Il festival dell’astrologia

Augusto Illuminati

Cicerone si meravigliava che due aruspici, incontrandosi, non scoppiassero a ridere (De natura deorum III, 26). Adesso a Trento, Festival dell’economia dal 30 maggio al 2 giugno 2013, s’incontreranno a centinaia aruspici, àuguri, maghi e spacciatori di derivati. Sai che risate.

Alle spalle degli italiani, cui hanno raccontato prima le mirabili sorti del neoliberismo, dei fondi di investimento e dei fondi pensioni, poi li hanno incitati a contrarre mutui, dopo ancora hanno negato che la crisi ci fosse, infine hanno somministrato l’amaro placebo della cura Monti, salvo a verificare che aveva aggravato la malattia. Mai, dico mai che uno di questi economisti si sia suicidato per il rimorso e la vergogna, mentre a decine si impiccavano o si davano fuoco imprenditori, commercianti, pensionati poveri, cassintegrati, esodati, ecc. Ora si ripropongono con nuovi rimedi di guarire le malattie che in precedenza avevano vantato quali cure.

Forse Trento sarà l’occasione di (tardivi) ripensamenti – promettono pensosamente sulle pagine de Repubblica gli organizzatori, Tito Boeri in testa –, meglio di niente, tuttavia come non ricordare gli effetti di ricette dispensate con ineguagliabile sprezzo del ridicolo e del principio di contraddizione per tanti anni? Inutile salmodiare la litania dei dati Istat sulla crescita inesorabile della disoccupazione generale, sul crollo della produzione industriale, dei consumi, e del risparmio, sul calo del Pil e dunque dell’ascesa del rapporto debito/Pil. Nell’ultima settimana – unico aggiornamento che ci permettiamo – risulta che gli individui in condizione di semplice deprivazione o disagio economico ammontano al 25% della popolazione (40% al Sud), mentre quelli in condizione di grave disagio (povertà tout court) il 14,3%, raddoppiati in 2 anni.

L'Italia ha la quota più alta d'Europa di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano: 2.250.000 nel 2012, pari al 23,9%. C’è da meravigliarsi? Non tanto, se si constata che il 57,6% dei giovani laureati o diplomati italiani (tra 20 e 34 anni) lavorano entro tre anni dalla conclusione del proprio percorso di formazione, contro una media europea del 77%. E i medici, gli economisti che per un anno sono stati non solo gli ispiratori ma anche i protagonisti del governo “tecnico”, quali cure hanno fornito e continuano a suggerire?

Non che non si siano dati da fare, tutt’altro, una volta caduta in dimenticanza la loro incredibile incapacità di prevedere la crisi. Avevano insistito per il prolungamento dell’età pensionistica, sostenendo che così si creavano posti di lavoro per i giovani. Molto controintuitivo, per essere cortesi. Contrordine adesso: si va in pensione anticipata (così ci togliamo dai coglioni questi lamentosi esodati), perdendo però l’8% dei redditi. Si torna ai diritti di prima della riforma Fornero, ma a introiti ridotti. Una festa per rilanciare i consumi. Le aziende riescono a sbarazzarsi di quei sessantenni imbranati e si metteranno ad assumere i giovani. Come no. Tanto più che vengono contestualmente eliminati quei fastidiosi intralci alla proliferazione dei contratti a termine che erano stati introdotti a compensazione, si diceva, dello smantellamento dell’art. 18. A un pre-pensionato a reddito ridotto subentra così un giovane precario a salario legalmente ridotto. Una manna per la “crescita” (il nuovo mantra degli economisti), dato che la diminuzione dei salari diretti e differiti favorisce l’aumento dei consumi e della produzione, chiaro...

Se non bastasse, ecco la “staffetta”. Attingendo al gettito di una pressione fiscale record, lo Stato fa uno sconto sui contributi o eroga direttamente un sussidio per pre-pensionare o passare a part-time un po’ di lavoratori usurati sostituendoli con neo-assunti (1 a tempo indeterminato o 2 a termine per ogni uscito o per 2 part-timizzati). Doppio guadagno automatico, per le pensioni ridotte e per i neo-assunti a sottosalario e contributi scontati. Nel caso della pubblica amministrazione si riesce perfino a ridurre la spesa pubblica e licenziare a man bassa. Il Corsera lo spiega così: «Quando a ritirarsi è un dipendente pubblico lo Stato risparmia visto che sia lo stipendio che la pensione sono a suo carico ma l'assegno previdenziale è più basso della busta paga in media di 8 mila euro l'anno [...] Nel giro di cinque anni sarebbe possibile ridurre i dipendenti dai 3 milioni e 250 mila di adesso a 3 milioni». Come in Grecia e senza sconquassi.

