Banalità del male

Gian Piero Fiorillo

Credo che la vicenda di Francesco Mastrogiovanni, morto su un letto di contenzione nel reparto psichiatrico di Vallo della Lucania, vada inquadrata in una cornice assai più ampia di quella giudiziaria o psichiatrica. Leggendo le motivazioni della sentenza di primo grado, confermata di recente in appello, si cede a un sentimento di incredulità e indignazione per ciò che è avvenuto nelle ottantatre (83!) ore in cui Mastrogiovanni è rimasto legato al letto, in contrasto con ogni diritto fondamentale della persona e nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui, in primis medici e infermieri.

Come è potuto accadere? Attraverso quali meccanismi culturali e psicologici si fa breccia la riduzione di una persona viva a cosa di poco conto? Il richiamo alla Banalità del male, secondo l’espressione di Hannah Arendt, è inevitabile. Ma bisogna sottolineare che la vicenda in questione è solo un “evento sentinella”: un caso estremo, non unico, che rivela un tessuto relazionale sempre più sfrangiato, la cui tenuta è delegata alla discrezionalità di chi detiene e può esercitare potere – anche soltanto brandelli di potere – su qualcun altro.

Il male banale attraversa la vita di tutti, ed è la “proceduralizzazione” della maggior parte dei nostri atti pubblici. Essa richiede obbedienza, per fascinazione o paura, a un’autorità; riduzione di ogni comportamento (compresi gli atti medici, pedagogici, solidaristici) ad atto amministrativo certificabile; ideologie di massa, quali quelle del merito e dell’efficienza; indifferenza emotiva; silenziamento delle voci discordanti; dispersione culturale (analfabetismo di ritorno programmato) e altro.

La stessa sentenza Mastrogiovanni, nelle sue motivazioni che purtroppo non possono essere qui esaminate nel dettaglio, conferma un mondo diviso fra chi ha la responsabilità delle cose e chi si limita a ubbidire e perciò non è responsabile; o ancora fra chi è “formato” per prendere decisioni e chi non lo è neppure per prendere la decisione di medicare le evidenti ferite di un corpo martoriato.

La sentenza, che condanna i medici e assolve gli infermieri, dice questo: c’è un’élite che deve assumersi le responsabilità e degli esecutori che devono obbedire a quella élite. La Banalità del male, oltre che nella vicenda vissuta da tutti gli attori dell’assassinio di Mastrogiovanni, è anche nella sentenza del tribunale, che legittima, sulla base del rispetto delle gerarchie e di (presunte) competenze tecniche mancanti, l’astensione da qualunque sentimento di umana compassione.

Piero Gilardi Manifesto murale Manicomio=Lager 1969
Piero Gilardi, Manicomio=Lager (1969)

Up down!

Augusto Illuminati

Non si credessero, ‘sti ragazzini, di aver inventato tutto. La logica sottosopra al servizio del potere è roba vecchia. Lasciamo perdere Orwell, cominciamo dal 1969, Questura di Milano, un caldo bestia, «ma che caldo, che caldo faceva. Brigadiere apra un po' la finestra. E ad un tratto Pinelli cascò...».

Malore attivo, si disse o meglio lo scrisse il procuratore D’Ambrosio, poi deputato Pd. Cioè, come benissimo mimò Dario Fo, il ferroviere anarchico illegalmente detenuto e sotto torchio (tutti amnistiati o santificati i suoi carcerieri) fu colto dal malore attivo, insomma si sturbò, vacillò e scavalcò con un balzo da tigre il parapetto gridando: è la fine dell’anarchia!

Passarono quei tempi travagliati, finì con una mezza guerra civile l’utopia di mettere il mondo upside down, anzi quel malore attivo su il primo sintomo lessicale dell’uso controrivoluzionario dei termini rovesciati. Venne la Milano da bere e, dopo la sbornia, l’enfatizzazione della giustizia giusta e delle Mani pulite, con cui incominciò la stagione della seconda guerra civile in forma di farsa, quella per cui Berlusconi pretende non solo la pace delle larghe intese ma anche una specifica amnistia, ancor oggi peraltro negata agli anni di piombo. E, nel deserto della pace sociale, imposta da partiti e sindacati, rifiorisce l’armamentario sintattico-lessicale di una lingua chiamata al soccorso del potere.

