Giuliana Bruno, profondità delle superfici

Antonello Tolve

fabrics-1024x682È stato Gilles Deleuze – ce lo dice Davide Tarizzo in una riflessione sulla “metafisica del caos” – a mostrare come non solo l’immagine rompa l’antica alleanza tra l’essere e il linguaggio, ma quanto sia necessario fare i conti con il pensiero stesso delle immagini: un pensiero del fuori , una fedeltà che si collega da una parte alla (deleuziana) visione metafisica che si àncora nell’uomo e che fa «a meno dell’ipotesi di Dio», dall’altra «all’idea di una creazione nel tempo, o di un tempo creativo e creatore». Partendo da queste considerazioni, e da un’intuizione luminosa che pone al centro dell’attenzione la condizione della superficie nelle visioni estetiche attuali, Giuliana Bruno avanza una nuova riflessione – anche se le sue premesse si trovano nell’ Atlas of Emotion (2002; Atlante delle emozioni , Bruno Mondadori 2006 e Johan & Levi 2015 ) e in Public Intimacy (2007; Pubbliche intimità, Bruno Mondadori 2009), due volumi in cui l’autrice si concentra su un paesaggio interdisciplinare dove la connessione è determinata da sistemi di contatto di natura aptica e prossemica – sulla «materialità nell’epoca del virtuale», per «mostrare in che modo essa si manifesti nei media attuali come tensione di superficie», come spostamento dall’ottico all’aptico.

La tesi che Bruno propone nel suo Superfici – volume stampato per la prima volta in Cina per conto della University of Chicago Press (2014) e oggi pubblicato in elegante edizione italiana da Johan & Levi – è legata alla convinzione di fondo «che la materialità non riguardi i materiali, bensì la sostanza delle relazioni materiali». Nell’ampia trasformazione mediatica che investe e invade i tessuti artistici d’oggi, l’indagine di Giuliana Bruno pone infatti la materialità della superficie al centro di un discorso che, tra la fenomenologia dell’arte, l’estetica della luce e la semiologia degli spazi espositivi, si fa «luogo in cui le distinzioni tra interno ed esterno si dissolvono temporaneamente nello spessore della superficie»: di una dimensione intesa come ambiente polifonico, come sviluppo visionario e immedesimativo («nella trattazione includeremo una particolare forma di proiezione, vale a dire l’Einfühlung, un’“immedesimazione” che è empatia non solo verso le persone, ma anche nei confronti degli spazi e delle cose»), come territorio dove si intrecciano l’estetica, l’apticità e l’affettività.

Partendo da una Questione di tessuto, da un discorso emotivo che riguarda la restituzione affettiva, il rovesciabile e la reciprocità, il volume propone via via un percorso che affronta i vari volti della creatività umana – lo spazio della moda e del cinema, quello dell’architettura e dell’arte contemporanea legata alla luce e alla sua estetica – per disegnare un percorso teorico che si avvale di esempi, di piccoli ed eleganti focus su alcuni volti, individuati e attraversati per sottolineare al meglio la profondità della superficie. Quel cono danzante a luce solida, ad esempio, è un meraviglioso cammeo critico dedicato al lavoro di Anthony McCall (ma non si può non pensare anche a Fabio Mauri), indagato per considerare la luce come presenza scultorea, «fatta per essere vissuta come una forma solida».

Assorbente, respingente, accecante, fuorviante o smaterializzante per modificare «la tettonica della parete e concretizzarla altresì in un’altra superficie», la luce è parola d’ordine che nel discorso di Giuliana Bruno coniuga lo spazio al tempo (elabora il fare spazio al tempo e alla storia, più precisamente), trasforma la superficie in profondità, in attenzione che buca le pareti della mente e trasporta il pubblico – anche il pubblico distratto indicato da Benjamin – al di là della parete, dello schermo, della pelle, dell’involucro, della vetrina che privilegia l’aspetto al contenuto. Dalle Trame del visuale alle Superfici di luce , dagli Schermi di proiezione ai Materiali dell’immaginazione, l’autrice persegue un nuovo materialismo il cui potenziale intreccia insieme la plasticità dello spazio allo scorrere del tempo, l’aperto al chiuso, l’esteriore all’interiore, l’ innen all’außen.

Le forme di conoscenza dell’apparenza e il “sapere della superficie” – quel sapere inaugurato da Nietzsche e ripreso da Simmel, da Benjamin, dalla cultura viennese, da Foucault e dallo sguardo pungente di Deleuze – diventano così, per Bruno, filamenti di un progetto coinvolgente che trascina il lettore nell’intimità della temporalità (tra le pieghe e le piaghe, le cuciture e le fenditure del tempo), «nel potenziale di una filosofia della materialità»: in «quel particolare spazio che Jacques Rancière chiama “il disegno della superficie delle cose”».

