L’amore della Marea Amarildo

Barbara Szaniecki e Giuseppe Cocco

Fino a metà 2013, la città di Rio de Janeiro sembrava offrire un palcoscenico perfetto per lo spettacolo della rappresentanza. Da tempo stavamo analizzando lo stretto rapporto tra museificazione della cultura e gentrificazione della città e il ruolo del Museu de Arte do Rio de Janeiro (MAR), ciliegina sulla torta della rivitalizzazione della zona portuaria. Ed ecco che, in marzo, l’inaugurazione del MAR è stato teatro di un evento nuovo. Mentre il Sindaco, il Governatore, la Ministra della Cultura e la Presidente della Repubblica si riunivano con la famiglia proprietaria della GLOBO e concessionaria del nuovo museo, fuori dalla festa, manifestanti dei movimenti dei senza tetto e di collettivi culturali gridavano: «Il Sertão non diventerà MAR(e)»1, riprendendo a rovescio una delle profezie della rivolta messianica di Canudos. Il riferimento è alla resistenza storica della secessione messianica e al fatto che furono i reduci dalla guerra del Sertão che costruirono la prima favela di Rio, sul Morro della Providência, proprio lí nella zona portuaria di Rio. Erano in pochi a protestare fuori dal nuovo museo protetto dalla polizia. Tutto sotto controllo? La storia sembrava ripetersi ma, inaspettatamente, qualcosa cominciò a muoversi. Il movimento nato a giugno si presenta come l’espressione mostruosa della costituzione della moltitudine prodottasi durante il governo Lula, e una delle prospettive più interessanti per coglierne la dinamica costituente, tra le reti e le piazze, sembra essere quella della sua «arte»: un'arte della moltitudine.

Espressione mostruosa della costituzione moltitudinaria

I concetti di moltitudine e di mostro sono due strumenti efficaci per afferrare le trasformazioni sociali nel Brasile degli ultimi dieci anni. Molto si è detto intorno alla Classe C2. Quando è scoppiato il movimento, si è cominciato invece a parlare di moltitudine. La stessa cosa succede con il termine di mostro. La diffusione di questi termini sembra sottolineare la loro adeguatezza rispetto alla realtà. Antonio Negri presenta il concetto di moltitudine per lo meno in tre prospettive specifiche e complementari: sul piano sociologico, si tratta delle trasformazioni legate al passaggio dalle economie basate sul lavoro disciplinare di fabbrica a quelle basate sulle reti diffuse nella metropoli e quindi a forme di lavoro sempre più immateriali. Da questa percezione deriva il secondo piano, politico: nuove forme produttive richiedono nuove forme politiche. Se il lavoro di fabbrica aveva prodotto il sindacato e i partiti dei lavoratori, i nuovi sistemi produttivi metropolitani richiedono nuove organizzazioni politiche. Ed è proprio in questo gap tra le attuali potenti forme di produzione e le vecchie forme della politica che risiede la crisi della rappresentanza. Sul terzo piano, quello ontologico, «che cos’è la moltitudine»? Mentre le classi sociali – vecchie e nuove classi medie nel caso del Brasile di oggi – si definiscono a priori via dati statistici, la moltitudine si costituisce nelle lotte.

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foto di Katja Schilirò

L’approccio della nuova composizione sociale in termini di Classe C riconosce la trasformazione economica della società brasiliana avvenuta durante i governi Lula, ma sottovaluta l’emergenza dei desideri di formarsi e informarsi, esprimersi, comunicare, circolare, esercitare la cittadinanza. Insomma, ignora i desideri di affermazione della biopolitica come potenza della vita e critica dell’uso dell’arte, della cultura e della communicazione come biopotere sotto nuove forme di marketing elettorale. Nonostante le difficoltà vissute nelle metropoli brasiliane, la moltitudine è superproduttiva, iperinformata e ultraconnessa. Se la nozione di moltitudine sembra adeguata ai soggetti che hanno promosso le trasformazioni del Brasile, quella di mostro funziona per capire le soggettività in azione nelle manifestazioni. Questa costituzione mostruosa si presenta sotto due aspetti complementari. In primo luogo, come il «corpo senza organi» di Deleuze e Guattari, ossia un corpo che è intensità piuttosto che un'intenzione. Non si tratta però di uno stadio anteriore alla moltitudine che, a sua volta sarebbe una tappa anteriore alla formazione di classi sociali o di corpi istituzionali. Il mostro non è una tappa storica: il mostro è sempre lí, in agguato. In secondo luogo, va associata al General Intellect di Marx: l’intelligenza produttiva e politicizzata che mette in evidenza opere che sono il frutto di processi collettivi che non eliminano le singolarità. Né bello né brutto, né buono né cattivo, né vero né falso, il mostro sconfigura le nostre certezze estetiche e politiche e, in questo movimento, promuove simultaneamente angoscia e allegria. La faccia più politicizzata della moltitudine non ha niente di autoritario, al contrario, è un terreno di sperimentazione e innovazione fondamentalmente democratico. Il mostro è la vera democrazia nella quale forme e contenuti, principi e processi, mezzi e fini sono indissocciabili.