Quando gli operai licenziati, anzi «messi in libertà» scendono in piazza a Terni, la polizia carica e manganella di santa ragione ma a spaccare la testa del sindaco, con grande sollievo del ministro Alfano, è l’ombrello di un manifestante. Complice un video taroccato, come le trasferibili molotov della scuola Diaz o (per i più attempati) il tassista Cornelio Rolandi che trasportò il ballerino anarchico Valpreda a piazza Fontana quel 12 dicembre 1969, e, oplà!, il tonfa si fa fuscello e l’ombrello diventa arma di distruzione di massa. Malore attivo, ombrello d'assalto.

Stefano Cucchi era ridotto davvero male, la corte d’Assise concede che sia stato curato con una qualche trascuratezza (niente acqua, zuccheri, catetere intasato, ecc.), ma aveva avuto sfortuna, probabilmente si era procurato lesioni cadendo dalle scale, come dichiarano spesso al pronto soccorso le donne maltrattate (qualcuna la seconda volta muore perfino). Secondo Giovanardi, per cui le vittime della polizia sono spregevoli tossici aggressivi (Aldovrandi a Ferrara) o autolesionisti (Cucchi a Roma) con madri e sorelle rompicoglioni al seguito, quelle ecchimosi risultanti dalle foto derivano dalla mancanza di nutrizione: «tutti i segni, comprese le orbite negli occhi, sono il risultato della situazione in cui è stato lasciato».

Le lesioni attestate in autopsia non vengono certo da ipotetiche botte degli agenti di custodia, risalgono piuttosto a incidenti capitatigli «nel mondo che frequentava». Lesioni attive, insomma. Le foto, poi, basta un panno rosso a simulare il sangue (pestaggio a Ferrara). Figuriamoci un paio d’occhi tumefatti. Se fosse più aggiornato, insinuerebbe il ricorso a Photoshop. Malore attivo, ombrello d'assalto, caduta dalle scale.

Non ci meravigliamo troppo. Già adusi alle bugie del Cav (le grandi opere, L’Aquila rinascerà nelle new towns, le cene eleganti con plurilaureate), francamente più sorpresi dalle memorie di Nicole Minetti («un rapporto esclusivo» con il monogamo utilizzatore finale), abbiamo scavallato la neo-lingua montiana del Salva-Italia, Salva-Ilva, Cresci-Italia (e ci mancava solo il boccaccesco «santo Cresci-in-man che Iddio ci diè») per arrivare dritti dritti al reincollo messianico dei vasi infranti con le larghe intese, dove ahinoi ritroviamo tutti i vecchi cocci dei mattinali sbirreschi e delle veline per gazzette.

Vogliamo citare – per non fare solo esempi negativi – gli sperticati elogi alla saggezza di Napolitano e alla saggezza dei saggi, estendibile pro quota alle sagge? Non esageriamo con la virgo e i saturnia regna, però verrà un fanciullo, puer, anzi verrà un vegliardo e i lupi pascoleranno con gli agnelli e una grande pace si stenderà sul mondo e tutti si addormiranno sazi e contenti. Soprattutto sparirà ogni maligna resistenza e dissenso: Occidet et serpens, et fallax herba veneni /occidet... Altrimenti a cosa servirebbero malori attivi, ombrelli e scale?

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Paolo B. Vernaglione
, Per Stefano Cucchi
Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi... [leggi]

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Per Stefano Cucchi

Paolo B. Vernaglione

Si rimane rabbiosamente attoniti di fronte alla sentenza che ha assolto i principali responsabili della morte di Stefano Cucchi. Sono uomini di questo Stato, la cui appartenenza è garantita dall'omertà e il cui giudizio d’altra parte non emerge da un processo ma dalla realtà che la sentenza enuncia: che un essere umano è deceduto di fame e di sete e non per le torture a cui è stato sottoposto. Che unici responsabili di questa morte sono i sanitari dell'ospedale Pertini, ove Stefano è stato trasportato in condizioni già gravi e che la sua detenzione tutto sommato era giusta, visto il suo profilo di tossicodipendente.

