Impunità

Salvatore Palidda

Il 31 ottobre 2014 passerà alla storia come un’ennesima data di conferma dell’impunità conferita ai membri delle istituzioni e pertanto dotati di potere discrezionale. La Corte d’appello di Roma ha assolto gli imputati della morte di Stefano Cucchi. L’avvocato Fabio Anselmo ha osservato che tutta l’indagine mostra la più che palese “omertà fra le 170 persone che hanno visto Stefano in quelle condizioni e non hanno fatto nulla.

No, non si tratta dell’omertà mafiosa, bensì della protervia di chi, da sempre, ha la quasi certezza dell’impunità. I casi dei cosiddetti abusi di potere, corruzione, violenze, torture e altri tipi di crimini commessi in particolare da parte di membri delle polizie si riproducono sempre di più con l’aumentare dell’asimmetria di potere (leggi l'intervento pubblicato qui sulla polizia postmoderna).

Non è difficile immaginare che Stefano sia stato subito classificato e quindi trattato come uno dei tanti indegni, come una sorta di animale che “fa schifo”, che quindi non ha alcun diritto umano. Alcuni agenti dello Stato che hanno a che fare con questi reietti pensano di essere costretti a “sporcarsi le mani”, a neutralizzare e smaltire tali scarti per proteggere la società. Lo fanno per l’igiene pubblica e in nome di tutta la gente che pensa e chiede allo Stato legge, ordine, pulizia, decoro. E appare allora del tutto legittimo che questi eroi della difesa della società siano tutelati e che abbiano le “coperture sacrosante” che meritano quanti si sacrificano in quest’opera di pulizia/polizia. Così è del tutto normale che diversi colleghi e superiori (non tutti, per fortuna) voltino la testa dall’altra parte o approvino platealmente tale genere di trattamenti e, ovviamente, evitino accuratamente di svelarne dettagli e autori per impedire alla “canaglia garantista” di inscenare la solita “caciara” di violazione dei diritti contro le polizie e lo Stato.

Tutti i poteri sono suscettibili di passare dalla discrezionalità al libero arbitrio; ma, quando si tratta di forze di polizia, quasi tutte le autorità cercano di conservare il loro onore a tutti i costi, preservando così l'onore di una istituzione che ha il diritto di commettere reati. Non a caso non esistono statistiche ufficiali sui reati commessi da agenti delle forze di polizia e in generale dell’amministrazione pubblica. E non è dato conoscere e sapere che fine fanno i procedimenti interni a carico di agenti e funzionari che sono stati imputati di qualche reato. Del resto la gestione di questi fatti da parte della gerarchia delle polizie non è molto dissimile da quella delle alte autorità dello Stato.

Quando i fatti sono svelati pubblicamente non manca mai l’appello al rispetto delle norme dello stato di diritto, ma mai qualche autorità o i parlamentari della commissione interni hanno chiesto una commissione d’inchiesta sulla riproduzione dei reati da parte di agenti e funzionari (inchiesta che peraltro potrebbe permettere di capire come evitarne l’aumento mediante misure di prevenzione che non sono mai state pensate e tanto meno sperimentate, come pur dovrebbe essere prassi di uno stato di diritto che si considera democratico). Quanti sono i parlamentari effettivamente consapevoli di come funzionano le pratiche delle forze di polizia?

Come scriveva Egon Bittner (padre della sociologia della polizia): “Non appena si osserva ciò che fanno veramente i poliziotti (aggiungo: quasi tutto il personale della pubblica amministrazione) ci si rende conto che la frequenza con la quale la maggioranza di essi lavorano all’applicazione del codice penale si situa da qualche parte tra praticamente mai e molto raramente”. La metafora dell’anamorfosi (il gioco della deformazione o raddrizzamento di un’immagine con uno specchio deformante) appare la più appropriata per comprendere come chi ha potere possa passare dalla legalità all’illegalità e ritornare al legale attraverso un gioco a volte controllato, ma più spesso incontrollato e/o impensato o inconsapevole, praticato dagli attori coinvolti. A tale gioco la polizia partecipa per disciplinare la società, il gioco che fa parte della sperimentazione continua tra norme, regole informali, illegalismi tollerati nonché azioni criminali e illegalismi intollerabili. Si può quindi legalizzare ciò che appare legittimo se condiviso da una parte della società, sebbene del tutto opposto alle norme ufficiali.

L’impotenza di fronte alla ripetizione di tanti terribili fatti come l’assassinio di Stefano Cucchi non può che alimentare quello scetticismo estremo che già molti, tra i quali Pasolini e Foucault, esprimevano. Ma, come essi hanno dimostrato, ciò non esclude pratiche di resistenza a cominciare dalla parresia e dai tentativi forse destinati al fallimento ma che si rinnovano e si rinnoveranno sempre perché fanno parte dello stesso istinto di sopravvivenza e dell’insopprimibile aspirazione all’emancipazione. Oltre alle richieste – sempre inascoltate - da parte delle organizzazioni che si battono in favore della tutela dei diritti fondamentali, sarebbe ora di creare in ogni città un’associazione di avvocati (tipo il Legal Advice londinese) sempre disponibili a garantire la presenza nei luoghi di detenzione “provvisoria” (questure, commissariati, strutture dei CC e celle dei tribunali).

