Un piccolo popolo in lotta

Michele Emmer

Conoscono i primi nomi del fiume Rio Preto?
No. I suoi veri nomi: Adowina, Hokosewina e Kayawinalo.
E noi, gli Enawene Nawe, siamo i suoi veri proprietari.
Non sapevamo che i Bianchi si stavano prendendo la nostra terra.
Non sapevamo nulla della deforestazione.
Non sapevamo nulla delle leggi dell’uomo bianco.
La mia conoscenza è antica. So queste cose da molto tempo.
Non ho conosciuto l’Adowina recentemente, ma tantissimo tempo fa.
Non sono nato da poco.

Chi parla è Kawari, un anziano Enawene Nawe. Le parole di Kawari sono state riportate da Joanna Eede della associazione Survival International e pubblicate nel sito del National Geographic “Water Currents il 27 aprile scorso. Chi sono gli Enawene Nawe? Le prime notizie risalgono al 1962, il primo villaggio venne scoperto nel 1973, solo nel 1983 i missionari gesuiti individuarono con certezza questo nuovo gruppo che era chiamato Saluma. Il nome che questa popolazione utilizzava per autoindentificarsi era però Enawene Nawe. Si stima che la poloazione totale sia di circa 550 persone, in costante aumento negli ultimi anni. Ma un grave pericolo li minaccia.

Abitano nella foresta tropicale del Brasile, nello stato del Mato Grosso, ai confini dell’Amazzonia, nella valle del fiume Juruena. Il governo dello stato del Mato Grosso sta costruendo una serie di dighe idroelettriche a monte del loro territorio. Le dighe minacciano la foresta degli Enawene Nawe, il pesce di cui si nutrono e lo Yãkwa, il loro rituale sacro. Secondo le notizie raccolte da Joanna Eede per Survival International «le prime impressioni, raccolte nell’aprile 2012, fanno pensare che anche quest’anno le riserve di pesce della tribù potrebbero scarseggiare, così come è accaduto per la prima volta nel 2009».

Così descrive la cerimonia la Eede: «Alle prime luci dell’alba, gli uomini Enawene Nawe si riuniscono davanti alla haiti: la casa dei flauti sacri. Sono ritornati da poco dagli accampamenti nella foresta per celebrare la cerimonia di pesca più importante dell’anno: il banchetto dello Yãkwa. Gli Enawene Nawe sono una delle pochissime tribù al mondo a non mangiare carni rosse. All’inizio dello Yãkwa, gli Enawene Nawe costruiscono le waitiwina (dighe) sull’Adowina (il fiume Rio Preto). Gli sbarramenti sono costruiti con un sapiente intreccio di tronchi, tra i quali gli Indiani infilano decine di nasse di forma conica. Per legare la struttura usano viti e cortecce. L’acqua risucchiata dalle nasse scorre poi via, lasciando intrappolati i pesci diretti a valle dopo la fase di riproduzione presso le sorgenti del fiume. I pesci sono accumulati in piccole ceste di foglie di palma intrecciate e affumicati in capanne speciali. Alla fine, vengono trasportati al villaggio con le canoe. Terminato lo Yãkwa le dighe vengono distrutte per permettere ai pesci di risalire liberamente la corrente e continuare a riprodursi. L’UNESCO ha recentemente richiamato l’attenzione sulla urgenza di salvaguardare lo Yãkwa, definendolo patrimonio culturale d’incalcolabile valore. Negli ultimi anni, tuttavia, la tribù ha fatto fatica a praticare il rituale a causa della diminuzione della popolazione ittica, dovuta alla deforestazione e alla costruzione di una diga idroelettrica». Per ironia della sorte il Ministero della Cultura Brasiliano ha riconosciuto lo Yãkwa come patrimonio culturale del paese. Per vedere le foto della cerimonia ed il volto dell’anziano Kawari basta collegarsi a questo sito .

Proprio in questi giorni (7-18 maggio) si sta svolgendo a New York, nella sede centrale delle Nazioni Unite, l’undicesima sessione del UNPFII (United Nation Permanent Forum of Indigenous Issues), il Forum permanente per le questioni che riguardano i popoli indigeni. Solo il 13 settembre del 2007 è stata adottata dall’ONU The Declaration on the Rights of Indigenous Peoples (la dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, con una maggioranza di 144 stati a favore, 4 contrari, Australia, Canada, New Zealand, United States) e 11 astensioni (Azerbaijan, Bangladesh, Bhutan, Burundi, Colombia, Georgia, Kenya, Nigeria, Russian Federation, Samoa e Ukraine). In seguito Australia, New Zealand, Canada, United States, Colombia e Samoa l’hanno ratificata. Alla conferenza di Durban del 2009 182 stati del mondo hanno votato una risoluzione in cui affermano che la dichiarazione dell’ONU sui diritti dei popoli indigeni ha avuto un buon impatto per la protezione delle vittime e impegnano gli Stati ad adottare tutte le misure necessarie ad aumentare le misure a favore dei diritti degli indigeni in accordo con gli strumenti di difesa dei diritti umani.