RJ 2013: dal Monopoly alla metropoli della moltitudine

Moltitudine e mostro indicano altre possibili connessioni tra corpo e mente, tra individuo e società, tra saperi e poteri. Come coglierle? Come si configura un’arte della moltitudine o un’estetica del mostro che possa indicare nuove forme sociali e politiche potenti? Nelle manifestazioni, maschere, costumi, performances, striscioni, scherzi e parolacce sono indirizzati ai politici e agli imprenditori. Tutto ciò porta al carnevale: non però al carnevale spettacolarizzato con le grandi marche di consumo e discorsi di proprietà, ma alla carnevalizzazione della moltitudine come processi dal basso, apertura dei saperi e poteri costituiti, relativizzazione della verità unica e assoluta e costituzione di altre verità. Oltre alla carnevalizzazione, possiamo osservare un’estetica dell’occupazione. Dopo le acampadas del 15M e l’OccupyWallStreet, abbiamo visto proliferare l’OcupaCinelandia (nel centro), l’OcupaMeier (nella zona nord), l’OcupaPovos (occupazione contro il vertice ufficiale Rio+20). Oggi questa forma di lotta è ritornata con l’Ocupabral3, Ocupapaes4, Ocupacamara5 e OcupaAlerj6. Senza contare le molte altre occupazioni di palazzi abbandonati e, ovviamente, le occupazioni storiche nelle favelas. Viste come mostruose, queste occupazioni sono sotto costante minaccia di sgombero. Favelas e occupazioni esistono per via della mancanza di possibilità abitative regolari, ma anche come affermazione di altri modi di vita, di stare nella città, di fare un’altra città.

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foto di Katja Schilirò

Dal MAR alla Marea Amarildo: moltitudine connessa e comune

All’inizio dell’anno, il sindaco aveva distribuito in tutte le scuole pubbliche di Rio un gioco del Monopoli adattato alla città di Rio, elevando la speculazione ludica a norma del suo trionfale progetto. Uno dei primi effetti del movimento di giugno è stato di far crollare questo castello di carte. La sovversione carnevalizzata della città monopoli in metropoli della moltitudine è stata possibile per mezzo di una potente interconnessione. L’immagine del Coletivo Projetação - Amar é a Maré Amarildo7 - sembra aver inspirato una marea infinita di forme espressive che ha attraversato la città manifestando il suo dolore per la strage di giovani nella favela della Maré e per la scomparsa di Amarildo nella favela della Rocinha, entrambi opere della polizia. Dall’onda di violenzia è nata una marea di amore: la Marea Amarildo è un modo di dire ai potenti che governano la città che, anche se la violenza che reprime le manifestazioni nella città è incomparabile a quella che quotidianamente colpisce i poveri nelle favelas, siamo tutti Amarildo. Una connessione politica con una pluralità di linguaggi artistici.

Torniamo alla scena del MAR, all'inizio del nostro articolo. Poco meno di sei mesi dopo la sua inaugurazione, i manifestanti sono tornati al Museo per incontrare il sindaco e il governatore che dovevano partecipare a una cerimonia. Il clima con la polizia era molto teso. Con un megafono in mano, il curatore del museo ha cercato di proporre una mediazione. Pur coraggiosamente impegnato nell'evitare l'arresto dei manifestanti, sembra che a un certo punto il curatore abbia detto che le loro maschere e le loro azioni gli facevano paura. «Ma perché? Questa è una performance!» gli hanno risposto i manifestanti. Non sappiamo cosa il curatore pensi dell’estetica delle manifestazioni – se è d’accordo con l’affermazione che si tratta di performances o, più in generale, di arte – e difficilmente lo sapremo. Riprendiamo quel che Antonio Negri suggerisce in un articolo intitolato Metamorfosi: arte e lavoro immateriale8. Cosa caratterizzerebbe, nel contemporaneo, il lavoro e l’arte in quanto affermazione della potenza della vita? Negri ritiene che il lavoro biopolitico sia un happening multitudinario che si apre al comune.

