Giulia Niccolai, o del rovesciamento

Cetta Petrollo

2007-04-22_niccolai1_00641“Io non riesco a darmi pace / se, ogni tanto, non rivolto / la mia esistenza come un guanto, / per ripassarla tutta. Macchie, buchi di tarme, cerniere rotte, orli che pendono, / bottoni che mancano, antiche / bruciature di sigarette, ‘scorlere’, / smagliature”. Così scrive Giulia Niccolai in uno dei New frisbees, sezione conclusiva del suo ultimo libro Foto e Frisbee; e se l’esistenza è un’esistenza come la sua – vissuta liberamente fra l’America e l’Italia fin dagli anni Cinquanta, anni in cui era molto difficile per una donna vivere in modo non convenzionale, trascorrendo esperienze in una professione, quella di fotografa, in quel tempo inusuale per le donne e in compagnia, per più di quindici anni, della pervasiva presenza di Adriano Spatola – ci rendiamo conto della coraggiosa avventura di questo rovesciamento, testimoniata e punteggiata da scelte linguistiche che pur nella costante, personale, ricerca di un senso altro – fondamentale la scelta della pratica buddista –, si ripropongono come centro e approdo, costantemente perso e ritrovato.

Il rovesciamento, iniziato forse con quella che la stessa Giulia definisce la sua “discesa agli inferi” negli anni fra l’83 e l’85, sottolinea una consapevolezza della funzione della scrittura quanto mai distante dalla poetica spatoliana: citando Spatola, non “il testo come realtà, la pagina come realtà, la poesia come realtà”, non la presunzione di poter elaborare “la propria sofferenza con gli strumenti della poesia”, ma scrittura come illuminazione gentile di un cammino interiore; apertura, attraverso parole-immagini, di connessioni che disperdono l’io e lo decentrano giacché, dice Giulia “ventotto anni più tardi so con certezza a cosa serve pregare e meditare. / A provare di nuovo veri e propri / sentimenti, emozioni: l’incredulità e / la felicità della meraviglia, / la compiutezza della gioia, la non dualità della compassione, / la gratitudine dell’amore. / Sommate, danno beatitudine”.

La lingua di Giulia, attiva dal 1966 con numerose pubblicazioni in prosa e in poesia, dal romanzo Il grande angolo , nuovamente pubblicato nel 2014 , fino alla raccolta completa di tutte le poesie, Poemi & Oggetti , edita da Le Lettere nel 2012 , attraverso le deliziose edizioni TamTam e Geiger, Sinsong for new year’s Adam & Eve e Russky salad ballads & webster poems e la prima raccolta dei Frisbees (poesie da lanciare) nel 1994, non è dunque quella “scrittura barocco / balorda” nella quale si identificano “la frantumazione, l’alienazione, / la confusione”, ma piuttosto un sinuoso movimento che asseconda la libertà del narrare – e slitta incessantemente dal piano dei ricordi dell’infanzia e della giovinezza alle esperienze del presente, dalla riflessione sulla poesia alle immagini simboliche della pittura più amata (e qui ricordiamo i suoi bellissimi scritti sull’arte, Le due sponde. Spazio/tempo-oriente/occidente, pubblicati da Archinto nel 2006).

Così, nei primi capitoli, la seguiamo nel lavoro milanese presso l’agenzia Giancolombo, nelle scorribande avventurose, da giovanissima fotoreporter, nella New York degli anni Cinquanta e Sessanta ritraendo, fra l’altro, personaggi come Kubrick, Nabokov, Ford, nella pigra vita del Tridente romano fra Canova, Rosati e Cesaretto e nei reportage alla ricerca di borghi italiani poco conosciuti dalla Toscana alla Sicilia, fino ad arrivare alla narrazione del suo incontro con il buddismo e alla riflessione sulla letteratura – centrale nel volume il lungo saggio sulla poesia di Adriano Spatola – con qualche squarcio biografico sugli anni trascorsi al Mulino di Bazzano.

Un inarrestabile e continuo decentramento percorre Foto & Frisbee lanciando interrogativi e ironia verso il lettore in quell’andirivieni fra senso e non senso che accompagna Niccolai dalle Russky salad ballads (valga per tutte la memorabile Harry’s Bar Ballad) e le fa superare, con quella grazia linguistica che costituisce la cifra particolare e costante della sua scrittura, gli scogli orribili della malattia e della vecchiaia: “Sempre a proposito del mettere / o non mettere il Pace maker, / la Dottoressa dice: parlo coi / dottori di sopra (il pronto Soccorso / è al primo piano), e anche con gli elettricisti (tecnologi del Pace Maker). / Peccato che non abbia ancora / il coraggio di chiamare ‘idraulici’ / i medici esperti di cuore e coronarie”.

Quell’“amicone del linguaggio” si coniuga in modo naturale con l’esperienza buddista diventando meditazione attiva e illuminazione attraverso la parola, gioia nel gioco del perdersi: “La mia gioia sono le parole / che si inseguono come biglie / dentro e fuori le gallerie / di un castello di sabbia”. Come splendidamente osserva Cecilia Bello Minchacchi nella prefazione al volume: “Le parole hanno una concretezza meravigliosa, nella scrittura di Giulia, una concretezza infantile, lucida e rotonda”, in “una diffusa sympatheia per ogni aspetto della realtà”.

Niccolai ci racconta, senza alcuna presunzione di esemplarità, sessant’anni di vita in cammino verso la compiutezza, l’accettazione e la compassione di sé, verso il riconoscimento del proprio percorso che è costituito, innanzitutto, dal riconoscimento di quel particolare, intimo, calore che solo il ritrovamento della propria lingua può dare – goccia rossa dell’esistere –, pioggia di meravigliosi frisbee che vengono lanciati verso chi legge in gioiosa comunicazione, segno distintivo della generazione, assai vitale, degli scrittori che esordirono negli anni Sessanta con molte speranze sul futuro della letteratura (e della politica e della cultura) e che ora, nella loro vecchiaia, continuano a testimoniare un’inesausta passione per la vita.

