Nono e Ungaretti, concerto a due voci

nono_ungarettiCecilia Bello Minciacchi

Con un superlativo entusiasmo – «titolo: “la terra promessa” poesie meravigliose!!!!!!!!!!!!!!!» – Luigi Nono promette a Wolfgang Steinecke, per i vicini Darmstädter Ferienkurse, la prima esecuzione della sua opera per «soprano solo», coro da camera «e forse alcuni fiati e forse alcuni strumenti a percussione», sull’omonimo ciclo poetico ungarettiano. È il 15 febbraio 1958; qualche mese più tardi l’opera riceve il suo titolo definitivo, Cori di Didone, e, cadute sia le aurorali ipotesi di violino ed elettronica, sia la successiva idea di ricorrere a due soprani solisti, trova espressione nel suo celebre strumentale nitido, essenziale quanto suggestivo: coro e percussioni (otto piatti sospesi, quattro tamtam e campane). Durante le prove un ben consapevole Nono mette a parte la moglie, Nuria Schönberg, della novità e dell’intensità raggiunte: «“i cori di Didone”: sono molto belli e nuovi!!! Daranno molto fastidio alla Kölnschule! Espressione-tecnica-risultato: semplicissimo e immediato […] forse si ripete oggi, quanto già nel 1600 con Monteverdi». Il 7 settembre 1958 la prima assoluta alla Mathildenhöhe di Darmstadt riscuote grandissima attenzione e recensioni numerose; Ungaretti, che aveva già disdetto altri impegni di fine estate, non assiste al concerto: la moglie Jeanne, dalla salute ormai gravemente compromessa, sarebbe morta tre giorni dopo. L’immediato telegramma di Nono gli reca stima, felicità per l’accoglienza del pubblico e gratitudine: i «CORI DI DIDONE TESTIMONIANO ANCHE IN GERMANIA LA BELLEZZA INTENSAMENTE UMANA DEL SUO SPIRITO GRANDISSIMO SUCCESSO CON BIS DELLINTERA COMPOSIZIONE GRAZIE A LEI». Con il medesimo tono, pieno di rispetto e affettuosa vicinanza, il giovane compositore si era fin dall’inizio rivolto al poeta: nel giugno del 1950 gli scriveva «Maestro carissimo, il desiderio mio di vederLa s’è realizzato sotto la forma di sogno».

Del legame più che ventennale intercorso tra Nono e Ungaretti Per un sospeso fuoco, il carteggio appena dato alle stampe per le cure di Paolo Dal Molin e Maria Carla Papini che firmano rispettivamente introduzione e postfazione, documenta un arco assai ampio, quasi integrale: dal giugno 1950 al novembre 1969, a pochi mesi dalla morte di Ungaretti. Il primo incontro con il poeta che «da tanto tempo leggeva e amava», ricorda Nono, e la cui voce era stata «una grandissima lezione musicale», era avvenuto nel primo dopoguerra, quando già desiderava musicarne alcuni versi. Ma questa aspirazione viene soddisfatta solo nel 1958, appunto, coi Cori di Didone tratti dalla Terra promessa: un testo scritto da Ungaretti mentre dedicava a Leopardi meditazioni e saggi e tendeva il suo sensibilissimo orecchio ai madrigali tassiani e al melodramma. Forme del resto adattissime al declino della regina cartaginese, «cosa in rovina e abbandonata», e adattissime pure alle «qualità di elevazione lirica» che Massimo Mila ha riconosciuto a Nono, qui impegnato a separare e verticalizzare non solo sillabe ma singole vocali e consonanti.

Una proposta di collaborazione al teatro musicale cui Nono si stava dedicando, invece, non troverà mai realizzazione, nonostante i tentativi di Ungaretti che, dubitando delle proprie «attitudini» a scrivere un dramma, aveva coinvolto prima Cesare Zavattini, poi un suo «giovane scolaro», Mario Diacono (al secolo Mario D’Amico), col quale aveva pur steso nel 1958 l’abbozzo per un’opera dal Diario di Anne Frank: un’altra inerme vittima della storia, un’eroina perseguitata, emblema commovente d’insensato sacrificio. Del suo Diario Ungaretti intendeva portare in scena le ultime «24 ore», lasciando che i cori dessero conto dei fatti avvenuti prima e commentassero sia gli «stati d’animo di Anna» sia quelli «del momento storico». Nel 1957 Nono aveva anticipato a Steinecke questo progetto di collaborazione con Ungaretti, che immaginava di fare «un pezzo chiaro come un Eschilo, così forte, così complesso, così classico». Tra i meriti del volume è la riproduzione dell’inedito dattiloscritto di Diacono dedicato alla coatta clandestinità di Anne, al mondo che irredimibile «va alla rovescia».