Può un potere dello Stato, peraltro già screditato per aver giocato con le vite di più generazioni di giovani e non, da ultimo con le sentenze sul G8 di Genova, emettere una sentenza così ridicola e improbabile? Può, in un paese in cui l’ipocrisia e il silenzio colpevole di una società civile coccolata dalla cadaverica politica delle larghe intese è rimasta muta negli anni Settanta dello scorso ‘900 di fronte alle stragi di Stato, alle morti sul lavoro e agli omicidi politici che dal 1977 al 2011 hanno distrutto il dissenso e i conflitti sociali.

Mentre un uomo che si è dato fuoco ha dato luogo alle rivolte arabe e l’uccisione di un ragazzo nella periferia di Londra ha prodotto i riots con cui un intera generazione rifiutava di pagare la crisi che l’attuale infame sistema del debito ha generato, qui in Italia una classe politica corrotta e degenerata ha riprodotto sé stessa, calpestando le vite di chi è già pesantemente sanzionato dalla crisi. Di più: giocando sulla supina ipocrisia dei poteri dello Stato il paese è stato anestetizzato e reso inerme di fronte al saccheggio della sfera pubblica sistematicamente attuata dalla rendita con la speculazione finanziaria.

Ecco il risultato di questa politica: l’arroganza indifferente dei pubblici poteri, supportati da enormi interessi privati, verso qualsiasi tentativo di redistribuzione della ricchezza, qualsiasi parola di libertà che revochi in dubbio la legittimità di questa forma spettrale di Stato. Perché una diversa sentenza avrebbe, almeno in questo primo grado di giudizio, dimostrato come la libertà di parola, di espressione e di organizzazione, sbandierata nella retorica costituzionale, venga declinata in maniera sistematica come problema di ordine pubblico, mezzo di gestione della precarietà.

Il copione è sempre uguale: in questo paese si muore di resistenza a pubblico ufficiale e di devastazione e saccheggio. Di tonfa, cariche scellerate, omicidi compiuti dalle forze dell’ordine vivono quei poteri che portano morte. Carlo Giuliani, Marcello Lonzi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Niki Aprile Gatti, Manuel Eliantonio, Carmelo Castro, Stefano Frapporti, Franco Mastrogiovanni e chissà quanti altri sono morti per mano dello Stato, che non esita a proporre il carcere, - e che carceri! - come strumento di riabilitazione; boccia qualsiasi provvedimento di clemenza e archivia le responsabilità dei mandanti degli omicidi.

Ma è bene ricordare che queste responsabilità non si scontano chiudendo in cella guardie e sottotenenti, generali e colonnelli, con buona pace dei manettari ferventi e dei movimenti giustizialisti. Si scontano facendo giustizia, proponendo la giustizia come rivendicazione sostanziale di pubblico bene, come terreno di lotta in cui può aver luogo la riappropriazione generale della vita, la sua naturale valorizzazione, in questo caso dentro e contro il potere di violazione dello Stato. Ecco perché c’è da chiedersi quale senso può ancora avere il diritto come difesa dei singoli nel tempo dello stato permanente d’eccezione, e chiederselo forse prima di “vestire” con esso i beni comuni.

Perché se ancora c’è speranza di realizzare istituzioni del comune, una res publica dei singoli in cui la giustizia sociale sia il fondamento della legittimità e della libertà, è forse tempo di abbandonare qualsiasi forma del diritto, perché inadeguata ormai nel mediare i conflitti per la vita che i poteri pubblico e privato innescano, sicuri di vincere. Varrebbe invece la pena, come lucidamente affermava Michel Foucault, “anziché pensare alla lotta sociale in termini di giustizia, mettere l'accento sulla giustizia in termini di lotta sociale”.