Giulia Niccolai

Foto & Frisbee

introduzione di Cecilia Bello Minciacchi

Oèdipus, 2016, 176 pp., € 14

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cantiereUna rete di intervento culturale per costruire il futuro

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Franco Beltrametti, parole in transito

Franco Beltrametti con Adriano Spatola e Giulia NiccolaiProsegue, per l’alacre spinta di Anna Ruchat che presiede a Riva San Vitale la Fondazione a lui intitolata), la riscoperta di Franco Beltrametti (1937-1995): personaggio sino a questo momento defilato ma di grande suggestione, e in molti sensi tipico, di quell’«arcipelago di poeti» che, alla conclusione dei lavori del Gruppo 63, dispersero le loro vite-opera in una raggiera di direzioni diverse. Tanto in senso estetico che, propriamente, geografico. E proprio l’attrazione di Beltrametti per l’Altrove tradizionalmente rappresentato dall’Oriente è al centro tanto della mostra in corso alla Biblioteca cantonale di Bellinzona, a lui dedicata nel ventennale della scomparsa, che delle pubblicazioni che la accompagnano (entrambe proposte dalle locali edizioni Sottoscala: ed.sottoscala@bluewin.ch): soprattutto del bellissimo taccuino di viaggio Transiberiano, nel quale con parole e disegni si racconta il viaggio in treno che nel 1965 portò il 27enne Beltrametti da Venezia al Giappone; ma anche della breve Autobiografia in 10.000 parole commissionatagli nel 1990 dalla Contemporary Authors Autobiography Series. Per la cortesia della Fondazione e dell’editore Sottoscala, presentiamo qui le prefazioni ai due testi, a firma rispettivamente di Stefano Stoja e Giulia Niccolai.

A.C.

Franco Beltrametti

Il Transiberiano

Sottoscala, 2016, 94 pp., € 25

Autobiografia in 10.000 parole

Sottoscala, 2016, 80 pp., € 25

La musa leggera. Le parole di Franco Beltrametti

a cura della Fondazione Beltrametti

Bellinzona, Biblioteca cantonale, 12 febbraio-23 marzo 2016

Taccuino Transiberiano_page_43_verso_44«Ieri un bambino è nato sul treno»

La Transiberiana di Franco Beltrametti

Stefano Stoja

Ci sono a mio avviso poche frasi, o forse nessuna, più felici di questa, figlia di Franco Beltrametti, che suggeriscano la sensazione d’interminabilità del più lungo viaggio in treno che si possa fare sul nostro pianeta, ovvero da Mosca a Vladivostok; si può provare a dire che il tracciato ferroviario è lungo 9.289 chilometri, ma è una distanza di un ordine di grandezza senza alcun riferimento nella vita quotidiana: all’atto pratico, non ci si possono consumare le suole delle scarpe né farsene indurire i polpacci; si potrebbe dire che nel suo percorso il treno attraversa sette fusi orari, ma anche questo dato non fa parte dei problemi quotidiani di gente della Vecchia Europa e non aiuta granché; oppure che la Transiberiana è lunga quasi un quarto di equatore, e finalmente s’affaccia una immagine più familiare, qualcosa la cui rappresentazione possiamo toccare con mano su un comune atlante geografico; ma quanti di noi hanno mai percorso davvero l’equatore, e di conseguenza sanno di prima mano quanto dura un quarto di esso? Provo un approccio più da sociologo: la Transiberiana è talmente lunga che il carattere transitorio del viaggio, il suo essere moto-per-luogo, svanisce insieme col ricordo del punto di partenza e la speranza di quello di arrivo, e diventa uno stato-di-moto permanente, che batte e ribatte nella testa al ritmo dello sferragliare delle ruote: non-scendi-più, tutùm tutùm, non-scendi-più; mah!... Nossignore; funziona molto meglio: la Transiberiana è talmente lunga che può accadere che sul treno nasca un bambino.

Sul suo viaggio sulla Transiberiana, Franco Beltrametti ci ha lasciato un poemetto di quattordici stanze in metro libero, Il Transiberiano, e una buona quantità di appunti di viaggio e materiali di riferimento dispersi su una vasta superficie letteraria, che vanno dall’Autobiografia compilata nel 1990 e pubblicata l’anno successivo da Gale Research Inc., ai quaderni densi di citazioni degli autori che frequentava all’epoca, agli appunti di viaggio veri e propri annotati su un taccuino dalla copertina rossa, alla stesura del poemetto, a un paragrafo del suo primo testo narrativo, Nadamas, pubblicato da Geiger nel 1971; è dunque, la mia, la semplice esposizione di tutto questo materiale, ordinato cronologicamente: essa è la storia di un presente, ovvero il viaggio, che si fa ricordo già nel momento in cui Beltrametti ne prende appunti sul suo taccuino; e fin quasi dal momento in cui esso termina, comincia a distillarsi in poesia, che assume la sua forma definitiva tre anni più tardi; infine, è molto dopo, ventitré anni dopo, che riaffiora tra le righe dell’autobiografia di Beltrametti, con una connotazione, com’è ovvio, a tratti mitizzata, ove figurano ulteriori «ricordi» di cui non c’è traccia negli appunti contemporanei al viaggio, o persino sovvertimenti completi di fatti riportati nel taccuino.

Le annotazioni sul diario relative ai giorni immediatamente precedenti la sua partenza forniscono indizi abbastanza precisi sullo scopo del viaggio. Beltrametti mette in valigia un ciottolo del Mediterraneo, «per ricordarti da dove vieni», gli dice la madre del suo amico Giancarlo Zappa, che glielo dona insieme a un Vangelo; una scultura «da tasca» di alabastro di Volterra e un disegno del «cavaliere nella Toscana bruciata», entrambi donatigli da Raffaello Benazzi, che nella dedica del disegno dà appuntamento a Pisa a Beltrametti, per quando sarà tornato dal viaggio. Sono dunque tutti amuleti che ne auspicano il ritorno, legandolo alla cultura del Mediterraneo. Tutto il materiale testuale che documenta questo momento della vita di Beltrametti sembra a mio avviso puntare più che sull’esperienza del viaggio in se stessa (che comunque costituì sempre una cifra essenziale della sua vita) sullo scopo di esso: il Giappone; nell’Autobiografia, infatti, egli, riferendosi al suo stato d’animo nelle settimane precedenti l’inizio del viaggio, usa l’espressione inglese drive to see Japan, «impulso impellente di visitare il Giappone». Un’altra sottolineatura di quest’aspetto si trova nelle ultime pagine di diario, cui egli affida la cronaca dei suoi primi due giorni in Giappone: esse sono ricche e molto più articolate nei particolari di quanto lo siano quelle dell’intero viaggio: attività, escursioni, i cinque sensi letteralmente subissati di colori, suoni, sapori, aria e cultura giapponesi; addirittura, la trama completa e giudizi entusiastici di taglio spiritualista di un dramma Nôh della durata di quattro ore!

