Alfatv / «A Massimilia’, te tradischeno!»

Giuliano Laccetti

«A Massimilia’, te tradischeno!» , titolava l'"Unità" del 15 aprile 1962. Così un bancarellaro di frutta e verdura di via Teulada, a Roma, nell'aprile 1962, dopo la trasmissione della quarta puntata de I Giacobini, metteva sull'avviso l’attore Serge Reggiani (che interpretava Maximilien de Robespierre) che era sceso a fare la spesa con la moglie (nello sceneggiato non si era ancora consumato il dramma di Robespierre, e la gente semplice "non" sapeva che cosa sarebbe successo).

Cinquantasette anni fa, domenica 11 marzo 1962, andava in onda sulla RAI la prima di sei puntate dello "sceneggiato" I Giacobini, di Federico Zardi, per la regia di Edmo Fenoglio. Un avvenimento culturale e politico "epocale", nazionale, europeo; un impegno finanziario enorme, un vero e proprio kolossal televisivo, con scene di massa in cui recitavano anche cento comparse. Una cosa mai vista prima d'allora per la TV in Italia. E su un argomento, difficile dal punto di vista storico-culturale, e al tempo stesso "delicato": una rivoluzione!

L'"Unità" aprì, diremmo oggi, un forum, sulla sua terza pagina, ospitando lettere, commenti, giudizi, considerazioni, di spettatori e lettori del giornale del PCI: Processo ai Giacobini; e poi lettere su lettere; una casalinga di Busto Arsizio (quella di Voghera non c’era ancora) scriveva: " ... Non è cosa di tutti i giorni accostarsi al video senza provar la nausea di un sottofondo tendenzioso e mi compiaccio di credere, per questo caso fuori di regola, che l'aria di centro-sinistra, per quanto di brezza leggera, possa aver contribuito ad incoraggiare la programmazione di una vicenda rivoluzionaria .... ". Proprio così.

Il 5 maggio di quell'anno, in un ormai famosissimo intervento su "Rinascita", Togliatti, di fatto dando "la linea", come si diceva, scriveva: "La trasmissione televisiva dei Giacobini può essere considerata un importante fatto della cultura nazionale. E non tanto per la qualità tecnica, che ha trovato ampi consensi, ma anche critiche non malevole, e che qui non vogliamo prendere in considerazione. Né ci interessa ora l'esame del contenuto del testo trasmesso, per scoprire gli eventuali errori d'interpretazione storica che esso possa contenere. Ciò che importa è che per alcune settimane alcuni milioni di italiani, di tutte le condizioni e di tutte le età, hanno visto e hanno avuto davanti alla mente loro una rivoluzione, sono stati tratti a pensarla e giudicarla concretamente, come conflitto politico, sociale e umano, a discuterne, a parteggiare. E si trattava, poi, della Rivoluzione francese".

E ancora. "L'importante, però, è l'interesse nuovo suscitato, e quindi il dibattito e la ricerca, volti alla comprensione di ciò che veramente è stata la grande Rivoluzione francese e di che cosa è, in linea generale, una rivoluzione popolare profonda, dei problemi che essa pone e che riguardano tanto le masse del popolo e i diversi gruppi sociali, quanto i partiti e gli uomini che li dirigono".

Probabilmente questo giudizio decisamente positivo del "migliore" sancì, anni dopo, la distruzione di tutte le registrazioni, audio e video, per opera, pare, di un fin troppo solerte e sciocco funzionario RAI che pensò "bene" di far sparire un così importante documento ... apprezzato dai "comunisti".

Erano gli anni in cui la RAI aveva di fatto decretato un ostracismo nei confronti dei socialisti e soprattutto dei comunisti: solo con la Tribuna Elettorale del 1960, per la prima volta, comparve in TV il capo dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti. Ma erano anche gli anni, lo ricorda bene la casalinga di Busto Arsizio, in cui nascevano i primi governi di centro-sinistra (febbraio 1962), con i socialisti nella "stanza dei bottoni".

Eduardo De Filippo, Enzo Biagi, Dario Fo e Franca Rame, cominciarono a comparire sul piccolo schermo.