Si vede che non c’è più la strega Fornero e ora comanda un ministro del lavoro sempre tecnico (scuola Istat e non Bocconi), ma in quota Pd. Per intensificare la flessibilità del lavoro e tagliare ulteriormente i salari, come suggerisce l’Europa, occorre un paravento di sinistra – un classico. Magari per il cuneo fiscale sul costo del lavoro e una riduzione differenziata dell’Imu i soldi non ci sono, ma per facilitare l’assunzione a termine e, di conseguenza, il lavoro nero non c’è problema. Gli economisti servono a spiegare che qualsiasi soluzione è efficiente e benefica. Ma tutti possono sbagliare – si potrebbe obbiettare – perché prendersela con loro e non solo con i governanti?

Proprio perché, da un lato, i governi si trincerano dietro le necessità tecniche e contabili ed evocano a sostegno la scienza economica (come un tempo astrologia e religione), dall’altra perché gli economisti rifiutano (tranne cospicue e illuminate eccezioni) ogni imputazione di ideologia, si considerano un settore delle scienze dure e anzi fanno da ponte per la costruzione di canoni valutativi che colonizzino le confinanti scienze sociali e umanistiche. Scienza o ideologia, allora? Parafrasando una vecchia barzelletta sul comunismo, potremmo propendere per la tesi che l’economia sia un’ideologia. Fosse stata una scienza, l’avrebbero testata prima sugli animali. Non sulla Grecia. Non sull’Italia.

Sul nuovo numero di alfabeta2 - nelle edicole, in libreria e in versione digitale a partire dal 5 giugno - 5 pagine su «dono e beni comuni» a cura del Gruppo di ricerca interdisciplinare «A piene mani. Dono dis/interesse e beni comuni». Con testi di: Ugo M. Olivieri, Alberto Lucarelli, Massimo Conte, Fabio Ciaramelli, Alain Caillé, Elena Pulcini.

Il potere che frena

Augusto Illuminati

Il katechon – chi o ciò che trattiene – è una figura enigmatica che appare nella seconda Lettera ai Tessalonicesi di Paolo 2, 6-7, con la funzione di ritardare l’avvento dell’Anticristo. Il quale a un certo punto comunque trionferà e perverrà allo scontro con Cristo ritornato in terra, ovvio vincitore che porrà fine ai tempi.

Figura enigmatica e ambigua: perché combatte il male, senza riuscire a sconfiggerlo definitivamente, e però ritarda la parousia di Gesù, assai attesa dai primi cristiani e poi rimandata sine die. La copiosa letteratura apocalittica sembra imbarazzata da questa aporia, tanto che l’esegesi di quel passo è affidata a un numero esiguo di commenti, raccolti in appendice al libro e divisi nell’assegnazione del ruolo catecontico all’Impero romano o alla stessa Chiesa come organizzazione e sacramenti. Secondo un’assennata notazione dell’illirico Vittorino di Petovio (fine III secolo), «lo Spirito Santo parla in modo confuso, anticipa l’ordine degli avvenimenti e corre fino all’ultimo tempo, per poi tornare nuovamente ai tempi che sono stati prima: presenta, infatti, un avvenimento che accadrà una sola volta come se fosse accaduto più volte».

Donde le ricorrenti difficoltà per individuare sia il katechon che l’Anticristo, ancor più nel presagire l’avvento del tempo ultimo. In epoca moderna Carl Schmitt, che nella sua teologia politica ha molto insistito sul katechon assegnando tale ruolo alla rappresentanza barocca dello Stato e il ruolo dell’Anticristo allo spirito anarchico del liberalismo e del socialismo antirappresentativo, ha ammesso (nel terminale Glossarium) che per ogni momento storico esiste un katechon specifico. Lo stesso Cacciari, che pur definisce in termini leggermente diversi l’Iniquo (Anomos), ha trovato, di volta in volta con declinante pathos tragico, varie figure catecontiche: il Pci nel 1968, Montezemolo e Napolitano nel nuovo millennio.