Franco Beltrametti e la sua compagna Judy Danciger partono in treno da Como il pomeriggio del 30 aprile 1965; si fermano insieme a Venezia per i quattro giorni successivi, poi Judy prende il treno che la porterà a Ginevra, mentre Franco sale su quello per Vienna. Lo stesso giorno, 4 maggio, vi arriva; il 5 visita il Kunsthistorisches Museum e riparte per Mosca, via Cecoslovacchia e Polonia. Giuntovi il 6, alloggia all’hotel Berlin, trova la città pavesata a festa per il ventennale della conquista di Berlino (conserva in un quaderno d’appunti la foto di alcune ragazze in costume tradizionale che ballano per strada, su un ritaglio della «Revue de Moscou»), e nei successivi tre giorni, fra l’altro, rende omaggio alla tomba di Majakovskij e visita la Galleria Tret’jakov; il 9 prende il Transiberiano dalla stazione Jaroslavskij, destinazione Nakhodka. Dalla data della partenza le sue annotazioni s’infittiscono di dettagli, e ci consegnano una cronaca molto vivace di ciò che nel 1965 poteva accadere a un passeggero lungo quei novemila e più chilometri di acciaio e traversine. C’è tutto: i momenti di allegria conviviale e alcoolica con i compagni di scompartimento, le partite a scacchi e a dama, i canti, i giochi dei bambini, i grandi fiumi e le catene montuose, le conversazioni un po’ a segni e disegni un po’ in tedesco o francese, le soste in stazioni polverose e assolate, il disgelo primaverile che erompe a macchia di leopardo lungo tutto il tragitto, i pacchetti di sigarette che vanno in fumo uno dopo l’altro, i venditori ambulanti, le donne-controllore che ogni tanto si trasformano in cameriere e inservienti e servono il tè, i momenti di studio del giapponese, la lettura di Fenollosa. Una cosa che sicuramente si può dire oggi di questa messe di appunti, è che fanno venire la voglia di viaggiare, o quantomeno di prendere in mano un atlante e ripercorrere idealmente un itinerario ormai irrimediabilmente perso nel passato, così come i personaggi che lo popolarono: che fine avranno fatto Simon il baleniere con lo spropositato coltello nella valigetta, o l’ufficiale Gatto Grigio che distribuiva le sue decorazioni di guerra ai bambini, o la capotreno Valja, che su un foglio del taccuino di viaggio scrisse in russo il suo indirizzo di Mosca?, e la banda suonerà ancora nel tardo pomeriggio al parco di Khabarovsk, e ci saranno ancora le bancarelle della frutta nelle stazioncine nel bel mezzo del nulla? Trovo molto bello che grazie agli appunti di viaggio di Franco Beltrametti, noi oggi, a cinquant’anni di distanza, si possa continuare a immaginare senza sosta gli innumerevoli finali di queste storie.

Estetico, etico, zen

Giulia Niccolai

Nato nel 1937, Franco Beltrametti scrisse questa Autobiografia in 10.000 parole per la Contemporary Authors Autobiography Series, nel 1990, quando aveva 53 anni, 26 anni fa.

53 anni di età e 26 anni fa sono due «tempi» della massima importanza, per lo meno dal mio punto di vista che ne ho appena compiuti 81.

Il mondo che Franco ci racconta non è più riconoscibile, sembra non sia mai esistito: con una laurea in architettura, la buona conoscenza di quattro lingue, una gran voglia di avventura, di viaggi e di mondo, Franco trovava lavoro ovunque, senza alcuna apparente difficoltà: Tokio, Pasadena, Parigi, ecc.

Non c’è ragione di non credergli, ma oggi questa facilità, questo senso di libertà, e di movimento non esistono più. Siamo bloccati. Siamo tutti in prigione, o quasi.

C’è però da notare che a 53 anni, quando Franco scrisse queste sue 20 pagine, egli continuava ad avere uno spirito da ragazzo, come se la vita non l’avesse ancora domato.

Per quanto mi riguarda, ricordo di essermi sentita libera e irresponsabile solo fino ai 35 anni, poi, è come se tutto fosse divenuto più faticoso, più dovere che gioco: c’erano sempre bollette da pagare, non riuscivo a stare dietro ogni cosa, un generico senso di stanchezza e disillusione.

Senza che me ne fossi resa conto, 53 e 35 sono anagrammati, meglio così: cicale entrambi, lui e io, lui lo è rimasto e io mi sono tramutata in formica, addirittura prendendo i voti di monaca buddista nel 1990, lo stesso anno in cui lui scrisse l’autobiografia.

Franco aveva solo 58 anni quando è mancato. Ho avuto altri grandi amici, soprattutto tra artisti e poeti, che ci hanno lasciato presto, e per ognuno è come se il destino avesse dato loro in cambio, la possibilità di sentirsi quasi adolescenti fino all’ultimo.

Per concludere, questa autobiografia ha a che fare con situazioni sempre ottimali, facili da raggiungere, con fluidità priva di inciampi e ripensamenti, con soddisfazioni e mai con problemi, perché il mondo era diverso, e perché Franco rimaneva ragazzo.

Anche il limite delle 10.000 parole potrà essergli stato d’aiuto per dimenticare ogni possibile difficoltà, ma qui, di seguito, riprendo la sua descrizione di come costruì, nel 1974, una casa di legno accanto alla proprietà e alla casa di Gary Snyder, nelle montagne sopra Nevada City.