La città ideale

Michele Emmer

“Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e più, e viene ad essere sette miglia di circolo; ma, per la levatura, più abitazioni ha, che si fosse in piano… Nella sommità del monte vi è un gran piano ed un gran tempio in mezzo, di stupendo artifizio. Il tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia che lo circondi; ma sta situato sopra colonne grosse e belle assai… E questa è l’immagine fisica della città ideale. Che viene governata da un grande Sole, pieno di sapienza, perché: Più certi semo noi, che un tanto letterato sa governare, che voi che sublimate l'ignoranti, pensando che siano atti perché son nati signori, o eletti da fazione potente”.

È il dialogo tra Ospitalario, cavaliere dell’ordine di Malta, e il Genovese, nocchiero di Colombo. Quest’ultimo racconta di aver girato il mondo scoprendo nell’isola di Taprobana (Sumatra o forse Ceylon, odierna Sri Lanka), una città ideale per leggi e costumi. Da La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella, opera scritta in carcere.

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E sanno di matematica e di geometria, come già aveva scritto Platone ne La Repubblica. “Chi dunque costringerai ad assumersi la guardia dello stato se non coloro che meglio conoscono quali sono i modi per la migliore amministrazione di uno stato, e che possono avere altri onori e una vita migliore di quella politica? Che dovranno studiare questa disciplina comune utile a tutte le arti e speculazioni e scienze… la scienza del numero e del calcolo e non solo, anche la disciplina che tende a costringere l’anima a volgersi verso il luogo dove ha sede la parte più felice dell’essere, per vedere se in qualche modo può farci scorgere più facilmente l’idea del bene: la geometria”.

La città ideale è stato da sempre uno dei grandi temi dell’umanità. Non solo dal punto di vista politico ma anche da quello architettonico. Non parlo in realtà di architettura, né voglio fare alcun riferimento alla situazione politica Italiana, che non fa certo venire in mente una città ideale da nessun punto di vista. Si tratta di un film, il primo film realizzato da Luigi Lo Cascio che ne è anche il protagonista, oltre che sceneggiatore con altri. Il protagonista, palermitano, ha scelto di vivere in una città ideale, Siena.

È pieno di manie, cerca di vivere senza inquinare, si lava solo con acqua piovana, vuole che tutti seguano delle rigide regole comportamentali, rispettino alla lettera le leggi. Èovviamente un solitario, isolato da tutti. Felice però di vivere nel luogo ideale, secondo regole che considera giuste.

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Al protagonista accade un evento del tutto casuale, che non val la pena di svelare. Un incidente, di cui non comprende bene la natura. E cerca quindi, trovandosi implicato in un avvenimento doloroso di cui non ha alcuna conoscenza, di comportarsi con razionalità, cercando di perseguire il bene comune, la verità. Solo che il suo modo di comportarsi risulta assurdo, incomprensibile, a chi della città ideale deve curare le leggi, e si ritrova sempre più imprigionato in una ragnatela da cui è impossibile uscire, dato che continua ad inseguire una utopica verità universale in una ancora più utopica città ideale. Ed è molto curioso che alcune scene siano state girate davanti alle sedi del Monte dei Paschi, al Palazzo di Giustizia, prima dello scoperchiarsi del marcio della città ideale. Quando la fantasia supera la realtà. E la soluzione non si otterrà, se mai la si otterrà, con le leggi e la razionalità, ma ritornando a Palermo, e rivolgendosi ad un avvocato di non specchiata moralità.

In un film del genere quello che conta è il clima, la suspence, il mutare anche fisico del personaggio man mano che la storia procede. E Lo Cascio se la cava bene, sia come autore e attore che come regista. Un thriller psicologico, con amare riflessioni sull’oggi, sulla inarrivabilità di una città ideale anche per chi cerca in tutti i modi di inseguirla. Un film pessimista, ma realistico, in cui la città ideale, Siena, si presta bene con le sue atmosfere rarefatte, la pioggia la nebbia, le luci a rendere le situazioni. Il regista ha la capacità di avventurarsi in una storia kafkiana senza appesantire troppo il tema.

