Il merito in agenda

Augusto Illuminati

Strano paese l’Italia, dove gli oggetti materiali spariscono e quelli immateriali proliferano. Per esempio, spariscono nelle mani dei Servizi le agende cartacee, come quella rossa di Borsellino, proliferano agende fumose e minacciose come quella Monti. Tutti la sostengono, da destra e da sinistra, senza troppo specificare, tutti lamentano o esultano perché diminuisce i salari, mantiene (se non accresce) la pressione fiscale, incrementa i disoccupati. Nel suo alone di retorica emergenziale (senza reali decisioni) l’agenda Monti è quello che, a partire da Hitchcock, si chiama un MacGuffin, l’oggetto misterioso intorno a cui si costruisce una trama.

A definire il nostro oggetto agendoso c’è di sicuro la sofferenza sacrificale e la promessa di ricompensare il merito in alternativa al dispendio e al debito colpevole e sfigato. Il merito è appunto il rovescio enigmatico della colpa: enigmatico perché il premio (successo, visibilità, stipendi da favola, vitalizi e rimborsi autocertificati) tocca innanzi tutto ai numerosissimi e mai sazi membri di un ceto politico che a rigore non può aspirare, in quanto elettivo, a un riconoscimento per competenze tecniche, concorso o selezione e, per di più in Italia è nominato dall’alto secondo canina fedeltà a partiti screditati e inseguiti con i forconi.

In linea con la suinocrazia delle rappresentanze, un po’ arrancando per gli introiti assai minori e per la scoraggiante carenza di orge e disinibiti partner, segue l’Università con l’Anvur e l’ancor più scrausa scuola secondaria con Invalsi. Invece di rrobba, Suv, ostriche e gnocca, vuoi mettere il listone delle peer reviews considerate "scientifiche": Barche, Nautica e Yacht Capital per l’area 8 (peer Briatore), Airone per l’area 10 (ma non la distribuivano gratis sugli aerei?), Rivista di suinicultura, appunto, area 13, peer Ulisse-De Romanis, er Batman e la Polverini, un’infinità di bollettini diocesani e di monogruppi parlamentari. Per non parlare dei test Invalsi, sparuti eredi degli IQ della fulgida tradizione eugenetica Galton-Abravanel, su cui già si è soffermato Caliceti.

Ma che c’entra, mi direte. C’entra e come, perché oggi la logica del merito non è la promozione di eccellenza, più o meno accortamente miscelata con la cura di chi “rimane indietro” (secondo il datato paternalismo cristiano-liberale), ma la costruzione di un’élite sulla più feroce discriminazione e regressione della massa. Certo, fa ancora qualche differenza se l’élite si costruisce a Eton o al Mit piuttosto che all’università Krystal di Tirana o nei corsi Cepu, ma la logica è la stessa, complementare a quella dei brevetti che definiscono i vari ranking universitari americani o cinesi. La logica dell’esclusione, del recintare un campo per estrarne una rendita e imporre una taglia agli utenti. Altro che transdisciplinarità e sostituzione dell’accesso alla proprietà...

Pensare che i vecchi sociologi parrucconi del New Deal, tipo Robert K. Merton, fantasticavano che i criteri di eccellenza della scienza fossero la cooperazione sociale e culturale, la diffusione illimitata delle scoperte a vantaggio del genere umano, la cessione gratuita dei diritti di proprietà intellettuale in cambio del riconoscimento e della stima della comunità, l’eliminazione del segreto e del brevetto per consentire la più ampia falsificazione nel dibattito scientifico... Communalism o communism, appunto, vade retro Satana. Invece è più fico (e si autovaluta come tale) chi meglio sa fottere i concorrenti e valorizzare le proprie pensate, magari su una rivista divulgativa o mettendo su un dipartimento improbabile, leggere gli elenchi per credere, manco nella biblioteca visitata da Pantagruel!