«Aiutai Snyder a costruire un capannone per il garage e un pergolato, imparando così le nozioni fondamentali di falegnameria; Gary è una persona molto abile e concreta. Poi mi misi a lavorare con una squadra di falegnami del luogo finché mi sentii di costruire da solo, superando i miei blocchi psicologici verso le faccende pratiche. Con Chuck costruimmo una leggera struttura di nove travi, con ampie tettoie e un lungo lucernaio sopra la trave maestra: sembra un uccello pronto a volar via, ancora lì, con tutte le aggiunte costruite in seguito da Judy. I bulloni, fatti di calchi di sabbia, li avevamo recuperati nel canalone di una miniera d’oro in disuso nelle Sierre superiori».

Compare Stevenson per un attimo e scompaiono tutte le grane di acqua, fogne, stabilità, peso della neve invernale ecc. ecc.

Descrivendo Franco anche Anna Ruchat ha scritto: «La felicità della corsa di lui, che guarda indietro soltanto per accelerare».

Se è così, va subito aggiunto che era anche una sorta di asceta, si accontentava, ed era un gran signore nel non chiedere aiuto agli amici. Non chiedeva mai soldi, si limitava a fare un bel po’ di telefonate (non c’erano ancora i cellulari), quando era ospite dall’uno o dall’altro. Tutti gli amici si raccontavano, ridendo, questa sua piccola debolezza, che gli serviva per pianificare le giornate successive. Così è anche come se la sua poesia fosse una sorta di diario di bordo, una lunga serie di appunti su pensieri, immagini, amici, situazioni, di una vita che Franco aveva deciso: sarebbe stata bella e libera. Si tratta sempre di testi spontanei e veri, di un essere che conosce ed è sempre in contatto con se stesso, se addirittura un solo mese prima di morire, e senza essere malato, scrisse questo testo profetico:

quand un type comme moi

publie un livre plus épais

d’un centimètre ça peut

signifier: la fin

devant les yeux

8-9/ VII/ 95

Un giorno degli anni Ottanta, in pellegrinaggio a Venezia, per visitare con l’amica architetto, Daniela Ronconi, le opere di Carlo Scarpa, le confessò che se avesse conosciuto Scarpa da giovane, non avrebbe mai abbandonato l’architettura.

Questo episodio spiega l’assoluto valore del suo senso estetico, così puro, giapponese e dunque anche etico e Zen – che gli aveva impedito di fare l’architetto, progettando case e cose nelle quali non credeva – convincendolo piuttosto a scegliere una vita da nomade che l’avrebbe costretto a fare ogni giorno, i conti con un se stesso, poeta.

Questo, mi pare un punto di partenza della massima importanza, che dà un particolare senso a tutta la sua vita, spiegandone forse anche l’esagerato ottimismo.

Diversi poeti amano molto i suoi versi e il suo essere stato così come è stato: lieve, spiritoso, bohéme e signore. E, non a caso, Franco continua a mancare a noi tutti.

Milano, gennaio 2016

Giulia Niccolai sul suo POEMA & OGGETTO

Oggi, dalle 18 alle 21, alla Galleria Romalibera a Trastevere (Via Roma Libera 10, citofono Romalibera), Giulia Niccolai presenta il suo piccolo, miracoloso Poema & Oggetto (Edizioni del verri, 2014), del quale abbiamo parlato qui. Per l’occasione Giulia ha scritto questo testo, che riproduciamo per la cortesia di Romalibera.

A.C.

POEMA & OGGETTO: istruzioni per l’uso

Giulia Niccolai

Inizierei dal titolo: POEMA & OGGETTO, tutto maiuscolo, con quella & che lega il primo termine al secondo, con maggiore forza e convinzione di quanto non faccia una piccola e minuscola, così come in X Y & FIGLI viene sottolineato il passaggio generazionale (la durata nel tempo), e la consanguineità dei proprietari.

Questo, per dire – e così come cercano di mostrare le stesse poesie visive – che ogni singolo, piccolo oggetto del quotidiano ha in sé l’aspirazione e la volontà di trasformarsi in poema: l’alfabeto, un’agendina del telefono, una macchina da scrivere scassata, una lampadina ecc.

A una più attenta analisi, si potrà anche notare che diverse poesie visive riguardano lavori a maglia o di cucito: l’intreccio della lana lavorata con gli aghi viene imitato visivamente in whole / hole (intero / buco, le tarme), o in knit / knot (lavorare a maglia / nodo); così come in type / tapestry (batti a macchina / arazzo), l’intenzione è quella di mostrare come l’aspetto delle lettere, sempre prive di spazi tra loro, possa ricordare anche i fittissimi nodi di un arazzo.

Per quanto riguarda i lavori di cucito, abbiamo i bottoni stampati, uno dei quali è però anche cucito alla pagina con vero filo rosso; l’immagine di spilli, tra i quali ce ne è uno vero che buca e attraversa la carta ecc.

Poi, e questo vuole essere il testo/ricamo più malizioso, invece di fare un classico fiore o una rondine a punto croce (come era corretto che facessero le bambine), ricopiai proprio a punto croce la pag. XIV dell’introduzione al Manoscritto trovato a Saragozza, di Jan Potocki, come appare nell’edizione Adelphi del 1965.

Il numero delle lettere di ogni parola è mantenuto identico nel punto croce, così come tutti gli a capo delle righe, la lunghezza dei periodi ecc.

Già a dieci anni avevo deciso che quel tipo di lavori femminili io non li avrei mai fatti, già a quell’età non mi sentivo in alcun modo «donna di casa», e il fatto di poterli chiamare poema, dando loro quel titolo, ha voluto anche essere un mio sincero ringraziamento (nel 1974), per il nuovo spazio di libertà che il femminismo ci stava portando.

Mi piaceva farlo così, a bassa voce.

Perché a bassa voce?

È più elegante.