Più che l'«arte», nel senso che tradizionalmente l'estetica con le sue categorie attribuisce a questo termine, sembra cercar di cogliere l’«artistico» del/nel lavoro contemporaneo. Uno «stile artistico» attraversato dall’etica, esigerebbe, in un primo momento, un tuffo nel movimento infinito dei corpi e degli eventi che lo circondano; in un secondo momento, riflessivo, questa immersione delle singolarità nella molteplicità dello sciame incontra l’amore – forza che si forma nell’incontro tra il conatus e la cupiditas. E infine, in un terzo momento, sempre considerando l’omologia tra natura operativa dell’immateriale (cognitivo, culturale, creativo, affettivo) e la formazione degli sciami, il comune che si sviluppa in forme artistiche deve adesso incarnarsi in una decisione collettiva. Il sublime, secondo Negri, è l’agire etico nella costituzione di un telos della moltitudine. La Marea Amarildo che si è configurata negli ultimi mesi nella molteplicità di linguaggi delle reti e delle piazze è l’«artistico» del lavoro biopolitico nella metropoli carioca che, di fronte ai paradossi e ai pericoli del momento, deve dare senso etico alle nostre decisioni collettive e alla nostra vita comune. Questa arte della moltitudine, nei giorni a venire, consisterà nel mantenere questa connessione attiva, intensa, comune.

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  1. «O Sertão não vai virar Mar»: si tratta di un gioco di parole, visto che MAR (sigla del museo) significa anche mare e, allo stesso tempo, è l’inversione della profezia di Antonio Conselheiro, il leader messiânico di Canudos (nella regione semi-arida e povera del nordest) che diceva «o Sertão vai virar mar». []
  2. Con Classe C, si intende quella parte della popolazione per la quale il soddisfacimento di bisogni quali l'alimentazione e l'abitazione non sono più la preoccupazione principale, e che rappresenta oggi più del 50% della popolazione brasiliana. []
  3. Occupazione sotto la residenza privata del governatore Sergio Cabral. []
  4. Occupazione davanti alla residenza ufficiale del Sindico Eduardo Paes. []
  5. Occupazione del palazzo del Consiglio Comunale di Rio (Câmara dos Vereadores). []
  6. Occupazione del parlamento dello Stato di Rio (Assembleia Legislativa). []
  7. Un gioco di parole che mette insieme il verbo Amare con Maré (nome della grande favela dove la polizia militare há ucciso una decina di abitanti durante le manifestazioni di giugno) e Amarildo (nome dell’abitante della favela dela Rocinha scomparso in luglio durante le manifestazioni e mai più ritrovato. []
  8. Antonio Negri, Art et Multitude – Neuf lettres sur l’art suivies de Métamorphoses, Mille et Une Nuits, Paris 2009. []

Un Brasile minore contro un Brasile maggiore

Intervista di Lola Matamala a Giuseppe Cocco

Giuseppe Cocco, professore di Teoria Politica presso l'Università Federale di Rio e membro della rete Universidad Nómada, è senz'altro uno degli osservatori più attenti delle vicende brasiliane. In italiano ha pubblicato, con Antonio Negri, Global. Biopotere e lotte in America Latina (manifestolibri) e recentemente in spagnolo MundoBraz. El devenir mundo de Brasil y el devenir Brasil del Mundo (Traficantes de Sueños).

L'aumento di 20 centesimi del trasporto pubblico è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ha esaurito la pazienza della società brasiliana che si è trasformata in una polveriera accesa da una serie di manifestazioni che hanno attraversato tutto il paese. La presenza di milioni di brasiliani nelle strade e nelle piazze ha colto di sorpresa il governo del paese e ha attirato l'attenzione stupita dei mass media di mezzo mondo e degli abitanti di molti posti diversi in tutto il pianeta. Secondo lei come si sono sviluppate queste mobilitazioni?