La città ideale, regia di Luigi Lo Cascio, con Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Roberto Herlitzka, Alfonso Santagata, sceneggiatura di Luigi Lo Cascio, Massimo Gaudioso, Desideria Rayner, Virginia Borgi, Italia 2012.

 

Il carcere in pellicola

Giacomo Pisani

Mercoledì 3 Aprile presso l’Ex Palazzo delle Poste dell’Università degli Studi di Bari è stata inaugurata la mostra “eVisioni – Il carcere raccontato in pellicola, collage e graffiti” a cura di Antigone Piemonte Onlus, finanziata dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo, e realizzata in collaborazione col Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino, la Mediateca Regionale Pugliese, il Centro studi dell’Apulia Film Commission, il Museo della Memoria Carceraria – La Castiglia di Saluzzo (CN), il Ministero della Giustizia – Casa circondariale di Bari e l’associazione “Sapori Reclusi”. La serata inaugurale è stata moderata da Luigi Pannarale, docente di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Bari.

La mostra è visitabile fino al 18 Aprile, e raccoglie locandine cinematografiche di film a tema carcerario curata da Claudio Sarzotti e Guglielmo Siniscalchi. Sono inoltre esposti i collages realizzati dall’artista Agnese Purgatorio con le detenute della Casa Circondariale di Bari per il Centro di Documentazione e Cultura delle Donne, e fotografie di graffiti, a cura di Davide Dutto, realizzate presso l’ex carcere della Castiglia di Saluzzo (CN), che ospiterà tra qualche mese il primo museo in Italia dedicato interamente alla storia del carcere.

Il carcere è il lato oscuro della società, il negativo dell’esistenza normalizzata. È un buco nero e, in quanto tale, ha provocato a lungo l’uomo, delineandosi come ciò che è dall’altra parte, nel regno quasi intangibile dell’ingiusto, dell’anormale, della reclusione appunto. Il cinema ha gettato una luce sul carcere, lo ha oggettivato, ha reso lo spettro riconoscibile. Ma spesso esso è divenuto, in quanto oggetto, circoscritto nella sua irriducibile estraneità, quasi fosse altro rispetto all’umano. La sfida del cinema è tutta qui. Il cinema può ridurre la reclusione a oggetto de-limitato, nello spazio e nelle possibilità, alle mura del carcere, o farci percepire l’umanità della vita reclusa.

Esso può allora riempire il carcere di possibilità di uomini in carne e ossa, ponendoci di fronte al risvolto sempre eventuale delle nostre azioni. Perché è l’umanità stessa, al di fuori di un certo reticolo di possibilità “normali”, a sprofondare nella reclusione, nel lato oscuro, che è il negativo della vita istituzionalizzata. Esso, dunque, ci coinvolge costitutivamente, perché ha al fondo decisioni, condizioni e scelte, della stessa natura di quelle a cui, in ogni momento, la nostra esistenza è chiamata a dare risposta. Noi stessi siamo irrimediabilmente inscritti in questo gioco.

Il diritto, allora, non è un limite assoluto che, calato dal cielo, separa ciò che è giusto da ciò che non lo è. La vita è continuamente implicata nel negativo, nella non-possibilità, quella non normalizzata, nell’ingiusto. In tal modo, essa costituisce un piano di immanenza che si intreccia, sin dalle radici, al piano del diritto, che condiziona la vita e la dirige, senza tuttavia cancellare quel margine di indeterminazione che ci rende costantemente reclusi. Che ci impone, insomma, di scegliere continuamente. E nella scelta il negativo è sempre in agguato, al di là della pellicola, dove la vita prende forma.

Le locandine sono allora pezzi di vita che definiscono un universo di emozioni e di esperienze che rovesciano il negativo per impregnarlo di umanità. I graffiti sui muri del carcere sono strappi nel tempo piano e immutato, attraverso i quali l’uomo recluso cerca di avvicinare il mondo fuori dalle sbarre, per far filtrare frammenti di tempo vissuto. Perché il carcerato è recluso anche dal tempo, che scorre sempre identico, senza lasciarsi afferrare dalle scelte, indifferente alla noia, sordo ai passi che segnano il vuoto dell’attesa. Il cinema è tutto questo, è la vita rinchiusa dietro le sbarre, è lo sguardo del sorvegliante lì a pochi passi, eppure così lontano. Perché siamo tutti sospesi, fra la libertà e la reclusione, oltre la soglia di una scelta, fra le sbarre di una cella, dove gli occhi del sorvegliante sono come una pistola puntata sull’esistenza, in ogni secondo.

