La scuola neoliberista

Giuseppe Caliceti

Perché si va a scuola? Per trovare un lavoro da grandi. Sì, certo, ma se poi da grandi il lavoro non c'è perché siamo in piena crisi del mercato del lavoro, andare a scuola, allora, cosa serve? Risposta: a niente. O meglio: a tenere buoni alunni e studenti. Possibile? Sembra proprio così. Dunque, andiamo con ordine: negli ultimi venticinque anni si è fatta strada in Italia l'idea che la funzione principale dell'università e dell'intero sistema formativo sia fornire forza-lavoro al mondo del lavoro e dell'economia.

Un'idea forte, che ha messo al centro dei processi educativi il concetto di formazione (a breve termine), mettendo nell'ombra quello di educazione (a lungo termine). È un'idea derivata dall'unione fondamentalmente economica dell'Europa. Che ha trovato diversi adepti anche tra pedagogisti e politici, non solo legati al centrodestra ma anche al centrosinistra. Potremmo chiamarla un'idea di politica scolastica di matrice neoliberista.

Anche il linguaggio dell'amministrazione scolastica è cambiato: si è parlato di scuola-azienda, con tutto ciò che questo comporta in termini didattici e pedagogici. Si sono ripetute parole d'ordine come meritocrazia, sorvolando sulla funzione sociale e di uguaglianza delle opportunità di un sistema scolastico statale. Si è provato in ogni modo a proporre test sulla qualità delle scuole e della formazione utili più a ricerche di mercato che a e nuove strategie educative; ricordiamoci sempre che l'Ocse che misura i nostri ragazzi è un organismo economico, non filosofico o pedagogico.

La domanda che pongo è questa: che fine fa la visione di un'università e di una scuola che hanno come stella polare quello di creare forza-lavoro nel tempo della crisi del mercato del lavoro? Dove magari, come accade in Italia, il cui tessuto economico è fatto in gran parte di piccole aziende semiartigianali, il laureato specializzato è meno attraente di un lavoratore non specializzato, magari d'origine straniera e a basso costo?

Non sono domande nuove: negli Stati Uniti e in Inghilterra, quel sistema scolastico anglosassone che noi oggi cerchiamo di replicare fuori tempo massimo in Italia, è già sotto accusa e si sta correndo ai ripari. Intanto il risultato delle cattive politiche scolastiche messe in atto dagli ultimi governi italiani ha portato ai primi cattivi frutti. Uno: la scuola primaria italiana che era prima per qualità in Europa nel 2008, dopo la controriforma Gelmini è precipitata in classifica. Due: oltre 50.000 immatricolazioni universitarie in meno negli ultimi dieci anni; che è assurdo attribuire solo al calo demografico.

Occorre riflettere, specie nel centrosinistra italiano, sulla visione di scuola e università che vogliamo. Magari rivalutando quella pedagogia popolare italiana del Novecento non togata, che va da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione - permanente, civile, della persona - che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie.

Il merito in agenda

Augusto Illuminati

Strano paese l’Italia, dove gli oggetti materiali spariscono e quelli immateriali proliferano. Per esempio, spariscono nelle mani dei Servizi le agende cartacee, come quella rossa di Borsellino, proliferano agende fumose e minacciose come quella Monti. Tutti la sostengono, da destra e da sinistra, senza troppo specificare, tutti lamentano o esultano perché diminuisce i salari, mantiene (se non accresce) la pressione fiscale, incrementa i disoccupati. Nel suo alone di retorica emergenziale (senza reali decisioni) l’agenda Monti è quello che, a partire da Hitchcock, si chiama un MacGuffin, l’oggetto misterioso intorno a cui si costruisce una trama.

A definire il nostro oggetto agendoso c’è di sicuro la sofferenza sacrificale e la promessa di ricompensare il merito in alternativa al dispendio e al debito colpevole e sfigato. Il merito è appunto il rovescio enigmatico della colpa: enigmatico perché il premio (successo, visibilità, stipendi da favola, vitalizi e rimborsi autocertificati) tocca innanzi tutto ai numerosissimi e mai sazi membri di un ceto politico che a rigore non può aspirare, in quanto elettivo, a un riconoscimento per competenze tecniche, concorso o selezione e, per di più in Italia è nominato dall’alto secondo canina fedeltà a partiti screditati e inseguiti con i forconi.

In linea con la suinocrazia delle rappresentanze, un po’ arrancando per gli introiti assai minori e per la scoraggiante carenza di orge e disinibiti partner, segue l’Università con l’Anvur e l’ancor più scrausa scuola secondaria con Invalsi. Invece di rrobba, Suv, ostriche e gnocca, vuoi mettere il listone delle peer reviews considerate "scientifiche": Barche, Nautica e Yacht Capital per l’area 8 (peer Briatore), Airone per l’area 10 (ma non la distribuivano gratis sugli aerei?), Rivista di suinicultura, appunto, area 13, peer Ulisse-De Romanis, er Batman e la Polverini, un’infinità di bollettini diocesani e di monogruppi parlamentari. Per non parlare dei test Invalsi, sparuti eredi degli IQ della fulgida tradizione eugenetica Galton-Abravanel, su cui già si è soffermato Caliceti.