Trasmissione epocale, dunque, sceneggiato di grande rilevanza culturale (la diffusione della cultura attraverso il medium televisivo, che stava prendendo sempre più il sopravvento nelle abitudini degli italiani è uno degli aspetti più caratterizzanti di quei tempi, non certo sempre "aperti" e progressisti), avvenimento di fatto "politico" che mosse le coscienze, il pensiero, i sentimenti, di milioni di italiani. Leggete per esempio questo frammento di dialogo tra i due protagonisti:

Robespierre: ... che l’eguaglianza dei beni è una chimera. D’altronde, era forse necessaria una rivoluzione per far sapere che l’estrema sproporzione della fortuna è la fonte di molti mali e di molti delitti?"

Saint-Just: Dico anch’io che la proprietà è il principio della vita sociale, ma un patto necessariamente si dissolve quando uno possiede troppo e l’altro troppo poco.

Effettivamente, sentire frasi così, non doveva far certo piacere ai “padroni”!

Lo sceneggiato fu replicato nel 1963. Ora non ricordo bene (ero davvero piccolo!) se fosse il 1962 o il 1963 quando lo vidi (probabilmente il 1963, direi, per via dell'età; più probabilmente, però, torno a rifletterci, doveva essere il 1962, perché ricordo l'attenzione, l'attesa, e le discussioni, di papà, mamma, i miei zii, che si riunivano da noi a guardare la trasmissione; e, sia pure vagamente, ricordo l'eco che suscitarono, anche in casa, casa di "comunisti", gli articoli su l'"Unità" e su "Rinascita").

Per me, bambino di 7-8 anni, Robespierre diventò un eroe (proprio come per il "fruttarolo" di via Teulada) da "difendere"; e "amai" Robespierre e Serge Reggiani, attore impareggiabile, che da quel momento, in ogni sua successiva apparizione teatrale o cinematografica, fu sempre da me apprezzato; appresi per la prima volta fatti e personaggi della Rivoluzione francese; ammirai Saint-Just come il "duro e puro" teorico ma anche comandante militare, attraverso l'indimenticabile figura alta, slanciata, elegante, il viso serio e "nobile" del giovane Warner Bentivegna; e ricordo il già (un po') più noto Alberto Lupo nei panni di Desmoulins; e addirittura Sylva Koscina (ma forse allora non sapevo chi fosse), e persino un Carlo Giuffrè nei panni di Barbaroux.

Il collega Orlando Ragnisco in un suo post su Facebook mi ha ricordato questa data, 11 marzo 1962; ringraziandolo, ho voluto fermare in questa nota alcune mie considerazioni. Sulla lotta politica di tanti anni fa, che si faceva anche attraverso la cultura e “l’egemonia culturale”, e sulla TV di tanti anni fa.

Adesso abbiamo trasmissioni a premi (ce n'erano anche a quel tempo, ma, per quanto ricordo, c'erano fior di esperti e appassionati che si presentavano ai vari quiz televisivi, preparati e colti) in cui alla domanda sull’anno in cui Adolf Hitler diventa cancelliere in Germania, dinanzi alle opzioni date (1933, 1948, 1964, 1979), la prima concorrente sceglie il 1948, un altro risponde che si tratta del 1964. Il terzo afferma che l’anno è il 1979. Solo l'ultima data scelta (non ce n’erano più altre a disposizione) fu il 1933.

Contro l’autonomia differenziata, per un nuovo federalismo. Intervista a Gianfranco Viesti

Daniele Balicco, Maria Teresa Carbone, Giuliano Laccetti

Gianfranco Viesti è stato uno dei principali animatori della battaglia contro “la secessione dei ricchi”, espressione per altro coniata da lui stesso (G.Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2019). Dopo gli interventi di Daniele Balicco e di Giuliano Laccetti, la redazione ha deciso di intervistare il professor Viesti, per capire cosa potrà succedere, su questo tema, nei prossimi mesi; e se è possibile ragionare su una riforma dello Stato portata all’altezza del presente. Ci pare di particolare interesse la parte propositiva del suo discorso: anzitutto un non banale “avviso di tagliando” per le Regioni a Statuto speciale, che dopo 70 anni di Repubblica non hanno forse più ragione d’essere; un opportuno “warning” all’ipotesi di macroregioni per superare i limiti dell’attuale regionalismo; infine, l’ipotesi di costituire nuove realtà inter-provinciali per realizzare un assetto amministrativo nuovo, più aderente ai territori, soprattutto nella gestione di servizi e interessi comuni.