L’indimenticato Brunetta voleva addirittura sostituire al lavoro, come fondamento della Costituzione, la coppia merito e competizione. Del bunga-bunga (almeno a livello centrale) ci siamo sbarazzati, del nocciolo duro del neoliberismo evidentemente no. Ce lo ricordano tutti i giorni Monti e Fornero (i poveri, i disoccupati e gli esodati sono colpevoli, mica i bankster seminatori di derivati tossici), gli spassosi blog di Abravanel e Michel Martone, il culto bocconiano di tecnici che non tirano fuori un ragno dal buco.

Sapendo che il merito “vero” (non quello dei Gatti Impellicciati e altri corrotti di serie B) si commisura sul sapere dei teorici che pensano di accrescere l’occupazione aumentando l’orario di lavoro di alcuni dei già occupati e licenziandone una parte, viene da dire parafrasando Mark Twain: la differenza fra la scienza economica e la menzogna, è che la seconda deve almeno apparire credibile.

Meritocrazia non fa rima con democrazia

Giuseppe Caliceti

Avendo ricevuto numerose critiche per il mio articolo Contro il merito, vorrei provare ad approfondire. Nel suo saggio Contro il merito: una provocazione, Francesca Rigotti ricorda comel'attuale mitizzazione del merito risenta “della crescente svalutazione del concetto di eguaglianza in atto negli ultimi decenni”. La sua reale funzione? Giustificare i privilegi di alcuni. La storia dell'umanità può essere letta come eterna contrapposizione tra uguaglianza e disuguaglianza. Oggi l'idea di merito non è altro che una nuova pericolosa forma di giustificazione razziale di una presunta differenziazione tra esseri superiori e inferiori. Per nascita. Il bluff della meritocrazia è infatti evidente analizzando un altro aspetto: tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c'è una palese contraddizione tra il dire e il fare.

Roger Abravanel, nel suo libro Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008), sostiene che la classe dirigente è l'unica depositaria del merito. E ha diritto a un premio: i vantaggi di una crescita economica senza fine.Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall'altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni intelligenici fra persone con un alto Q.I.

Insomma, l'antica aristocrazia di nascita sarebbe sostituita da una “aristocrazia dell’ingegno”. I bambini, fin da piccoli, sarebbero indirizzati verso scuole differenti a seconda delle presunte capacità individuali. “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la selezione naturale della società” (p.65). E ancora “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p.83).

Quali ricerche? Nel libro di Abravanel le teorie pseudoscientifiche sono sempre riassunte con approssimazione e senza citare la fonte. Ma è chiaro che qui stiamo già parlando di una teoria eugenetica che ha come suo nemico principale la democrazia, di cui la meritocrazia è l'esatta antitesi. Per tutto questo, non posso fare a meno che ripetere: attenti al merito, anche quando se ne parla a Sinistra. Meritocrazia fa rima con democrazia, ama ripetere il rettore piddino dell'Università di Bologna. Io temo che sia esattamente il contrario.

Questo articolo è comparso anche su «il manifesto», il 29 settembre 2012

L’amnistia e l’ipocrisia

Valerio Guizzardi (Associazione Papillon Bologna)

Per prima cosa, tanto per sapere con precisione di che si parla, occorrono alcuni dati come presupposto dal quale partire per qualsiasi discussione riguardante il pianeta carcere: dal gennaio 2000 al settembre 2012 nel circuito carcerario italiano si sono avuti 2.045 morti tra i quali, al momento in cui scriviamo, 732 suicidi (fonte: www.ristretti.it). Il resto sono da addebitare a malasanità e a “casi da accertare”; che già su quest’ultima espressione ministeriale ci sarebbe non poco da indagare. Stiamo quindi parlando, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una vera e propria strage. Una strage di Stato.