Il carteggio è accompagnato da un commento che definire dettagliato sarebbe insufficiente e ingrato, tanto è puntuale e generoso. La curatela è ben conscia (e a buon diritto ben paga) di sé: è sontuosa per prodiga capillarità e per corredo di apparati. Tenace nel precisare o ricostruire spostamenti, nel riannodare fili, riflessioni e progetti artistici, relazioni di amicizia o contatti sporadici. Segue l’inesausta curiosità di Ungaretti e i suoi viaggi – Giramondo era il primitivo titolo delle prose di viaggio che usciranno poi come Il Deserto e dopo –; dà conto di anni centrali nella ricerca e nella produzione di Nono, e al contempo ricostruisce un intero ambiente musicale, italiano ed europeo. Con questo non si vuol certo dire che il carteggio sia un pretesto, benché occupi, note comprese, non più di un terzo del volume; si vuole sottolineare, piuttosto, che nella curatela di Paolo Dal Molin e Maria Carla Papini la corrispondenza Nono-Ungaretti è un nucleo vivo da cui si diramano, suffragate da brani di altri epistolari e da fonti documentarie dirette, notizie minuziose che toccano vicende biografiche dei due artisti, riflessioni di poetica, intenti estetici, reazioni della critica e avvenimenti culturali italiani (il lungo e agguerrito dibattito su Intolleranza 1960, la nascita del Gruppo 63) e relazioni internazionali – festival e commissioni – indispensabili alla musica di Nono. Molto, e utilmente, danno ancor oggi da rimuginare la proibizione RAI della Fabbrica illuminata su «testi-montaggi» di Giuliano Scabia; lo sfogo di Nono sui «critici – veri parassiti della cultura» che sulle sue opere equivocano, fermi come sono «al teatro psicologico alla Ibsen»; il sarcasmo di Mila sul «terrorismo critico, o piuttosto acritico» di quanti, nel 1962, compativano i colleghi giornalisti e musicologi costretti ad ascoltare le «bidonate» e gli «orrori» della Biennale veneziana.

Luigi Nono e Giuseppe Ungaretti

Per un sospeso fuoco. Lettere 1950-1969

a cura di Paolo Dal Molin e Maria Carla Papini

il Saggiatore, 2016, 476 pp., € 22

In cerca dell’uomo invisibile. Trovare Corrado Costa

Andrea Cortellessa

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica. Dopo un periodo in cui del Gruppo 63 si diceva per lo più peste e corna, condannandolo tutto al dimenticatoio, la vulgata odierna – solo in apparenza più moderata – pare averci regolato i conti, e deciso cosa resterà (e cosa no).

Ma neppure il più generoso dei canoni include uno come Costa: che per tutta la vita ha giocato proprio col paradosso della sua assenza-presenza. Il titolo del suo libro forse più bello e introvabile (stampato oltreoceano dall’amico Paul Vangelisti), The Complete Films, è il suo gioco di prestigio per eccellenza. Nessuna biblioteca d’avanguardia potrà mai dirsi «completa» se priva di questo libro; un libro che però non si può trovare, non si può vedere (avevo pensato fosse un contrappasso spiritoso dare lo stesso titolo alla corposa antologia dei suoi scritti curata da Eugenio Gazzola, per fuoriformato, nel 2007; ma c’è poco da scherzare: già oggi quel libro è raro quasi quanto il suo omonimo di 24 anni prima…).

Qui Costa elabora il suo mito personale dell’«uomo invisibile»: «Non danno molti film / di ‘L’uomo invisibile’ / o / ne danno molti. […] / non riusciamo mai a sapere / se c’è l’uomo invisibile. / Finisce sempre che l’uomo invisibile / non si vede mai. / Potrebbe essere stato / anche un altro film».

Il film di Costa è sempre un altro: lui è ovunque e in nessun luogo. Come ha scritto un altro suo amico, Nanni Balestrini, il «vuoto» che ha «lasciato» Costa è «anche un pieno»: «un vuoto lasciato pieno» è la cifra dell’uomo invisibile. Sottrarsi, sparire, volatilizzarsi. Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria: anche l’avanguardia o, forse, lei soprattutto (anche la Signorina Richmond, del resto, era un uccello…). Seguendo le orme di Emilio Villa (che aveva «pubblicato» la sua poesia I sassi nel fiume incidendola su delle pietre che lanciò nel Tevere), nel 1978 una delle performance più esemplari di Costa consisté nel mandare al rogo, gauleiter di se stesso, la tiratura invenduta di un suo libro di tre anni prima, Santa Giovanna demonomaniaca (del resto dedicato a Giovanna d’Arco…).

Dice Giulia Niccolai – che insieme ad Adriano Spatola, all’indomani della chiusura di «Quindici» e dello scioglimento del Gruppo, si ritirò nella casa di campagna dell’avvocato Costa, a Mulino di Bazzano sull’Enza, e lì per un quindicennio diede vita a una delle più singolari Zone Temporaneamente Autonome della storia dell’arte – che questi suoi comportamenti erano «sintomo di lievità», del suo «non dar peso» alle cose e a se stesso.