Nella nuova sessione di questi giorni tra le altre cose si parlerà della «Dottrina della scoperta: quale grave impatto ha sui popoli indigeni» che, come spesse volte è accaduto nel corso dei secoli, non avevano nessuna voglia di essere scoperti. Quando ero piccolo, andavo sempre alle dighe insieme a mio padre, noi lasciamo che il pesce risalga fino alla sorgente per deporre le uova. Ma se verranno costruite le dighe idroelettriche, le uova scompariranno e il pesce morirà. Dice sempre Kawari. Chissà se anche il grido di aiuto degli Enawene Nawi verrà ascoltato. Loro che non hanno alcuna colpa della globalizzazione finanziaria del mondo.

Finanzcapitalismo, ultima chiamata

[Questa intervista è apparsa il 2 maggio 2011 sul sito Nazioneindiana]

Marco Rovelli

Definirei il libro di Luciano Gallino Finanzcapitalismo (Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent’anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli. Ho intervistato l’autore per l’Unità, qui pubblico l’intervista in versione integrale.

Sappiamo che l’alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative sono sempre state una costante nella storia del capitalismo (ce lo ha spiegato ad esempio Giovanni Arrighi). Ma lei ci fa capire che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: ci dice con molta chiarezza che siamo in una fase del tutto nuova, non più nel classico capitalismo industriale, ma nel finanzcapitalismo. E ci dice che questo salto quantico è un salto con esiti potenzialmente tragici.

Vi è stato in questi ultimi trent’anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell’“economia reale”: se all’inizio degli anni ottanta il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico. Leggi tutto "Finanzcapitalismo, ultima chiamata"

Leggere la svolta globale

[Pubblichiamo per intero sul sito l'intervento della Spivak, che sul cartaceo è apparso livemente scorciato per ragioni di spazio.]

Gayatri Chakravorty Spivak

 

 

(traduzione di Gian Maria Annovi)

 

Dubito che l’emergere degli “studi sulla dominazione occidentale” abbia molto a che vedere con gli effetti della globalizzazione. Nel movimento complessivo verso la sociologia della conoscenza originatasi con L’ideologia tedesca, si tratta soprattutto di sottogruppi identitari, che mutano al mutare della storia.

La trasformazione generale del mondo è avvenuta in modo così iniquo che chiamarla “generale” è dare per dimostrato ciò che ci eravamo proposti di provare: considerare “il mondo” una network society, prima di cercare esempi del contrario. La network society è la condizione e l’effetto del movimento del capitale digitale. Per filosofi della politica come Jon Elster, la teoria del valore-lavoro pare semplicemente sbagliata e Gramsci un “marxista del cavolo”. Per quelli come John Roehmer, il marxismo, dimostratosi inutile, s’è ridotto a disciplina letteraria. (1) Leggi tutto "Leggere la svolta globale"

Le lezioni di Giovanni Arrighi

[Il lungo saggio che pubblichiamo costituisce l'introduzione al volume di Giovanni Arrighi, Capitalismo e (Dis)Ordine Mondiale, a cura di G. Cesarale e M. Pianta, manifestolibri, Roma 2010. L'autore, ripercorrendo l'itinerario militante e intellettuale di Arrighi, offre una sintesi chiara della sua strumentazione concettuale e delle sue più importanti analisi del sistema capitalistico]

 

 