In primo luogo, per le manifestazioni iniziate a Porto Alegre e che poi si sono diffuse nel resto del paese, gli obiettivi e gli interlocutori erano i comuni e i governi dei singoli Stati, non coinvolgevano il Governo Federale. A partire da lunedì 17 giugno, e sopratutto a partire dal 20, le manifestazioni hanno raggiunto un livello di massificazione che ha superato questi limiti iniziali, senza comunque tradursi in un attacco diretto a Dilma Rousseff e al Governo Federale. D'altra parte il Partito dei Lavoratori (PT) e il Governo federale della Rousseff non si sono accorti dell'arrivo dello tsunami: hanno sentito la terra tremare sotto i piedi ma sono rimasti in attesa nella speranza che la casa non gli crollasse addosso. E così il PT non si è pronunciato, i ministri neppure (e quando hanno parlato è stato per dire qualcosa di sbagliato). Invece Dilma sì che si è pronunciata, ma il 21 di giugno: troppo tardi e inoltre il suo è stato un intervento troppo timido.

Lei ha detto che la rivolta brasiliana si nutre delle rivolte arabe, del 15M e delle manifestazioni in Turchia. Ma c'è una differenza, e cioè che il presidente Rousseff ha già lanciato una serie di proposte.

Le proposte sono insufficienti e la loro traduzione materiale, così come suggerita da Lula, è sbagliata. Il PT e Lula non hanno interlocutori e credono che parlare con le organizzazioni dei giovani patrocinate dal Governo risolva qualcosa, quando il movimento si caratterizza proprio per essere irrapresentabile e per una richiesta di cambiamento a sinistra che richiede una determinazione molto maggiore. Non è con la retorica o con le ONG e altri dispositivi simili che si potrà dare una risposta convincente a quello che sta succedendo.

Considera insufficiente la proposta del governo brasiliano per iniziare un processo costituente?

La proposta di riforma politica di Dilma era in discussione già da tempo. Inizialmente la Rousseff ha parlato di una costituente ristretta e sottoposta a un plebiscito. Penso che si tratti di un modo per offrire qualcosa alle piazze, ma in maniera comunque limitata.

Si è detto che l'aumento del prezzo del biglietto del trasporto pubblico è stato il detonatore delle manifestazioni, ma per per capire meglio e sciogliere eventuali dubbi, ci può dire che ruolo ha giocato la destra brasiliana in queste mobilitazioni?

La destra non ha avuto nessun ruolo in queste mobilitazioni, e non è lei che ha dato l'ordine di caricare contro i manifestanti. Il presunto ruolo giocato dalla destra è frutto di voci diffuse nella prima fase del movimento da alcuni settori del governo che paralizzati da quanto stava accadendo hanno provato a insinuare il pericolo del fascismo per tentare di giocare la carta dell'«unità». Un doppio paradosso: dopo che lunedì 17 giugno milioni di persone sono scese in strada, la destra ha approfittato del monopolio che comunque esercita sui mezzi di comunicazione per provare a influenzare il movimento. È stato allora, il giorno 21 dello stesso mese, che il governo e il PT hanno reagito, con l'unica dichiarazione di Dilma.

Qual è il ruolo della popolazione afro in queste mobilitazioni?

Un'altra stupidaggine sostenuta dal Governo e dalla sinistra al governo è che ci sarebbero pochi poveri e pochi neri nelle mobilitazioni. A Rio de Janiero, in quattro giorni, hanno manifestato due o tre milioni di persone, ovvero una parte decisamente importante della città. Lunedì 24 giugno ci sono state manifestazioni nelle due grandi favelas della città. La prima è stata repressa nel sangue, causando 10 morti. La Polizia Militare e quella della Rocinha (una delle grandi favelas di Rio) si giustificano adducendo come scusa la lotta contro il narcotraffico. È stata la prima volta che 10.000 abitanti delle favelas si sono presi il diritto di scendere dalla Rochina fino alla casa del governatore situata nel quartiere ricco di Leblon, dove poi ha preso vita una acampada! Da un giorno all'altro le manifestazioni della periferia di Rio si sono diffuse in tutto il paese.

Dal suo punto di vista, perché i partiti di sinistra non capiscono o non vogliono accettare quella che lei chiama Rivoluzione 2.0?

I partiti di sinistra non capiscono assolutamente nulla, e il PT ancora meno. Chi sta tentando di articolare una risposta è Lula, ma in modo insufficiente perché si limita, come ho già detto prima, a promuovere come rappresentanti alcune piccole organizzazioni che lui stesso patrocina. In questo momento il movimento sta passando dalle grandi mobilitazioni (ricordiamo quella dello scorso 1 luglio in occasione della finale della Confederations Cup) a iniziative più decentralizzate: assemblee di quartiere e occupazioni di consigli comunali come è successo qualche giorno fa a Belo Horizonte (la capitale dello Stato di Minas Gerais).