Anche se la discussione interna al governo sembra momentaneamente stoppata, sembra difficile che la Lega accetti di trattare al ribasso sull’autonomia differenziata. Esistono, secondo lei, possibilità reali che questo progetto venga bloccato? Quali forze istituzionali potrebbero opporsi?


Le sorti del progetto dell’autonomia differenziata sono molto difficili da prevedere; dipenderanno dal percorso parlamentare che si farà, dalla decisione o meno di stabilire prima i Livelli Essenziali delle Prestazioni. É comunque immaginabile che la Lega continuerà ad insistere il più possibile per portare a casa, almeno in parte, i risultati a cui ambisce. Anche se raggiunti solo parzialmente, essi potrebbero essere molto gravi, sia per le sorti complessive del Paese, sia in particolare per quelle del Sud. Le forze che più potrebbero opporsi a questo processo sono il mondo della scuola, compatto nel contrastare la regionalizzazione dell’istruzione scolastica; e il mondo della sanità: i medici, e le
altre professioni sanitarie, sono anch’essi molto contrari a queste ipotesi di regionalizzazione. La spinta maggiore potrà venire poi da gruppi e da associazioni sul territorio, molto più che dai partiti politici che, sull’argomento, sono spaccati al proprio interno.

L’unica forza sociale che si è espressa chiaramente contro l’autonomia differenziata è il sindacato. Come spiega la trasversalità dell’appoggio a questo progetto? Quali sono le ragioni profonde? 

L’appoggio a questo progetto dipende da un insieme di circostanze: la forza compatta della Lega e delle forze economico-sociali ad essa vicina, soprattutto in Veneto, e in parte in Lombardia; la scelta dell’attuale giunta regionale dell’Emilia-Romagna di affiancarsi a quel processo, anche se a partire da posizioni diverse, sostanzialmente favorendolo. Le ragioni profonde di questa iniziativa, però, sono nella crisi del Paese, nelle sue difficoltà di finanza pubblica, e nella scelta di una parte delle classi dirigenti di concentrare sui propri territori le forze e le risorse disponibili. Una scelta a mio avviso autolesionista anche per loro, ma comprensibile in un’ottica egoistica di brevissimo periodo. 

Nel caso in cui questo progetto secessionista fallisse, in che modo, secondo lei, si dovrebbe riaprire, nel paese, una discussione politica capace di disegnare un processo serio di riassetto federale dello Stato? Con quali soggetti sociali e politici? 

Certamente bisogna ridiscutere gli assetti dei poteri nel nostro Paese, per così dire fare un tagliando al regionalismo, ma anche all’abolizione delle Province e all’istituzione delle Città Metropolitane, che sono state un grande problema, realizzate in questi ultimi anni. Si può, si deve realizzare un equilibrio migliore fra il governo centrale, a cui vanno riservate forti competenze di cornice e di impostazione generale e di definizione di standard e livelli di servizi, e quelli regionali. All’interno delle Regioni, tuttavia, va guardato con grande attenzione il tema delle città e soprattutto quello delle grandi città che hanno bisogno di competenze e di risorse, attualmente a livello regionale, ben maggiori di quelle di cui dispongono. C’è il tema, scottante ma decisivo, delle Regioni a statuto speciale, che certamente non meritano più il trattamento di favore che esse attualmente ricevono; e c’è il tema del livello ottimale di pianificazione socio-economica.  Le 19 regioni e 2 province autonome che abbiamo oggi non sono certamente ottimali e quindi si dovrebbe aprire una grande discussione su come riformulare anche i confini delle regioni

Sento molti a favore di macroregioni; forse, invece, si potrebbe puntare su territori relativamente più limitati però uniti fra loro nella gestione di grandi servizi.