La contraddizione del katechon risulta, oltre che dall’ambivalenza della dilazione della fine, dal fatto che i suoi possibili portatori sono spinti a travalicare la funzione puramente «amministrativa» (lo Stato) per conseguire un’auctoritas epocale di spettanza della Chiesa, o viceversa (nel caso della Chiesa) a invadere le competenze statali, per esercitare in prima persona il potere effettuale. Una divisione perfetta del lavoro genera infatti, in ognuno dei due campi, un senso di impotenza. La tensione irrisolta e procrastinatoria della figura genera tali scambi e conflitti, mentre addirittura la Chiesa contiene in sé quell’eresia che poi si cristallizzerà nel trionfo provvisorio dell’Anticristo. Cacciari analizza questa dinamica con grande erudizione e finezza, così da sintetizzare il bimillenario dibattito con efficacia, malgrado i consueti manierismi linguistici.

Il punto centrale dell’elaborazione sta però proprio nella differente definizione che del paolino mistero dell’iniquità offre Cacciari – in non lieve scarto da Schmitt. Il Nemico non è, come per il giurista tedesco, il comunismo anarchico (dai dolciniani alla Comune parigina, da Müntzer ai Räte monacensi e allo spartachismo berlinese), nella logica del Grande Inquisitore che tiene a bada il Cristo dostoevskiano, ma l’intera Modernità neopelagiana che si crogiola nelle differenze e rifiuta la tragica consapevolezza del peccato e la necessità della Rappresentazione, la moltitudine degli ultimi uomini di cui parlava Nietzsche dopo la morte di Dio; oggi dunque il Nuovo Ordine Mondiale del neoliberalismo, l’immanenza laicista, il culto della Rete contro quello della Croce.

Prometeo, il volto esplicitamente anticristico dei totalitarismi e delle ideologie, ha ceduto il passo a Epimeteo, l’iniquità tollerante e conciliante, la crisi permanente, il subdolo placidus dell’Apocalisse. Così proprio adesso ci muoviamo fra i segni del dominio anticristico, cui ormai non riescono a opporsi Stato e Chiesa, rischiandone anzi la complicità.

Massimo Cacciari
Il potere che frena
Adelphi (2013), pp. 214
€ 13,00

Dal numero 29 di alfabeta2 – a maggio nelle edicole e nelle librerie

L’angelo Esmeralda

Federico Francucci

Non potrebbero non essere molto diversi tra loro questi nove racconti (o stories, come da sottotitolo originale) scritti da Don DeLillo in più di trent’anni; ma non è difficile vedere come condividano tutti una situazione e soprattutto una dinamica di base; e come questa dinamica, qui certo variata ma costantemente riproposta, torni con puntualità anche nelle opere di più largo respiro, intrecciata e a volte parzialmente ricoperta dai materiali e dalle trame del romanzesco.

I racconti dell’Angelo Esmeralda possono valere così, oltre che per la qualità spesso altissima, come arena dell’esposizione più diretta di uno fra i più importanti aspetti della scrittura di DeLillo, un aspetto che non a caso nei romanzi post-Underworld – rarefatti, ellittici, pieni di strappi e di silenzi – diventa sempre più visibile. Nei racconti DeLillo lavora sempre – in spazi che in molti sensi possono definirsi pause, bolle, interstizi, nicchie, e scandagliando i rapporti che si allacciano tra un ristretto gruppo di attori – a ridescrivere o ricostruire la morfologia del nesso tra la necessità di credere e la necessità di immaginare: e a illustrare i pericoli legati a queste due necessità.

Credere e immaginare, è ovvio, sono due attività legate a doppio nodo con la letteratura, e con l’arte in generale: non sorprende dunque che queste pagine siano sempre, simultaneamente, tentativi di dar conto della vita e meditazioni sul senso di questi tentativi: che siano etero e autoreferenziali, realisti e formalisti, per così dire.

Molti dei protagonisti, in questo libro, sono persone che scrivono (non necessariamente scrittori). Per DeLillo il bisogno di credere è il bisogno di avere un guscio, un ombrello di consuetudini diventate certezze, minime ma cruciali, sotto le quali muoversi senza venire sbriciolati dall’informe; e il bisogno di immaginare è il bisogno di proiettarsi al di fuori di quel guscio per dare forma, e rendere così conoscibili e percorribili, porzioni di materia, di spazio e di tempo. I personaggi di queste storie, in fondo, non fanno altro: riuniti in coppie stabili o provvisorie, coltivano, volenti o nolenti e fino all’ossessione, abitudini, routine; e cercano di dare spessore ai profili di coloro con cui entrano in rapporto tramite una disciplina, un metodo dell’immaginazione ipotetica. Chi sarà, da che vita verrà, che cosa desidera, che cosa cerca…