Da lungo tempo il Partito Radicale, al quale si è unito il mondo dell’associazionismo carcerario e della cooperazione sociale che opera nello stesso campo, ha lanciato in modo pressante la richiesta di amnistia e indulto per fermare quella carneficina. Si tratta di riportare un minimo di legalità, in quella che oggi è una fabbrica di morte, affrontando l’inumano sovraffollamento con la fuoriuscita dalle galere di almeno 25-30.000 detenuti degli attuali 67.000. Contestualmente ai provvedimenti, per renderli efficaci nel tempo, occorre una radicale riforma della giustizia e l’immediata abrogazione delle tre principali leggi carcerogene: la Bossi-Fini, che ha riempito le galere di immigrati; la Fini-Giovanardi, che le ha riempite di consumatori di sostanze; la ex Cirielli, che vieta i benefici della Legge Gozzini ai recidivi. Non ci sono altre strade, e bisogna fare presto.

Come risponde la politica alle nostre richieste? Con un’ipocrisia senza limiti, con una falsità dirompente: “Non ci sono le condizioni”. Dal Presidente Napolitano (non a caso autore insieme all’allora collega Turco della prima legge che istituiva i lager per migranti, i Cpt) ai segretari di tutti i partiti oggi in Parlamento questa è la risposta. Va da sé, tanto è evidente, che anche un bambino potrebbe ribattere che le condizioni non ci sono perché nessuno di loro ha intenzione di crearle. Ed è facile capire il perché: da circa vent’anni tutti i governi che si sono susseguiti, al di là del colore, hanno sbandierato il vessillo dell’ossessione sicuritaria per attirare gli allocchi nel circuito della paura generalizzata contro il diverso, l’escluso, le lotte sociali. Un generatore di consenso sul piano del mercato elettorale.

Una truffa evidente, se si pensa che ogni statistica specializzata ci informa che i reati sono in calo considerevole e, guarda caso, la carcerizzazione in aumento. Insomma non vogliono perdere voti e tantomeno, come nefasta conseguenza (per loro), poltrone, privilegi, denaro pubblico per finanziare i propri comitati d’affari, spolpare i beni comuni per regalarli alle oligarchie finanziariste internazionali. Continuare a gestire il potere val bene una strage, e per farlo occorrono milioni di voti: consenso a mezzo di terrore. Ogni partito fa la sua gara.

Altrove, dove ci si aspetterebbe un forte impegno, nulla si vede all’orizzonte. E sono la sinistra sociale, i movimenti, le singolarità più sensibili, coloro i quali, per condizione, dovrebbero essere i primi a preoccuparsi poiché questa grave crisi economica prodotta dai cascami di un neoliberismo sempre più predatorio e di cui il governo Monti ne è l’esecutore in Italia, produrrà (si spera) a medio termine un conflitto sociale senza precedenti in seguito all’aumento irrefrenabile della povertà, della disoccupazione, della spoliazione definitiva dei diritti e della dignità di tutti coloro che non fanno parte di una casta o di una corporazione dedite all’arrembaggio finale di ogni bene pubblico. Sul perché di questa clamorosa assenza ci sarebbe molto da discutere. Sarebbe ora di cominciare, prima che sia troppo tardi.

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.

Evasione fiscale e manette

Pino Tripodi

C'è sempre un certo entusiamo per la caccia agli evasori fiscali. Come in altre occasioni, il rumore delle manette lenisce la sete di giustizia, ma è efficace? Sul breve periodo sì, ma a lungo andare cacce e manette generano più problemi di quanti ne risolvano. Il motivo è semplice: la giustizia tenta di cucire uno strappo nella relazione sociale ma è efficace se e solo se la relazione sociale dopo l'intervento riparatore della giustizia rientra nell'alveo della norma. La giustizia è efficace quando compone lo strappo momentaneo che si genera tra consuetudine e norma. Ma se la norma rimane agli antipodi della consuetudine, la giustizia anche con il terrore è impotente a ricomporre la relazione sociale.