Tre leggi per la giustizia e i diritti. Tortura, carceri, droghe
Oggi 9 aprile si firma per la Campagna davanti ai Tribunali di tutta Italia

Letteratura per la vita

Paolo Fabbri

La letteratura, dicono in tanti, abita solo mondi possibili; il mondo reale può solo rifletterlo, rispecchiarlo, oppure rifrangerlo, travisarlo. Strana idea! Eppure le lettere e i letterati fanno parte integrante del mondo reale di cui traducono a modo loro le esperienze. Basta guardare ai premi letterari - ai criteri di scelta dei Nobel - e alle statistiche di vendita che circolano in rete e nei supplementi di stampa. Anche la critica letteraria, in tempi di crisi, dovrebbe rivendicare senza vergogna la condivisa etimologia, che è “valutare e giudicare”. Se la crisi ci fa metter giudizio, quello critico potrebbe servire. Dipende dalla critica naturalmente. Non quella che Barthes chiamava “epitetica”, specializzata nella selezione di aggettivi, per decorare rapide interviste d’autore: neppure quella “parametrica” - sempre Barthes - alla ricerca di metodi scelti in funzione dei prodotti dall’industria editoriale. Né quella “tautologica” cioè socio-storica: per cui tutto quel che è letterale è tale perché tali sono le condizioni o i contesti - finchè non cambiano, naturalmente.

Pensiamo piuttosto alla critica tipologica, che sceglie con cura i bei tipi o i tipacci con cui classificare e interdefinire i personaggi della realtà/finzione politica. Individui tutt’altro che immaginari; soggetti così iperreali da risultare poco credibili. Un progetto tassonomico ci vuole per “fare chiarezza” nella congerie di pubblici e privati malandrini che i media offrono oggi, alla rinfusa, alla nostra sorpresa: “Non credevo, corrotti fino a questo punto, ecc!”. Ebbene, gli studi tipologici del romanzo non sono avari di modelli. È il caso della cricca metalinguistica formata dal Furfante, dallo Sciocco, dal Buffone e infine dal Furbo. Dramatis personae maschili e/o femminili, o ruoli attanziali – semioticus dixit – che abitano mondi reali dove convivono con noi, cioè coi loro Babbei (dalla base onom. babb- col suff. spreg. béo) .

Il Furfante lo conosciamo d’esperienza e non ha bisogno di ulteriori esplicitazioni: dall’antico francese fors-faire – è uno che la fa sempre fuori: dalle norme e dalle regole. Se fate la legge, lui gabba lo santo. Una norma per lui è solo lo spostamento dell’illegalismo. Invito i lettori a non perdere tempo a riempire con nomi proprii questa casella: si finisce per perdere il conto o per smettere di leggere. Passiamo allo Sciocco - quello che non ricorda, non c’era, non sa chi paga l’affitto di casa o la escort, non controlla, non trova le ricevute, ecc.; è spesso il figlio o parente di veri Furfanti, ed è quello che si fa sorprendere e prendere. Ben gli sta! Poi viene il temibile Buffone, che è il Furfante con la maschera dello Sciocco: maschera più o meno aggiustata, dietro alla quale fa capolino a piede libero, ma persino dalle laiche galere, dai clericali conventi, dai benestanti residenze coatte, “domiciliari”. Lui ruba a man salva e con un certo qual rispetto: comincia spesso da pensionati, e bambini. Sta bene persino in cella, dove altri spifferano oppure si sopprimono. Piace anche ai media, ma mi raccomando: con questo tipo di Buffone c’è poco da ridere! È lui che sogghigna di noi.