Giulia Niccolai, la gioia delle cose

Da qualche mese Giulia Niccolai ha compiuto ottant’anni, ma non l’ha detto troppo in giro. Le amiche più strette però lo sapevano, e hanno realizzato per l’occasione un paio di pubblicazioni che, guardando al suo passato, lo hanno interrogato come un oracolo del suo, del nostro futuro. Lo stesso fanno i componimenti che Giulia continua a produrre, i suoi Nuovi Frisbees: raccolta che fa seguito a quelli che potevano apparire, ma non erano, conclusivi Frisbees della vecchiaia. E di cui ci offre qui un corposo antipasto.

E lo stesso fanno, cercano di fare, alcune delle sue amiche, e dei suoi nuovi amici, che quei bellissimi libri ci presentano qui. Anche se per tutti noi temo sia impossibile emulare la serenità e anzi la gioia che brillano dagli occhi, dal viso, dalla postura che Giulia ha adottato nella vita. Serenità e gioia che, come quei testi ci dicono senza imbarazzi, non negano e non dissimulano il loro contrario; ma, con altrettanta risolutezza, affermano di poterlo superare. Senza volerla necessariamente seguire nel cammino spirituale che ha scelto per sé, insomma, è davvero una maestra, Giulia: in questo come in tanto altro, del resto. È lei che ci dice, che si dice: «E tu, te la ricordi la gioia?»

DA «NEW FRISBEES» (FEBBRAIO 2013)

Versi di Giulia Niccolai da News Frisbees
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LA VERITÀ CHE FA RIDERE
Graziella Pulce
Questi due versi dei nuovi Frisbees di Giulia Niccolai spuntano occhieggiando come papaveri rossi in un prato sbiadito. Il caso, la crisi, la trasformazione, l’umano. Due versi che possono essere letti sul piano della letteralità, sullo sfondo della congiuntura epocale che stiamo attraversando, e quindi di «cadute», di dissesti economici, di drastici ridimensionamenti.
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L'ORIZZONTE VASTO DELLA GIOA
Franca Rovigatti

«Lo stesso orizzonte / che si iscrive vastissimo…»: queste parole Giulia Niccolai rimontava, traendole dal saggio introduttivo di Alfredo Giuliani ai Novissimi. Parole dunque del ’61, che Giulia rimedita negli anni tra il ’70 e il ’72. Parto da qui, da questa vastità di orizzonte, o vastità orizzontale, che alla mia mente appare come una possibile metafora del lungo processo poetico – e di vita – di Giulia Niccolai.
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IL GRANDANGOLO DEL ROMANZO
Massimiliano Borelli

Il grandangolo cui fa riferimento il titolo di questo libro è uno degli indispensabili strumenti del mestiere di due dei tre protagonisti: Ita e Domínguez. Tuttavia, prima ancora, e in chiave metaforica, è lo strumento del mestiere dell’autrice di questo romanzo. Quando Giulia Niccolai esordisce nel 1966 con questo Grande angolo (da Feltrinelli, nella collana delle «Comete»), ci troviamo nel pieno dell’esperienza del romanzo sperimentale, così com’è stato teorizzato e praticato dai componenti del Gruppo 63.
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PUNGENTE IRONIA
Andrea Cortellessa

Le pagine del libro non sono numerate; siamo, comunque, un po’ oltre la sua metà. A questo punto c’è un segnalibro. Una lista di carta, argentata da un lato e blu magenta dall’altro, leggermente più lunga dell’altezza dell’impaginato, pende dal vertice superiore e sporge appena da quello inferiore del libro. In apparenza, tutto normale. Poi però ci si rende conto che le pagine spartite dal segnalibro sono del tutto bianche; tranne, vicino al margine inferiore, una riga replicata due volte: la prima con la parola segnalibro stampata in tondo; la seconda con la sua traduzione inglese, book-mark, in corsivo.
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a.c.

In cerca dell’uomo invisibile. Trovare Corrado Costa

Andrea Cortellessa

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica. Dopo un periodo in cui del Gruppo 63 si diceva per lo più peste e corna, condannandolo tutto al dimenticatoio, la vulgata odierna – solo in apparenza più moderata – pare averci regolato i conti, e deciso cosa resterà (e cosa no).

Ma neppure il più generoso dei canoni include uno come Costa: che per tutta la vita ha giocato proprio col paradosso della sua assenza-presenza. Il titolo del suo libro forse più bello e introvabile (stampato oltreoceano dall’amico Paul Vangelisti), The Complete Films, è il suo gioco di prestigio per eccellenza. Nessuna biblioteca d’avanguardia potrà mai dirsi «completa» se priva di questo libro; un libro che però non si può trovare, non si può vedere (avevo pensato fosse un contrappasso spiritoso dare lo stesso titolo alla corposa antologia dei suoi scritti curata da Eugenio Gazzola, per fuoriformato, nel 2007; ma c’è poco da scherzare: già oggi quel libro è raro quasi quanto il suo omonimo di 24 anni prima…).

Qui Costa elabora il suo mito personale dell’«uomo invisibile»: «Non danno molti film / di ‘L’uomo invisibile’ / o / ne danno molti. […] / non riusciamo mai a sapere / se c’è l’uomo invisibile. / Finisce sempre che l’uomo invisibile / non si vede mai. / Potrebbe essere stato / anche un altro film».

Il film di Costa è sempre un altro: lui è ovunque e in nessun luogo. Come ha scritto un altro suo amico, Nanni Balestrini, il «vuoto» che ha «lasciato» Costa è «anche un pieno»: «un vuoto lasciato pieno» è la cifra dell’uomo invisibile. Sottrarsi, sparire, volatilizzarsi. Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria: anche l’avanguardia o, forse, lei soprattutto (anche la Signorina Richmond, del resto, era un uccello…). Seguendo le orme di Emilio Villa (che aveva «pubblicato» la sua poesia I sassi nel fiume incidendola su delle pietre che lanciò nel Tevere), nel 1978 una delle performance più esemplari di Costa consisté nel mandare al rogo, gauleiter di se stesso, la tiratura invenduta di un suo libro di tre anni prima, Santa Giovanna demonomaniaca (del resto dedicato a Giovanna d’Arco…).