I pericoli e i disastri del regionalismo differenziato

Giuliano Laccetti

Tema quanto mai di attualità, e purtroppo non pubblicizzato, anzi, addirittura “sparito” da TV e, in parte, da giornali e siti web, il tema del regionalismo differenziato è di importanza cruciale per il futuro del nostro Paese. In questo mio contributo, dopo aver dato alcune informazioni (di carattere giuridico-costituzionale ed economico, ripresi da interventi di costituzionalisti,come Villone e Lucarelli, ed economisti, Viesti, Giannola, e dal rapporto Svimez 2018), commento con mie considerazioni l’eventuale approvazione delle richieste delle tre regioni.

Il regionalismo differenziato è una norma COSTITUZIONALE (di fatto inserita nell'art. 116, con riferimenti precisi agli altri artt. 117, 119, ecc .. della Costituzione) introdotta con la cosiddetta riforma del Titolo V del 2001, ma facente riferimento ed espandendo e precisando ad es. l'art. 5 della Costituzione.

Art. 116 comma 3: "Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata."A fine 2017, con referendum consultivi, Veneto e Lombardia hanno avviato la procedura di richiesta di autonomia su 23 materie: offerta formativa scolastica, contributi alle scuole private, fondi per l’edilizia scolastica, diritto allo studio e la formazione universitari, cassa integrazione guadagni, programmazione dei flussi migratori, previdenza complementare, contratti con il personale sanitario, fondi per il sostegno alle imprese, Soprintendenze, valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, protezione civile, Vigili del Fuoco, strade, autostrade, porti e aeroporti, partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, promozione all’estero, Istat, Corecom al posto dell’Agcom, professioni non ordinistiche.

E altro, perché l’elenco è incompleto.

In questo modo, verrebbero espropriati della competenza statale tutti i grandi servizi pubblici nazionali e verrebbe meno qualsiasi possibile programmazione infrastrutturale in tutto il Paese.

Il Veneto propone di calcolare i fabbisogni standard tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da tenere sotto controllo e mettere in sicurezza, eccetera), ma anche del gettito fiscale, cioè della ricchezza dei cittadini. Tale richiesta è eversiva.

In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti.

Dal 2001 nessun governo ha trovato il tempo di definire i cosiddetti LEP, i Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali e civili da garantire, in maniera omogenea e diffusa su tutto il territorio nazionale, cioè tutti, secondo Costituzione. Se non si sa quanto costano i LEP, come si può stabilire l’entità delle risorse da assegnare alle regioni per garantirne il godimento ai cittadini?

La discussione è finora avvenuta tra governo e Regioni (il 28 febbraio 2018, a 4 giorni dalle elezioni, in maniera improvvida per usare un eufemismo, il governo Gentiloni, con il sottosegretario Bressa, bellunese, come ricorda l’articolo di Daniele Balicco Quando uno stato muore, alfabeta2, 10 febbraio) siglava un pre-accordo con le tre regioni, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, che avevano avanzato richieste di regionalismo differenziato e di autonomia su determinate materie. Giusto per la precisione, a fronte delle 23 materie su cui Veneto e Lombardia chiedono piena autonomia, cioè tutte quelle possibili, l'Emilia-Romagna la chiede solo per 15. Dal pezzo di Balicco sembra di capire che anche l’Emilia sia arrivata a 23!). Successivamente la trattativa è andata avanti con il nuovo esecutivo a guida Conte.

(...) Che cosa stanno chiedendo Veneto e Lombardia? Più autonomia, più potere di decisione, più soldi (L'Emilia-Romagna chiede solo autonomia di decisione, non più soldi. Per ora).

Il principio per cui lo Stato non dovrà limitarsi a trasferire alle regioni la cosiddetta spesa storica, cioè la somma che attualmente spende per soddisfare le medesime funzioni, è stato chiaramente affermato anche dal governo, in sede di stipula dei tre accordi preliminari del 28 febbraio 2018. Secondo l’articolo 4 di tali accordi, il criterio della spesa storica dovrà essere superato entro cinque anni, perché a regime il trasferimento delle risorse dovrà essere definito in base ai «fabbisogni standard» calcolati non solo «in relazione alla popolazione residente», ma anche con riferimento al «gettito dei tributi maturati sul territorio»”. (cit. Carlo Iannello, Regionalismo differenziato: disarticolazione dello Stato e lesione del principio di uguaglianza)

Le Regioni, allora, stanno chiedendo di trattenere una cospicua quota del cosiddetto residuo fiscale. Il residuo fiscale "regionale" è una stima calcolata sottraendo dal gettito fiscale complessivo generato dai contribuenti residenti nella regione, la spesa pubblica complessiva in quella stessa regione.