Ultimo viene il Furbo. Non il Furbetto, che è uno Sciocco travestito da Furfante. Proprio il Furbo, quello che non ha mai pagato il dazio e prende tutti per Babbei; tutti noi s’intende, ma persino i Furfanti, mascherati e smascherati. Lo conosciamo bene, ma non c’è progetto politico che lo possa rottamare, inchiesta giudiziaria né legge anticorruzione che riuscirà ad incastrarlo; lui morirà nel suo letto senza insudiciare le nostre celle, già affollatissime di Furfanti, Sciocchi, Buffoni e Babbei. Tutti in attesa del prossimo, inevitabile indulto.

Dagli all’untore

G.B. Zorzoli

Il classico dagli all’untore sintetizza al meglio l’effetto della sentenza di condanna a sei anni per i membri della Commissione Grandi Rischi, rei di mancata previsione. L’edilizia illegale, tollerata. La mancata applicazione delle norme antisismiche da parte dei costruttori, che ha fra l’altro provocato il crollo della Casa dello studente e la morte di nove studenti. Chi doveva controllare che fossero rispettate e non l’ha fatto. I tre condoni edilizi, approvati da governi e assemblee parlamentari. L’accurata ricerca del CNR, che negli anni Settanta aveva individuato gli interventi da effettuare sull’edilizia allora esistente (incluso il patrimonio storico) per metterla in sicurezza sismica: sarebbero bastati 25 miliardi di euro, adesso saliti a quasi il doppio per far fronte ai successivi scempi edilizi, ma la ricerca è finita in qualche polveroso archivio. Il mancato, periodico addestramento della popolazione, come si usa fare altrove in zone di rilevante sismicità. Tutto questo passa in sottordine: i morti si potevano evitare (non i danni materiali, in particolare dei beni di valore artistico-culturale), se la Commissione Grandi Rischi avesse avvertito per tempo la popolazione aquilana.

Non credo però che i giudici abbiano scientemente emesso un verdetto di colpevolezza per fornire un alibi ai troppi colpevoli degli effetti disastrosi di un sisma di notevole intensità, ma di per sé gestibile. All’errore – perché di errore si tratta – ha certamente contribuito la visione mitica di una scienza ben diversa da quella reale, descritta con immagini efficaci da Karl Popper: “la scienza non posa su un solido strato di roccia… È come un edificio costruito su palafitte… e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo… quando riteniamo che almeno per il momento siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura”. Descrizione che massimamente si applica alla sismologia, ancora incapace di previsioni affidabili.

Non si tratta però soltanto di limiti culturali soggettivi. Presupposto del pensiero unico è la riduzione ad assiomi, quindi non contestabili in quanto di validità assoluta e astorica, dei modelli interpretativi del mondo fisico, dei sistemi economici, delle dinamiche sociali, ecc., che vanno dalla formalizzazione matematica di quelli fisici fino all’astrazione puramente concettuale di quelli filosofici. Modelli che, per definizione, semplificano realtà troppo complesse per essere integralmente recepite al loro interno. Quindi perfettibili per via evolutiva o attraverso drastici cambiamenti di paradigma.

Di tutti i settori della conoscenza il sapere scientifico è quello che meglio si presta alla Weltanschauung che il pensiero unico cerca di imporre. Della sua oggettività assoluta sono convinti molti di coloro che quotidianamente lo praticano, figuriamoci gli altri. Se qualcuno contesta l’utilizzo al servizio del pensiero unico di questa idea della scienza, è pertanto un oscurantistica, da emarginare; se il colpevole è un uomo di scienza, certamente nasconde intenzioni riprovevoli. È la versione aggiornata del malcapitato che nell’URSS staliniana non raggiungeva gli obiettivi fissati dal piano quinquennale, per definizione infallibile: colpevole come minimo di essere venuto meno ai propri doveri, spesso consapevole sabotatore delle magnifiche sorti del proletariato, la condanna a una lunga detenzione nei lager era il meno che gli potesse capitare. Se chi si occupa di sismi non prevede luogo, giorno e intensità di un terremoto, dagli all’untore.