Dice Giulia Niccolai – che insieme ad Adriano Spatola, all’indomani della chiusura di «Quindici» e dello scioglimento del Gruppo, si ritirò nella casa di campagna dell’avvocato Costa, a Mulino di Bazzano sull’Enza, e lì per un quindicennio diede vita a una delle più singolari Zone Temporaneamente Autonome della storia dell’arte – che questi suoi comportamenti erano «sintomo di lievità», del suo «non dar peso» alle cose e a se stesso.

Certo Costa è stato il più spiritoso – il più spiritato, il più spirituale – autore della seconda avanguardia; ma questa sua leggerezza, questo suo dissolversi nell’aria, come quello del suo avatar nella prima avanguardia, Palazzeschi, è conseguenza di un incendio (il bellissimo fascicolo che gli ha appena dedicato «il verri» ha in copertina una delle sue geniali poesie-immagine dal titolo Il mangiatore di fuoco; dove in corrispondenza dello stomaco dell’omino c’è il buco, dai bordi strinati, lasciato appunto dal fuoco che ha attraversato la carta: esattissimo re-enactement, e se casuale tanto meglio, della poesia di Palazzeschi che disegna spietata la sorte di ogni avanguardia, Boccanera del 1915…).

Anche il sorriso di Costa era il segno di un Controdolore che bruciava (nel suo romanzo incompiuto e inedito, depositato alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia – come il resto delle sue carte, amorosamente ordinate da Maurizio Festanti e il cui catalogo è consultabile on-line; così come, con un po’ di pazienza, i suoi libri d’artista in copia unica –, a un certo punto si legge: «Io sono un vero uomo, corteggiato dalla paura, che riesce a far finta di niente»).

C’è di che rallegrarsi nel vedere come l’ultima generazione di poeti stia «mettendo a fuoco» una figura così sfuggente. La nuovissima collana bilingue Benway Series, diretta da Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano, ha appena riproposto un suo breve e singolarissimo, alquanto pornografico «saggio a fumetti» dal titolo La sadisfazione letteraria (pubblicato nel ’76 dalla Cooperativa Scrittori): come l’eros libertino è privo di scopo riproduttivo così la letteratura per Costa, spiega Ivanna Rossi, «non può assumere il compito di riprodurre, perpetuare e rispecchiare la società e la classe dominante così com’è». E sul «verri» c’è un saggio acutissimo di Giovenale, che fa di quella di Costa l’archetipo di una «postpoésie» che «blocca la rincorsa modernista del necessario, della struttura data, fissa, scolpita, invariante». In effetti tutto varia, in Costa; tutto scorre, si rintana e improvvisamente riappare (come il fiume del suo poemetto-sphragis, così diverso da quelli di Ungaretti).

Si imparano tante cose dal libro assai singolare, e felicemente disordinato, di Ivanna Rossi (già allieva di Luciano Anceschi e, per qualche tempo, Assessore alla cultura di Reggio Emilia). Che ha l’umiltà di chi sa che non c’è modo di fare una figura peggiore di chi si metta a spiegare un motto di spirito. Per esempio la poesia-immagine (dalla bellissima serie I casalinghi) che sta in copertina al libro, e gli dà il titolo-witz: «Una lampadina nera, invece di far luce, diffonde un cono di parole oscure, che vanno a friggere in un padellino. La poesia è una cosa del genere, beato chi ne capisce lo sfrigolìo. Nessun problema, dice però Corrado. Basta una comunissima presa elettrica, e la poesia è subito “con presa”».

Ma se è un lavoro prezioso, quello di Ivanna Rossi, è proprio per la caparbietà di spiegare tutto: incluso quello che non vale la pena spiegare, così come quanto spiegare davvero non si può (e non conta che, qui e là, si possa restare perplessi – come nell’interpretazione dell’opera prima Pseudobaudelaire, del ’64). Se le poesie di Costa sono dei rebus (tutte, non solo quelle in forma di immagine, sono per Rossi «la punta di un iceberg»: ancora la dialettica, così pericolosa per noi navigatori, di visibile e invisibile…), è impossibile per il loro lettore – ha scritto Giulia Niccolai – non tentare di «capire che cosa ci sia dietro». Già. Ma appunto dietro alla poesia non c’è altro, ci ha avvertito Costa con un sorriso, che il suo retro. Dietro, cioè, non c’è nulla. Nulla, almeno, che si possa vedere.

Ivanna Rossi
Poesia oscura con presa. Leggere Corrado Costa
Consulta Libri e Progetti, 2013, 272 pp., € 15,00

Corrado Costa
La sadisfazione letteraria. Manuale per l’educazione dello scrittore
con la traduzione in inglese di Paul Vangelisti
Tielleci «Benway Series», 2013, 96 pp., € 10,00

Il titolo lo mettiamo dopo. I libri d’artista di Corrado Costa
Catalogo della mostra (Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 7 luglio-1 settembre 2012)
a cura di Mario Bertoni e Chiara Panizzi
Biblioteca Panizzi Edizioni, 2012, 97 pp., € 10,00

Poemi & Oggetti

Cecilia Bello Minciacchi

«Non ho mai pensato che la poesia potesse salvarmi, non mi sono mai illusa sulla sua aleatoria qualità imperitura»: così annotava Giulia Niccolai in Esoterico biliardo, singolare e splendido libro d’inizio millennio (Archinto 2001). Noi invece – speriamo che lei non ce ne voglia, ma guardi benevola i nostri affanni e il nostro bisogno di serenità – siamo convinti che la sua poesia possa salvarci. Non potremmo esserne convinti mai più di ora, davanti al volume con le sue poesie complete: Poemi & Oggetti. A Milli Graffi, che da anni è interprete acuta di Giulia Niccolai, si deve la cura puntuale e affettuosa del corposo libro, e l’ampio saggio introduttivo che dichiara venuto il tempo di capire, dell’action writing di Giulia Niccolai, «la portata e la forza propulsiva come assoluta novità nel campo delle lettere italiane». A Stefano Bartezzaghi si deve una divertita, serissima e assai istruttiva prefazione, con chiarificante «dialettica carota-ciliegie», ben adatta a una poesia che ha in sé «l’offerta del gioco» e la meditazione sul tempo.