Forse è fin troppo ovvio pensare che questo credere difensivo (che solo nel racconto eponimo, poi rifuso in Underworld, prende esplicitamente le figure del religioso e del sacro) sia un surrogato individuale e privato imbastito dai singoli una volta svanite le grandi cornici simboliche di senso (delle quali, nei racconti più vecchi, compaiono ancora le controfigure catastrofiche: una guerra mondiale, un terremoto); e che le proiezioni fantastiche rimpiazzino come possono l’assenza di un luogo comune di incontro e di scambio tra uomini.

Ma partendo da questa base diventa interessante notare come il problema di DeLillo sia qui la duplicità di questo credere-immaginare (e dunque anche di questo scrivere). Che da una parte tende a chiudersi su se stesso e a escludere, o schiacciare, le vite che gli hanno fatto da supporto, e porta ad accrescere le incomprensioni drammatiche e l’isolamento (vedi per esempio gli straordinari Baader-Meinhof e La mezzanotte in Dostoevskij).

Ma dall’altra, se debitamente, e dolorosamente, sgonfiato e tagliato senza distruggerlo, può ancora valere come antidoto ad altre forme di credenza, sistemiche e integrate nei meccanismi del capitalismo ipermoderno (come la fiducia che regge, o non regge più, il sistema del debito nel racconto Falce e martello, uno dei più enigmatici). Nella forma povera e autocritica praticata da DeLillo, il credere – lo scrivere – vale ancora come maniera umana di impegnare il futuro, di proiettare il divenire del desiderio in un avvenire.

Don DeLillo
L’angelo Esmeralda
traduzione di Federica Aceto
Einaudi (2013), 208 pp.
€ 19,00

Dal n.28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Arte e vita

Christian Caliandro

Il sistema italiano dell’arte contemporanea degli ultimi vent’anni è il mondo in assoluto più simile, per caratteristiche strutturali e funzionamento interno, a quello della politica: entrambi infatti sono accanitamente autoreferenziali, pur non essendo autonomi rispetto alla realtà esterna (la contraddizione è solo apparente); inoltre, cosa più importante, entrambi nei confronti di questa stessa realtà hanno sviluppato una forma psicotica di dissociazione, ai limiti della negazione. Entrambi si sono allenati all’ignorare del tutto le trasformazioni che li stavano riguardando, sostituendo la conoscenza – e la critica – dell’esistente con il reimpiego pigro degli stereotipi e svuotando al tempo stesso di senso i concetti guida del passato recente e lontano. Il problema centrale è proprio il distacco dalla vita.

Il cosiddetto sistema dell’arte si articola principalmente attorno a un addestramento collettivo al culto di feticci, alla perpetuazione di rituali bizantini e alla conservazione di codici autarchici che non intrattengono più alcun rapporto con il presente, ma solo con le forme del passato. Naturalmente, l’adorazione si concentra sui linguaggi elaborati tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta che, una volta privati dei contenuti (elaborati dai trentenni di allora, attorno a specifiche esigenze e al sistema di valori che orientava quella generazione) e ridotti a gusci vuoti, sono divenuti la base di quel gusto «postpost-concettuale» che da oltre un ventennio recita il ruolo di nuova Maniera internazionale.

In Italia questa situazione è aggravata dalle (solite) criticità strutturali. A partire dall’inizio degli anni Novanta l’arte contemporanea italiana ha inaugurato un processo di costante e inesorabile ripiegamento su se stessa che prosegue ancora oggi. Di fronte alle sfide e alla gigantesca riconfigurazione imposte dalla globalizzazione anche in questo campo, gli operatori del settore (galleristi, direttori di museo, critici e curatori, e in ultimo gli artisti stessi) hanno reagito chiudendosi entro i limiti angusti di un perimetro che ha concepito come unica connotazione «cosmopolita» l’esterofilia acritica – il segnale più sicuro del provincialismo.

Un ambito che per sua stessa natura dovrebbe essere rivolto alla sperimentazione e alla ricerca si è chiuso nella conservazione, rifiutando il confronto con l’altro e rifugiandosi nella dipendenza. (Il fatto è che una società «chiusa» come quella italiana di questi anni, un paese e una collettività in declino non possono produrre opere e contenuti di prim’ordine, ma esprimeranno inevitabilmente qualcosa che sia disponibile alla consolazione, alla retorica, all’autocelebrazione: diverso il caso della letteratura italiana degli anni Zero, che proprio per reazione a questo stato di cose ha saputo imboccare alcuni percorsi fecondi.)