Giorgio Cesarale

Nel dibattito sulla attuale crisi economica globale è diventato ormai quasi senso comune la critica all’incapacità della scienza economica dominante di indicare e interpretare adeguatamente le cause di questa crisi, e in particolare di uno dei suoi fenomeni più abbaglianti, e cioè il processo di finanziarizzazione. Che legami ha questo processo con ciò che, peraltro impropriamente, si chiama “economia reale”? Che nesso vi è fra questo processo e la vorticosa espansione economica di intere regioni del pianeta (il Sud-est asiatico delle quattro “tigri”, della Cina, del Vietnam ecc.)? Quale ruolo giocano in esso gli Stati, da quelli in ascesa a quelli in più evidente difficoltà? Sono domande cruciali, che obbligano a fornire una risposta alta e convincente. D’altro canto, per rispondere a queste domande è necessario collocare l’attuale crisi e la turbolenza globale che l'accompagna entro un orizzonte storico e geografico più largo. Uno “sguardo corto” sulla crisi è precisamente ciò che può impedire di comprenderla in tutta la sua complessità. E tuttavia è proprio da questo “sguardo corto” che la maggior parte degli osservatori e degli studiosi appare caratterizzata. Le eccezioni sono rare: tra queste c’è Giovanni Arrighi (1937-2009), una delle figure più rilevanti, insieme ad Andre Gunder Frank, Immanuel Wallerstein e Terence Hopkins, dell’approccio “sistemico” allo studio della storia e della struttura del capitalismo globale, dei movimenti sociali anticapitalistici, delle disuguaglianze mondiali di reddito e dei processi di modernizzazione. Leggi tutto "Le lezioni di Giovanni Arrighi"

Déjà vu globale

G.B. Zorzoli

In appendice a un convegno sulla bioagricoltura, ho trascorso mezza giornata a Expo 2015. Troppo poco per una visita approfondita. Abbastanza per un’impressione complessiva.

Arriviamo con un pullman che, per le norme di sicurezza, ci scarica a più di un chilometro dall’ingresso. Sono le due del pomeriggio e sotto il sole affrontiamo la marcia di avvicinamento ai cancelli, dove il controllo è più severo di quelli aeroportuali. All’interno gli spostamenti possono avvenire solo a piedi. Inevitabilmente si percorrono chilometri senza l’ausilio di tapis roulant (presenti invece, nella non lontana Fiera di Milano) e nemmeno di panchine o di fontanelle d’acqua. La logistica non è certamente un fiore all’occhiello dell’Expo 2015.

Se non avessero reiterato fino alla noia il messaggio sulla nutrizione come filo conduttore dell’Expo, nessuno – credo – si accorgerebbe che questi erano gli intendimenti degli organizzatori. Sapendolo, e andando a ricercarne i segni concreti, alla fine si colleziona un certo numero di exhibit più o meno coerenti col supposto filo rosso della manifestazione. In maggioranza espressione delle grosse aziende del settore, ma anche con spazi interessanti per l’agricoltura alternativa. Entrambi, però, diluiti entro un complesso di padiglioni, dove a dominare sono quelli nazionali, con ciascun paese principalmente interessato a offrire di se stesso un’immagine gradevole, valorizzando qualsiasi cosa possa portar acqua al suo mulino.

Anche la gente – non poca – che si aggira per i padiglioni o si ferma in strada a guardare gli show folcloristici sparsi qui e là, contribuisce a omologare Expo 2015 a una delle tante fiere campionarie. Un po’ più grande, ma non tantissimo per via dei lavori incompiuti; con qualche padiglione architettonicamente gradevole, altri banali fino al kitsch. In sintesi, una fiera paesana globalizzata, di qualità superiore alla media.

Ripensando alle polemiche che hanno accompagnato la fase preparatoria e ai casini che hanno contrassegnato l’apertura della manifestazione, sarei quasi tentato di concludere con Shakespeare, Much ado about nothing, ma non sarebbe giusto liquidare con una battuta un evento che ha comunque mosso corposi interessi e impegnato non poche intelligenze nel tentativo di dargli una chiave di lettura non meramente economico-commerciale, anche se alla fine ha prevalso il dejà vu.

Il dissidio

Giorgio Mascitelli

Le dichiarazioni di Romano Prodi a proposito della situazione libica, ossia che il caos attuale è il prodotto della guerra di quattro anni fa e che quella guerra, alla quale l’Italia si accodò, era rivolta contro gli interessi italiani, non sono affatto da trascurare perché contengono una critica, nemmeno troppo implicita, all’operato di Napolitano, che di quell’intervento fu il regista, vista la manifesta incapacità dell’allora presidente del consiglio Berlusconi di prendere una qualsiasi decisione.

Benché l’uscita del Professore verosimilmente non avesse una finalità polemica, ma fosse volta a riportare i bollenti spiriti di qualche ministro di Renzi a temperature più realistiche, è innegabile che l’intervento in senato di Napolitano, in cui attribuiva la colpa del caos alle debolezze di uno stato libico mai veramente esistito e al troppo rapido disimpegno delle forze vincitrici nel dopoguerra, costituisca una risposta a quelle critiche.

