza del sistema informatico Usa e, naturalmente, a compiere tutte le ritorsioni (e gli attacchi preventivi) che verranno ritenute opportune nei confronti dei colpevoli. Leggi tutto "Obama, Google e la democrazia"

Disorganici: Google o gli attivisti cinesi?

Simone Pieranni

Pechino,

Google paladino della libertà, seguito da un manipolo di attivisti cinesi: è l'immagine che spesso viene offerta dai media occidentali delle ultime vicende in Cina. Come se gli attivisti cinesi fossero simili, anzi identici, a quelli occidentali. In realtà non è così e sulla vicenda pesano pregiudizi tutti nostrani nel cercare di valutare le realtà altre partendo sempre dal proprio punto di vista.

Cominciamo da Google: in Occidente, grazie all'ampiezza di fuoco mediatico degli Stati Uniti, il colosso di Mountain View è passato agli annali come il grande contestatore della censura cinese. Dimenticando, o forse omettendo, che Google per entrare nel mercato cinese aveva accettato ogni tipo di compromesso (fece di peggio solo Yahoo! che consegnò ai solerti poliziotti cinesi le mail di alcuni attivisti), piegandosi senza troppe storie alle richieste di contenuti filtrati proveniente da Pechino. Nel momento in cui Google ha compreso alcune difficoltà oggettive del mercato cinese (gli utenti locali utilizzano per lo più servizi in lingua cinese, di cui ne hanno una marea), a seguito di un attacco informatico, pare, proveniente dalla Cina, Google ha deciso che la censura cinese era diventata inaccettabile. Ha così optato per spostare le ricerche sul proprio indirizzo di Hong Kong, previa imbeccata proprio di Pechino. Alcuni, specie gli osservatori cinesi, avevano registrato fin da subito il collegamento tra battaglia di libertà e perdite economiche, ma ovviamente a livello planetario ha influito non poco la propaganda made in Usa (meno ottusa, almeno nei modi, di quella cinese ma pur sempre apparato di comunicazione globale). Leggi tutto "Disorganici: Google o gli attivisti cinesi?"