Focus “Abitare collettivo” / Passato e presente della narrativa condominiale

Domani, lunedì 20 maggio 2019 si terrà a Napoli presso il CNR-ISSM (Via Cardinale Guglielmo Sanfelice 8, Sala convegni Polo Umanistico, 6° piano) un convegno intitolato Studi condominiali. Sguardi disciplinari sull’abitare collettivo. Proponiamo qui le rielaborazioni di due interventi.

Fotografia di Maria Teresa Carbone

Gloria Bonaguidi

Se, come ha scritto Jean-Pierre Mourey in Parcours et figures du paysage urbain («Littérature» 1986), «chaque époque construit ses édifices, et aussi son lieu mental», si può senza esitazione riconoscere nel condominio uno degli spazi architettonici privilegiati della modernità. Questo edificio, «organisation spatiale plurielle, univers d’objets hétéroclites et changeants, système de rapports humains», è stato a ragione definito da Francesco Fiorentino sulla rivista "Il confronto letterario" «uno dei maggiori topoi dello spazio nel romanzo realista ottocentesco».

La narrativa francese del XIX secolo intuisce le grandi potenzialità del condominio, non ultima quella di potersi fare replica in piccolo di una dimensione urbana che, uscita profondamente modificata dai fenomeni di trasformazione innescati dalle rivoluzioni, necessita di essere sottoposta a un processo di rimappatura. È così che a partire dalle sue prime apparizioni letterarie – Le père Goriot di Balzac, Les mystères de Paris di Sue, l’Assommoir e Pot-Bouille di Zola – il condominio, utilizzato in funzione sineddochica, si presenta (è ancora Mourey a parlare) come «espace et enjeu des tensions sociales, affectives», instaurando «un topos stratifié de chassés-croisés, de coudes et de couloirs qui répète la ville».

L’intento documentaristico che sta alla base di questo primo filone della narrativa condominiale, resterà presente per tutto il corso della nostra tradizione. Talvolta però suonerà in sordina, sopraffatto dalla tendenza a rispondere ad altre esigenze. Una è, per esempio, quella di approfittare dell’ambientazione condominiale per rappresentare narrativamente la simultaneità, affrancando il racconto dalla logica della successione e conferendogli una forma eminentemente spaziale. Questa è la sfida che anima un secondo filone del nostro sottogenere, di stampo formalista, che prende avvio con Mort de quelq’un di Jules Romains e raggiunge la sua piena espressione in La vie mode d’emploi di Georges Perec, opere in cui la tecnica dell’entrelacement viene applicata all’esposizione di scene che si svolgono nelle diverse aree di un immeuble in un tempo dilatato fino al limite della sospensione. Si inscrive all’interno di questa linea di tendenza anche Passage de Milan di Michel Butor, romanzo in cui la ricerca sulla simultaneità si apre alla rappresentazione del pluriprospettivismo. Il condominio qui non viene descritto soltanto come spazio in cui si svolgono parallelamente diverse esistenze, ma anche come dimensione in cui varie coscienze esercitano la loro capacità percettiva su una medesima realtà. L’estrema mobilità del narratore butoriano dà luogo a una frenetica alternanza di punti di vista e di voci, fino a produrre un effetto caleidoscopico. Il mondo fenomenologico subisce così una scomposizione in frammenti: di esso vengono proposte tante versioni parziali quanti sono i personaggi che lo esperiscono.

Un’altra finalità cui può rispondere l’adozione del setting condominiale è l’esigenza di mettere in scena un delitto e un'indagine. Sono infatti diversi gli aspetti del condominio che possono risultare funzionali alla costruzione di un giallo. Innanzitutto quel suo carattere misterioso su cui già insisteva la narrativa condominiale di impronta romantica, in cui gli immeubles venivano dipinti come luoghi prescelti dai criminali per esercitare in incognito i propri loschi traffici, o, quantomeno, come case dense di segreti, ciascuno nascosto dietro alla porta chiusa di un appartamento. In secondo luogo il suo presentarsi come serbatoio di potenziali testimoni e dunque spazio in cui può aver corso una fertile indagine alla ricerca di informazioni da mettere in relazione per la ricostruzione degli eventi. Si può rintracciare in seno alla nostra tradizione una vera e propria linea di tendenza “gialla”, che ha inizio con L’Ombre chinoise di Georges Simenon e in cui si annoverano opere assai diverse, inglesi, francesi e italiane: More work for the undertaker di Margery Allingham, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, La patience de Maigret ancora di Simenon, Il ladro di merendine e Gita a Tindari di Andrea Camilleri, e il recente Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio di Amara Lakhous.