Silvio Berlusconi assolto. Ma il re resta nudo

Ida Dominijanni

Mi ero sbagliata per difetto, nel mio articolo dell'altro ieri Perché va abbassata quella condanna, prevedendo la derubricazione della condanna per concussione di Berlusconi al processo d'appello sul Ruby-gate: Berlusconi non ha avuto una pena inferiore, è stato assolto. Sia dall'accusa di concussione per la telefonata fatta alla questura di Milano quella notte del maggio 2010 con lo scopo di "liberare" Ruby affidandola a Nicole Minetti, sia dall'accusa di aver fatto sesso con Ruby medesima quando non era ancora maggiorenne.

Quanto al primo fatto, la telefonata, per la corte d'appello non sussiste. Quanto al secondo, la presunta prostituzione minorile, non costituisce reato. In attesa delle motivazioni, si può prendere per buona la spiegazione della sentenza avanzata dall'avvocato Coppi, difensore di Berlusconi: se anche l'ex premier avesse fatto sesso con Ruby, l'ha fatto senza sapere che era minorenne. Amen.

Il caso è chiuso? Nient'affatto: giuridicamente forse sì - forse, perché bisognerà pur verificare le ragioni, o i cavilli, di un'oscillazione così forte fra primo e secondo grado di giudizio. Ma politicamente si riapre. E non solo per la ragione che oggi i pochi non renziani rimasti in Italia paventano, anzi paventiamo: che questa assoluzione dia una grossa mano a rilegittimare Berlusconi come "padre costituente", partner indispensabile e affidabile della riforma costituzionale. Il caso si riapre perché il giudizio penale non esaurisce il giudizio politico, morale e culturale, sul "regime del godimento" in cui Silvio Berlusconi ha sequestrato l'Italia e l'immaginario degli italiani per vent'anni - e di cui il caso Ruby è peraltro un tassello importante ma non l'unico.

Berlusconi può ben essere stato assolto, per mancanza di prove certe - e pur in presenza di una montagna di indizi - dai due reati penali che la procura di Milano gli aveva contestato, perché lo Stato di diritto è lo Stato di diritto e prevede, fra l'altro, che le sentenze si basino su dei requisiti formali che evidentemente, e a mio modesto avviso non senza ragioni, i giudici di secondo grado non hanno riscontrato in quella di primo grado. Ma Berlusconi resta politicamente colpevole per il sistema di scambio fra sesso, denaro e potere che ha messo in piedi e in cui ha coinvolto donne e uomini, minorenni e maggiorenni, ad Arcore, a palazzo Grazioli, a Villa Certosa e ovunque. Resta colpevole per la concezione di una libertà assoluta, esentata non solo dai vincoli della legge ma dalla responsabilità della relazione con l'altra/o, che ha praticato e predicato.

Resta colpevole di avere incarnato un'idea della sessualità ridotta a prestazione, del piacere ridotto a imperativo trasgressivo del potere, del corpo (femminile, ma non solo) ridotto a merce o meglio a valuta. Resta colpevole di avere scatenato nell'immaginario collettivo una controffensiva alla stagione del Sessantotto e del femminismo basata sulla finzione di un ritorno regressivo - e impossibile - ai ruoli sessuali degli anni Cinquanta, per giunta nel contesto odierno di un neoliberismo selvaggio che rende possibile alle sue girls, e non solo a loro, scambiare per libertà sessuale l'essere buone imprenditrici del proprio corpo. Resta colpevole di avere occultato un'impotenza, politica e affettiva, sotto il trucco di un'immortale potenza, affettiva e politica.

Tutto questo, abbiamo detto nel femminismo fin dall'inizio della vicenda, è materia politica di prima grandezza. Il fronte antiberlusconiano, salvo lodevoli eccezioni, non l'ha mai capito. L'ha trattata come materia ingombrante e imbarazzante di cui era meglio tacere, confinandola, non diversamente dal fronte berlusconiano, nella sfera privata, finché con la scoperta della famigerata telefonata alla questura di Milano non è diventata materia penale. A quel punto, e solo a quel punto, ne ha riconosciuto la rilevanza, e la convenienza, a fini politici, delegando as usually il giudizio politico al giudizio penale, e facendo leva sul giudizio penale per sconfiggere Berlusconi come politicamente non era riuscito a fare. L'imbarazzo rimane tale e quale nelle reazioni balbettanti di oggi: dove il punto non è - di nuovo - il merito della vicenda, ma la rilegittimazione per via giudiziaria di un Berlusconi leader "costituente" che un anno fa era stato per via giudiziaria delegittimato. Ci sono errori che si pagano, o prima o dopo.

Ma Papi non è, non è stato e non sarà mai, un padre costituente. È stato e resta l'incarnazione della fine dell'autorità patriarcale, e delle sue controfigure politiche. Sotto quel trucco non c'era niente e le donne, per prime donne molto prossime all'ex premier come Veronica Lario e Patrizia D'Addario, l'hanno capito e denunciato da ben prima che esplodesse il Ruby-gate. Il re era e resta nudo, con o senza il beneplacito del giudizio penale. Glossa a margine: qualunque Telemaco punti a farne "il giusto erede" o il compare designato ne erediterà anche quel trucco, e rimarrà nudo di conseguenza.

 Questo articolo è stato pubblicato anche sull'Huffington Post