Così, osserviamo tutti i giorni il paradosso di artisti giovani e giovanissimi che vivono nella più totale finzione. «Fare il curatore», «fare l’artista» è diventato infatti uno dei modi privilegiati per mascherare una condizione di umiliazione collettiva, che viene perennemente rimossa e nascosta sotto le coltri dell’autoindulgenza e dell’autoironia. Queste generazioni sono cresciute (e sono state cresciute) nell’obbligo di simulare vite interessantissime e mansioni affascinanti – perché così prevedeva il contesto; così prescrivevano le condizioni date.

Adesso si vede che fine ha fatto il contesto; adesso quelle stesse condizioni sono sul punto di disintegrarsi. Nell’era della crisi, in molti stanno scoprendo di essere impreparati: la formazione precedente è inservibile per decifrare il contesto in formazione: l’equipaggiamento mentale è del tutto inadeguato. Eppure molti continuano a non avere (e a non volere) una vita al di fuori del recinto dell’arte, un’esistenza che sia a stretto contatto con il mondo esterno e che si identifichi con esso fino a farlo diventare interno: il mondo dell’arte si è consumato in se stesso, è avvizzito per assenza di alimentazione.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

La stanza dei bottoni

Alberto Burgio

Mentre scriviamo il senatore a vita Mario Monti è in piena campagna elettorale, cosa che ancora un mese fa escludeva con sdegno. Sforna una promessa propagandistica dopo l’altra (sulle tasse, le armi, il numero dei parlamentari…) e rende sempre più evidente che, di tecnico, la sua performance a palazzo Chigi aveva soltanto l’etichetta. A venti giorni dal voto Berlusconi ha movimentato la scena con la solita trovata a effetto (il rimborso dell’Imu) seminando il terrore in campo avverso. Al che il segretario democratico non ha trovato di meglio che rifugiarsi proprio sotto l’ala del «professore» e di proporgli un patto di collaborazione. Dopotutto, si dirà, fino a ieri il Pd ha convintamente sostenuto il suo governo e ne ha elogiato la credibilità in sede europea: perché non avrebbe dovuto convolare con Monti – il «professore degli anni Dieci» – dopo avere a lungo amoreggiato con Prodi, il «professore degli anni Novanta»?

Già, perché? In realtà, per una serie di ragioni lunga come un treno. Il senatore Monti non fa mistero di che sorta di «democrazia» vorrebbe. Dopo avere «tecnicamente» saccheggiato i lavoratori dipendenti per gratificare i suoi amici banchieri, ora che «politicamente» cerca voti attacca ad alzo zero i partiti «vecchi» (quelli nati per fare la lotta di classe) e i sindacati (che – lamenta – hanno il torto di rappresentare «solo una parte della collettività»). Che pacchia una società senza rappresentanza (se non degli interessi padronali) e senza conflitto (se non dall’alto, come desidererebbe il compagno Marchionne!).

Nuova, forse, una società così non sarebbe, considerato che la modernità nasce, qualche secolo fa, nel segno del totalitarismo del capitale privato, e che il fascismo sogna di realizzare proprio questa utopia, bandendo i partiti e i sindacati indipendenti. Ma di certo sarebbe «un sacco bella!». Nell’evocarla, il senatore a vita sa benissimo di non parlare al vento, e di dar voce ai sentimenti della parte più retriva della borghesia italiana, visceralmente ostile alla democrazia.

Dopodiché, anche la reazione dei suoi «avversari» è interessante. Berlusconi, per non essere da meno, si è subito messo in testa il fez e ha promesso che azzererà i rimborsi elettorali: tanto, per il suo partito basta e avanza il suo argent de poche. Bersani, invece di sentirsi onorato per il riferimento di Monti al «vecchio» Pci, si è detto indignato: che diavolo c’entra il Pd col movimento operaio, la Resistenza e la lotta contro l’imperialismo americano? Veltroni sarebbe stato una svista? Così torniamo al matrimonio del centrosinistra col nuovo «professore», contro natura soltanto in apparenza.