Questo dissidio tra la visione di Napolitano, spregiudicatamente realistica, ma anche molto statica nel percepire i rapporti di potere e le linee di interessi quasi fossero cristallizzati, e lo sguardo analitico di Prodi, forse l’unico politico italiano ad avere un’idea chiara delle dimensioni strutturali della crisi in atto, è un fatto inedito, almeno a livello pubblico. Non era mai capitato prima, infatti, che due dirigenti italiani di tale livello, probabilmente gli unici due dotati di qualche credito all’estero, e con un passato di collaborazione (Napolitano fu ministro degli interni nel primo governo Prodi e fu eletto presidente della repubblica contestualmente all’inizio del secondo governo Prodi) assumessero una posizione così platealmente divergente su un tema tanto importante.

La natura pubblica di questa divergenza indica con chiarezza che essa non è semplicemente tattica, bensì più profonda ed è il sintomo italiano del fallimento del progetto della globalizzazione, così come le spaccature nel governo di Berlino a proposito della Grecia potrebbero esserne il sintomo tedesco con un’eventuale crescente difficoltà della Merkel di tenere unito il mondo industriale con il potere finanziario.

La guerra del Golfo ventiquattro anni fa fu naturalmente l’inaugurazione del progetto della globalizzazione: l’enfasi sul diritto internazionale e sulla perfetta e globalizzante copertura televisiva della guerra grazie alla Cnn (essa consisteva in immagini notturne di Baghdad sotto le bombe con una luce verdolina da videogioco che facevano la gioia dei postumanisti amici del progresso tecnologico) costituiva il messaggio ideologico principale. Perciò l’attuale marginalità della Cnn nel discorso mediatico sulla guerra in Ucraina è un ulteriore sintomo del fallimento di quel progetto.

Qualche operatore mediatico più zelante degli altri addirittura allora arrivò a prevedere che sarebbe stata l’ultima guerra del mondo. Questo non era soltanto un motivo propagandistico, ma corrispondeva in qualche modo al sentimento, tipico del postmoderno, di venire dopo la fine della storia. In un certo senso è vero che per le èlite occidentali ogni guerra combattuta da allora è stata l’ultima non in termini cronologici, ma nelle convinzione ideologica che la causa di ognuna di queste guerre fosse nelle resistenze che i relitti del passato opponevano al progresso rappresentato dalla globalizzazione neoliberista.

L’idea che fosse proprio la globalizzazione a produrre le guerre non era contemplata né contemplabile da una società che presumeva di vivere in un eterno presente. Questa idea era ed è talmente diffusa, e non solo nelle classi dirigenti, che perfino una parte del pensiero critico ha accolto con scetticismo quelle analisi storicizzanti, come per esempio quelle di Giovanni Arrighi, che mettevano in luce come fosse proprio il processo di globalizzazione a produrre un caos sistemico.

Ora è chiaro che il disastro libico pone l’Italia in particolare di fronte ai limiti di questa visione della globalizzazione. Man mano che risulteranno più evidenti i costi politici, umani ed economici di aver destabilizzato un paese vicino e importante senza una prospettiva precisa, le tensioni in seno ai gruppi dirigenti italiani si acuiranno tra coloro che ribadiranno in ogni caso un’appartenenza al progetto occidentale, qualunque cosa ciò oggi voglia dire, fatalmente legata alle priorità della finanza e coloro che saranno più attenti agli interessi effettivi e dunque locali di determinati settori produttivi.

Sarà compito di Matteo Renzi, come ritengo abbia fatto in questo caso, ricomporre tali tensioni, ma esse si ripresenteranno e, se c’è una cosa che questi anni di crisi ci mostrano, è che lo spazio per queste ricomposizioni di interessi divergenti diventa sempre più stretto per chiunque. Dunque una sinistra desiderosa di opporsi al controriformismo finanziario di Renzi dovrebbe partire da qui, invece che accodarsi in battaglie parlamentari, incomprensibili ai più, contro una legge elettorale mediocre a gente nostalgica di sistemi elettorali ancora peggiori come quelli uninominali maggioritari.

Il peggioramento delle condizioni di lavoro e l’aumento della disoccupazione, che la nuova legge sul lavoro targata OCSE porterà, produrranno un’ondata di rabbia e disperazione che potrebbe trovare uno sbocco non meramente protestatario saldandosi con una linea politica che nel contempo provi a rispondere alle contraddizioni crescenti del settore produttivo. In questo caso il disegno renziano potrebbe essere messo in crisi: naturalmente la sinistra dovrebbe riprendere a fare politica, cioè a parlare nella società, rimuovendo quegli ostacoli di natura culturale e psicologica che negli ultimi vent’anni hanno indotto gran parte dei suoi gruppi dirigenti a scambiare la costante interlocuzione con questa o quella fazione interna del PD per attività politica.