Non è colpa della giustizia, è idiozia della norma. L'evasione fiscale non è questione meramente etico-morale. Se lo fosse, dovremmo tutti essere sottoposti alla prova così da separare gli esseri abietti dai virtuosi. L'evasione fiscale, invece, è questione essenzialmente di possibilità. Ed è lo Stato con le sue norme, coi suoi regolamenti, con la sua incapacità di ridurre lo strappo tra consuetudine e norma a creare la possibilità che si generino colossali cifre di evasione fiscale. Il resto: i milioni di ladri fiscali, il muro che separa chi può evadere da chi non può, le vergognose iniquità sociali, le colossali cifre strombazzate dai media, la caccia e le manette sono solo una conseguenza dell'evasione possibile.

Come esempio per tutti, vale il meccanismo di raccolta dell'IVA. Chi non ha una partita IVA paga i beni e i servizi che compra maggiorati da un'aliquota che non potrà per la grandissima parte condurre a compensazione. Sull'IVA costretto a pagare non può rivalersi su nessuno. Non può evadere e, per un meccanismo psicologico non diffcile da indagare, lascia nella gran parte dei casi che chi ha la possibilità evada.

Chi - commerciante o artigiano o professionista - vende un bene o un servizio è messo psicologicamente ed economicamente a dura prova. Tra i suoi incassi, egli ricava anche l'IVA che dovrebbe stornare allo Stato. Quel dovrebbe si trova davanti a più possibilità; la prima, statualmente virtuosa, è quella di compensare l'IVA della vendita con l'IVA degli acquisti facendo di tutto per conseguire uno spettacolare pareggio anche a costo di acquistare tonnellate di caviale per la sua cartoleria; la seconda, statualmente abietta, è quella di comprare a nero e vendere a nero tenendo i prezzi alti comunque; la terza, statualmente sostenibile, è quella di arrangiarsi – una fattura sì, una fattura no - tra una virtù impossibile e un'abiezione legalmente pericolosa.

In ogni caso, più è piccolo il giro d'affari più ci si trova di fronte a un prova psicologicamente difficile da superare: quando si incassa, infatti, ci si deve convincere che una parte dei ricavi non sono i nostri, che tali ricavi li si deve mettere da parte e che a tempo debito, li si deve stornare allo Stato. Tutto ciò gratis, senza ricevere in cambio alcun compenso, anzi con la sicurezza che fatture e scontrini determineranno un reddito sul quale si dovranno pagare le imposte. In quel tempo debito ci affanniamo a pagare bollette, fornitori, collaboratori, mutui, interessi e normalmente utilizziamo la scarsa liquidità che abbiamo, IVA compresa. Con tale meccanismo, neanche un Santo si sottrarrebbe alla tentazione della possibilità di evadere. Non giustificabile, ma logico che - come di fronte a una prigione aperta - chi ha la possibilità di evadere il fisco lo evada.

La caccia e le manette determineranno paura e risultati fatui. Per risolvere la questione occorre, invece, eliminare l'evasione possibile e cucire lo strappo tra consuetudine e norma. Come? Con il prelievo dell'IVA alla radice. Al momento di pagare, l'IVA può essere separata subito dall'incasso e stornata automaticamente allo Stato, evitando così che chi incassa abbia la disponibilità momentanea dell'IVA e con essa: A) la radicata convinzione che quei soldi appartengano a lui; B) il senso di esproprio che avverte quando deve stornare i soldi dell'IVA allo Stato.

Stornare l'IVA immediatamente allo Stato, senza passare dall'incasso, è nell'immediata portata delle tecnologie informatiche, con la virtualizzazione del denaro. L'eliminazione della moneta circolante, la sua conversione totale in moneta elettronica relegherebbe l'evasione fiscale a un problema d'altri tempi rendendo possibile una maggiore equità fiscale. Fino a quando invece i privati saranno costretti a incassare per conto dello Stato neanche il terrore giacobino sradicherà l'evasione fiscale.