Esistono poi romanzi che si servono dell’ambientazione condominiale per instaurare un discorso sui temi, assolutamente cogenti a partire dal secondo dopoguerra, della sottile dittatura del conformismo e dell’omologazione, tipica delle società massificate e consumistiche del tardo capitalismo. La casa multipiano in questi testi assume le sembianze di un edificio carcerario, uno spazio in cui un potere tirannico, omnipervasivo, pulviscolare e disincarnato, attraverso quella che Foucault ha chiamato, in Surveiller et punir, «art de la répartition», incasella i corpi per poterli controllare, disciplinare e manipolare. Questo filone “politico-esistenziale”, si apre con Le locataire chimèrique di Roland Topor e viene portato al successo da High-rise di J. G. Ballard. Nel primo di questi due romanzi il condominio viene rappresentato come una prigione angusta in cui una maggioranza dispotica, attraverso uno sguardo invisibile e ubiquo, esercita il proprio potere sul singolo, annientandone la volontà; nel secondo i lussuosi comfort di cui l’architettura funzionalista ha dotato il grattacielo londinese che fa da personaggio principale saranno proposti come il mezzo con cui il capitalismo modernista cerca di imporre alla popolazione urbana i propri modelli di monotonia e irreggimentazione.

Verso gli anni ’60 del Novecento tutte queste linee di tendenza sono state ormai aperte. Da ora in poi agli scrittori non resterà che scegliere i propri modelli e attingere da un paradigma ormai definito le strutture e i temi più conformi ai propri intenti per ibridarli e rielaborarli in forma del tutto personale. Si apre una fase, che si prolunga almeno fino alla fine degli anni Novanta, in cui il territorio del romanzo condominiale presenta un aspetto disomogeneo, riflettendo il carattere di quello che è il paesaggio artistico contemporaneo, «una regione disgregata che si evolve senza seguire un telos, e nella quale convivono tendenze eterogenee» (Guido Mazzoni, Teoria del romanzo).

Procedendo avanti nel tempo e considerando i romanzi condominiali prodotti nel nuovo millennio, ci accorgiamo però di come, all’interno di questo scenario dall’aspetto variegato, emerga la presenza di una tendenza dominante e molto produttiva, nella quale si legge una sorta di ritorno agli albori della nostra tradizione. Il recupero delle poetiche realistiche da parte della letteratura highbrow, cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni, infatti, riporta alla riscossa quella «fiducia nel racconto come strumento d’analisi della società» (per citare Raffaele Donnarumma nel suo Ipermodernità) che nell’Ottocento aveva determinato il grande successo del tòpos condominiale, e in questo modo rinverdisce l’interesse per la casa multipiano nella sua originaria e forse più caratteristica funzione, quella di strumento utile all’indagine documentaristica, funzione in cui il nostro cronotopo sembra essere sfruttato dalla maggior parte dei romanzi di oggi.

Pare proprio che in questi anni, l’emergere dei cosiddetti “nuovi realismi”, congiuntamente al rinnovato interesse per una dimensione urbana profondamente mutata sotto le spinte dei crescenti flussi migratori e del diffondersi delle pratiche consumistiche, abbia fornito un nuovo impulso al sottogenere, dotandolo di quella vitalità che aveva conosciuto ai suoi esordi.

Tra i testi di questa recente produzione meritano a mio parere di essere menzionati due romanzi italiani: Scontro di civiltà di Amara Lakhous e Amiche per la pelle di Laila Wadia. Entrambe le opere, che si servono del condominio per riprodurre in scala ridotta le dinamiche di interazione tra individui nelle attuali città multietniche, recuperano diversi temi canonici della nostra tradizione per descrivere una realtà metropolitana che il processo di globalizzazione ha trasformato forse ancor più drasticamente di quanto non avessero fatto le rivoluzioni a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Se già allora i mutamenti subiti dal tessuto sociale cittadino avevano reso il confronto con l’estraneo un’esperienza di vero e proprio spaesamento, adesso, la convivenza di più culture all’interno di uno stesso ambiente ha riportato in primo piano il tema, assai caro alla letteratura condominiale sin dal suo avvio, della vicinanza coatta tra sconosciuti dal passato misterioso, personaggi enigmatici che suscitano curiosità e paura al contempo, coinquilini con cui si condividono spazi e coi quali dunque è necessario trovare una strategia di convivenza, spesso passando attraverso lo scontro. Il condominio, in letteratura, diventa il luogo in cui mettere in scena questi meccanismi, il laboratorio in cui riprodurre la difficile partita dell’integrazione.