In alcuni suoi interventi lei ha prospettato uno scenario piuttosto complicato in questo «divenire Brasile». Perché?

Se le cose continuano così, tutto dipenderà dal movimento. Se si indebolisce, con una sinistra sostanzialmente conservatrice, ci sarà il rischio che venga capitalizzato elettoralmente dalla destra. Inoltre, stando agli ultimi sondaggi, Roussef ha perso il 30% dei voti. Quel che è certo è che la #Brevolution si inserisce pienamente dentro il ciclo di lotte che abbiamo visto e vediamo dispiegarsi in piazza Tahrir, Puerta del Sol o in Piazza Taksim, e nessuno può dire dove ci porterà questo incredibile movimento. Tuttavia possiamo dire che nello stesso paese ci sono un Brasile Minore e un Brasile Maggiore.  Il divenire Brasile del mondo (come divenire mondo del Brasile) conferma la necessità di creare nuovi valori e di non lasciarsi omologare da quelli ormai estenuati del capitalismo globale.

 Traduzione di Nicolas Martino

Fonte: Diagonalperiódico.net

 

 

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Cominciando dalla fine

Il bilancio del mondiale di calcio è catastrofico per la già debole democrazia brasiliana e si riassume bene con l’operazione di polizia e magistratura lanciata a Rio de Janeiro il 12 luglio, alla vigilia della finale. Una trentina di mandati di arresto “temporanei” (totalmente arbitrari) eseguiti con brutale dispiegamento di forza; i 19 attivisti catturati hanno ricevuto un trattamento da pericolosi banditi: mobilitati aerei ed elicotteri e poi trasportati nella suggestiva “Città della Polizia” dentro i cassoni di jeep scoperte, circondati da poliziotti incappucciati e armati fino ai denti. Le prove sono volantini, striscioni, giornali e perfino libri, oltre alla presenza nei social network.

Il Partito dei Lavoratori (PT) si è reso conto della pericolosità della svolta e, con alcuni giorni di ritardo, ha pubblicato una condanna formale dell’operato di polizia e magistratura dello Stato di Rio de Janeiro. Il governo corrotto e di estrema destra dello Stato di Rio (alleato ambiguo del governo federale) sembra deciso a usare discrezionalmente la repressione per pacificare il movimento (altre decine di arresti sono annunciati per i prossimi giorni). Ma il governo Dilma per adesso non riesce a evitare che si affermi la sensazione politica che il PT e i suoi alleati non siano il “meno peggio”, ma lo “stesso peggio”. Allo stesso tempo, i movimenti post-giugno escono dalle lotte contro il mondiale (il #NaoVaiTerCopa) con grandi sfide da affrontare: da una parte, si tratta di vedere quanto la repressione brutale e le lotte tutto sommato abbastanza astratte di critica della “coppa” abbiano finito per indebolire il movimento; dall’altra, la spirale repressiva finisce per imporre e facilitare le tendenze avanguardiste che scommettono sul “tanto peggio, tanto meglio”. Schematicamente, la sfida dei prossimi mesi è proprio definita dall’urgenza di consolidare un campo alternativo sia al “meno peggio” (il voto per il PT se questo non rinnova con determinazione la sua apertura al movimento) che al “tanto peggio – tanto meglio” (la tentazione avanguardista). E dipenderà dalla capacità che il movimento avrà di avanzare sul terreno affermativo!

Di che cosa il “NãoVaiTerCopa” era il nome

Il Mondiale di calcio della FIFA è arrivato in Brasile in un clima generale di contestazione e incertezza, senza nessun entusiasmo popolare. Come abbiamo già scritto, prima ancora che cominciasse il Mondiale non ha avuto luogo proprio perché tutta la sua dimensione comunicativa e simbolica non funzionava o funzionava a rovescio. “Não Vai Ter Copa” (non ci sarà Mondiale) è un ritornello nato nelle manifestazioni di un anno fa come critica radicale delle politiche dei mega-eventi e dei grandi lavori pubblici. C’era – e c’è – un nesso preciso tra il ritornello e le condizioni della sua affermazione. Il contenuto del ritornello non era l’obiettivo enunciato, ma la mobilitazione che lo enunciava. Non per niente è nato letteralmente durante le oceaniche manifestazioni semi-insurrezionali del giugno 2013. Molti, anche nel movimento, hanno sottovalutato o dimenticato il significato di questa “nascita”. Il governo e il PT non l’hanno neppure sospettato.