Una proposta che scavalca del tutto l’articolo 53 della Costituzione, per cui il “patto fiscale” viene stipulato tra lo Stato e i cittadini, e si fonda sulle nozioni di «progressività» e di «capacità contributiva» del cittadino proprio per consentire le politiche dell’uguaglianza e permettere allo Stato di adempiere ai suoi compiti redistributivi” (cit. Carlo Iannello, ibidem) . Ancora, studi di Adriano Giannola evidenziano come «i calcoli di dare/avere in termini di imposte e spesa pubblica hanno senso solo se riferiti a singoli individui» in quanto «i territori non pagano imposte». Come scrive ancora Iannello nel già citato pezzo, introdurre un principio di territorialità delle aliquote, declinato su base regionale, contrasterebbe con l’impostazione dell’articolo 53, con effetti dirompenti sull’unità dell’ordinamento”.

Ad ogni modo, se venisse usato il criterio del residuo fiscale regionale, la spesa pubblica dovrebbe aumentare, di molto, in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, diminuire di molto in tutto il Mezzogiorno. Evidentemente non è possibile se si vuole salvaguardare la coesione nazionale, e se si vuole diminuire il gap tra Nord e Sud. Economicamente, inoltre, sarebbe una sciocchezza. Molti beni e servizi prodotti nel Nord vengono utilizzati al Sud. Con minore capacità di acquisto al Sud, possiamo dire così, l'economia danneggiata, alla lunga, sarebbe quella del Nord. Una spesa nel Mezzogiorno ha un effetto traino, generando acquisti dal Nord; una maggiore spesa nelle regioni più ricche ha effetto solo in quelle regioni, non si trasmette al resto del Paese. Quindi è una enorme bufala quella secondo la quale il regionalismo differenziato farebbe economicamente bene a tutto il Paese. La crescita economica di una regione, di un Paese, si avvera se tale regione o Paese è inserita/o in un contesto più ampio, un “mercato” ed una comunità, nazionale ed internazionale ampie, allargate, con connessioni di interdipendenza, in modo che la crescita e lo sviluppo economico (e civile, sociale, ecc ..) di una regione e di uno Stato, permettano la crescita e lo sviluppo delle altre regioni e degli altri Stati.


E ancora.

Il rapporto 2018 della SviMez pubblicato già da varie settimane, ricorda, tra le altre cose, che il considerare (come ancora qualcuno afferma) il Mezzogiorno come una sorta di zavorra per lo sviluppo della parte più ricca d’Italia, sia un bestialità.

Il mercato di destinazione del Sud, come cercavo di dire poco sopra, solo per fare un esempio, genera al Nord una ricchezza di circa 200 miliardi. E, ancora, sottolinea la questione delle risorse umane, delle intelligenze, che da Sud emigrano al Nord. Nel 2016-2017 un quarto degli studenti residenti nel Mezzogiorno iscritti alle Università, ad esempio, lo ha fatto in Università del Nord. 175.000 ragazzi e ragazze del Sud vivono e studiano al Nord, spostando circa 3 miliardi di consumi, pubblici e privati, da Sud a Nord, senza tener conto dei circa 2 miliardi che, stima la SviMez, sono stati necessari per formarli fino alle soglie dell’università: soldi spesi dal Sud, i cui frutti verranno utilizzati al Nord, che invece non ha speso neanche un centesimo per quei giovani.

Ma i cittadini sono informati di tutte queste questioni? O esse sono relegate in uno stretto giro di giuristi, costituzionalisti, economisti, pochi attenti osservatori? Purtroppo è quello che sta accadendo. I media, stampa e televisioni, NON ne parlano, o ne parlano in maniera distorta e “spettacolare”, senza spiegare alcunché.