Ma che c’entra, mi direte. C’entra e come, perché oggi la logica del merito non è la promozione di eccellenza, più o meno accortamente miscelata con la cura di chi “rimane indietro” (secondo il datato paternalismo cristiano-liberale), ma la costruzione di un’élite sulla più feroce discriminazione e regressione della massa. Certo, fa ancora qualche differenza se l’élite si costruisce a Eton o al Mit piuttosto che all’università Krystal di Tirana o nei corsi Cepu, ma la logica è la stessa, complementare a quella dei brevetti che definiscono i vari ranking universitari americani o cinesi. La logica dell’esclusione, del recintare un campo per estrarne una rendita e imporre una taglia agli utenti. Altro che transdisciplinarità e sostituzione dell’accesso alla proprietà...

Pensare che i vecchi sociologi parrucconi del New Deal, tipo Robert K. Merton, fantasticavano che i criteri di eccellenza della scienza fossero la cooperazione sociale e culturale, la diffusione illimitata delle scoperte a vantaggio del genere umano, la cessione gratuita dei diritti di proprietà intellettuale in cambio del riconoscimento e della stima della comunità, l’eliminazione del segreto e del brevetto per consentire la più ampia falsificazione nel dibattito scientifico... Communalism o communism, appunto, vade retro Satana. Invece è più fico (e si autovaluta come tale) chi meglio sa fottere i concorrenti e valorizzare le proprie pensate, magari su una rivista divulgativa o mettendo su un dipartimento improbabile, leggere gli elenchi per credere, manco nella biblioteca visitata da Pantagruel!

L’indimenticato Brunetta voleva addirittura sostituire al lavoro, come fondamento della Costituzione, la coppia merito e competizione. Del bunga-bunga (almeno a livello centrale) ci siamo sbarazzati, del nocciolo duro del neoliberismo evidentemente no. Ce lo ricordano tutti i giorni Monti e Fornero (i poveri, i disoccupati e gli esodati sono colpevoli, mica i bankster seminatori di derivati tossici), gli spassosi blog di Abravanel e Michel Martone, il culto bocconiano di tecnici che non tirano fuori un ragno dal buco.

Sapendo che il merito “vero” (non quello dei Gatti Impellicciati e altri corrotti di serie B) si commisura sul sapere dei teorici che pensano di accrescere l’occupazione aumentando l’orario di lavoro di alcuni dei già occupati e licenziandone una parte, viene da dire parafrasando Mark Twain: la differenza fra la scienza economica e la menzogna, è che la seconda deve almeno apparire credibile.

Meritocrazia non fa rima con democrazia

Giuseppe Caliceti

Avendo ricevuto numerose critiche per il mio articolo Contro il merito, vorrei provare ad approfondire. Nel suo saggio Contro il merito: una provocazione, Francesca Rigotti ricorda comel'attuale mitizzazione del merito risenta “della crescente svalutazione del concetto di eguaglianza in atto negli ultimi decenni”. La sua reale funzione? Giustificare i privilegi di alcuni. La storia dell'umanità può essere letta come eterna contrapposizione tra uguaglianza e disuguaglianza. Oggi l'idea di merito non è altro che una nuova pericolosa forma di giustificazione razziale di una presunta differenziazione tra esseri superiori e inferiori. Per nascita. Il bluff della meritocrazia è infatti evidente analizzando un altro aspetto: tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c'è una palese contraddizione tra il dire e il fare.

Roger Abravanel, nel suo libro Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008), sostiene che la classe dirigente è l'unica depositaria del merito. E ha diritto a un premio: i vantaggi di una crescita economica senza fine.Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall'altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni intelligenici fra persone con un alto Q.I.

Insomma, l'antica aristocrazia di nascita sarebbe sostituita da una “aristocrazia dell’ingegno”. I bambini, fin da piccoli, sarebbero indirizzati verso scuole differenti a seconda delle presunte capacità individuali. “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la selezione naturale della società” (p.65). E ancora “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p.83).

Quali ricerche? Nel libro di Abravanel le teorie pseudoscientifiche sono sempre riassunte con approssimazione e senza citare la fonte. Ma è chiaro che qui stiamo già parlando di una teoria eugenetica che ha come suo nemico principale la democrazia, di cui la meritocrazia è l'esatta antitesi. Per tutto questo, non posso fare a meno che ripetere: attenti al merito, anche quando se ne parla a Sinistra. Meritocrazia fa rima con democrazia, ama ripetere il rettore piddino dell'Università di Bologna. Io temo che sia esattamente il contrario.