È la mobilitazione che spiega il ritornello e non il contrario: le mobilitazioni e i movimenti di giugno hanno affermato con forza – contro il Mondiale e la FIFA – che esiste un altro Brasile e che questo Brasile è costituente e capace di mobilitarsi non per essere il palcoscenico della FIFA ma per costruire nuove brecce democratiche e di uguaglianza. Il “NaoVaiTerCopa” affermava dunque che, se lo Stato brasiliano (in partnership con il Capitale globale) è capace di produrre stadi a costi faraonici (4 dei quali non avranno nessun uso dopo la Coppa), la moltitudine dei poveri è capace di produrre altri valori: un miglior sistema di trasporti, l’urbanizzazione delle favela e, soprattutto, democrazia.

Produrre democrazia significa smontare la macchina statale che quotidianamente massacra i poveri, giovani e neri nelle favelas e nelle periferie delle grandi città, gli indigeni nella foresta e i contadini poveri nei campi. Contrariamente a quel che affermavano i responsabili di governo e del PT, la critica al Mondiale non era moralista: non si opponeva in modo manicheo al calcio come nuovo “oppio dei popoli”, ma all’opposizione che il mega-evento e il governo hanno promosso tra il calcio (nel formato del grande spettacolo globale e di una città ancora più segregata di quello che già è) e la democrazia (intesa in senso ampio). Il “NaoVaiTerCopa” è uno dei nomi che la moltitudine ha dato alla sua mobilitazione: cioè alla produzione di altri valori. Niente stadi e ancora meno di stadi solo per i ricchi! Il ritornello era così forte che aveva un nitido impatto sui sondaggi di opinione, con la grande maggioranza della popolazione che appoggiava – alla vigilia dell’apertura – le manifestazioni contro il Mondiale.

Dal non “NãoVaiTerCopa” al “NãoVaiTerProtesto”

Chi invece ha preso il ritornello in termini letterali e pensava proprio che le manifestazioni avrebbero potuto impedire materialmente il mondiale è stato il governo Dilma. All’inizio dell’anno, il governo ha presentato – ampiamente divulgato nelle prime pagine dei giornali – un vasto apparato repressivo e il PT lanciava nelle reti sociali una campagna di forte impronta nazionalista, molto simile alla retorica patriottica che usava la dittatura militare: “Quelli che sono contro il Mondiale sono contro il paese!” I risultati di questa campagna – in termini di opinione – sono stati disastrosi. Il governo si è quindi riorganizzato su tre livelli. Su un primo livello, ha dato alcuni segnali di dialogo (da parte del Segretario Generale della Presidenza, Gilberto Carvalho). Su un secondo livello ha lanciato la mobilitazione dell’esercito, in particolare con l’ulteriore militarizzazione delle favelas di Rio. Sul terzo livello, ha pianificato una mobilitazione generale di tutti i suoi apparati. Il dialogo si è ridotto in linea generale a una mera operazione di marketing: una tournée di “comunicazione” del ministro che, in sedute pubbliche, spiegava i vantaggi mirabolanti del mondiale.

Un’unica eccezione: le mobilitazioni massicce di decine di migliaia di senza tetto a São Paulo (organizzati dal MTST), nelle settimane anteriori all’inaugurazione, aprivano il cammino a trattative e alcune conquiste in cambio della non partecipazione dell’MTST alle mobilitazioni contro il Mondiale. Il secondo livello è stato la mobilitazione dell’esercito sul piano nazionale e soprattutto a Rio con l’occupazione militare della grande favela della Maré (sulla strada che unisce il centro di Rio all’aeroporto internazionale). Occupazione militare del governo federale rafforzata da una decisione della Corte Suprema brasiliana in un processo per oltraggio – con base in una legge del 1969, cioè del peggior periodo della dittatura militare – che ha riconosciuto la competenza dei Tribunali Militari a giudicare civili denunciati o arrestati dai soldati. Il governo federale – così come usò a suo tempo l’esperienza di guerra nelle favelas per intervenire a Haiti – adesso usa l’esperienza haitiana per “pacificare” le favelas. Si tratta di un’operazione che ha moltiplicato i conflitti a fuoco e le esecuzioni di giovani nella Maré e in tutte le favelas di Rio (e in tutto il Brasile). Era comunque sul terzo livello che il governo investiva ancora più pesantemente con l’obiettivo di impedire qualsiasi tipo di contestazione grazie a una mobilitazione generale di tutti i dispositivi repressivi disponibili o preparati proprio per l’occasione sotto il coordinamento del governo federale. Da una parte, scuole e università erano chiuse in occasione delle partite e i giorni nei quali giocava la “seleção” erano decretati festivi a livello nazionale. Dall’altra, era lanciato tutto un menu di misure repressive.