 

Le politiche carcerarie e la crisi

Chiara Maffioletti

L'emergenza carceri è un fiume carsico che periodicamente riemerge, ma quell'emergenza, come il fiume, esiste sempre. Sembrano quindi andare nella giusta direzione alcuni dei provvedimenti deflattivi del ministro Severino che intervengono sul problema della custodia cautelare. Per l'eccessivo ricorso a questa misura l'Italia è stata richiamata dal Consiglio d'Europa: nel 2011 circa il 43% 1 delle persone detenute non aveva una condanna definitiva, contro una media europea del 25%. Provvedimenti che tentano anche di ridurre gli ingressi in carcere. Nel 2011 hanno varcato la soglia delle carceri 76.982 persone (su circa 66.000 stabilmente presenti), un dato abnorme che si spiega con il fatto che molti di coloro che entrano, rimangono in carcere solo pochi giorni: si calcola che circa un quarto escano entro i primi tre giorni e il 90% non stiano in carcere più di un anno, con costi umani ed economici elevatissimi, anche perché sono proprio i primi giorni di detenzione ad essere i più costosi, oltre che i più critici per quanto riguarda il rischio suicidi (e non solo). Non c'è dubbio quindi che il fronte più avanzato della battaglia politica, ma anche culturale, sia quello della depenalizzazione di molti reati, della diversificazione dei circuiti detentivi, dell'individuazione di nuove forme sanzionatorie, dell'incremento massiccio dell'utilizzo delle misure alternative alla detenzione (che sono comunque già previste dalla legge, ma sempre sottoutilizzate), cioè complessivamente della decarcerizzazione.

Ma poiché su questo fronte è difficile intravedere tempi brevi – soprattutto considerando la deriva securitaria e il costante richiamo demagogico al carcere come unica arma contro la criminalità – c'è da chiedersi cosa fare di una popolazione carceraria che cresce al ritmo di 500 persone al mese: da 39.000 dopo l'indulto del 2006 alle oltre 66.000 di fine febbraio 2012. 66.000 persone stipate in istituti penitenziari che ne potrebbero ospitare 45.000. Se i posti ci sono (e anche se non ci sono), si riempiono. Così puntare sull'edilizia penitenziaria, il cosiddetto «piano carceri», – oltre che irrealistico e propagandistico perché il piano resta perennemente senza copertura economica – è una finta soluzione che alza solo di poco l'asticella dell'emergenza. Così come la soluzione dell'indulto – pur indispensabile per ripristinare standard minimi di legalità della detenzione – ha le gambe cortissime se non accompagnata da provvedimenti di tipo strutturale nella direzione della decarcerizzazione.

Il costante aumento della popolazione carceraria, oltre che con le politiche di sicurezza e le pratiche giudiziarie, ha a che fare con il fatto che sempre di più il carcere si trova ad intercettare fasce marginali di popolazione espulse dal sistema produttivo e sociale e che drammaticamente è sempre più calzante la definizione di carcere come discarica sociale: i dati statistici del Ministero della Giustizia restituiscono nell'insieme un'immagine del detenuto medio connotata più per l'emarginazione sociale piuttosto che per la vocazione criminale. Il carcere è cioè il punto di arrivo di percorsi di esclusione sociale che – anche volendo guardare solo dal punto di vista della sicurezza e dei costi sociali – andrebbero intercettati molto prima di giungere a questo epilogo. Oltre il 36% dei detenuti sono stranieri, il 27% tossicodipendenti, più del 25% ha meno di 29 anni, moltissimi hanno patologie psichiatriche. Quasi un quarto delle persone in carcere hanno pene inferiori ai 4 anni (cioè non sono esattamente Totò Riina o Donato Bilancia).