Chi si sta muovendo? Innanzitutto il prof. Gianfranco Viesti, che da tempo ormai scrive articoli su quotidiani e riviste, libri, partecipa a decine e decine di convegni e manifestazioni, denunciando il grave pericolo che corriamo; qualche mese fa ha lanciato una raccolta di firme per una petizione contro la secessione dei ricchi, che ad oggi ha raggiunto circa 15.000 adesioni; e tanti intellettuali, economisti, giuristi, da Massimo Villone, ad Adriano Giannola ad Alberto Lucarelli, non hanno fatto mancare la loro voce; recentemente, un appello di intellettuali e professori universitari napoletani (ma non solo), ideato da Eugenio Mazzarella, e rilanciato dal sottoscritto sotto forma di petizione pubblica, sta raccogliendo molte e qualificate adesioni nel campo delle professioni, dei saperi, dell’università, della scuola, della ricerca.

Infine, il caporedattore Economia del Mattino, Marco Esposito, che da tempo conduce una battaglia su queste questioni, anche con il suo apprezzatissimo e fondamentale contributo “Zero al Sud”, in cui illustra, specialmente dal punto di vista economico e sociale, storture, omertà, bugie, iniquità, veri e propri imbrogli.

Tutti gli altri stanno lasciando soli in questa battaglia Viesti e questo pugno di studiosi. Le forze politiche, a parte la Lega (Nord), non si esprimono in maniera chiara, univoca: i 5S, con il Mezzogiorno loro serbatoio di voti, sono afoni anche per non vedersi “bloccata” dalla Lega la loro iniziativa-flag sul Reddito di Cittadinanza; PD e Forza Italia hanno al loro interno posizioni diametralmente opposte, e … preferiscono il silenzio, almeno a livello nazionale. Martina e Zingaretti, tanto per dire, non hanno espresso una opinione, una iniziativa, una proposta su tale tema. Non si può non ricordare però il purtroppo chiaro e duro intervento della vicecapogruppo vicario del PD alla Camera, la veneta Alessia Rotta, che parla come un leghista … “ante-Pontida”, potremmo dire parafrasando Totò: -questa autonomia regionale l’avevano annunciata per ottobre, poi promessa per novembre, adesso rinviano il tutto a febbraio ... chi ci prende per i fondelli? Salvini o Zaia?- E ancora: -Zaia aveva fatto della richiesta “il 90% del gettito fiscale resti al Veneto” la sua parola d’ordine, ora non ne parla più. Chi vuole prendere in giro?-

Nel PD c’è quindi chi considera giusto ed auspicabile che chi risiede in un territorio più ricco abbia più bisogno e più diritto a scuola, sanità, sicurezza, protezione civile, ecc.. ecc …, di chi vive in una regione che ha minore capacità fiscale. Da non credere!

Per ragioni simili, poi, Sindacati e Associazioni tipo Confindustria, tendono a restare colpevolmente silenti: però, a dire il vero, pur in presenza di posizioni “non contrarie” al regionalismo differenziato, in alcuni sindacati delle regioni del Nord, non si può non sottolineare che questo tema sia stato ampiamente trattato, per rigettarlo, negli interventi di Landini, Furlan e Barbagallo nella manifestazione di ieri, 9 febbraio a piazza S.Giovanni a Roma

Per Confindustria (con presidente salernitano, peraltro): i “nordisti” lombardi e veneti spingono, con più o meno “durezza”, per l’autonomia ed il “guadagno” al Nord di ingenti somme di denaro “pubblico”. Gli industriali (e le sezioni di Confindustria) meridionali stanno tentando di chiarire la questione, e si contrappongono ai colleghi del Nord.