A São Paulo, nelle settimane anteriori all’inaugurazione, centinaia di giovani (circa 500) sono stati intimati dalla polizia a presentarsi nei commissariati per interrogatori totalmente politici. Poi, le manifestazioni erano accerchiate o addirittura caricate con violenza estrema da giganteschi contingenti di polizia sin nella piazza di concentramento. Prima o dopo le cariche, la polizia procedeva sistematicamente a ogni tipo di provocazione e intimidazione alternando fermi aleatori di manifestanti con le aggressioni (o gli arresti) ciblés: le donne, gli avvocati, i giornalisti (anche molti stranieri sono stati feriti). Il tutto condito con episodi di tortura psicologica, come il caso di alcuni fermati rimasti per ore nei furgoni della polizia in giro per le città. Per capire la “tortura” bisogna sapere che vi sono migliaia di casi di poveri fermati e un episodio di questo tipo è finito nella stampa di Rio proprio durante il mondiale perché uno dei due ragazzi destinati a questa fine è sopravvissuto1.

L’apice di questa strategia repressiva è stato il vero e proprio assedio dei manifestanti da parte di enormi contingenti di polizia (dotati di tutti i tipi di strumenti repressivi) nelle piazze, senza che nessuno potesse più entrare o uscire: a Belo Horizonte, São Paulo, Rio de Janeiro, Fortaleza. Nonostante tutto, le manifestazioni sono continuate in tutte le città dove c'erano le partite e quasi tutti i giorni, anche se con partecipazione sempre più ridotta. Il governo aveva così tanta paura del #NaoVaiTerCopa che ha organizzato una vera e propria operazione di guerra. In modo irresponsabile, ha così reso ancora più labili i già precarissimi confini che in Brasile separano lo “stato di diritto” dal puro arbitrio statale. E così la macchina globale del Mondiale si è messa in moto. Nel giorno dell’inaugurazione, a São Paulo, mentre il migliaio di manifestanti che ha osato sfidare l’apparato repressivo era brutalmente disperso sotto le bombe, le pallottole di gomma e le manganellate, Dilma riceveva un brutale Vaffa’... dai privilegiati tifosi presenti allo stadio. Un’immagine precisa del paradosso di un PT che ha preparato il Mondiale per l’elite neo-schiavista che insiste a non accettarlo.

La macchina dello spettacolo mondiale e il viso di Luiz Felipe

Il governo respirava con sollievo e si lasciava trasportare dall’entusiasmo che l’inizio stesso dello spettacolo più grande del mondo determinava. La macchina semiotica potentissima – migliaia di tifosi stranieri nelle città, i giorni di ferie per vedere il Brasile, la moltiplicazione delle partite – cominciava a funzionare come un vero schiacciasassi che poco a poco riusciva a incrinare l’indifferenza e, in funzione dei seppur timidissimi successi della Seleção, a mobilitare il tifo nazionalista e popolare. Nel bel mezzo della festa il 24 giugno, in pieno mondiale, la Polizia Militare invadeva una favela di Rio (Costa Barros, a pochi chilometri dal Maracanã) sparando – come sempre – all’impazzata con armi da guerra: Luiz Felipe, un bambino di 3 anni, moriva mentre stava dormendo nella sua casa, con il viso dilacerato da una pallottola della Polizia2.

La foto tremenda del bambino senza viso circola per tutte le reti sociali. Centinaia de abitanti del quartiere elevano barricate, danneggiano o bruciano 12 autobus. Per tutta risposta, la Polizia ferisce due manifestati con spari di arma da fuoco. Il silenzio delle autorità su tutto ciò è assordante. Quando si avventurano a dire qualche cosa, è per dichiarare: “questo non c’entra niente con la Coppa, la violenza della polizia la precede!"3. Per garantire il mondiale, il governo Federale e il PT non solo hanno aperto la breccia al ritorno delle pratiche repressive della dittatura contro le manifestazioni democratiche, hanno anche opposto apertamente l’interesse del calcio, del “siamo un unico paese insieme alla seleção”, a ogni tipo di rivendicazione sociale, anche alle più garantiste e basiche difese dei “diritti umani”. Ma le manifestazioni non hanno smesso!

