Go down, Moses
Una riflessione sui monoteismi

Maia Giacobbe Borelli

Cosa sarebbe successo se Mosé il profeta, non fosse stato salvato dalle acque? Proprio lui che, conducendo il popolo ebraico alla Terra Promessa e affidando loro le Tavole della Legge, li ha designati come popolo eletto, adoratore di un unico dio, aprendo la strada, attraverso il Mar Rosso, non solo alla divisione delle acque ma anche a quella degli uomini, attraverso i successivi tre monoteismi, tutte filiazioni di quell’esilio originario. I tre monoteismi, ecco, sono loro che ci hanno sempre dato filo da torcere, e ancora di più ora, dopo i fatti parigini.

Forse senza Mosé ora non saremmo qui a piangere gli errori e gli orrori dell’Occidente, perché senza di lui, niente ebrei, niente cristiani, niente islamici, né le lotte degli uni contro gli altri. Nessun Allah Akbar, o Israele e Palestina a contendersi le pietre, e neanche Papa Francesco a riempire le tasche dei mercanti romani, nessuna fede isterica come nessuna illusione di essere i migliori. Forse avremmo raggiunto da tempo la pace nel mondo, saremmo ancora immersi beatamente nella nostra ignoranza animale, parte di un mondo governato da forze molteplici, senza sottostare a nessuna verità rivelata e superiore. Saremmo forse migliori?

Mi è venuto questo pensiero amaro dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Romeo Castellucci, Go down, Moses, presentato in prima nazionale a Roma dopo il debutto parigino. Spettacolo che Castellucci così descrive «Il lavoro trasfigura i differenti momenti della vita di Mosè, così come ci vengono narrati nel libro dell’Esodo. Nelle vicende di quest’uomo vi è qualcosa che inerisce la sostanza del nostro tempo».

In scena si mostrano alcuni momenti della storia del profeta solo per porli alla nostra riflessione e farne esplodere la carica simbolica: così la scena crudele della sua nascita/aborto ambientata in un gabinetto contemporaneo e la successiva, in quello che sembra un posto di polizia, dove la giovane madre rivendica aspramente la giustezza del suo atto di abbandono del neonato, permette di cominciare a entrare nell’ottica di una rivisitazione della figura di Mosé, per scoprirne il ruolo di responsabilità colpevole nella storia della nostra (in)civiltà.

Due immagini molto potenti restano negli occhi: cosa è l’assordante macchina che dal proscenio tutto tritura, un’enorme Torah rotante o il tempo stesso che passa e ritorna inesorabile? Forse è il roveto ardente, dove dio parla a Mosé negandosi a ogni rappresentazione, spiega Castellucci che ritrae in scena più che un vitello d’oro, un innocente coniglio.

E cosa rappresenta il buco nero dell’apparecchiatura medica (normalmente usata per la risonanza magnetica) in cui la donna viene infilata e risucchiata? Sembra compiere attraverso di essa un viaggio all’indietro nel tempo, viaggio che risuona in noi come momento primigenio e onirico insieme, utero e caverna dove ritroviamo una condizione di schiavitù da cui, nonostante le nostre arroganti illusioni di modernità e progresso apparente, non ci siamo ancora sollevati, anzi sembriamo ritornare senza scampo.

Tutto si fa chiaro quando la donna lancia da quel luogo il suo SOS contro una vita perennemente in bilico tra nascite e morti, una profondamente incisa nell’altra. Un senso di angoscia prende noi spettatori: solo un velo trasparente ci divide da quella donna.

O Moses, scendi, porta via la mia gente, canta il gospel, ma lo spettacolo sembra suggerire un rovesciamento di senso rispetto a quello dell’antico canto di liberazione degli schiavi d’America: portaci via di qui, Mosé, portaci via da questo eterna condanna rappresentata dal ciclo delle morti e delle rinascite, della procreazione e della morte, della violenza dell’uomo sull’uomo, dell’oppressione della donna, che questi monoteismi letali non smettono di infliggerci. Mosé, ti prego, portaci via da qui. E se Mosé non è mai nato, ci toccherà uscire da soli da questo inferno.

Go down, Moses
Fino al 18 gennaio 2015 al Teatro Argentina di Roma
regia, scene, luci, costumi Romeo Castelluci
testi Claudia Castellucci e Romeo Castellucci
musica Scott Gibbons
con Rascia Darwish, Gloria Dorliguzzo, Luca Nava, Stefano Questorio, Sergio Scarlatella

Produzione
Teatro di Roma e Socìetas Raffaello Sanzio in co-produzione con
Théâtre de la Ville with Festival d’Automne à Paris; Théâtre de Vidy-Lausanne; deSingel International Arts Campus /Antwerp; La Comédie de Reims Maillon, Théâtre de Strasbourg / Scène Européenne; La Filature, Scène nationale-Mulhouse, Festival Printemps des Comédiens; Athens Festival 2015, Le Volcan, Scène nationale du Havre; Adelaide Festival 2016 Australia; Peak Performances 2016, Montclair State-USA; Con la partecipazione del Festival TransAmérique-Montreal

Brani musicali presenti nello spettacolo
O Heavenly King composto da Alexander Knaifel, eseguito da Oleg Malov e Tatiana Melentieva album: "Alexander Knaifel: Shramy Marsha, Passacaglia, Postludia - Megadisc, 1996; Wade In the Water composto da John Wesley Work II e Frederick J. Work, eseguito da Empire Jubilee Quartet. Album: "Take Me To The Water" - Dust-to-Digital, 2009