Certo Costa è stato il più spiritoso – il più spiritato, il più spirituale – autore della seconda avanguardia; ma questa sua leggerezza, questo suo dissolversi nell’aria, come quello del suo avatar nella prima avanguardia, Palazzeschi, è conseguenza di un incendio (il bellissimo fascicolo che gli ha appena dedicato «il verri» ha in copertina una delle sue geniali poesie-immagine dal titolo Il mangiatore di fuoco; dove in corrispondenza dello stomaco dell’omino c’è il buco, dai bordi strinati, lasciato appunto dal fuoco che ha attraversato la carta: esattissimo re-enactement, e se casuale tanto meglio, della poesia di Palazzeschi che disegna spietata la sorte di ogni avanguardia, Boccanera del 1915…).

Anche il sorriso di Costa era il segno di un Controdolore che bruciava (nel suo romanzo incompiuto e inedito, depositato alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia – come il resto delle sue carte, amorosamente ordinate da Maurizio Festanti e il cui catalogo è consultabile on-line; così come, con un po’ di pazienza, i suoi libri d’artista in copia unica –, a un certo punto si legge: «Io sono un vero uomo, corteggiato dalla paura, che riesce a far finta di niente»).

C’è di che rallegrarsi nel vedere come l’ultima generazione di poeti stia «mettendo a fuoco» una figura così sfuggente. La nuovissima collana bilingue Benway Series, diretta da Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano, ha appena riproposto un suo breve e singolarissimo, alquanto pornografico «saggio a fumetti» dal titolo La sadisfazione letteraria (pubblicato nel ’76 dalla Cooperativa Scrittori): come l’eros libertino è privo di scopo riproduttivo così la letteratura per Costa, spiega Ivanna Rossi, «non può assumere il compito di riprodurre, perpetuare e rispecchiare la società e la classe dominante così com’è». E sul «verri» c’è un saggio acutissimo di Giovenale, che fa di quella di Costa l’archetipo di una «postpoésie» che «blocca la rincorsa modernista del necessario, della struttura data, fissa, scolpita, invariante». In effetti tutto varia, in Costa; tutto scorre, si rintana e improvvisamente riappare (come il fiume del suo poemetto-sphragis, così diverso da quelli di Ungaretti).

Si imparano tante cose dal libro assai singolare, e felicemente disordinato, di Ivanna Rossi (già allieva di Luciano Anceschi e, per qualche tempo, Assessore alla cultura di Reggio Emilia). Che ha l’umiltà di chi sa che non c’è modo di fare una figura peggiore di chi si metta a spiegare un motto di spirito. Per esempio la poesia-immagine (dalla bellissima serie I casalinghi) che sta in copertina al libro, e gli dà il titolo-witz: «Una lampadina nera, invece di far luce, diffonde un cono di parole oscure, che vanno a friggere in un padellino. La poesia è una cosa del genere, beato chi ne capisce lo sfrigolìo. Nessun problema, dice però Corrado. Basta una comunissima presa elettrica, e la poesia è subito “con presa”».

Ma se è un lavoro prezioso, quello di Ivanna Rossi, è proprio per la caparbietà di spiegare tutto: incluso quello che non vale la pena spiegare, così come quanto spiegare davvero non si può (e non conta che, qui e là, si possa restare perplessi – come nell’interpretazione dell’opera prima Pseudobaudelaire, del ’64). Se le poesie di Costa sono dei rebus (tutte, non solo quelle in forma di immagine, sono per Rossi «la punta di un iceberg»: ancora la dialettica, così pericolosa per noi navigatori, di visibile e invisibile…), è impossibile per il loro lettore – ha scritto Giulia Niccolai – non tentare di «capire che cosa ci sia dietro». Già. Ma appunto dietro alla poesia non c’è altro, ci ha avvertito Costa con un sorriso, che il suo retro. Dietro, cioè, non c’è nulla. Nulla, almeno, che si possa vedere.

Ivanna Rossi
Poesia oscura con presa. Leggere Corrado Costa
Consulta Libri e Progetti, 2013, 272 pp., € 15,00

Corrado Costa
La sadisfazione letteraria. Manuale per l’educazione dello scrittore
con la traduzione in inglese di Paul Vangelisti
Tielleci «Benway Series», 2013, 96 pp., € 10,00

Il titolo lo mettiamo dopo. I libri d’artista di Corrado Costa
Catalogo della mostra (Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 7 luglio-1 settembre 2012)
a cura di Mario Bertoni e Chiara Panizzi
Biblioteca Panizzi Edizioni, 2012, 97 pp., € 10,00