Questo articolo è comparso anche su «il manifesto», il 29 settembre 2012

Burini e no

Giuseppe Caliceti

Dunque siamo un paese di burini? Chi più, chi meno? Massimiliano Panarari, in un recente articolo pubblicato il 22 settembre sul quotidiano Europa, parla del pericolo di un ritorno di fiamma in Italia della cosiddetta sottocultura, già affrontata dal politologo in modo approfondito in un suo fortunato libro. Nonostante le buone maniere e il bon ton accademico del governo tecnico, o governo dei professori, basterebbe distrarsi un attimo e, in Italia, la sottocultura ritornerebbe a farla da padrone. Come? Con “er Batman” di Anagni e i toga party versione “Roma imperiale”, per esempio.

Difficile dare torto a Panarari quando si chiede se “non sarebbe, quindi, il caso, a sinistra – lo diciamo sommessamente – di superare un ormai durevole tabù, tornando a pronunciare, con tutte le cautele e le consapevolezze dovute, la parola pedagogia?” E aggiunge, forse per i lettori di Europa: “Se dovesse suonare troppo “comunista” (ce ne rendiamo perfettamente conto...), potremmo tranquillamente sostituirla con dei sinonimi, come educazione e, perfino (poiché anche di questo si tratta), buongusto”. È interessante notare da parte di Panarari l'utilizzo di tre parole utilizzate come sinonimi di possibili buone pratiche morali, culturali e amministrative: pedagogia, comunista, buongusto. Sembra di sentir parlare di una sorta di riscoperta di possibile “pedagogia delle masse” tipica del Pci di un tempo, da attualizzare nel presente. Da parte dei partiti della cosiddetta Sinistra.

Pedagogia da sostituire al semplice condizionamento degli elettori-consumatori in termini di marketing politico. È solo la nostalgia di un giovane intellettuale per l'idea dell'intellettuale organico modello vecchio Pci o c'è qualcosa di più? E che funzione avrebbe questa pedagogia comunista piena di buon gusto? Prenderebbe il posto o si affiancherebbe ai sondaggisti e agli esperti politici di cui si sono ormai dotati irrimediabilmente tutti i partiti e le correnti? Il camper e la campagna di Renzi, all'interno del Pd, in questo caso è emblematico.

Insomma, di fronte ai piazzisti della politica, di cui Berlusconi ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l'indiscusso numero uno e non teme imitatori, Panarari evoca qualcosa che certo oggi ancora non esiste ma di cui a Sinistra, in tutto il centrosinistra, si sente, se non una grande nostalgia, un assoluto bisogno. Se non altro perché per fare politiche differenti da quelle dei propri veri o presunti avversari, occorre avere idee alternative. E avere idee veramente alternative utilizzando tutti le stesse parole e le stesse strategie può creare enormi confusioni nell'elettorato di una repubblica-mercato.

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.

La scuola è finita

Giuseppe Caliceti

Le ferite che sono state inferte alla scuola negli ultimi venticinque anni, con un accentuarsi evidente durante il ministero Gelmini, ma che non pare fermarsi neppure col governo Monti, sono evidenti per ogni docente. Il difficile è comunicarlo ai genitori di alunni e studenti. Soprattutto è difficile non farle confluire semplicemente in una lotta di categoria lavorativa, ma anche e soprattutto alla sua utenza. Detto in altri termini: tagli alla spesa, riduzione del personale docente e non docente, del tempo scuola, sono innanzitutto ferite inferte all'infanzia e all'adolescenza dei nostri ragazzi. Al loro presente e al loro futuro. La cosa più sorprendente di questi anni, per me, è il silenzio assordante dei genitori. Il disinteresse nei confronti della scuola e, dunque, anche dei loro figli.

Non è tutta colpa loro. Un profondo esame di coscienza lo dovrebbe fare anche il corpo docente italiano, che li ha tenuti sempre più a distanza. Nonostante sia pagata con le tasse di tutti quelli che le pagano, gli edifici scolastici sono oggi un luogo in cui i genitori sono indesiderati. Che prendano in fretta le schede di valutazioni dei figli e se ne vadano in fretta, come alla posta o al supermercato. E sono sempre più i docenti, narcotizzati da un'inquadratura da Scuola Azienda, che li percepiscono solo come «utenti». E ne parlano, facendo di tutte le erbe un fascio, solo di sindacalisti di figli smidollati. Dimenticando che ogni significativo processo educativo non può che essere profondamente condiviso - e perchè no, anche realizzato - solo con lo stretto coinvolgimento dei genitori degli studenti.