E le Regioni del Sud? Emiliano e la Puglia rivendicano autonomia; De Luca e la Campania, che in un primo tempo sembravano nettamente contrari e si preparavano alla battaglia, hanno partorito un odg votato da centrodestra e centrosinistra, con l’astensione dei 5S, annacquato e timido, che non pone il problema della gestione di materie strategiche per lo sviluppo nazionale, e punta, dopo aver diffidato il governo a sottrarre fondi alla Campania, anch’essa ad una autonomia su varie materie che verranno meglio in seguito precisate. Il consiglio regionale della Calabria, all’unanimità, invece, ha preso una chiara posizione, provando a fare “le barricate” rispetto al regionalismo differenziato, avanzando una sua proposta, in cui, tra l’altro, in modo netto ed inequivocabile (come del resto chiedeva la petizione “No alla secessione dei ricchi” di Gianfranco Viesti) si chiede che prima di ogni decisione in merito, siano definiti i LEP, i livelli essenziali di diritti civili e sociali da garantirsi SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE.

Last but not least, i sindaci. Per fortuna, da questo “lato” ci si sta muovendo. Una lettera al direttore di Repubblica del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, mette i puntini sulle “i”, e contesta la richiesta di più potere a soldi alle regioni, in particolare alla regione Lombardia, di cui Milano è capoluogo, ricordando, correttamente a mio avviso, l’importanza, amministrativa, sociale e storica, delle città, dei comuni, rispetto alle regioni, enti “giustapposti” a territori più o meno ampi. “Le Regioni che vogliono più autonomia chiedono di gestire più competenze o semplicemente più risorse e quindi più potere? E se alcune Regioni avessero più risorse come si farebbe, onestamente, a non penalizzare le altre?”, testuale, la domanda, semplice e precisa, che pone il sindaco di Milano.

E ancora. Una intervista de Il Mattino al sindaco di Bologna, Virginio Merola, in maniera semplice, chiara, diretta, denuncia rischi e pericoli del regionalismo differenziato come richiesto dai “leghisti” (e, come abbiamo visto, in realtà, da molte forze politiche e sindacali e culturali del Nord Italia), e chiama a raccolta per così dire, almeno i sindaci delle città metropolitane, perché, tutti d’accordo, facciano sentire alta la loro voce per fermare questo eversivo progetto.

A mio avviso c’è, però, un altro pericolo. Anche a fronte di minore spesa pubblica, di minori fondi da gestire, le Regioni del Sud (meglio, i loro presidenti e governanti, le forze politiche) potrebbero essere fortemente attratte da questa richiesta di regionalismo differenziato: avrebbero meno soldi, ma potrebbero “mettere le mani” su sanità, ancora di più di quanto facciano oggi; su scuola (e insegnanti!); su diritto allo studio universitario; sulla gestione del corpo dei vigili del fuoco (e sui vigili del fuoco!); ecc… ecc … Tanto potere concentrato a livello locale, sarebbe pericolosissimo dappertutto, al Nord, al Sud, al Centro.

C'è insomma di che essere preoccupati. Servizi essenziali come gestione e manutenzione del territorio, trasporti, turismo, sanità, scuola, università, massacrati da tagli lineari, subiranno una ulteriore grave divaricazione tra Nord e Sud, minando l’uguaglianza dei cittadini e il principio di equa ripartizione delle risorse, tesa a favorire lo sviluppo dei territori in difficoltà. E stavolta non solo di fatto, ma addirittura per legge costituzionale, ci saranno cittadini con più servizi e più diritti di altri, esclusivamente in base al territorio in cui risiedono.

Per concludere, credo sia indispensabile che anche da queste colonne, come hanno già fatto studiosi, intellettuali, giornalisti, cittadini, parta un appello ai parlamentari eletti al Sud, in primis, ma ovviamente a TUTTI i parlamentari, e, come sembra possibile, ai sindaci delle città metropolitane ma anche di tutti i comuni italiani, per chiedere quanto meno che nessun trasferimento di poteri e risorse a una regione sia effettuato o approvato fino a quando non saranno definiti i LEP concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117 della Costituzione); che il trasferimento di risorse sulle materie assegnate alle Regioni sia calcolato ESCLUSIVAMENTE sui fabbisogni dei territori, numero di abitanti, ecc …, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza; che governo, media, forze politiche, attraverso documenti, trasmissioni dedicate su radio e TV, manifestazioni, ecc..., informino correttamente ed esaustivamente i cittadini tutti.

10 febbraio 2019