Questo libro era stato a lungo atteso, e temuto perché già si sapeva ultimo titolo di «fuoriformato». Va detto ora che non si sarebbe potuta auspicare conclusione migliore e augurale – se conclusione possa esserlo – alla collana diretta da Andrea Cortellessa: unico è il libro di Giulia Niccolai per innovazione e per intrinseca serenità. Una prova d’equilibrio e di sperimentazione luminosa e permanente, arguta e instancabile, per una collana a cui in questi anni siamo stati – è bene dirlo – molto legati e molto grati in molti. Poemi & Oggetti dunque è carico di responsabilità, non ultima, con il ritratto di Giulia Niccolai scattato da Adriano Spatola in quarta di copertina, quella di riaccendere il rammarico che per Spatola un libro analogo «fuoriformato» non sia riuscita a fare, malgrado le ottime intenzioni dell’editrice e del direttore. Ma le poesie complete di Giulia Niccolai, dicevamo all’inizio, ci salvano da questi e altri turbamenti. Ci insegnano, lungo un percorso biografico e poetico di grande densità, che la «pazienza» è un «pensiero non turbato»; ci dimostrano, in Sala d’attesa, che davvero «l’antidoto / alla collera è la pazienza».

Milli Graffi spiega molto bene – come raramente accade, ma anche lei è poetessa e traduttrice, anche lei ama nonsense e limerick, Palazzeschi e Carroll – la qualità concreta e visiva, e i guizzi ironici dei primi testi di Giulia Niccolai. L’approccio visivo, la creazione iconica, possiamo ribadire adesso davanti alla sua intera produzione poetica, è il dato che s’impone. Ben comprensibile per un’autrice anche fotografa che esordì con il romanzo Il grande angolo (Feltrinelli 1966).

Malgrado la forte incidenza dell’immagine in tutta la sua scrittura, la qualità peculiare di Poemi & Oggetti è la compiuta e sempre stringente rispondenza del piano visivo con quello verbale. L’equilibrio (a volte appositamente franto, fatto «brillare» come bagliore e come mina) tra luminosa evidenza della composizione visiva e soluzione linguistica arguta e inventiva. In questo è il valore conoscitivo dell’atto poetico, in una pratica che è materiale ed è teorica e concettuale: lo spillo vero (l’Oggetto & il Poema) appuntato nel poema tautologico sopra altri spilli disegnati mette in crisi il rapporto tra oggetto e sua rappresentazione, con tutte le sue brave conseguenze.

L’interrogazione su senso e potenzialità del linguaggio è l’origine della scrittura di Giulia Niccolai, e dopo anni di sperimentazione il suo approdo, lungi da imporre risposte, è quello di continuare a scoprire immagini nella realtà e nella coscienza profonda, che quando si lascia affiorare è più reale del reale. Sogni, lapsus, invenzioni verbali possono diventarle trasparenti a distanza d’anni e mostrano sempre lo smalto con cui sorride il gatto di Alice: il «Cheeeeeeeeese» in mezzaluna del poema The Cheshire Cat’s grin. In un libro che presenta tanti generi diversi il filo conduttore c’è – e cuce il bottone al foglio, si guardi la terza di copertina –: è la pratica di un linguaggio inventivo e sostanzioso (anche quando esita in ironia a tutto campo – «ironia materiale» scrive Cortellessa). Una pratica che non smette di scartare dal senso comune e come l’umorismo trova «spazio dove spazio non c’è», ovvero nelle intermissioni, nelle faglie rivelatrici, vitali e liberatorie. Tutto si tiene, da Humpty Dumpty (1969) ai Frisbees della vecchiaia (2001-2011), passando per il meridiano di Greenwich, smontando e rimontando i Novissimi, giocando ai Facsimili.

L’eterogeneità delle pagine, a prima vista, non farebbe pensare come tutto si spieghi, invece, nella ripetizione con variazione al modo dell’amata Gertrude Stein: e ogni volta nei poemi di Giulia Niccolai tutto è nuovo. Lei più di tutti, oggi, ci conforta: «il linguaggio è vivo e sta bene». Lo scriveva nei Frisbees ’88, per lei è stato e resta vero, per noi valga, con tutta la sua poesia, come un augurio.

IL LIBRO
Giulia Niccolai

Poemi & Oggetti. Poesie complete

a cura di Milli Graffi, prefazione di Stefano Bartezzaghi
Le Lettere «fuoriformato» (2012), pp. 410
€ 38,00

Da «New Frisbees» (febbraio 2013)

Giulia Niccolai

Franca Rovigatti torna da Zanzibar
con delle infradito:
la suola di copertone
e sopra, in plastica verde,
un ciuffo di foglie
di marijuana.
E Paola De Pirro commenta:
un classico dell’atelier
Marie Jeanne Michelin!

*

Spedisco due libri ai Prof. Giovanni Bertone e Gino Ruozzi.
Per farlo, mi servo della cassetta postale di Piazza Baracca.
Il giorno successivo la cassetta non c’è più.
Avranno rottamato anche i miei libri?
E cosa vorrà dire il fatto che mi succedono queste cose
impensabili, ora che ho 78 anni, e mai prima, in tutta la vita?

*

Tutti gli amici più giovani di me sembrano diffidare di quanto dico.
È perché sono vecchia o perché dico sempre cose strampalate?
Ma anche il taxista, che non mi conosce, non mi prende sul serio.
Buon segno!

*

Gianni Buttafava legge il frisbee delle infradito
e dice: Lo sai che in Francia hanno fatto
dimagrire l’omino Michelin?
Sì, per la campagna contro l’obesità.

*

Franco Tagliafierro arriva alla Malpensa da Madrid.
Al pullman davanti all’ingresso chiede:
Va alla Malpensa?

*

Gianni rincara a proposito della vecchiaia.
Non solo diffidano di noi,
ci cancellano, non ci siamo proprio.
Non si alzano, non ci offrono il posto
né in autobus, né in metrò. Stanno
seduti, le gambe lunghe fino in mezzo
al corridoio. Vogliono farci inciampare?
Ma alla nostra età, basta l’idea di poter
inciampare, che SI INCIAMPA!