Giuliana Bruno

Superfici. A proposito di estetica, materialità e media

a cura di Maria Nadotti

Johan & Levi 2016, 320 pp., € 38

Lo spazio della vita

Sabrina Ragucci

L’Atlante delle emozioni, di recente ripubblicato da Johan & Levi editore, inizia con un riferimento (accompagnerà tutte le pagine del libro) alla Carte du pays de Tendre, La mappa del paese della tenerezza, di Madeleine de Scudéry: il contrario dellaGuida blu di Barthes, dove l’umanità è l’introduzione a un grazioso scenario, «destinato a fare da contorno all’essenza del paese». L’ Atlante di Giuliana Bruno non è un’enciclopedia che tutto racchiude in sé, ma costringe invece il lettore a muoversi verso il suo contenuto e l’essenza delle opere degli artisti, una mappa scaturita dall’inscindibile unione psicogeografica: quella del viaggiare e del vedere se stessi attraverso la storia culturale delle arti visive. Nel 1654, in Clelie, histoire romaine, Madeleine de Scudéry pubblicò il disegno di uno dei personaggi del suo romanzo, una mappa costruita «per indicare le terre che portano alla tenerezza». Il paesaggio di de Scudéry non era privo del mare, di un fiume, di un lago, degli alberi, delle città, ma rivelava soprattutto un «itinerario emotivo». Scrive Giuliana Bruno nel prologo: «La mappa di Scudery traccia in realtà il moto delle emozioni, quel paesaggio particolare che l’immagine in movimento, vale a dire il cinema, ha trasformato in arte della mappatura». Il moto è emozione. Bruno sorvola – attraverso la tenera geografia – le arti spazio-visive portandoci in quell’altrove profondo in cui tutto si rattiene, mostrando ciò che prima ci era sfuggito, in virtù di una privazione iniziale, un disallineamento dei sensi.

I titoli dei capitoli dell’Atlante richiamano l’Architettura, il Viaggio, la Geografia, l’Arte della mappatura, il Design, la Casa (e non tralascerei di consigliare la lettura dei Ringraziamenti). Bruno non trascura la Storia e la modernità, ripercorrendo il suo libro cresce la consapevolezza, la storia, o meglio il dettaglio, non è solo «il passato», e non procede esclusivamente in modo cronologico, ma è presente nelle tracce immagazzinate all’interno del nostro corpo. Infatti è in ogni scorcio che apprendiamo ciò che Bruno tesse in una trama tra le cose. Il suo è paragonabile al lavoro che fa l’artista Elaine Reineck: in una ragnatela di saperi costruisce «intessendo» di pensieri la superficie della sua opera. Tutta la ricerca di Bruno si sviluppa in un’interazione culturale tra arte e cinema, un archivio di immagini in connessione che diviene reale «tra la mappa, la parete e lo schermo». A lei dobbiamo la restituzione autentica della nozione di aptico che attraversa l’intero libro, innanzitutto nel campo dell’arte contemporanea e del cinema, fino a che, di recente, è divenuta espressione famigliare e pubblicitaria, in relazione anche agli strumenti tecnologici quotidiani che investono la nostra percezione. La parola, di origine greca, indica una «possibilità dello sguardo», un tipo di visione distinta da quella puramente ottica per cui, nella zona spaziale contigua, lo sguardo, avanzando come il tatto – lo stesso Deleuze, a proposito di Bacon, diceva che il pittore tocca con lo sguardo – prova nello stesso luogo la presenza della forma e del fondo. Al contrario del senso della vista – che con insistenza scruta, indaga –, l’ aptico ha anche il potere di suggerire altre indicibili realtà, una relazione intenzionale con l’orizzonte vissuto: una sorta di sottrazione che lo sguardo opera per esserci davvero, per vedere completamente.

Bruno risale alla paternità del termine: «Il cinema vide la luce insieme alla riformulazione della spazialità nella storia dell’arte, proposta eminentemente da Alois Riegl». Riegl era stato conservatore della sezione tessuti del Museo dell’Arte e dell’Industria di Vienna. Scrive Bruno: «Il lavoro sull’aptico fu prodotto da uno storico dell’arte i cui doveri di curatore lo mettevano in contatto con questioni di texture e pratiche tattili». E al rapporto tra tatto e vista – processo cognitivo, senso e sensibilità, interno ed esterno, emozioni come moto di sensazioni trasformate – è dedicato un intero capitolo del libro seguendo la trasformazione che Benjamin fa delle idee dello stesso Riegl. Ma infine è lei, Bruno, a concepire uno spazio aptico del cinema come spazio di un dentro abitabile: «La natura aptica del cinema implica un itinerario architettonico, collegato al moto e alla texture piuttosto che alla piattezza». La costruzione spaziale, l’architettura si trasformano in film, come in Antonioni.

L’Atlante delle emozioni è l’impalcatura di un lavoro che non finisce, in una vertigine che ricorda Richter e il suo magnificoAtlante, definizione di sé e del mondo in cui è vissuto e vive l’artista. In esergo al capitolo dedicato alle mappe, Bruno cita Benjamin: Da tempo, in effetti da anni, gioco con l’idea di articolare lo spazio della vita. E – come è proprio di un atlante non enciclopedico, che si apre a un senso più ampio – in questa mescolanza di architettura, cinema, arte, troviamo infatti un viaggio di ritorno a Napoli, anche questo parte della mappa: qui il libro stesso, a tredici anni dalla sua prima pubblicazione (e a nove dalla prima edizione italiana, da Bruno Mondadori), diventa un’isola necessaria nella biografia dell’autrice da tanti anni docente negli Stati Uniti.

Giuliana Bruno
Atlante delle emozioni. Un viaggio tra arte, architettura e cinema
traduzione di Maria Nadotti
Johan & Levi, 591 pp., € 30