Ai problemi di comunicazione e legati alla rottura del patto educativo docenti-genitori, si aggiungono quelli di libera informazione. Per esempio, sul sito FLC-CGIL, - e non su quello di Forza Italia o del governo, - fino al mese di ottobre, si poteva leggere la proposta
di abolizione delle prove Invalsi dall'esame di terza media; con l'avvento del
nuovo governo Monti, tale richiesta è sparita. Sono cose che fanno pensare non poco: ripristinatelo, diamine! Come fa pensare la proposta dell'ex maestro di strada napoletano Lodolo D'Oria che, una volta salito al governo, propone dal suo blog di ridurre di un anno il percorso di formazione degli studenti italiani per adeguarlo a quello della maggioranza degli studenti europei; conseguenza immediata: altri 40.000 docenti in meno che si aggiungerebbero ai 150.00 di questi tre anni.

Dimenticandosi che i governi che si sono succeduti hanno compiuto nella scuola, cioè sulla pelle dei più giovani, il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica: prima, seconda e anche terza. C'è chi dice che questi 40.000 sarebbero riutilizzati per ridare laboratorio e compresenze tolte dalla Gelmini, ma al momento la proposta parla solo di tagli. Dunque, se col governo Berlusconi, sulla scuola, ai genitori italiani si diceva solo il falso, col governo Monti la novità è questa: la maggioranza dei media e dei sindacati pare ancora più zittita e agonizzante, interdetta e disinteressata.

Conseguenza: i genitori italiani sono rassegnati al fatto che l'istruzione si debba pagare, che la scuola sia poco più di un parcheggio a pagamento. Peggio. Più si paga cara, più ha valore. Se non si paga caro, è inevitabile che non possa essere buona. Tanto che una scuola primaria come quella italiana, che era per qualità la prima in Europa e la quinta al mondo, prima dell'avvento della Gelmini, non era un motivo di vanto ma di imbarazzo - e per questa è stata smantellata, trasfigurata, violentata, immolata in nome del credo del libero mercato e delle tavole della legge dell'Europa.

I genitori di studenti e alunni della scuola pubblica ormai pagano tutto. Corsi pomeridiani, attività sportive, giornalini d'istituto, recite teatrali, gite, viaggi d'istruzione, corsi di lingua straniera. È come se lo stato dicesse loro: è già molto se noi vi paghiamo ancora i docenti, a tutto il resto pensateci voi. E tutto questo nonostante esista ancora, costituzionalmente, una scuola dell'obbligo gratuita. In realtà la scuola della Costituzione non esiste più. I genitori pagano carta igienica, materiale di cancelleria, toner e carta per le fotocopie, detersivi per mantenere puliti gli ambienti scolastici.

Siamo già alla scuola familiare. Sottogenere, in Italia, della scuola privata cattolica. Senza la voce di bilancio «contributo delle famiglie» la scuola pubblica è già inesistente. Che fa oggi, di fatto, il nostro Stato indebitato? Per non lasciare ai nostri figli dei debiti per il futuro - che comunque gli lascerà - gli lascia l'ignoranza togliendogli anche l'istruzione. Demanda l'onere della scuola alle famiglie. In modo completo. Siamo già nella privatizzazione totale dell'istruzione. O con le buone, o con le cattive. O con l'iscrizione dei figli a scuole private, o con l'aziendalizzazione, la privatizzazione, il pagamento da parte dei genitori degli studenti della scuola pubblica.

La scuola, sulla Costituzione italiana, è un diritto? Balle. Oggi non lo è più. E' stata trasformata strategicamente in servizio: e come ogni servizio, si paga. Chi non ha soldi per pagarla ai propri figli, ne pagherà una che costa meno. Come si trattasse di un giocattolo, di qualcosa di superfluo. Non di un diritto che ha a che fare con l'uguaglianza e la dignità di ogni persona. Di fronte a ogni critica, la risposta è pronta: senza il governo Monti sarebbe peggio. Anche la scuola.

Il rettore e gli studenti

Giuseppe Caliceti

Perché il governo Monti non piace a tanti studenti e docenti italiani? Perché non piace il nuovo Ministro all'Istruzione Francesco Profumo? Non solo per una questione di diffidenza. Non solo perché si è già rimasti pesantemente scottati dalle parole a vanvera di Gelmini. Purtroppo di motivi ce ne sono già tanti. Per esempio, le dichiarazioni di Monti qualche mese prima di diventare il nuovo premier: sosteneva dalle pagine del “Corriere della Sera” che Mariastella Gelmini aveva fatto una buona Riforma della Scuola. Certamente, rispetto a Berlusconi, sono cambiati i modi: più sobri, meno da commedia all'italiana di serie B. Ma i contenuti? Il programma? Per quanto riguarda scuola pubblica e università non pare che la situazione possa migliorare rispetto a quanto è accaduto negli ultimi anni targati Gelmini. Leggi tutto "Il rettore e gli studenti"