Se il nesso tra marginalità e criminalità esiste da sempre, oggi tale nesso non si tramuta più in processo identitario che restituisce quanto meno uno status sociale, seppur diverso e deviante. Oggi i detenuti solo in rari casi rivendicano appartenenze; piuttosto chiedono aiuto, interventi, inclusione. Gli istituti penitenziari sono quindi sempre di più chiamati – già dentro alla schizofrenia tra gestione della sicurezza, governo dei corpi e funzione rieducativa della pena – anche a erogare interventi sociali di base. Il carcere diventa una sorta di ultima (o prima?) frontiera del welfare: molti detenuti, spesso stranieri, in carcere accedono per la prima volta al sistema sanitario, solo in carcere vanno a scuola, fanno formazione professionale, entrano in contatto con i servizi sociali.

L'amministrazione penitenziaria ha quindi bisogno del welfare locale perché scarse sono le risorse che il Ministero della Giustizia mette a disposizione per gli interventi socio-assistenziali, culturali e di reinserimento (già lo scorso anno ha tagliato del 15% tutti i finanziamenti dei piani pedagogici degli istituti in ambito «trattamentale»), ma anche perché è corretta la prospettiva che vede la persona detenuta come cittadino che deve poter continuare ad accedere a tutte le risorse di welfare, oltre che importante che la comunità si assuma l'esecuzione penale come responsabilità sociale condivisa e non lasciata dentro al binomio asfittico e pericoloso carcerati-carcerieri. Il costo grava dunque sulla spesa sociale di regioni e comuni, le cui casse – in sofferenza già da anni – sono svuotate dalle manovre finanziarie dell'ultimo anno. Non è una sorpresa quindi che il 2012 sia partito all'insegna dei tagli anche dei finanziamenti destinati al carcere. E poiché il welfare locale – come vuole il paradigma della sussidiarietà, molto praticato in Lombardia anche se più in una prospettiva di risparmio della spesa che di valorizzazione reale delle risorse della comunità – è ormai un sistema integrato di servizi pubblici e di interventi del terzo settore (cooperative sociali, associazioni, fondazioni etc.), ecco che la mannaia ha colpito quelli più facili da tagliare.

Mancano all'appello numerosissimi interventi e progetti che erano attivi già da diversi anni all'interno degli istituti penitenziari milanesi, per lo più gestiti da cooperative sociali e associazioni, e che in alcuni casi sono stati bruscamente interrotti (con conseguenze pesantissime, tra l'altro, per le organizzazioni e i lavoratori del settore). Non stupisce che in epoca di crisi si tagli sul welfare penitenziario, ma si potrebbe forse allungare appena un po' lo sguardo e mettere su un piatto della bilancia i 112 euro di costo medio giornaliero per detenuto e sull'altro la drastica riduzione della recidiva promossa da un carcere (e la sperimentazione decennale del carcere di Milano Bollate lo dimostra) che sia messo in grado di offrire ai detenuti reali opportunità di cambiamento.

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1. Per i dati statistici http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.wp?selectedNode=0_2&frame10_item=4

Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo

Daniele Salerno – Centro TraMe

«La mia immaginazione si sforzava senza riuscirvi di rappresentarsi i dialoghi non solo nei contenuti ma nelle frasi parola per parola, il tono delle voci, le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore. E insieme sentivo la certezza desolata che quei dialoghi non si sarebbero mai più potuti ricostruire, che erano perduti per sempre».

«Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace».

La prima citazione è di Italo Calvino: era il 1978, all’indomani del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La seconda citazione è di Pier Paolo Pasolini: era il 1974, l’anno della strage di Brescia, ancora oggi senza colpevoli per insufficienza di prove. Si tratta di due intellettuali e scrittori profondamente diversi, che di fronte a un elenco di stragi e assassini cercano di ricostruire una narrazione che possa fare a meno di “ciò che non si sa o che si tace”, della prova che continua a essere insufficiente. Leggi tutto "Thriller Republic. La memoria degli anni di piombo tra aule giudiziarie e format televisivo"