*

Una sessantenne alla cassa
del Supermercato. Invece di dire
quanto devo? dice: vorrei un caffè.
Il giovane cassiere le sorride
e risponde: pensare che ho sempre
voluto fare il barista!
Un caso, o con la crisi stiamo
diventando più umani?

*

Si dice: faccia della medaglia
e faccia della moneta.
Questo perché
solitamente
su medaglie e monete
ci sono facce di profilo
o perché medaglie e monete
hanno due profili
come le facce?
E cosa dire delle
due facce di una persona?

*

Certi frisbees stanno in piedi
per un loro equilibrio
che sbilancia invece
di equiparare.
Vedi le due facce.
In bilico?

*

Chiamo l’oculista per dirgli
che le gocce di Nedit Dex
(che mi hanno consigliato
dopo l’operazione della cataratta),
sembrano farmi male.
Impossibile – dice lui –
sono solo lacrime.

*

La mia gioia sono le parole
che si inseguono come biglie
dentro e fuori le gallerie
di un castello di sabbia.

*

Parole che bisbigliano
e si danno colpetti:
toc.
Quell’indimenticabile toc
che promette. Promette tutto.

*

Scritto sopra la soglia
di una casa a Wa in Ghana:
If you think that education
is expensive
try ignorance!
Questo me l’ha mandato
un cugino, Giacomo Negri, da là.
Sono così richiesta che ho
bisogno di «negri» per i frisbees?

*

Per Giovanna Chiti
Quando un’amica o un amico
ti dice di aver trovato
e comprato un tuo librino
degli anni Settanta,
non sai se esserne felice
o infelice.
Librino ritrovato perché
qualcuno l’ha buttato.

*

Per fortuna il mio disadattamento
in mezzo secolo si è trasformato
in distacco. E’ ciò che mi rende poeta?

*

Per tutto il resto c’è Master Card.

*

Un amico mi fa notare che aver messo
proprio lì la Master Card, è un colpo di genio.
Ti sbagli, gli spiego. Avevo appena chiuso
il computer sul penultimo frisbee,
ero andata in soggiorno, avevo acceso il
televisore e me l’ha detto lui.

*

Ahimè, i frisbees sono troppo veloci.
Ne ho dovuti trascrivere una quarantina
(di quelli degli anni Ottanta, che non
avevo in memoria), e io stessa li ho capiti meglio
ma molto meglio ribattendoli che non leggendoli.
Cari lettori, siete disposti a farvi amanuensi?

*

Alessandro Giammei legge
questi frisbees e mi scrive:
questi sì che sono sulla vecchiaia,
mentre i Frisbees della vecchiaia
non lo erano.

*

Io stessa che avevo iniziato quella
raccolta verso i miei settant’anni
avevo previsto che i testi sarebbero stati diversi
da quelli che avrei poi scritto verso gli ottanta.
Ci siamo, ma a me sembrano uguali.
Qualcosa di simile al fatto che
– invecchiando – non si riesce più
a indovinare l’età degli altri?
Il tempo. Non si riesce più
a stargli dietro? Allora lo pensiamo fermo?

*

Da giovane invece, non sbagliavo mai.

*

Un altro esempio:
se ho conosciuto una mia coetanea
a vent’anni, rivedendola ora,
la penso, la vedo, la considero ventenne.

*

Quando mi sono resa conto
che da giovane non avevo
mai pensato a me stessa da «vecchia»
(e nemmeno da morta), l’ho chiesto
a molti altri.
Nemmeno loro. Niente di niente.
Buco nero?

*

I Frisbees si chiamano Frisbees
e non poesie. Il loro scopo,
da più di trent’anni, è quello
di raccontare (?), cantare (?)
la libertà conquistata man mano nella vita.
Libertà? Questa sì che è poesia!

*

La mente non cerca più niente, da fuori,si assorbe in se stessa.
Si assorbe in se stessa.
Sperimenta la contentezza mentale:
l’essere soddisfatti di quello che c’è.
La prima, vera vacanza nella vita.

*

Sì, ogni tanto ci sono
anche frisbees
molto, ma molto seri.

*

Sono il solo terreno
possibile
per far germogliare
quelli spiritosi.

*

Ma perché vado avanti
a scrivere frisbees
con gli «a capo» della
poesia, quando invece
sono solo prosa?
Mi do due possibilità
nella speranza di trovare
o un editore che voglia poesia
o un editore che voglia prosa.
Sarà uno scherzo poi, eventualmente
mettere questi versi «in riga»
in abito da prosa.

*

Certo che i frisbees trattano sempre
e solo minutissimi dettagli e MAI
argomenti importanti.

*

Hai ragione. Gli argomenti importanti
non li tratta più nessuno.
Non saprebbero che pesci pigliare.

*

Fammi il piacere di lasciar stare i proverbi.

*

Alla biblioteca di Porta Venezia
a una lettura di poesia organizzata
dal Segnale, Coviello mi definisce
– la sola scrittrice americana che
scriva in italiano.

*

Come eravamo,
come potevamo essere
pericolosi da giovani,
mine vaganti gli uni
per gli altri, e come
siamo innocui, ora.

*

Tutto per colpa degli ormoni?

*

Io non riesco a darmi pace
se, ogni tanto, non rivolto
la mia esistenza come un guanto,
per ripassarla tutta.
Macchie, buchi di tarme,
cerniere rotte, orli che pendono,
bottoni che mancano, antiche
bruciature di sigarette, «scorlere»
smagliature.

*

Ho già menzionato Franca Rovigatti
cinque o sei volte. Le ho spedito
le ultime tre pagine di frisbees
(da quello delle piumine
dei piumoni en avant), perché
potesse leggere come l’avevo
citata. Mi risponde molto
dettagliatamente e a questo punto
trascrivo col suo nome ciò che
mi ha risposto. I frisbees sono
quasi sempre di altri, di decine
e decine di altri. Frisbees millepiedi?