In fondo, il Pd che cos’è? In una battuta, è l’organizzazione delle forze che scommettono sulla capacità del neoliberismo di governare la globalizzazione in forme democratiche. Per il Pd il neoliberismo è un dato indiscutibile, giudizi di valore a parte. Ci si debbono fare i conti «temperandolo», non già immaginare di cancellarlo. Per questo il suo gruppo dirigente difende a spada tratta il bipolarismo e da vent’anni accetta di buon grado che la politica sia commissariata dalle banche e dal mercato. Quanti governi «tecnici» si sono susseguiti col suo consenso, da Amato, Ciampi e Dini sino a noi? Così stanno le cose, piaccia o no. E questo fatto spiega molte cose.

Spiega in primo luogo perché il primo partito del centrosinistra consideri «una risorsa per il paese» un oligarca formatosi alla scuola dei Chicago boys (e di Thomas Malthus). Spiega perché in Italia chi ha la fortuna di lavorare guadagni meno che in tutta Europa (fatta eccezione per la povera Grecia). E spiega anche perché un comico prestato alla politica mandi in visibilio «folle oceaniche» allorché invita al Qaeda a bombardare Montecitorio. Quando, circa vent’anni fa, qualcuno s’inventò la storia della fine della storia, ci fu chi, dalle parti della Bolognina, si entusiasmò, prevedendo che presto avrebbe espugnato la sospirata stanza dei bottoni. È andata così, salvo che quei bottoni hanno continuato a funzionare nello stesso modo, chiunque fosse lì a schiacciarli.

Rem Koolhaas alla Biennale

Lucia Tozzi

Rem Koolhaas direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2014. La domanda non è perché Koolhaas. La domanda è come mai fino a oggi non era ancora uscito il suo nome per la direzione della Biennale. Come hanno fatto a scartarlo per così tanti anni, come sono riusciti a preferirgli di volta in volta Fuksas, Sudjic, Forster, Burdett, Betsky, Sejima e Chipperfield, bravi per carità ma minori al suo cospetto?

La risposta non la conosciamo, ma sarebbe senz’altro una deludente teoria di veti e intrighi da corridoio ministeriale, del gossip di scarso potenziale come tutti quelli che riguardano le esclusioni eccellenti. Certo è che se Koolhaas fosse crepato prima di fare una Biennale sarebbe stato assurdo. Sono quarant’anni che detta legge nell’universo dell’architettura internazionale, sull’accademia e sui media, sugli appalti e sulle mode. Dal Messico alla Cina al Medioriente dietro ogni architetto emergente, dietro ogni festival e ogni nuova rivista c’è lui. Gli studenti più svegli da Harvard a Teheran imitano il suo modo di scrivere e di presentare analisi e progetti. Ma non è una semplice archistar, di quelle – anche più note al pubblico generalista, se vogliamo – alla Renzo Piano o Zaha Hadid, che si accaparrano commesse in tutto il mondo e declinano in infinite varianti un’unica idea piazzandola in ogni contesto.

Biblioteca Centrale Seattle (2004)

Koolhaas, Rem per gli amici, è un guru, è il Le Corbu del postmoderno, di più: è anche il Lord Brummel, e pure il massone, il Dio onnipotente e onnipresente. È l’architetto di riferimento di Miuccia Prada, è il fondatore e padrone della scuola di architettura Strelka, a Mosca, finanziata dagli oligarchi, è il coniatore di termini fortunati come Junkspace. Tutti gli devono qualcosa, perché è la vetta di tutte le reti. Entrare nel suo campo visivo, ma anche solo averlo sfiorato, intervistato, può fare la fortuna di una persona.

E infatti il consenso di cui gode è pressoché universale, a destra come a sinistra – l’uso di queste fruste categorie è una scelta consapevole –: Koolhaas mette d’accordo con pochissime eccezioni gli intellettuali radical e i più selvaggi immobiliaristi, i dittatori e i democratici liberal, le imperatrici della moda e i professori universitari. Il fattore che amalgama e spegne le divergenze non è lo splendore delle sue architetture, benché ogni progetto siglato OMA (Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Koolhaas) venga regolarmente omaggiato urbi et orbi, ma la sua straordinaria intelligenza comunicativa, fondata sull’ambiguità e su un cinismo che suona liberatorio e anticonvenzionale. Da Delirious New York del 1978 ai suoi ultimi scritti, Koolhaas ha sempre evitato l’adesione ingenua a un’idea, la presa di posizione netta, la promozione entusiasta di un oggetto, uno spazio, un fenomeno o la sua condanna.