Il momento più forte è forse stato la manifestazione a Copacabana convocata dal movimento delle favelas “La festa negli stadi non vale le lacrime nelle favelas” o la manifestazione silenziosa contro la repressione, sempre a Copacabana. Poche centinaia di manifestanti, molti vestendo una maglietta “canarinha” (della seleção) con sulla schiena stampato il nome di uno dei tantissimi assassinati dalla polizia e il numero -1: una seleção di poveri assassinati dallo Stato, il tutto in mezzo a migliaia di tifosi di tutte le nazionalità, circondati da centinaia di poliziotti travestiti da Robocop, nel delirio della FIFA FUN FEST e delle partite sugli schermi giganti davanti agli hotel. Era un clima veramente surreale ma non normalizzato.

La paura mangia l’anima

Ed ecco l’umiliante 7 a 1 inflitto dalla nazionale tedesca che avrebbe potuto segnare 10 gol. Sarebbe anche interessante sul piano etnografico e culturale ricostruire la quantità di stupidità formulate a proposito della “catastrofe nazionale” attribuita a questa sconfitta. Adesso il governo passava rapidamente a dire che era “solo” calcio. Più in generale si diffondeva nella stampa la ridicola apologia all’organizzazione tedesca di fronte alla mancanza di “lavoro serio” da parte dei brasiliani, anche nel calcio. Un sacco di stupidaggini! Le “nazionali” di calcio oggi non hanno praticamente niente di “nazionale” e sono quasi tutte delle squadre globali. Tutti i giocatori brasiliani – comprese le riserve – giocano nei migliori club europei. L’unica spiegazione vera l’ha data, tra pianti e scuse, David Luiz proprio alla fine della partita: è successo qualche cosa d’inspiegabile.

L’immigrato marocchino del film di Werner Fassbinder (1973) diceva alla sua compagna tedesca che “la paura magia l’anima”. E non sono stati i giocatori turchi, nord africani e africani della nazionale tedesca a spaventare la seleção. L’anima dei giocatori brasiliani se l’è mangiata l’atmosfera del #NaoVaiTeCopa, un clima di critica generalizzata che si è tradotto in un eccesso di pressione psicologica, una necessità imperiosa di vincere a ogni costo che li ha letteralmente fatti scoppiare. I pianti isterici dopo la qualificazione con il Cile, il canto patetico dell’inno nazionale, il clima di commozione dopo l’infortunio di Neymar: è tutto questo che ha trasformato la selação formata da titolari del Barcellona, del Real Madrid, del Bayern, del Chelsea ecc. in un’imbelle squadretta di rione. Mentre Dilma, insieme all’elite e alla stampa ultra-conservatrice, surfava sul “Mondiale dei Mondiali” e il #NaoVaiTerProtesto, il #NaoVAiTerCopa riappariva dove meno se l’aspettavano, imparabile e definitivo, dentro il campo, nella testa dei giocatori.

La finale

La domenica della manifestazione contro la finale, a due o tre chilometri dal Maracanã, i 500 manifestanti che hanno osato sfidare lo stato d’assedio sono stati duramente caricati (anche da poliziotti a cavallo con sciabole sguainate), gasati e manganellati per ore in una piazza dalla quale non potevano più uscire. 15 giornalisti, molti di loro stranieri, sono stati feriti. Ecco il grande lascito della “Coppa che non c’è stata”: l’ulteriore militarizzazione delle questioni di ordine pubblico in un paese dove la polizia ammazza (ufficialmente) in media 5 persone al giorno (senza contare le migliaia di scomparsi) e dove le condizioni di vita nelle prigioni farebbero arrossire i campi di concentramento nazisti. Per il movimento e per la democrazia, il lascito è una sfida: mantenere la breccia democratica aperta.

Questo articolo è stato pubblicato anche su Euronomade

  1. http://www.folhavitoria.com.br/policia/noticia/2014/06/dois-pms-sao-presos-por-morte-de-adolescente-no-rio.html []
  2. Bisogna sottolineare che non si tratta di un episodio eccezionale, ma di una routine. Basti vedere questo altro episodio assolutamente uguale, nello Stato della Bahia, il 17 luglio. http://noticias.r7.com/fala-brasil/videos/morte-de-bebe-em-operacao-policial-provoca-revolta-em-cidade-baiana-17072014 []
  3. Qui si può visitare una pagina di Facebook – con immagini terribili – che ironizza su questa situazione []