Casa da Musica, Oporto (2000)

Le sue analisi multidisciplinari, composte di elementi sociologici, geopolitici, economici, partono quasi sempre dalla stigmatizzazione di quelli che a suo dire sono luoghi comuni, rigidità ideologiche, miti benpensanti da ribaltare con qualsiasi mezzo. Chi è così stupido da dire che Lagos è una città povera e caotica? Che lo sviluppo del Pearl River Delta in Cina è devastante? Che Dubai è una città kitsch e per di più costruita con il lavoro di schiavi? Non saranno per caso degli occidentali accecati dall’universalismo? Degli ipocriti apologeti dei diritti, ignari dei flussi globali? Rottami modernisti che non vedono l’energia, le potenzialità sprigionate da questi luoghi, e lamentano la rottura di canoni etici ed estetici che loro vorrebbero imporre al mondo ma di cui il resto del mondo giustamente si fa un baffo.

Alla sprezzante distruzione del moralismo egualitarista o del giudizio “conservatore” non fa mai seguito una romantica esaltazione dell’oggetto difeso, ma un interesse che si pretende scientifico e oggettivo. Com’è noto, Koolhaas ha affiancato ad OMA un gruppo di ricerca, AMO, che ha il compito di ammassare immense moli di dati su tutti i paesi e i luoghi più ricchi e promettenti (prima la Cina, poi Dubai, ma dopo la crisi finanziaria meglio Abu Dhabi e Doha che hanno il petrolio, poi la Russia, il Brasile), e di comunicarli con la migliore grafica e la forma più impattante possibile, fatta di frasi brevi e domande acute e provocatorie, ma sempre serissime, senza mai cedere allo spirito, alla leggerezza. Prendendoli sul serio, accendendo i riflettori del sapere accademico e della curiosità mediatica sui loro territori in trasformazione, OMA riesce a penetrare i circuiti delle grandi commesse. La cultura è il suo ariete, la sua moneta di scambio.

China Central Television, Pechino (2004-2008)

Lo stile di Koolhaas è un politically uncorrect all’olandese, pragmatico e diplomatico. Descrive in maniera mirabile il junkspace o la finta identità dei centri storici commercializzati, ma lascia che ognuno interpreti liberamente le sue pagine come una denuncia o un’elegia realista, senza dare smentite. Ed è proprio questa ambivalenza che gli ha consentito di egemonizzare più di chiunque altro le teorie e il pensiero architettonico per decenni. E così è lecito aspettarsi una biennale densissima, spettacolare, faticosa, glamour e naturalmente ambigua. Innumerevoli membri delle sue reti internazionali saranno in fibrillazione, preparandosi a partecipare. Ma chi può dirlo, magari Koolhaas lo sperimentatore, come viene chiamato, vorrà stupirci con una mostra secca e una selezione durissima. Ad ogni modo sarà una liberazione: finalmente vedremo LUI direttamente all’opera, e non i suoi epigoni. E forse dopo si potrà voltare pagina.

Mi Buenos Aires Querido

Antonio Syxty

A Buenos Aires piove. Appena superato il controllo passaporti del Pistarini, Leòn mi vede e mi viene incontro. È con la moglie, Lucia, che lui chiama affettuosamente Lucieta. Appena mi vede sorride teneramente e gli occhi gli si inumidiscono, e io in quell’azzurro riconosco il colore di quelli di mia madre, sua zia. Leon ha quasi 60, ma è un uomo robusto e in ottima forma, gran giocatore di calcio, nella squadra locale del suo barrio. Leon e io non ci vediamo da più di 40 anni, da quando giocavamo piccoli in Calle Catamarca, nel quartiere Cochabamba di Buenos Aires dove abitavo io, o nel quartiere di Quilmes, sobborgo di Buenos Aires dove abitava lui e dove abita tuttora. Mia madre, come molte persone del sud Italia era emigrata a Buenos Aires dall’entroterra salernitano, perché allora, in Italia, non c’era da mangiare, e loro facevano le suole per le scarpe.

Era un’Italia diversa da quella di oggi, dove erano gli italiani a emigrare. Quello di emigrare era stato il destino della famiglia di mia madre, come del resto era stato quello della famiglia di mio padre, piemontese di origine, ma nato anche lui, come me e Leon, in Argentina. Ora la famiglia di Leon vive in una modesta villetta di un bel quartiere di Quilmes, provincia di Buenos Aires – la Capital, come la chiamano loro. Leon ha 3 figli, tutti grandi e robusti come lui, tifosi del River Plate, mentre io da piccolo ero tifoso del Boca, come mio padre, un uomo che aveva avuto il coraggio di imbarcare tutta la sua famiglia su una nave quando io avevo nove anni, e far ritorno in Italia. Leon lo definisce coraggioso quel gesto, di lasciare l’Argentina e fare ritorno nel paese di origine. I genitori di Leon questo coraggio non l‘hanno avuto e hanno dovuto affrontare gli anni della feroce dittatura militare, uno dei periodi più bui di un paese che aveva rappresentato per la generazione precedente a quella mia e di Leon, la possibilità di rifarsi una vita, lontani da un Italia che non dava speranza di lavoro e sviluppo per le classi più umili.

Ma l’Argentina vissuta da Leon e dai suoi figli è stata un’Argentina tormentata e scossa anche dalla crisi economica che dalla seconda metà degli anni ‘90 portò direttamente il paese al collasso, con il famoso corralito del 2001. Ed è appunto del corralito che Leon mi racconta in un caffè di San Isidro, un comune della provincia di Buenos Aires. Io del corralito so poco o nulla. Perché ricordo la crisi vissuta dagli italiani che avevano investito nei bond argentini, ma poco o nulla so di un periodo economico così drammatico per la popolazione argentina, chiamato appunto corralito (recinto), perché il default del paese aveva rinchiuso la popolazione in un recinto senza speranze. In quegli anni Leon si era licenziato dall’azienda per cui lavorava, la Telefónica Argentina, e aveva ricevuto la liquidazione in pesos che era equivalente a circa settanta mila dollari e che aveva depositato quasi tutti in banca, con l’idea di mettersi in proprio facendo consulenze nel settore.

E il dramma fu che le banche dall’oggi al domani si barricarono negando ai correntisti ogni tipo di prelievo dal proprio conto corrente. Iniziarono così tempi durissimi dove avere il contante in tasca per fare la spesa e acquistare beni di prima necessità era un privilegio di pochi. C’erano persone che si vendevano qualunque cosa pur di avere i soldi contanti. Un amico di Leon che aveva da poco comprato un pick-up del valore di 20mila dollari cercava di venderlo per 3000 pur di avere qualcosa in tasca per la sua famiglia. Lo stesso Leon insieme alla moglie Lucieta cercavano di risparmiare il più possibile i diecimila pesos in contanti che Leon – prevedendo il peggio aveva nascosto in casa evitando di depositarli in banca. Ma poi anche quelli finirono.

Durante quel periodo la gente dava l’assalto alle banche che si erano trincerate sigillando gli ingressi con barriere improvvisate. Il cancro aumentò dell80% e allo stesso modo aumentarono gli infarti, i suicidi e le separazioni nelle coppie sposate o fidanzate. Per Leon e per tutti gli argentini il corralito era diventato un lungo incubo a occhi aperti. I soldi che erano ostaggio delle banche vennero restituiti solo parzialmente dopo circa nove anni anni. La stessa sorte toccò a Leon, che solo grazie all’aiuto dei genitori di Lucieta riuscirono a sfamare i figli e procacciarsi i generi necessari per vivere. Molti anziani, considerando la loro stima di vita, rinunciarono a fare domanda allo stato per riavere i loro soldi - ostaggio delle banche - perché non se la sentivano più di lottare. E fu in quel periodo che si sviluppò il trueque (il baratto) con veri e propri circoli di auto-aiuto, che scambiavano servizi con beni primari. E allora c’era chi sapeva tagliare i capelli che in cambio riceveva cibo o vestiti per il suo servizio. E gli stessi medici che si mettevano a disposizione della gente in cambio ricevevano gli aiuti primari per le loro famiglie.

Era scomparso il denaro contante e gli uomini si organizzavano per sopravvivere scambiandosi beni e servizi di prima necessità, senza che ci fosse la mediazione del denaro contante. I circoli del trueque erano nati già nel 1995 a Mar del Plata sull’onda della crisi economica che avrebbe poi portato il paese al crollo e alla serrata delle banche nel 2001. Ascoltavo Leon mentre mi raccontava tutto questo e pensavo all’Italia e alla crisi che stava spazzando il paese, ma anche l’Europa, e all’ipotesi di dover essere costretto a cambiare tutta la mia vita se un domani dovesse succedere anche a noi. Un pensiero che mi ha accompagnato al mio ritorno in Italia e mi ha fatto considerare la realtà intorno a me in modo del tutto diverso.